Vaccini sì, obbligo no: una proposta politica rispettosa dei diritti

Non potendo riassumere qui tutta la lunga e articolata discussione della questione che ho già condotto in altri articoli, rimando ad essi per il necessario approfondimento degli aspetti controversi sia della legge Lorenzin sia della vaccinazione di massa.

L’obbligo vaccinale, ovvero: chi decide della salute dei bambini? [parte prima]

L’obbligo vaccinale, ovvero: perché molti cittadini italiani non si fidano del loro governo? [Parte seconda]

L’obbligo vaccinale: come orientarsi fra le diverse posizioni in campo? [parte terza]

L’obbligo vaccinale: come orientarsi fra le diverse posizioni in campo? [parte quarta]

L’obbligo vaccinale: come orientarsi fra le diverse posizioni in campo? [parte quinta]

Benché sedate da una censura ferrea e sistematica, le polemiche sulla legge Lorenzin che impone l’obbligo vaccinale per 10 vaccini (14 compresi quelli consigliati) per i minori di età compresa fra 0 e 16 anni sono più vive che mai. Molti genitori, sebbene traumatizzati dal carattere repentino, fortemente coercitivo e discriminatorio della norma, continuano a resistere e a rifiutare la vaccinazione obbligatoria. Anzi, i gruppi e le associazioni per la libertà vaccinale si sono riorganizzati e appaiono sempre più agguerriti.

In questi mesi, moltissimi genitori hanno letto, studiato, approfondito l’argomento e la loro indignazione è salita alle stelle. Per molti di loro, addentrarsi negli aspetti problematici delle vaccinazioni di massa ha avuto l’effetto di renderli sempre più consapevoli della gravità e dell’arbitrarietà delle colossali bugie, delle mistificazioni, delle assurdità scientifiche che sono state addotte dalle autorità politiche e mediche per giustificare l’ingiustificabile, per di più con modalità comunicative più degne di un regime autoritario che di una democrazia. Si è infatti diffusa la consapevolezza che non si tratta di una questione sanitaria, ma di una vera minaccia alla democrazia e ai diritti umani fondamentali, da combattere con ogni mezzo e senza sconti, e non limitata ai confini nazionali.

In questo articolo, mi propongo due obiettivi: la critica politica al decreto Lorenzin e la proposta di una legge che risponda pienamente ai principi democratici (in particolare, agli articoli 3, 32 e 34 della Costituzione, violati da questa legge) e al rispetto dei diritti umani, che sono sempre più minacciati e ignorati ovunque.

Come già detto in altri articoli, il decreto Lorenzin nasce non da un’esigenza sanitaria nazionale, ma da un opaco e misterioso accordo internazionale del 2014 con le multinazionali del farmaco, sotto l’egida della presidenza Obama, il GHSA (Global Health Security Agenda). Il suo peccato originale è perciò la subordinazione della salute dei bambini italiani al rispetto di un accordo di natura prevalentemente politico-commerciale, nonché la natura sperimentale di tale iniziativa, nel senso che non è stata accompagnata da nessuno studio clinico che valuti i potenziali rischi di un aumento delle dosi vaccinali obbligatorie da 4 a 10. Il governo, cioè, non è nemmeno stato sfiorato dalla considerazione dei rischi di tale misura per i bambini italiani ed ha agito per ragioni diverse da quelle della tutela della salute. Il continuo richiamo a presunte soglie di immunità di gregge, appena guardato da vicino, vaccino per vaccino, mostra tutta la sua inconsistenza e insufficienza esplicativa, fino a configurarsi come un semplice pretesto, non basato su evidenze scientifiche. Si può approfondire qui al punto 1 e qui al punto 7. Questo è il prospetto preparato dal prof. Paolo Bellavite (Università di Verona).

Prospetto preparato dal prof. Paolo Bellavite, professore di Patologia Generale all’Università di Verona, ora in pensione.

Big Pharma, d’altro canto, preme a livello internazionale e sponsorizza le campagne sanitarie di ogni tipo, anche quelle inutili, promosse da organismi quali l’OMS (a cui contribuiamo anche noi Italiani) e il GAVI, che adoperino in modo massiccio i farmaci da esse prodotti e quando serve, non esita a corrompere funzionari statali e politici, come successo in Italia (caso De Lorenzo – Poggiolini, e non solo) e di recente in Cina (anche qui) e, come sembra, in Grecia, per fare solo tre esempi. Il probabile, quando non palese, conflitto di interessi di alcuni medici della Sanità pubblica, che ricevono incarichi retribuiti o altre forme di finanziamento dalle aziende farmaceutiche rappresenta un grave pericolo per l’imparzialità delle istituzioni pubbliche. Le sliding doors dei medici fra sanità pubblica, aziende private e organismi sanitari internazionali, finanziati sia dagli Stati che dai privati, sono assai frequenti in ambito vaccinale.

In secondo luogo, appare contestabile l’arbitrio della decretazione d’urgenza (art. 77 Cost.) e la fiducia imposta in Parlamento per la conversione in legge. Non c’era e non c’è alcun rischio epidemico che giustifichi il decreto-legge, benché i media abbiano gonfiato in modo manipolativo i dati di alcune malattie per suscitare allarme, secondo uno schema propagandistico ben collaudato. Invece, la fretta con la quale il testo di legge è stato scritto lo ha reso confuso e contraddittorio, impedendo le necessarie correzioni in sede parlamentare. Nell’applicazione della legge, si è registrato il caos: circolari contraddittorie hanno interpretato in senso restrittivo la norma, forzandone il carattere coercitivo, le Regioni sono state scavalcate, i centri vaccinali non erano preparati (niente fondi aggiuntivi), le scuole non sapevano che fare e si sono mosse in ordine sparso, i genitori si sono ritrovati sotto shock, perché si sono trovati i figli espulsi da asili nido e scuole d’infanzia da un giorno all’altro, ancora adesso non si capisce nulla di come vengano applicate le sanzioni. Un pessimo esempio di stalking burocratico.

In terzo luogo, risulta assai preoccupante la mancanza di un adeguato rafforzamento della vaccino-vigilanza attiva, ovvero del sistematico follow-up dei soggetti vaccinati, che ha mostrato finora evidenti lacune, per non dire di peggio. I casi segnalati nella migliore delle ipotesi sono un decimo di quelli reali, ma potrebbero essere molti di meno dei casi effettivi. Quando si conducono studi di vaccinovigilanza attiva, come nel caso del report della Regione Puglia relativo ai vaccinati con la prima dose di MPRV nel 2017, i risultati sono agghiaccianti: 40% di effetti avversi segnalati, 4% quelli gravi, di cui tre quarti sicuramente correlati al vaccino. Significa 30mila danneggiati gravi per ogni milione di bambini per una sola dose di un solo vaccino, il tutto assolutamente passato sotto silenzio dalle autorità sanitarie, che, con un gioco di prestigio, riescono a presentare i dati in forma annacquata, senza che i media se ne accorgano.

Non solo, neppure la vigilanza passiva, basata sulle segnalazioni dei medici e dei cittadini, appare rafforzata: sostanzialmente vengono scoraggiati i medici che segnalano, visto che viene incentivata con compensi aggiuntivi in base al numero delle dosi la loro disponibilità a vaccinare, vengono radiati i medici che osano sconsigliare in scienza e coscienza la vaccinazione, avanzare dubbi e presentare dati poco rassicuranti o perizie autoptiche inequivocabili e i genitori dei danneggiati vengono trattati come degli ignoranti paranoici. L’AIFA, come osservato dal dott. Fabio Franchi, continua a sottolineare che la segnalazione del danno (grave) non implica relazione causale con il vaccino, ma nemmeno verifica in modo sistematico l’effettiva esistenza di una correlazione causale, per cui certamente la relazione causale non si trova quasi mai e viene negata a prescindere da ogni dato di fatto. Aumentare il numero di dosi vaccinali senza prevedere un’adeguata forma aggiuntiva di vigilanza sugli effetti avversi, che ovviamente aumenteranno, dimostra una irresponsabilità politica sconcertante e, secondo molti genitori più consapevoli, addirittura criminale.

Tutta da verificare poi la qualità di prodotti vaccinali per i quali le aziende produttrici non rispondono penalmente. Le analisi commissionate dal Corvelva a diversi laboratori indipendenti ci rivelano prodotti di pessima qualità e di dubbia efficacia. Spicca inoltre l’assenza di uno studio longitudinale serio e sistematico che confronti la salute dei bambini vaccinati con quella dei non vaccinati, che nessuna istituzione pubblica né in Italia né altrove in realtà è disponibile a condurre (e a molti non sfugge quale potrebbe esserne la ragione. Lo spiega la dottoressa Bernadine Healy, cardiologa statunitense direttrice del NIH, National Institut of Health: non si vuole mettere in discussione la politica vaccinale).

In quarto luogo, risulta ingiustificabile la riduzione dei fondi per il risarcimento dei danni vaccinali, pur in previsione di un aumento dei casi, segno di una sostanziale e ulteriore indisponibilità dello Stato a farsi carico delle numerose vite rovinate dall’obbligo vaccinale. Si tratta di un’ulteriore violazione costituzionale, questa volta dell’art. 81. Peraltro, anche a fronte di conclamata causa vaccinale, migliaia di danneggiati aspettano ancora l’indennizzo dovuto.

In quinto luogo, l’esclusione scolastica dei bambini da 0 a 6 anni non vaccinati appare una misura dettata unicamente da un atteggiamento ricattatorio e privo di ogni significato sanitario. Come si è detto, non è infatti per nulla giustificata né dall’esigenza di proteggere i bambini immunodepressi, che sono esposti agli agenti patogeni in tutti gli ambienti di vita, non solo a scuola, anche per malattie diverse da quelle coperte da vaccino, e che sono molto più in pericolo in presenza di bambini appena vaccinati e contagiosi (si veda qui al punto 7) né tanto meno, come assurdamente è stato sostenuto sui media, dall’esigenza di proteggere i vaccinati, che non dovrebbero temere nulla, se è vero che i vaccini li proteggono. Semmai, sono i non vaccinati a rischiare di contrarre malattie dai vaccinati, cosa peraltro messa in conto dai loro genitori, che se ne assumono la responsabilità.

Dal punto di vista psicologico ed educativo, questa estromissione, avvenuta ad iscrizione già effettuata o ad anno scolastico inoltrato, non di rado con modalità ottuse e irrispettose, rappresenta un danno irreparabile per questi bambini, genera un’odiosa e ingiustificata discriminazione nei loro confronti, rafforzata dai toni violentemente discriminatori e accusatori di alcuni medici irresponsabili che, come ringhiosi inquisitori, hanno alimentato campagne di odio persecutorio verso bambini sotto i 6 anni degne delle leggi razziali del 1938. Sui social network, orde di genitori rabbiosi si sono scagliati contro i bambini non vaccinati come la folla milanese contro gli untori durante la peste manzoniana, e con uguale fondamento scientifico. D’altra parte, oggi come allora, di fronte ad una legge discriminatoria e ingiusta, emergono subito i burocrati zelanti, che obbediscono senza farsi domande. Non sempre la storia insegna qualcosa.

Dal punto di vista sociale, le famiglie private dell’asilo nido e della scuola d’infanzia da un giorno all’altro e senza preavviso, sono state costrette a imprevisti riadattamenti della vita familiare, a costi aggiuntivi e allo stress di norme incomprensibili e in non pochi casi le madri lavoratrici preoccupate per gli effetti avversi (spesso per averne già fatto esperienza) hanno dovuto rinunciare a lavorare. Per le famiglie monoparentali, si è consumato un vero dramma.

Dal punto di vista politico, questa legge rappresenta una palese violazione dei principi costituzionali, spia della presenza di forti pulsioni autoritarie e di una profonda bassezza morale, benché camuffata a reti unificate da ragioni pretestuose e indimostrabili di salute pubblica, oltre che da plateali bugie. Costituisce infine probabilmente un boomerang, perché ha svelato a molti genitori la natura infida, dispotica e interessata del potere politico e ispirato una profonda e non comprimibile spinta alla ribellione, la cui onda lunga si farà sentire nei prossimi anni.

Verso gli alunni più grandi, da 6 a 16 anni (ma la legge è scritta in modo così sciatto che non è ancora chiaro se siano compresi i ragazzi fra i 16 e i 17 anni), l’aver prescritto il numero massimo di due allievi non vaccinati per classe genera stigma sociale, discriminazione, violazione della privacy, discontinuità educativa, senza essere giustificato da alcuna ragione scientifica. Infine, il considerare assolto l’obbligo vaccinale mediante il pagamento di una multa vanifica la libertà di scelta in materia sanitaria, rendendola punibile con un balzello economico odioso e immotivato, oltre che non progressivo, e genera disparità di trattamento in base all’età.

In sesto luogo, appare irrisolto il problema del consenso informato. È obbligo deontologico del medico e prescrizione del Codice di Norimberga e della Convenzione di Oviedo (per la discussione etico-giuridica si legga qui) che un trattamento sanitario sia volontario e che il paziente sia informato dei potenziali rischi, per poter esprimere un consenso informato. Ai genitori che portano i figli alla vaccinazione, viene richiesto di firmare un modulo di consenso informato. Ma che significa “informato”? Raramente vengono esposti ai genitori i rischi dei vaccini, la loro composizione inquietante per molti aspetti (si veda qui, al punto 5), la loro efficacia alta o bassa, i potenziali rischi di contagio, l’esistenza di soggetti non responders (che non saranno affatto immunizzati dal vaccino) o predisposti a gravi patologie che potrebbero essere danneggiati, i potenziali effetti avversi gravi o gravissimi anche a lungo termine e il dovere di segnalarli, il fatto che alcuni prodotti vaccinali siano sottoposti a monitoraggio addizionale e quindi non ancora completamente testati o che vengano usati vaccini testati per fasce d’età diverse da quella del soggetto. In realtà, l’informazione necessaria non è disponibile nemmeno per il medico che vaccina. Il famoso studio comparativo serio, controllato e randomizzato fra vaccinati con 10 vaccini e non vaccinati non c’è, quindi il medico vaccinatore in realtà non sa se ci sia o meno un rischio aumentato. E ciò che si ignora non per questo non esiste. Per definizione, il vaccino viene presentato come un preparato innocuo, efficace, che presenta solo vantaggi. Se però il genitore arriva preparato, dopo aver letto libri, articoli scientifici, schede tecniche dei vaccini, liste di ingredienti, portando certificazioni mediche di patologie croniche collegabili alle vaccinazioni secondo un corpus rilevante di studi scientifici, e decide di non far vaccinare il figlio per mancanza di risposte soddisfacenti dell’istituzione sanitaria, il rifiuto di firmare il modulo viene sanzionato con la multa o con l’espulsione dalla scuola. In che cosa consiste dunque la libertà del consenso? Può un’opzione libera essere soggetta a sanzione? E può esserci obbligo in presenza di rischi gravi o in assenza di certezze di innocuità? A fronte di mille studi che non rilevano relazione causale fra vaccini e patologie, ne bastano anche pochi che la individuino per invocare il principio di precauzione. E ce ne sono centinaia. Uno studio recente ne cita 1200.

In settimo luogo, appare irragionevole l’assenza di esami prevaccinali e standardizzazione della profilassi. Benché infatti la legge 119 preveda l’effettuazione di esami prevaccinali per verificare l’avvenuta immunizzazione naturale per le malattie coperte da vaccino e la possibilità di ricevere vaccini monodose, in caso di immunità precedente, e benché una legge precedente (DL 124/1998, art. 2 lett. b) preveda la gratuità di tali esami, una circolare (al punto 3) ha ingiunto ai medici e ai pediatri di base di non prescrivere tali esami a titolo gratuito e i vaccini monodose sono pressoché irreperibili (costerebbero molto meno dei prodotti polivalenti, che sono coperti da brevetto). Si somministrano gli stessi e costosissimi prodotti polivalenti a tutti, anche a chi è già immunizzato naturalmente. Di fatto, quindi, l’unica anamnesi possibile, anche in caso di familiarità con gravi patologie, è quella a vista. Non c’è nemmeno il tempo di un colloquio approfondito, dato il sovraffollamento delle ASL. Per un neonato di poche settimane, si tratta di una vera roulette russa; per un bambino più grande, si corre il rischio di somministrare dosi inutili, con aggravio di rischio per lui e i costi per lo Stato. Un trattamento medico preventivo, la cui efficacia soggettiva è sconosciuta, somministrato in modo standardizzato a prescindere dalle condizioni generali di salute dei bambini e riconoscendo come unica controindicazione praticamente solo lo shock anafilattico, non può che avere effetti imprevedibili per tutti quei soggetti che presentano una vulnerabilità genetica o condizioni particolari, ma non visibili, che, associate alla vaccinazione, possono produrre effetti avversi anche gravissimi, segnalati peraltro nei documenti della case farmaceutiche come risultanti dagli studi clinici sul vaccino. Lo dimostra anche la relazione di illustri luminari nell’inchiesta parlamentare della Commissione Difesa. L’irrazionalità della misura si palesa, se si pensa che non c’è nessuna emergenza epidemica in atto. Un vantaggio incerto, a fronte di un rischio certo o probabile, contrasta con il principio ippocratico primum non nocēre.

In ottavo luogo, il rapporto fra Stato e cittadini viene gravemente compromesso da questa legge liberticida. Un Ministro arrogante e incompetente, che pontifica su tutti i media asserviti imbonendo e spaventando il pubblico con plateali bugie, mai smentita o corretta, anzi, rinforzata da autorità sanitarie che dovrebbero tutelare la salute pubblica per compito istituzionale, la censura illiberale perfino della visione di film di denuncia come Vaxxed o dei manifesti affissi dalle associazioni contrarie all’obbligo, la censura clamorosa della parte della relazione parlamentare della Difesa sulle vaccinazioni, la censura dei documenti critici su Internet con la scusa delle fake news, l’occultamento nei media di ogni evidenza contraria alla fede cieca nel valore salvifico delle vaccinazioni di massa, la diffamazione sistematica e autoritaria dei cittadini critici e dei medici scrupolosi fanno somigliare questa politica sanitaria più al fascismo che alla democrazia. Le strategie comunicative utilizzate sono identiche a quelle indicate da Goebbels per la propaganda nazista contro gli Ebrei. Gli esiti politici più nefasti cominciano sempre con progressione graduale. Non c’è nulla di cui stare tranquilli, perché se il pubblico accetta il gioco al massacro, la china è pericolosamente in discesa. Al di là delle intenzioni esplicite di questa classe politica, un linguaggio così discriminatorio e intossicante genera assuefazione delle menti e distrugge il tessuto stesso della democrazia, che è fatto di tolleranza, di libertà, di dialogo, di solidarietà e di inclusione sociale.

Per un partito come il PD che vanta un antifascismo solo di facciata, questo autoritarismo sanitario, che proclama la natura non democratica della scienza, che addita i bambini non vaccinati come dei pericolosi untori e i loro genitori come nemici del popolo e che tratta i medici dissenzienti come eretici infedeli, soggetti a scomunica dalla Santa Inquisizione autoproclamatasi scientifica e così curiosamente vicina gli interessi di Big Pharma, rappresenta veramente la caduta della maschera di un potere intrinsecamente feroce e dispotico. Forse non viene pienamente percepita dai vertici della politica nazionale, ma la rottura del patto di fiducia con una parte consistente di cittadini più consapevoli è totale e irrimediabile. E quando il contratto sociale viene così gravemente violato, al punto che lo Stato si arroga il diritto di entrare intrusivamente nel corpo dei cittadini più indifesi e lo fa con determinazione così violenta e intollerante, la disobbedienza civile può assumere forme imprevedibili. In questo senso, non si tratta solo di un esperimento sanitario, ma di un esperimento politico in grado di saggiare la capacità di reazione democratica del popolo italiano. Lasciarsi fare questo vuol dire mostrarsi inermi a qualunque arbitrio del potere, che potrà controllare ciascuno di noi mediante obblighi e vessazioni altrettanto ingiusti e intrusivi, giustificati con ragioni pretestuose.

Questa è la ragione per la quale da mesi continuo a portare l’attenzione delle persone sinceramente democratiche sull’obbligo vaccinale. Questa legge, oltre ad essere contraria alla Costituzione, è pure contraria alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (Articolo 3, pag. 9), che afferma chiaramente : “Nell’ambito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati: il consenso libero e informato della persona interessata, secondo le modalità definite dalla legge”. La Convenzione del Consiglio Europeo per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti dell’applicazione della biologia e della medicina afferma chiaramente: “L’interesse e il bene dell’essere umano debbono prevalere sul solo interesse della società o della scienza” (Articolo 2 – Primato dell’Essere Umano) . Essa afferma anche: “Un intervento nel campo della salute può essere effettuato solo dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato su di esso. Questa persona deve ricevere innanzitutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell’intervento e sulle sue conseguenze e rischi. La persona interessata può liberamente ritirare il proprio consenso in qualsiasi momento.”  (Articolo 5 – Regola Generale)

Occorre perciò contemperare, in un testo normativo, i principi di protezione della salute personale, di tutela del bene comune, di personalizzazione della cura e di libertà di scelta in materia sanitaria, ricordando che la maggior parte dei vaccini sono studiati per la protezione personale e non per contenere le epidemie e che ci deve essere congruenza fra la misura preventiva e il rischio di contagio (quando la malattia ha bassa o bassissima incidenza e il rischio di contagio è scarso, può non aver senso vaccinare a tappeto, sia per i rischi sia per i costi). Occorre infine considerare che per alcune malattie ci sono forme alternative di prevenzione e/o di terapia e che la vaccinazione di massa può influire sulla selezione di ceppi di microorganismi resistenti per pressione selettiva, vanificando l’effetto della vaccinazione.

Una legge vaccinale rispettosa dei diritti costituzionali, partendo dall’indispensabile abrogazione della legge 31 luglio, 2017, n° 119, potrebbe prevedere le seguenti misure:

1) La libertà di scelta in materia vaccinale, come nella maggior parte dei Paesi europei. Si può considerare l’obbligo temporaneo solo in caso di gravi epidemie, opportunamente definite dalla legge.

2) Abolizione di ogni forma di sanzione per i genitori che decidono di non vaccinare i figli.

3) Abolizione di ogni obbligo di vaccinazione e di ogni certificazione vaccinale per l’accesso alle scuole e alle professioni.

4) Monitoraggio molto stretto dei conflitti di interesse in ambito sanitario ed espulsione dalle istituzioni pubbliche di figure professionali coinvolte a qualsiasi titolo con le aziende farmaceutiche.

5) Promozione di campagne sanitarie per le vaccinazioni gratuite di soggetti a rischio.

6) Sovvenzione a centri di ricerca pubblici che studino e producano vaccini non soggetti a brevettazione e disponibili in formulazione monodose e sostituzione più ampia possibile di vaccini prodotti da enti pubblici nazionali o internazionali ai vaccini commerciali, assai più costosi.

7) Finanziamento e rafforzamento degli organismi indipendenti di farmacovigilanza attiva sui vaccini.

8) Obbligo per i medici e il personale sanitario di segnalare agli enti di sorveglianza gli effetti avversi, con relativa sanzione per gli inadempienti.

9) Obbligo, per il personale sanitario addetto alle vaccinazioni, di fornire un’informazione completa agli utenti e di segnalare ingredienti, rischi di contagio ed effetti avversi dei singoli preparati vaccinali, per consentire la sottoscrizione di un autentico consenso informato.

10) Nessun incentivo economico ai medici per l’attività di vaccinazione.

11) Promozione e finanziamento di studi approfonditi e sistematici di comparazione fra soggetti vaccinati e non vaccinati a breve, medio e lungo termine; sulla relazione fra effetti avversi ed età di somministrazione; sull’effetto singolo e combinato degli adiuvanti e degli eccipienti dei vaccini, come avviene per gli alimenti; trial clinici controllati e randomizzati sull’efficacia dei singoli preparati vaccinali (che oggi non vengono fatti per presunte ragioni etiche); ricerche sulle alternative alla vaccinazione nella prevenzione e nella profilassi delle malattie infantili; studi sugli esami atti a prevedere possibili danni vaccinali (adversomica).

12) In caso di utilizzo di preparati vaccinali commerciali, attribuzione di responsabilità civile e penale degli effetti avversi in capo alle aziende produttrici e possibilità di class action dei cittadini.

13) Messa al bando da ogni commessa pubblica delle aziende già condannate in via definitiva anche in altri Paesi per frode, corruzione, finanziamento illecito e violazione delle norme di sicurezza in materia sanitaria.

14) Controllo meticoloso, costante e trasparente dei singoli lotti vaccinali, attuato nei laboratori pubblici e volto ad escludere contaminazioni da materiale biologico estraneo, nanoparticelle, sostanze chimiche e metalliche, residui del processo di lavorazione.

15) L’approvazione di una nuova legge sulle autopsie, che superi le ormai obsolete indicazioni della circolare Fani del 1910 e sostituisca alla conservazione in formalina la crioconservazione dei campioni autoptici, perconsentire la rilevazione di virus e batteri nei tessuti e l’accertamento dei danni vaccinali.

16) La tutela completa, immediata e adeguata delle persone danneggiate dalla vaccinazione, se consigliata dalla Sanità pubblica.

17) L’effettiva gratuità degli esami sierologici prevaccinali e degli esami volti ad approfondire altri aspetti della salute, in caso di patologie individuali o di familiarità a patologie gravi (per esempio, autoimmuni).

18) L’obbligo per la stampa di un’informazione completa, corretta e imparziale in materia sanitaria.

Questa la mia proposta. La lascio alla libera discussione dei lettori.

Invito alla lettura del libro di Paolo Bellavite, Vaccini sì, obblighi no, Cortina ed., 2017 e al volume AA. VV. (a cura di Roberto Gava), Le vaccinazioni di massa. Prevenzione, diagnosi e terapia dei danni, Salus Infirmorum ed., 2014.

La mia proposta accoglie alcuni spunti provenienti dalla riflessione politica del gruppo FB Free-Vax Italia, al quale va il mio ringraziamento.

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 28 febbraio 2019.

L’obbligo vaccinale: come orientarsi fra le diverse posizioni in campo? [parte terza]

Fonte: Il Fatto quotidiano, 17/01/2013 (https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/17/che-senso-hanno-attuali-vaccinazioni-pediatriche-di-massa/472111/).

Dopo i primi due articoli sull’obbligo vaccinale, il primo sugli aspetti etico-giuridici, il secondo sulle modalità autoritarie e manipolative del decreto Lorenzin, proseguo la riflessione sull’argomento provando a delineare un quadro complessivo dello scontro in corso, nella speranza di poter fornire un primo schema orientativo nell’enorme complessità della questione, senza alcuna pretesa di completezza e senza alcuna presunzione di sapere chi ha ragione e chi ha torto. Siamo infatti pienamente nel campo dell’opinabile, nonostante la strategia mediatica di contrapporre Verità ed eresia, ed è giusto che ciascuno si formi un’opinione propria. D’altra parte, quello che proverò a ricostruire è un dibattito impossibile, per il rifiuto delle istituzioni politiche e sanitarie a dialogare con posizioni critiche, a beneficio dei cittadini e della trasparenza democratica.


Per fare un quadro sintetico delle diverse posizioni in tema di obbligo vaccinale, occorre elencare ed esaminare alcuni punti controversi del dibattito e vedere con quali argomenti vengono affrontati dalle varie fazioni. Questo resoconto cerca di essere descrittivo e sufficientemente imparziale, anche se chi scrive ha maturato una chiara posizione personale, esplicitamente dichiarata, sulla base dei fatti richiamati.

Sono però necessarie almeno tre premesse.


In primo luogo, c’è una sproporzione macroscopica di forze in campo: da una parte, il Governo, gli accordi commerciali internazionali del GHSA, le multinazionali farmaceutiche, la finanza internazionale (che punta sui cosiddetti bond vaccinali), i vertici delle istituzioni sanitarie pubbliche, l’Ordine dei Medici e la stampa mainstream, dall’altra dei gruppi numerosi, ma minoritari di cittadini combattivi (continuamente delegittimati e ridicolizzati dal blocco politico-sanitario-mediatico), un numero significativo di medici, soprattutto clinici, ma anche ricercatori (intimiditi e minacciati di radiazione dall’Ordine professionale per ogni presa di posizione critica) e un proliferare di associazioni e iniziative dal basso, accuratamente silenziate dalla stampa e dalla televisione. Il sociologo Ugo Viale ha sintetizzato benissimo la questione della contestazione al decreto Lorenzin e della inaccettabile censura alla quale è stata sottoposta.

In secondo luogo, le modalità del dibattito sono palesemente drogate da falsità, colpi bassi e fallacie argomentative che sono più tipiche di un sistema autoritario che di una democrazia avanzata e di un serio dibattito scientifico. Questo aspetto comunicativo rende difficile formarsi un’opinione basata su dati obiettivi, come sarebbe necessario in democrazia, e nell’insieme indebolisce la forza persuasiva degli argomenti “ufficiali”, ingenerando il sospetto che non siano così solidi, se devono essere sostenuti in modo manipolativo o decisamente coercitivo, anziché attraverso una discussione razionale, serena e pacata.

In terzo luogo, è necessario scindere la valutazione della necessità, sicurezza ed efficacia delle singole vaccinazioni – ricordando che tale valutazione non può essere fatta in blocco, ma sempre sui singoli preparati farmaceutici e sugli eventuali effetti aggregati – dalla opportunità, legittimità ed efficacia dell’obbligo vaccinale, ovvero della legge che impone la vaccinazione obbligatoria di massa, sanzionando chi nega il consenso. I due piani del discorso non sono facilmente separabili, perché il secondo implica il primo, ma vanno comunque tenuti distinti. Noi ci occuperemo soprattutto dell’obbligo vaccinale, ovvero della legge Lorenzin.

Le posizioni sull’obbligo vaccinale (favorevole/sfavorevole) si incrociano con il grado di rigidità delle rispettive posizioni (alto/basso), generando complessivamente quattro atteggiamenti diversi:

1) COERCITIVI (favorevoli/rigidi), che possiamo indicare con la sigla COE, per i quali i vaccini sono assolutamente necessari, sicuri ed efficaci; gli effetti avversi per definizione non esistono o sono trascurabili; il rapporto costi/benefici è per definizione favorevole a prescindere per qualsiasi vaccino; non c’è limite al numero di vaccini che si possono somministrare in sicurezza; è necessario avere la massima copertura vaccinale; è giustificato obbligare a prescindere dalle condizioni soggettive, anche sacrificando altri diritti fondamentali, come l’integrità fisica, il diritto allo studio o ad un trattamento non discriminatorio; è giustificato radiare i medici che sconsigliano le vaccinazioni e punire i genitori resistenti;

2) TOLLERANTI (favorevoli/flessibili), che possiamo indicare con la sigla TOL, per i quali i vaccini sono complessivamente necessari, sicuri ed efficaci, ma non in blocco; esistono casi particolari di salute e circostanze che possono sconsigliarne l’uso; essendo farmaci, possono avere effetti avversi, che vanno attentamente monitorati; l’obbligo vaccinale è ammissibile e necessario in casi di emergenza sanitaria, mentre va attentamente valutato come regola, considerando ciascun vaccino caso per caso e senza generalizzazioni; si deve armonizzare l’obbligo vaccinale con gli altri diritti soggettivi; il numero di vaccinazioni obbligatorie deve essere sempre limitato al necessario; occorre rigore scientifico nel valutare gli effetti avversi; non si deve punire chi si sottrae all’obbligo;

3) LIBERALI (sfavorevoli/flessibili), che possiamo chiamare LIB, per i quali i vaccini possono essere anche utili, ma sempre a seconda del contesto, della persona e del singolo farmaco; essendo farmaci, per di più somministrati a soggetti sani, comportano comunque un rischio, perciò la scelta di vaccinarsi deve essere assolutamente libera e lo Stato deve solo renderla accessibile e gratuita, previa attenta verifica che il rapporto costo/beneficio sia davvero favorevole per ciascun individuo, visto che varia a seconda delle condizioni e del tipo di vaccino; l’obbligo non è giustificabile, se non in casi di gravissima emergenza sanitaria, e costituisce una violazione di diritti umani fondamentali, perché sacrifica la salute del singolo al presunto bene della collettività; gli effetti avversi vanno monitorati con rigore molto maggiore dell’attuale; i medici critici verso le vaccinazioni vanno ascoltati, perché il principio di precauzione deve avere il sopravvento; devono essere esclusi rigorosamente i conflitti di interesse dall’ambito sanitario; i danni devono essere risarciti dalla case farmaceutiche e non dallo Stato;

4) RADICALI (sfavorevoli/rigidi), che possiamo chiamare RAD, per i quali i vaccini sono per lo più inutili e dannosi; l’obbligo non si giustifica in nessuncaso e si presenta come un abuso violento dello Stato sul corpo dei cittadini più indifesi; chi non vuole vaccinarsi deve poterlo fare senza conseguenze; i medici critici sono la prova che non c’è unanimità nemmeno sull’efficacia delle vaccinazioni; lo Stato e le autorità sanitarie dovrebbero, per recuperare un minimo di credibilità ai loro occhi, tutelare la salute anche in altro modo.

Le precedenti definizioni sono da preferire rispetto a quelle attualmente in voga di PRO-VAX (posizioni COE e TOL), di FREE-VAX (posizione LIB) e di NO-VAX (posizione RAD), perché non si tratta di posizioni pro o contro i vaccini, come si è voluto far credere all’opinione pubblica in questi mesi con una certa dose di mistificazione politica, bensì pro o contro l’obbligo vaccinale nelle forme assai rigide del decreto Lorenzin. In realtà, nemmeno l’unica posizione contraria sia all’obbligo che ai vaccini (quella RAD) pretende di imporre a nessuno il proprio punto di vista né critica chi voglia vaccinarsi. Vi si riconoscono molti genitori i cui figli hanno subito gravi danni dalle vaccinazioni.

Bisogna osservare che la posizione LIB è attualmente quella di gran lunga maggioritaria in Europa, nonché quella che personalmente condivido, benché le spinte politico-commerciali verso un’estensione dell’obbligo ad altri Paesi sia forte, come si è visto in Francia, dove in un Parlamento semideserto alla vigilia di Capodanno è stata approvata una legge che introduce 11 vaccini obbligatori dal 2018. Di recente, la posizione LIB è stata sostenuta con forza anche da una rivista scientifica prestigiosa come Nature, in un editoriale sull’obbligo vaccinale in Francia. Essa punta sulla persuasione, considerandola più efficace dell’obbligo; contesta solo la coercizione su chi non vuole e rivendica il diritto di scegliere come gestire la propria salute, non dando affatto per scontato che la vaccinazione sia l’unico mezzo per raggiungere lo scopo di fare prevenzione attiva. La posizione TOL era quella di fatto presente in Italia prima del decreto Lorenzin ed è tuttora condivisa da molti medici. Il decreto stesso si situa nella posizione COE, sostenuta da alcuni medici molto in vista e vicini al potere e, ovviamente, ben vista dalle case farmaceutiche ed è stata imposta con puro atto d’imperio dal governo senza alcuna possibilità di dibattito dei sostenitori COE con le altre tre categorie elencate all’inizio.

Per entrare nel vivo della discussione, proverò a mettere a confronto le quattro posizioni su alcune questioni fondamentali della controversia sul decreto Lorenzin.

  1. Perché introdurre l’obbligo vaccinale?
  2. Qual è la finalità dell’obbligo vaccinale?
  3. Perché proprio quei 10 vaccini?
  4. Perché escludere dalla scuola i bambini non vaccinati?
  5. Esistono o no gli effetti avversi?
  6. Chi deve risarcire i danni?
  7. I vaccini sono efficaci? E lo sono tutti allo stesso modo o alcuni più di altri?
  8. Perché radiare i medici dissenzienti?
  9. Qual è il ruolo della scienza medica in una società democratica?

NOTA BENE: I documenti a cui fare riferimento per ciascuna affermazione sono moltissimi e di diversa qualità. Ho scelto intenzionalmente di preferire documenti in lingua italiana (quando possibile), per rendere più agevole la lettura ed ho dovuto comunque effettuare una scelta, senza alcuna pretesa di completezza. Molti argomenti sono assai controversi anche fra i ricercatori e non mi è sembrato necessario proporre lunghi elenchi di studi in lingua inglese (che pure esistono). Ho preferito documenti di tipo giornalistico, a cui ciascuno darà il valore che ritiene di dover dare; molti di essi contengono link ai documenti originali. Chi vuole, troverà modo di approfondire. Lo scopo di questo articolo, ripeto, è solo dare un’idea, in assenza di un confronto pubblico fra esperti che consenta di formarsi un’opinione.

1. Perché introdurre l’obbligo vaccinale?

COE e TOL. Perché vaccinare l’intera popolazione permette di elevare oltre i livelli critici l’effetto gregge e quindi di proteggere i bambini non vaccinabili. Le vaccinazioni sono indispensabili per ridurre la diffusione delle malattie e le relative complicanze e per migliorare lo stato di salute della popolazione. In Italia, la percentuale di vaccinazioni è scesa sotto tale soglia critica del 95% e c’è il rischio di epidemie, perciò si rende necessario l’obbligo, come ha segnalato anche l’OMS. Le vaccinazioni di massa sono un risparmio economico per il paese rispetto al costo sanitario di dover curare eventuali malati; recuperare/ridurre i suscettibili è prioritario e irrinunciabile.

COE non distingue fra patologie (tutte egualmente gravi e tutte da affrontare esclusivamente tramite vaccinazione di massa, ad assoluta discrezione dell’autorità sanitaria), mentre TOL distingue fra le varie patologie e fa valutazioni di caso in caso.

LIB E RAD. La vera ragione, richiamata dal testo del decreto Lorenzin (D. L. 7 giugno 2017, n. 73: “Ritenuto altresì necessario garantire il rispetto degli obblighi assunti e delle strategie concordate a livello europeo e internazionale”), è l’accordo politico-commerciale fatto con le multinazionali del farmaco nel 2014 a Washington, il GHSA, del cui contenuto peraltro non si sa ufficialmente nulla (a che cosa esattamente ci siamo impegnati e in cambio di che?), che prevede di vaccinare 4 miliardi di persone entro 5 anni, e si tratta di un affare assai più lucroso di qualunque investimento farmaceutico, reso sicuro dall’obbligatorietà. L’effetto gregge è un calcolo probabilistico teorico basato sull’osservazione delle conseguenze dell’immunizzazione naturale, diverso per ogni malattia, e non sembra avere un senso preciso applicato all’immunità da vaccino, visto che viene continuamente smentito dai fatti; inoltre le soglie sbandierate dal Ministero della Salute (95% per tutte le malattie) non corrispondono a quelle – assai più blande e soprattutto differenziate – dell’OMS. Per un approfondimento sull’effetto gregge e sull’immunità di gregge, nonché degli aspetti controversi relativi alle vaccinazioni, si può leggere l’analisi pacata del prof. Paolo Bellavite, Professore Associato di Patologia Generale, Università degli Studi di Verona.  Qui si possono leggere le soglie di riferimento calcolate da diversi ricercatori e adottate dall’OMS. L’approfondimento della nozione di “effetto gregge” (o “immunità di gregge”) è fondamentale per qualunque discussione sui vaccini. Non per niente ne è stato fatto un uso improprio a sostegno dell’obbligo vaccinale, come si può leggere qui

Anche vaccinando tutti i bambini fra 0 e 16 anni si raggiunge una quota assai piccola della popolazione totale, benché in crescita di anno in anno (14-15%, altro che 95%!), non si garantisce l’immunizzazione per tutti né un’immunità permanente come avviene con la malattia (si parla di 2-10 anni di durata) e vaccinare tutta la popolazione per raggiungere una quota teorica del 95% è inutile, oltre che impossibile, dato che l’immunità non è garantita (alcune persone non la sviluppano proprio), non è permanente, con continui richiami la vaccinazione costerebbe troppo rispetto al vantaggio (aumentando i rischi di danno) e la malattia si potrebbe diffondere all’interno della popolazione interamente vaccinata, come avvenuto in Mongolia per il morbillo (50.000 casi fra 2015 e 2016 su una popolazione di 3,2 milioni di persone con il 99% di copertura vaccinale e oltre il 95% con almeno due dosi; in Italia siamo a 3-4000 casi l’anno nei momenti di picco su 60 milioni, per intenderci) e negli USA per la parotite. Molti adulti vaccinati nei decenni scorsi non sono più coperti dal vaccino, eppure non sono scoppiate nuove epidemie. I vaccini non impediscono le epidemie, perché sono progettati per lo più per proteggere la persona che li riceve, non per impedire il contagio (è il caso, per esempio, del vaccino contro il tetano, che non è contagioso, di quello antidifterico, di quello antipolio e di quello antipertossico). Anzi, subito dopo alcune vaccinazioni i bambini possono essere contagiosi (è il caso, per esempio, di vaccino contro poliomielite, morbillo, rosolia, pertosse e varicella, come suggerisce l’ospedale John Hopkins nella sua “guida per i pazienti”, dove, in caso di immunodepressione, raccomanda di «evitare il contatto» con i bambini appena vaccinati) e possono essere pericolosi – benché sia un evento raro – per i coetanei e per le donne in gravidanza, come scritto nelle schede tecniche dei vaccini MPRV (si legga la scheda tecnica del Priorix Tetra, pagina 2). I bambini immunodepressi non sono affatto al sicuro in mezzo a bambini vaccinati, che quasi mai seguono le avvertenze indicate nei foglietti illustrativi e sui quali nessuno verifica l’effettiva immunizzazione vaccinale; inoltre, sono esposti a molte malattie per le quali non esistono vaccini e devono essere tutelati in altro modo. Perciò si deve lasciare ai singoli e alle famiglie la decisione se vaccinarsi o no.

2. Qual è la finalità dell’obbligo vaccinale?

COE e TOL. Assicurare un’adeguata protezione ai bambini e migliorare la loro salute, preservandoli dai rischi delle malattie infettive. Sottrarre alle famiglie la decisione, per contrastare l’ignoranza in materia e la disinformazione prodotta da ricerche non controllate. Ridurre in prospettiva la spesa pubblica per i danni delle malattie.

LIB e RAD. Al contrario, la finalità è favorire in modo non trasparente interessi privati, cosa di cui in Italia abbiamo già fatto esperienza in passato (si ricordino i casi delle tangenti a De Lorenzo e Poggiolini per l’introduzione del vaccino antiepatite B obbligatorio e lo scandalo della collusione internazionale fra OMS, case farmaceutiche e autorità sanitarie per la vendita di vaccini non adeguatamente testati per l’influenza aviaria e quella suina, che causarono molti danni da vaccino). Si ricordi inoltre che i preparati polivalenti sono coperti da brevetto farmaceutico e costano molto di più di quelli singoli, che per questo non si trovano più (per capirci: stando ai prezzi trovati in siti di prodotti farmaceutici o delle ASL, l’esavalente Infanrix Hexa costerebbe 98 euro e l’MPR Prorix circa 28 euro a dose; il vaccino tetravalente contro la meningite Menveo costerebbe circa 99 euro a dose; viene anche raccomandato con insistenza pure ai maschi il Gardasil contro il papillomavirus, a ben 171 euro a dose). La questione è stata oggetto di denuncia del Codacons  e trattata nella tv pubblica francese nel 2016 (qui un estratto sottotitolato in italiano ). Nel primo anno, secondo calendario vaccinale, i neonati dovrebbero fare una quindicina di iniezioni e ricevere più dosi, per oltre 30 inoculazioni complessivamente delle malattie coperte da vaccino, secondo il Piano Nazionale di Prevenzione vaccinale 2016-2018  (pp. 48-50). Quanto costi ai contribuenti, sarebbe un’interessante informazione, come rilevato dall’Antitrust già nel 2016. I conflitti di interesse sono stati rilevati a proposito di alcune figure di medici dal doppio ruolo pubblico e privato (nelle multinazionali farmaceutiche) che hanno scritto questa legge.

Se fosse l’interesse per la salute dei bambini a prevalere, il Ministro Lorenzin non avrebbe mentito spudoratamente sui bambini morti per morbillo in Inghilterra; i medici responsabili della Sanità pubblica l’avrebbero corretta e non avrebbero avallato la diffusione di notizie tendenziose (per esempio, che i bambini sani non vaccinati sono pericolosi); l’AIFA avrebbe consegnato in tempo e il Ministro avrebbe recapitato ai Parlamentari il Rapporto 2014-15 sui danni da vaccino (pubblicato in seguito a procedimento legale del Codacons); non si sarebbero ingigantiti come flagelli di Dio i casi del tutto nelle norma di meningite e di morbillo; si sarebbero fatti studi sugli effetti cumulativi dei 10 vaccini obbligatori, invece di renderli obbligatori con irresponsabile leggerezza, senza nemmeno un solo studio preliminare, configurando un vero e proprio esperimento di massa non dichiarato; non si continuerebbe a negare irragionevolmente l’esistenza degli effetti avversi a prescindere da ogni dato di fatto, a fronte del numero molto elevato di casi accertati di cui la stessa Lorenzin ha dato notizia in Parlamento; si sarebbe migliorato il servizio di farmacovigilanza, che mostra parecchie lacune; non si sarebbe emanata una circolare per i medici che riduce irragionevolmente le controindicazioni alla vaccinazione praticamente al solo shock anafilattico; le ASL non impedirebbero di fare gratuitamente le analisi prevaccinali previste dalla legge in caso di obbligo e non si sarebbe minacciato di radiazione qualunque medico che sconsigli la vaccinazione.

L’obbligo vaccinale potrebbe preludere ad altre gravi limitazioni della libertà personale, che potrebbero in futuro minare definitivamente il diritto di un cittadino a proteggere il suo corpo e a difendersi da un’autorità arbitraria che voglia controllarlo o condizionarlo. Sugli aspetti pericolosamente antidemocratici e illiberali di questa legge ha scritto il sociologo Ugo VialeQui anche un video.

3. Perché proprio quei 10 vaccini?

COE Nessuna risposta. Così hanno deciso le Autorità sanitarie per garantire la necessaria copertura della popolazione. Somministrati in forma polivalente (esavalente + quadrivalente), che sono i formati commercialmente disponibili, consentono di fare solo due iniezioni, pur esistendo anche (pochi) altri vaccini monodose. Si può ascoltare il Ministro Lorenzin.

TOL Forse sarebbe stato meglio valutare con maggiore calma. Il vaccino per il morbillo sembra il più indispensabile; si poteva aggiungere ai 4 già esistenti e lasciare gli altri facoltativi. La discussione è troppo polarizzata e volerla estremizzare nuoce ad una sana discussione tecnico-scientifica.

LIB. L’assenza di motivazione è già una risposta. Non c’è nessuna ragione di necessità e urgenza per l’obbligo indiscriminato, per nessuno dei 10 vaccini, nemmeno per il morbillo, dato che il numero di casi registrati l’anno scorso rientra rimane nei limiti delle normali oscillazioni cicliche della malattia (nel 2002, con quasi 3 volte i casi del 2017, non ci fu alcun allarme morbillo). Lo ha detto perfino Gentiloni. Il decreto è passato con il voto di fiducia, senza un’adeguata valutazione e senza alcuna trasparenza. Il caso Ricciardi insegna, come rilevato anche dalla giornalista Giulia Innocenzi

Non ci sono rischi epidemici per nessuna delle 10 malattie, come si vede in buona parte dell’Europa dove l’obbligo non c’è, e si poteva tranquillamente sospendere l’obbligo e monitorare, agendo a livello locale laddove si manifestassero eventuali focolai. Il tetano non è contagioso. La poliomielite e la difterite sono pressoché scomparse; il poliovirus si trova ancora praticamente solo nei vaccini ed è assente in Europa da 35 anni. L’epatite B è una malattia grave, ma si trasmette per via ematica e sessuale e il vaccino in età neonatale si può giustificare solo in presenza di rischi accertati. Si poteva al più consigliarlo in età più avanzata. Il morbillo è contagioso anche fra vaccinati; il vaccino, impedendo l’immunità naturale e ritardando nel tempo la malattia, perché sposta in avanti la soglia di suscettibilità senza fornire un’immunizzazione duratura, non protegge i neonati attraverso gli anticorpi materni con l’effetto che la malattia tende a colpire soprattutto gli adulti (non immunizzati per via naturale) e i neonati, per i quali è più pericoloso. L’immunizzazione vaccinale delle madri è infatti meno efficace dell’immunizzazione naturale e non si trasmette attraverso la placenta, proteggendo i neonati nei primi mesi di vita. Quindi, sarà anche utile, ma non risolutivo, visto che il traguardo dell’eradicamento si sposta sempre in avanti da decenni, senza mai essere raggiunto con qualunque soglia di copertura vaccinale. Il vaccino per la parotite non impedisce né la malattia né il contagio in un numero consistente di casi. Il vaccino contro l’Hemophilus Influentiae B – molto raro, peraltro (12 casi di malattia invasiva nel 2016 in Italia, 4 in vaccinati, 5 in adulti, 3 in non vaccinati su 60 milioni di abitanti, ovvero lo 0,00002%) – non protegge dai ceppi non tipizzabili, che sono i più frequenti e viene somministrato arbitrariamente fino a 17 anni, nonostante non sia raccomandato oltre i 4 anni, anche secondo il “Board Calendario per la vita” (con l’irresponsabile faciloneria che caratterizza l’applicazione di questa legge). Utilizzare un vaccino al di fuori del range di età per cui è stato autorizzato e testato può essere inutilmente pericoloso e rappresenta una palese violazione del codice di deontologia medica (art. 13 e 18). Ma anche il vaccino esavalente viene indicato come obbligatorio dal Board calendario per la vita ben oltre la fascia di età per il quale è stato testato. Un caso interessante è il vaccino anti-meningococco B, prima inserito fra gli obbligatori e poi tolto. Qui il rapporto costi-benefici è davvero assai dubbio. Nell’inserto con le “caratteristiche del prodotto” della ditta produttrice attualmente online si riferisce, per esempio, di un 2,1% di effetti aversi registrati negli studi di approvazione del prodotto. Si tratta di un numero molto elevato, specie per una malattia di così bassa incidenza. Sulla base di questi dati, il numero di effetti avversi gravi per questo vaccino registrati dall’AIFA (175 nel 2016 e 60 nel 2015) andrebbero moltiplicati rispettivamente per 35 o per 47 volte. Un esempio di come il rapporto costi-benefici vada valutato su ogni singolo vaccino e di quanto siano sottostimati i dati dell’AIFA. E anche di come si ignorino allegramente le indicazioni sulla fascia di età per la quale il farmaco è stato approvato, ovvero dai 10 anni d’età in su, con due dosi. In Italia invece lo si somministra anche ai neonati a partire dai tre mesi di età, con tre dosi.

Da ultimo, le quattro Commissioni parlamentari della Difesa che hanno indagato sulle cause delle gravi patologie che colpiscono i militari italiani, dopo anni di accertamenti hanno focalizzato l’attenzione sui vaccini e in particolare sull’MPR, giungendo a raccomandare il numero massimo di 5 vaccini per i soldati in servizio.  Perché ai militari 5 e ai neonati di pochi giorni 10 (più quelli raccomandati, che possono fare 14), a prescindere dalle loro condizioni (prematuri, sottopeso, affetti da patologie ecc.), senza avere nemmeno uno solo studio che abbia indagato in via preventiva gli effetti di questa particolare associazione di vaccini, confrontando gruppi randomizzati di bambini vaccinati con questi 10-14 vaccini e bambini non vaccinati? Ai genitori italiani è stato taciuto che i loro figli sono sottoposti ad un esperimento di massa senza codice etico e senza possibilità di scelta volontaria. Roba da dittatura nazista, altro che consenso informato! E non si tratta di un’esagerazione: un esperimento obbligatorio violerebbe il Codice di Norimberga.

Un problema ulteriore è dato dalla presenza di nanoparticelle e di metalli neurotossici in alcuni campioni di preparati vaccinali (peraltro assenti in analoghi prodotti veterinari). Si può ascoltare un’intervista alla dottoressa Antonietta Gatti, fisico e bioingegnere di fama internazionale (osteggiata violentemente da quando si occupa di vaccini con il marito, dottor Stefano Montanari) e uno studio dell’infettivologo e specialista in Medicina preventiva dottor Fabio Franchi sulla quantità di sali di alluminio non solubili iniettati per via intramuscolare nei neonati, che supera di molto le dosi massime indicate dall’EMA (peraltro, è ignoto quale quantità massima di alluminio iniettato per via intramuscolare in forma di sali insolubili sia tollerabile per un neonato senza provocare danni, ma la cosa non sembra suggerire alcun atteggiamento di precauzione).

[continua]

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 28 febbraio 2019.

Ma davvero non c’è modo di dare ai docenti un reddito dignitoso?

Umiliare i docenti con uno stipendio da fame, mentre si trovano seduta stante i fondi per il salvataggio delle banche o per l’acquisto degli F35 e si regalano stipendi d’oro a dirigenti pubblici, appare evidentemente frutto di una volontà politica precisa e della volontà di liquidare il prestigio e il ruolo sociale dell’istruzione in questo Paese.

La litania del debito pubblico e dei parametri europei è una finzione che viene dall’aver rinunciato alla sovranità monetaria (il potere più grande dello Stato), aderendo senza discussione ai Trattati europei. Le conseguenze erano implicite nelle premesse, solo che i governanti del tempo si guardarono bene dall’illustrarle al popolo.

Eppure, pur nei limiti strettissimi del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFEU), che obbliga gli Stati membri a comprare euro a debito come una valuta straniera, sono possibili delle vie d’uscita. Lo dicono diversi economisti di area keynesiana, come Nino Galloni, i quali sostengono che lo Stato mantiene titolo ad emettere stato-note, buoni di acquisto o crediti fiscali, che possono essere utiizzati dai dipendenti pubblici per acquistare beni o servizi e dai fornitori di tali beni e servizi per pagare le tasse.

Per entrare più nel dettaglio, l’art. 128 TFEU dice: “La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione.

2. Gli Stati membri possono coniare monete metalliche in euro con l’approvazione della Banca centrale europea per quanto riguarda il volume del conio”. La Banca d’Italia traduce questa norma così sul sito web: “La moneta fiscale non potrebbe avere corso legale; il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (art. 128) e il Regolamento EC/974/98 (art. 2, 10 e 11) stabiliscono, infatti, che le banconote e le monete metalliche in euro sono le uniche con corso legale nell’unione monetaria“. In realtà, l’art 128 non dice quello che afferma la Banca d’Italia. Non dice che l’unico mezzo legale di pagamento sono le banconote e le monete metalliche in euro (peraltro, queste già prerogativa degli Stati), ma dice che solo le banconote emesse dalla BCE e dalle banche nazionali sono banconote aventi corso legale. Significa (questo è solo semantica del testo) che non esistono altre banconote aventi corso legale nell’UE, non che le banconote siano l’unico mezzo legale di pagamento!

Conferma questa ermeneutica del testo la stessa Banca d’Italia, quando dice che esistono altri mezzi legali di pagamento oltre le banconote e le monete, per esempio la moneta elettronica bancaria (moneta scritturale), che non è fatta né di banconote né di monete: ““Nel portare a termine una transazione pecuniaria famiglie e imprese possono utilizzare oltre alla moneta con corso legale anche mezzi di pagamento privati, definiti e regolati da accordi tra le parti. I depositi bancari a vista, ad esempio, sebbene privi di corso legale costituiscono un mezzo di pagamento molto diffuso poiché il depositante può chiederne la conversione in moneta legale al valore nominale pieno in qualsiasi momento”.

Che cosa definisce allora un mezzo di pagamento come “legale”? Non certo la BCE né le Banche nazionali. Può essere solo lo Stato. In teoria, lo Stato potrebbe accettare come mezzi di pagamento delle imposte anche dei sacchi di grano ed è sempre lo Stato che permette di utilizzare mezzi di pagamento non a corso legale, come la moneta elettronica, che è usata solo per comune accordo fra le parti. Se ci attenessimo alla lettura restrittiva dell’art. 128, la moneta scritturale (generata dalla banche nel momento in cui la prestano) non sarebbe conforme al TFEU. Nella sostanza, la proposta di Galloni non è molto diversa da uno sconto fiscale.

Che questa strada sia percorribile e non influisca sul debito, ma anzi lo riduca, si evince anche da altre considerazioni. Sebbene la Banca d’Italia sostenga che la moneta fiscale o altri strumenti analoghi vada iscritta a debito, secondo che principi contabili internazionali (IFRS 15 e IAS 18) un titolo che dà diritto a uno sconto futuro non deve essere registrato contabilmente all’atto dell’emissione. Semplicemente, andrà a ridurre le entrate nel momento in cui verrà utilizzato.

Gli strumenti adottati dallo Stato per il pagamento delle imposte non sono materia di competenza della BCE. Quando gli eurodeputati Marco Valli (5 Stelle) e Marco Zanni (ex 5 Stelle, oggi forse Lega) hanno chiesto a Mario Draghi in persona se i Certificati di Credito Fiscale costituissero incremento di debito per lo stato, Draghi rispose formalmente (16 novembre 2015): “The definition of the appropriate statistical treatment – as far as government deficit and debt are concerned – of tax credit certificates or any similar instrument does not fall within the ECB’s competence. Therefore, I would kindly refer you to the competent national and/or European authorities.Yours sincerely, Mario Draghi”.

Ripropongo, perciò, il documento pubblicato due settimane fa sull’argomento

IN CONCLUSIONE, se il Governo volesse veramente darci il dovuto, il modo ci sarebbe, è di immediata attuazione, non aumenterebbe il disavanzo pubblico e darebbe una boccata d’ossigeno all’economia. Ma non è che proprio strangolare la scuola, dopo la lenta asfissia degli anni scorsi, sia l’obiettivo politico di questo Governo? Togliere alla democrazia il suo pilastro fondamentale è pericoloso ed eversivo, e noi dobbiamo vigilare e prendere posizione nettamente affinché questo non avvenga.

Per approfondire: http://temi.repubblica.it/micromega-online/moneta-fiscale-il-punto-della-situazione/

https://www.bancaditalia.it/media/views/2017/moneta-fiscale/index.html

L’allattamento non va definito “naturale”. Neolingua sanitaria e diritti umani

Un articolo pubblicato nell’aprile 2016 su Pediatrics, la principale rivista americana di pediatria, espressione dell’American Academy of Pediatrics (AAP), firmato da due ricercatrici statunitensi della University of Pennsylvania, Jessica Martucci e Anne Barnhill, pone un interessante problema linguistico relativo al termine “naturale”: non dovrebbe essere usato dai pediatri per definire l’allattamento al seno – dicono le autrici dell’articolo – perché viene associato a connotazioni positive, che poi potrebbero spingere i genitori a ritenere dannosi, perché non “naturali”, le vaccinazioni e gli OGM.

L’argomentazione è stimolante nella sua assurdità; perciò credo sia opportuno partire da una citazione testuale (traduzione mia):

Al di sotto della preoccupazione di molti Americani sulla sicurezza dei vaccini, è riconoscibile una specifica e non necessariamente illogica visione del mondo: un rifiuto di ciò che è industriale, sintetico e “innaturale” e l’adesione a ciò che è “naturale” come a qualcosa di più sano e intrinsecamente migliore. I vaccini sono spesso visti come “innaturali” e stimolare l’immunità in modo naturale è visto da alcuni come un approccio più sano e migliore. I Forum online e i Blog dedicati al vivere naturale offrono innumerevoli esempi di questa prospettiva, e il libro recente Vaccine Nation di Elena Conis documenta nei dettagli l’evoluzione di questa visione del mondo. Alcuni studi hanno mostrato che i genitori che fanno resistenza alla vaccinazione tendono a frequentare circuiti di individui dalle convinzioni simili alle loro. Queste sacche di sentimenti antivaccinisti tendono a sovrapporsi alla fiducia e all’interesse nei confronti della medicina complementare e alternativa, dello scetticismo verso l’autorità istituzionale e di un forte impegno e interesse verso la conoscenza in materia di salute, l’autonomia e le pratiche di vita sane.

Nel testo citato, “naturale” è contrapposto a “innaturale”. La linguistica strutturale ci ha insegnato che il significato di un termine si può comprendere all’interno di una coppia di opposizioni. Possiamo quindi comprendere l’accezione di “naturale” – parola ricchissima di accezioni diverse (una rassegna filosofica si può trovare nel Dizionario di Filosofia di Nicola Abbagnano) – sulla base dei suoi contrari linguistici: senza la pretesa di essere esaustivi, per esempio, sappiamo che nella storia del pensiero occidentale naturale è stato contrapposto a sovrannaturale nel pensiero cristiano (la natura non ha valore in sé, ma in quanto creazione o manifestazione del trascendente, di Dio) e nel pensiero scientifico (per il quale la natura è un ordine causale necessario, distinto da quello sovrannaturale), a culturale in antropologia (Claude Lévi-Strauss vede nell’uomo la peculiarità di trasformare la natura mediante la cultura), a positivo nell’ambito giuridico (naturale è il diritto che appartiene all’uomo in quanto membro dell’umanità, a prescindere da ogni legislazione umana particolare), ad artificiale dal pensiero greco in poi (per Rousseau, fra gli altri, l’homme naturel è l’uomo integro e autentico, prima della corruzione prodotta dal sapere e dalla civiltà), ad affettato nell’ambito sociale (ove naturale è sinonimo di spontaneo) eccetera.

Si pensi a espressioni come morte naturale, figlio naturale, luogo naturale, gas naturale, acqua naturale, tessuto naturale: in questi, come in altri esempi di uso comune, il termine “naturale” ha una valenza positiva o neutra, mai negativa. Esprime l’idea che l’evento o l’oggetto in questione sia conforme ad un ordine già dato e non discutibile, perché spontaneo, necessario, anteriore all’uomo e alla sua comprensione del mondo, al quale egli appartiene allo stesso titolo di ogni altro abitante del pianeta; un ordine che preesiste alla sua azione trasformatrice, la quale può essere vista come positiva o negativa a seconda dell’ideologia di riferimento.

L’articolo da cui siamo partiti, dicevamo, contrappone naturale a innaturale. È certamente vero che, nell’immaginario del nostro tempo, la parola naturale” è associata a una visione nostalgica, alla mitizzazione di tutto ciò che appartiene ad un passato preindustriale, nel quale si viveva con ritmi più umani, meno artificiali e più sani. Umberto Eco ci ha spiegato come l’universo ideologico che ispira alcune fra le campagne pubblicitarie più riuscite della storia (si pensi al Mulino Bianco) associ naturale a connotazioni positive quali genuino, del buon tempo antico, artigianale, semplice, sano, non contraffatto. La visione idilliaca della natura è la comprensibile reazione di una società altamente industrializzata che ignora la fatica improba del lavoro in campagna e i vantaggi della vita moderna. È perfino ovvio dire che non tutto ciò che è “naturale” è per forza sano (molte erbe sono velenose, per esempio) e non tutto ciò che è “artificiale” è per forza dannoso (il latte formulato o una protesi di titanio, per esempio, possono essere indispensabili ad una vita normale). Inoltre, a volte si ritiene “naturale” un cibo che è frutto di sofisticata lavorazione umana, come avviene per un certo numero di prodotti “bio”. Ma qui l’operazione ideologica che viene proposta palesa un intero universo mentale illiberale e altamente pericoloso.

L’allattamento al seno è sano ed è preferibile senza dubbio all’allattamento artificiale per ragioni mediche e psicologiche. Questo è un dato di fatto; lo dice anche l’AAP (https://www.aap.org/en-us/about-the-aap/aap-press-room/Pages/AAP-Reaffirms-Breastfeeding-Guidelines.aspx). La Natura fa le cose per bene, evidentemente. Quello che non piace alle due ricercatrici è che venga definito “naturale”. Il fatto è che è pure naturale, nel senso che tutti i mammiferi allattano i loro piccoli. Nemmeno su questo c’è dubbio alcuno. Qui “naturale” è termine puramente descrittivo; tra l’altro, l’allattamento è proprio l’attività che definisce alcune specie animali come“mammiferi”. Non per niente l’allattamento alternativo è detto “artificiale”.

E allora perché non lo si dovrebbe definire “naturale”? Perché altrimenti chi ha simili “credenze” finirebbe con l’interessarsi di medicina complementare o alternativa, con nutrire un sentimento antivaccinista, con il diventare scettico verso l’autorità istituzionale, e con l’impegnarsi fortemente nella conoscenza relativa alla salute, nell’autonomia e negli stili di vita sani.

Osserviamo subito la fallacia argomentativa dell’appello alle conseguenze: un’affermazione non è da rigettare solo per le conseguenze che può avere. Un’affermazione può essere vera anche se le sue conseguenze sono sgradevoli. L’allattamento sarebbe naturale anche se usare questo termine implicasse le conseguenze indicate.

Ma tali conseguenze sono sgradevoli per chi? Il dato di fatto che l’allattamento al seno è naturale diventa nell’articolo una semplice “credenza” (belief), destituita di ogni obiettività. Il fatto altamente positivo, nella prospettiva del bene comune e della cittadinanza democratica, che le persone si interessino della salute, diventino autonome e perseguano stili di vita più sani viene reinterpretato come negativo. Perché? Perché chi ha queste caratteristiche assume posizioni critiche verso i vaccini e verso l’autorità costituita (notiamo il termine “sentimento” riferito a chi contesta i vaccini, che fa il paio con “credenza” ad indicare la non obiettività della posizione). Perché è critico, insomma.

E a chi dà fastidio che le persone diventino critiche? Chi ha interesse a che le persone accettino supinamente ogni diktat dall’alto senza protestare, che non pratichino stili di vita sani, non si facciano domande sui vaccini e non diventino autonome? Magari chi produce e commercializza cibi industriali provenienti da coltivazioni e allevamenti industriali (di cui mostrano leconseguenze sulla salute e sull’ambiente documentari come Fed up!, Supersize me o Food Inc.)? Chi produce e commercializza latte artificiale, farmaci e vaccini (di cui trattano documentari come Inventori di malattie e Tigers, per non citare il censuratissimo Vaxxed)? Chi approfitta del suo prestigio professionale o istituzionale per avvantaggiare questo o quel potentato economico (come ci raccontano le cronache giornalistiche da sempre)? Non certo chi dimostra con la ricerca scientifica che il cibo che si mangia, l’aria che si respira, le sostanze di sintesi che si introducono nel corpo, vaccini compresi, hanno un impatto sulla salute (e che non ha certo vita facile, visti gli interessi che mette in discussione).

Di colpo, “naturale” deve diventare negativo, pericoloso, insidioso, anche quando certamente è il contrario, perché “innaturale” possa diventare positivo, addirittura preferibile. Questo sembra essere implicito nella rimozione della parola. Dobbiamo scordarci ogni legame con la natura e accettare la completa artificializzazione della nostra vita, e non perché sia obiettivamente meglio per noi, ma perché ce lo richiede chi intende governare le nostre scelte in nome delle leggi del mercato. La verità fattuale deve essere accantonata perché può mettere strane idee in testa: che “sano” e “naturale” si equivalgano (come di fatto è, nel caso dell’allattamento).

Insomma, non importa quali siano i fatti e quali le opinioni. Basta ridurre i fatti a credenze (l’allattamento al seno è naturale e sano) e trasformare le credenze in fatti indiscutibili (i vaccini sono sani e gli stili di vita sani o il senso critico sono indesiderabili). Nomina e res si scambiano i ruoli, in un’operazione propagandistica degna della neolingua di George Orwell. Occorre cassare la parola “naturale” dal linguaggio medico. L’allattamento al seno è sano non perché è naturale, ma perché lo dice l’AAP, che dice pure che bisogna vaccinare tutti senza eccezione. È l’autorità la fonte della verità, non l’evidenza dei fatti. Va da sé che qui la scienza non c’entra nulla.

Il fatto è che i vaccini non sono certamente naturali (nemmeno le due ricercatrici osano affermarlo) e non garantiscono affatto un’immunità certa e duratura come quella naturale, conseguente a malattia (anche la malattia è “naturale” nelle cause e spesso “culturale” nelle manifestazioni, come insegna l’etnomedicina; i giudizi di valore su di essa sono relativi al modello medico e valoriale di riferimento). In più, che i vaccini siano tutti sani o che migliorino sempre e comunque lo stato di salute di chi li riceve è tutto da dimostrare, viste le numerosissime prove scientifiche e giudiziarie del contrario, che possono essere ignorate solo con la repressione del dissenso scientifico, con l’intimidazione e con la disonestà intellettuale. Perciò, definirli in blocco “sani” corrisponde più ad una credenza o ad un atto di fede che a un dato di fatto. Ma tutto è lecito, purché non si tocchino gli interessi privati in gioco – questo alla fine appare ad occhi interessati veramente immorale.

Però, anche in questa operazione disonesta emerge un dato di fatto involontario: allattamento al seno, buona alimentazione, stili di vita sani, conoscenza della salute e senso critico verso l’autorità e verso le vaccinazioni di massa appartengono tutti ad una stessa visione del mondo. Quella di chi ha una concezione della vita più complessa e autonoma ed è consapevole dell’attacco continuo a cui sono sottoposti i diritti alla sicurezza alimentare, ad una ambiente vivibile, all’autodeterminazione in materia di salute, all’integrità del proprio corpo, ad un’informazione trasparente, all’espressione del dissenso verso l’autorità. Notiamo che alcuni di essi fanno parte dei cosiddetti diritti naturali, il nome più antico di quelli che chiamiamo diritti umani. Quelli che oggi, nell’avanzante neofeudalesimo senza diritti, dobbiamo difendere con le unghie e con i denti.

Se la gente associa “sano” a “naturale”, la fiducia nei vaccini vacilla. Questa sembra la vera preoccupazione, come si legge nella conclusione dell’articolo:

L’opzione ‘naturale’ non si allinea completamente con gli obiettivi di salute pubblica. Se fare ciò che è ‘naturale’ è ‘meglio’ nel caso dell’allattamento al seno, come possiamo aspettarci che le madri ignorino quella prospettiva potente e profondamente persuasiva quando scelgono in fatto di vaccinazione?

Già. Come si fa a convincerle a perseguire non la salute in sé, ma gli obiettivi di salute pubblica fissati dai governi? E in assenza di fatti, occorre confondere le idee, manipolare le menti e negare l’evidenza. Business is business. Il senso critico va combattuto e indebolito. Il pensiero va colonizzato con nuove associazioni semantiche, indirizzato, riprogrammato. Poiché solo il pensiero che sostiene e mantiene l’attuale assetto economico- politico è funzionale allo scopo, deve diventare pensiero unico, semplificato, neutralizzato. Artificiale è sano, naturale è pericoloso. Obbedienza è bene, critica è male. OGM è bene, biologico è male. Vaccino è salute, immunità naturale no. L’innaturale diventa magicamente più naturale (sano, benefico) del naturale, quando c’è di mezzo il profitto (non è questa per esempio la perversa strategia di marketing del latte artificiale in diversi Paesi del mondo, fra cui il Pakistan? Ce lo racconta il film Tigers).

Certo, il profitto è lecito. Ma non a scapito dei diritti umani e della salute e a prezzo della verità. Guarda a caso, lo dice l’IBFAN (International Baby Food Action Network), rete internazionale per la protezione dell’allattamento e della nutrizione infantile, criticando (indovinate un po’?) la Bill e Melinda Gates Foundation, che oltre alle campagne vaccinali sta promuovendo la diffusione di alimenti per l’infanzia prodotti dalla compagnie private (http://www.ibfanitalia.org/call-to-action/), cercando di influire sulle regole del Codice internazionale sulla commercializzazione dei sostituti del latte materno. Come dicono gli attivisti dell’IBFAN, “tali aziende non mettono – e non potrebbe essere altrimenti – il rispetto dei diritti umani davanti al loro profitto. La loro partecipazione in qualunque processo di ideazione e sviluppo di politiche e programmi di pubblico interesse, men che meno nel monitoraggio del Codice, sarebbe come invitare una volpe a costruire un pollaio”.

È questo il pericolo dell’ibridazione fra pubblico e privato, quando sono in gioco i diritti fondamentali e il privato è più forte del pubblico: che le regole in materia sanitaria non siano dettate da istituzioni pubbliche e trasparenti, ma dalle aziende portatrici di interesse; che i fini non siano la salute e il bene comune, ma il profitto privato; che i mezzi siano scelti dai giocatori (le aziende) e non indicati dall’arbitro (le istituzioni politiche e giudiziarie) e definiti dalle regole; che l’arbitro non abbia la forza o l’autorità di imporre le regole, perché minacciato o comprato dai giocatori; che gli esperti (gli scienziati e i clinici) dipendano per fondi, benefit, carriere e prestigio dai giocatori e che i cittadini, destinatari delle politiche sanitarie, siano passive marionette da manipolare con il lavaggio del cervello perché non disturbino il gioco e paghino i danni in silenzio.

Gli antichi dittatori caddero perché non sapevano dare ai loro soggetti sufficiente pane e circensi, miracoli e misteri. E non possedevano un sistema veramente efficace per la manipolazione dei cervelli […] Ma sotto un dittatore scientifico l’educazione funzionerà davvero e di conseguenza la maggior parte degli uomini e delle donne cresceranno nell’amore della servitù e mai sogneranno la rivoluzione. Non si vede per quale motivo dovrebbe mai crollare una dittatura interamente scientifica.

Aldous L. Huxley, Ritorno al mondo nuovo

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 28 febbraio 2019.

La violenza sulle donne come prodotto culturale. Uscirne si può?

Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, stabilita dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 1981. Ogni anno, questa data è occasione per fare il punto sulla tutela dei diritti delle donne, sulla parità di genere e sulle politiche messe in atto dagli Stati per contrastare la violenza sulle donne. Dell’argomento si occupano molte ricerche sociologiche, psicologiche e antropologiche. Fra di esse, quella della sociologa Rose Marie Callà (Conflitto e violenza nella coppia, Franco Angeli, Milano 2011). La tesi dell’autrice è che le trasformazioni della famiglia, che negli ultimi 40-50 anni hanno portato la donna a cercare la propria realizzazione nel lavoro e hanno quindi modificato i tradizionali ruoli di genere all’interno della famiglia, hanno anche eroso la supremazia del potere maschile nella coppia, gettando le basi della violenza contro le donne. La violenza sulle donne, insomma, avrebbe soprattutto radici culturali e nascerebbe dal senso di perdita dell’identità maschile e dei ruoli di potere a essa tradizionalmente connessi.

Essa sarebbe quindi la conseguenza di una serie di trasformazioni storiche della famiglia in Occidente, che in Italia, negli ultimi decenni, in seguito al processo di industrializzazione, si riflettono nel diritto, favorendo una maggiore parità fra i sessi (diritti politici per le donne; abolizione delle attenuanti per uxoricidio come delitto d’onore; riforma del diritto di famiglia; leggi sul divorzio, sull’aborto, sulla violenza sessuale come reato contro la persona; accesso alle professioni; tutela della maternità).

Nella famiglia tradizionale, specialmente nel mondo rurale, dove la famiglia ha compiti sia produttivi sia riproduttivi, i ruoli maschili e femminili sono chiaramente distinti. Sia nelle famiglie nucleari (composte da genitori e figli), maggiormente diffuse nelle città, sia nelle famiglie estese o a ceppo (secondo la classificazione di Peter Laslett), più diffuse nelle campagne, è preminente il maschio capofamiglia, al quale la mentalità comune e il diritto assegnano una posizione dominante nella famiglia. In molti paesi europei (in Italia fino alla Riforma del diritto di famiglia del 1975, quando viene introdotta per legge la parità fra i coniugi sia nei rapporti personali sia rispetto ai figli), il marito esercita la potestà maritale (potere giuridico sulla moglie) e la patria potestà (potere giuridico sui figli), che gli consente, per esempio, di stabilire dove la famiglia debba risiedere. L’assenza della possibilità di divorziare – fino al referendum sul divorzio del 1974 – in questa situazione di subordinazione femminile rende di fatto la moglie non autonoma e spesso succube dell’uomo. La subordinazione al marito riguarda sia la sfera personale sia quella patrimoniale (obbligo della dote ed esclusione della moglie vedova dall’eredità, per esempio, ma anche assenza di un reddito proprio e quindi dipendenza economica).

Nelle società tradizionali (intendendo con questo termine non solo le società occidentali premoderne, ma anche quelle moderne fino agli anni Settanta del XX secolo), al marito paterfamilias viene assegnato il ruolo di breadwinner, ovvero di fonte del reddito familiare e alla moglie il ruolo di responsabile della gestione della casa e della cura della prole. Questa divisione dei ruoli è rispecchiata dalla sociologia funzionalista di Talcott Parsons, che negli anni Cinquanta considera la famiglia una piccola società dove si formano personalità umane e applica ad essa il modello AGIL: il padre svolge le funzioni economiche (Adaptative), decisionali (Goal Attainment) e normative (Integrative), la madre si occupa di educare i figli (Latent pattern maintenance). La disuguaglianza dei ruoli di genere viene spesso accompagnata da ragioni ideologiche: la donna è più emotiva e fragile; non è in grado di svolgere certe professioni che richiedono forza o razionalità; i figli hanno bisogno di cure materne, che sono istintive e naturali nella donna.

La diversità dei ruoli familiari rispecchia una concentrazione del potere in mano al genere maschile che attraversa tutta la società. Anche se le norme giuridiche (in primis la Costituzione) sottolineano l’uguaglianza giuridica fra i coniugi, di fatto la mentalità maschilista è difficile da scardinare. Quando le donne, in seguito alle lotte femministe, ottengono il diritto di voto e di accesso all’istruzione e al lavoro, il divorzio e la potestà genitoriale, il riconoscimento della gravità di alcuni reati legati al genere (come lo stupro, riconosciuto come reato contro la persona e non contro la morale solo nel 1996, e l’uxoricidio per mano di un coniuge geloso, il famoso delitto d’onore così ben raccontato da Pietro Germi in Divorzio all’Italiana e abolito, insieme al matrimonio riparatore, solo nel 1981), e quindi diventano più autonome e meno subordinate al marito o al compagno, entra in crisi il modello della supremazia maschile e un certo numero di uomini non riesce ad accettarlo. Il lavoro consente alla donna l’autonomia economica e la realizzazione delle proprie attitudini personali, anche attraverso l’istruzione, permettendole di ricoprire posizioni tradizionalmente affidate ai maschi. La mancanza di una ridefinizione dei ruoli maschili e femminili rende poco definita l’identità dell’uomo, che talvolta percepisce la donna come antagonista in un gioco competitivo, anziché come compagna di pari dignità in un gioco cooperativo. I ruoli femminili tradizionali – casalinga, angelo del focolare, maestra, domestica, segretaria ecc. – sono socialmente svalutati e molti uomini fanno fatica ad assumerli.

Negli ultimi decenni la famiglia ha perso parecchie delle funzioni tradizionali (come sostengono per esempio, fra gli anni ‘50 e ‘60, Parsons e Bales, Riesman, Horkheimer e Adorno, i quali parlano tutti di «crisi della famiglia») e ne hanno acquisite di nuove: la famiglia attuale tende a essere una realtà privata, fondata sull’intimità, provvede a socializzazioni secondarie oltre che primarie, supplisce alle carenze dello Stato sociale nell’assistenza dei più deboli, coordina le varie socializzazioni. Con la globalizzazione, che ha acuito il senso di incertezza, la famiglia tende a essere meno stabile e presenta strutture variabili, aumentano di numero i nuclei familiari, mentre diminuisce il numero di componenti, diminuisce la nuzialità a favore di forme di convivenza non istituzionalizzate. Questa maggiore fluidità rende ancora più difficile riconoscersi nei ruoli tradizionali. (C. Saraceno, M. Naldini, Sociologia della famiglia, Il Mulino, Bologna, 20133).

La socializzazione primaria contribuisce grandemente al mantenimento dei ruoli sessuali, perché fin dalla nascita i bambini di sesso diverso ottengono trattamenti diversi. I modelli di genere si acquisiscono per imitazione dei modelli familiari, spesso rinforzati dai mass media e dalla pubblicità sessista, che presenta la donna come oggetto di piacere e non come soggetto umano dotato di dignità, capacità e diritti. Non si tratta di una condizione universale delle donne. Realtà culturali lontane e diverse, studiate dagli antropologi, ci presentano sia tradizioni di più o meno brutale sottomissione delle donne al potere maschile sia una sostanziale uguaglianza e armonia fra i sessi. Margaret Mead ci ha fatto riflettere sulla differenza fra sesso e genere e sul ruolo della socializzazione nella definizione delle caratteristiche maschili e femminili.

La violenza nella coppia ha cause molteplici ed è la forma più diffusa della violenza sulle donne, la quale è una delle forme della violenza sociale in genere.  Le teorie unicausali – che attribuiscono la violenza esclusivamente a fattori biologici, psicopatologici o psicologici – non sembrano esaustive. Le ragioni culturali e la mentalità sessista sembrano proprio, nella ricerca sociale, le cause prevalenti, anche se non le uniche, spesso rinforzate da insicurezza e incompetenza emotiva, specie in ambito familiare. La violenza nasce dallo squilibrio di potere e mira a ristabilire l’asimmetria e il dominio quando la persona violenta ha la sensazione di perdere la supremazia. Non è un problema solo maschile, naturalmente, anche se gli uomini violenti sono di gran lunga più numerosi delle donne violente.

In realtà, anche se una falsa notizia diffusa dal Consiglio d’Europa il 27 settembre del 2002 e ripresa acriticamente dai media affermò che la violenza sarebbe la prima causa di morte (in Europa) per le donne fra i 14 e i 44 anni, la violenza sulle donne per fortuna non ha esiti mortali così frequenti. La gravità del problema sta piuttosto nella sua diffusione, specie fra le mura domestiche. L’OMS calcola che, nel mondo, almeno una donna su cinque nella sua vita abbia subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo. L’ISTAT ne segnala una su tre in Italia nel 2014 fra i 16 e i 70 anni. Le forme della violenza di genere sono diverse: prima di tutto, è violenza psicologica, che mira a sottomettere, umiliare, controllare l’altro; poi è violenza fisica, economica, sessuale, persecutoria (dal 2009 è stato introdotto il reato di stalking). La violenza psicologica non è meno drammatica di quella fisica e si verifica soprattutto in famiglia  (ISTAT 2015). I danni prodotti sono gravissimi e riguardano la vita, la salute psicofisica, il benessere dei figli, con una ricaduta economica e umana imponente sull’intera società.

Ma si può rimediare al problema?

Rispetto agli squilibri di potere fra i sessi, l’educazione in famiglia e a scuola può agire sia in senso conservatore sia in senso innovatore. Può passare sotto silenzio o addirittura promuovere stereotipi sessuali e discriminazione fra i sessi, come avveniva per esempio sotto il fascismo o il nazismo con la loro esaltazione della funzione riproduttiva della donna o, in tempi più recenti, fino a qualche decina di anni fa, quando anche a scuola alle ragazze venivano proposte le attività “donnesche” (cucire, cucinare, riordinare la casa) e fino agli anni Sessanta venivano loro precluse alcune professioni, come quelle del giudice, del questore, del prefetto, dell’ambasciatore o del carabiniere. Lo stesso può fare la socializzazione attraverso i mass media, che può combattere o rinforzare le asimmetrie di genere. Si può riflettere anche sui modelli di comportamento che vengono diffusi dalla televisione e dai media che favoriscono una visione asimmetrica dei rapporti fra i sessi e che umiliano le donne, anche con la loro stessa complicità (come chiarì, per esempio, il documentario di Lorella Zanardo Il corpo delle donne).

L’educazione alla differenza, alla democrazia e alla non-violenza può dare un contributo a cambiare la mentalità maschilista e in generale a concepire i rapporti umani come paritari, solidali, empatici, anziché competitivi e fondati sul potere. Gli esseri umani sono programmati per la socialità, non per la competizione. L’educazione al riconoscimento e alla gestione delle emozioni avrebbe un ruolo centrale (l’intelligenza emotiva di cui parlano Daniel Goleman e Peter Salovey). Non sempre viene insegnata ai bambini la competenza emozionale e interpersonale. Serve però soprattutto che gli adulti forniscano modelli di comportamento adeguati, perché, come ci ha insegnato la teoria dell’apprendimento sociale, è l’imitazione del comportamento la forma di apprendimento più diretta in ambito sociale. Sarebbe inoltre anche utile un dibattito civile che porti a una regolamentazione ulteriore dei programmi televisivi, della pubblicità, dei videogiochi e in generale dei media che offrono esempi di sopraffazione maschile; a una maggiore tutela giuridica ed economica delle vittime di violenza; all’attivazione di campagne di sensibilizzazione e di misure cautelari e di recupero adeguate per gli uomini violenti. Servirebbe, infine, una classe politica sensibile al tema della violenza, che investa, come previsto dalle normative europee, fondi sufficienti per i centri antiviolenza e per l’assistenza, la prevenzione e il trattamento delle persone coinvolte nella violenza, spesso minori.

Per questo occorre promuovere l’educazione affettiva ed emotiva come un obiettivo educativo fondamentale della scuola e la tutela dell’integrità personale come un bene prezioso da proteggere attraverso la consapevolezza dei diritti. Il fatto di parlare della violenza domestica ha in effetti migliorato la situazione in Italia: i casi si sono complessivamente ridotti e questo fa ben sperare. Ma occorre anche inquadrare il problema nella cornice sociale e globale di un mondo neoliberista competitivo, spietato, ingiusto, che genera tensioni, conflitti e povertà e contribuisce non poco ad alimentare- oltre ai suicidi – disperazione, violenza e sopraffazione, le quali nel contesto delle relazioni familiari profonde trovano lo sbocco più immediato e devastante.

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 28 febbraio 2019.

Lavorare, ma non troppo. Elogio del tempo libero

Quaranta ore di lavoro o più alla settimana sono troppe per noi umani. Una ricerca del Melbourne Institute of Applied Economic and Social Research australiano, pubblicata nel 2016, ha rivelato che il numero ottimale di ore lavoro è 25 per settimana, il che equivale a tre giorni invece che 5, soprattutto se si hanno più di 40 anni. Quando si va oltre, le capacità cognitive calano drasticamente e subentrano fatica e stress. Gli studiosi hanno verificato la tenuta della memoria, delle capacità linguistiche, della concentrazione e della velocità di elaborare le informazioni. E hanno attestato che le funzioni cognitive restano alte solo fino a 25 ore, poi calano drasticamente.

Ma se un orario ridotto sembra utopia per la maggior parte di noi, è invece una realtà in Olanda, dove dal 2000 è in vigore una legge che permette ai lavoratori di ridurre le ore e chiedere il part time. La settimana a 4 giorni è diffusa e adottata dall’86 per cento delle donne che hanno figli e dal 12 per cento dei padri.

John Maynard Keynes aveva previsto che grazie alla tecnologia avremmo potuto lavorare di meno. Entro il 2030, sosteneva, le 15 ore settimanali sarebbero diventate la norma.

La tecnologia dovrebbe avere come effetto positivo una riduzione dell’orario di lavoro. Invece, assistiamo spesso alla cinesizzazione del lavoro, con un aumento spropositato di ore giornaliere e un prolungamento fino all’inverosimile della vita lavorativa. In una società nella quale i diritti di tutti e di ciascuno siano al centro, oltre al diritto al lavoro dovrebbe essere valorizzato il diritto al tempo libero.

Già Marx, con la sua classica analisi dell’alienazione dell’operaio nella società capitalistica, aveva messo in luce come la durata della giornata lavorativa contribuisse, insieme alla sua subordinazione alle esigenze produttive, a disumanizzare il lavoratore e a degradarlo a schiavo della macchina.

Per formarsi, per sviluppare il senso del bello, per partecipare alla vita civile, per interessarsi di ciò che trascende l’immediato e il particolare, per sviluppare la creatività, per vivere pienamente, insomma, occorrono due condizioni: essere liberi dall’impellenza del bisogno, e quindi avere diritto ad un lavoro dignitoso e adeguatamente remunerato, ed essere liberi di utilizzare il proprio tempo – naturalmente limitato – per fare ciò che si vuole e per realizzarsi come persona, come componente di una famiglia e come cittadino, parte attiva del corpo sociale.

Il tempo libero del lavoratore fu costantemente avversato durante la Rivoluzione industriale e nel corso dell’Ottocento, soprattutto in Europa, dove, in un contesto di marcata disuguaglianza sociale, si tendeva a considerarlo come tempo dedito all’ozio, ai vizi e alle attività sovversive. Per questo fu cura di governi e di classi dirigenti irregimentarlo e controllarlo il più possibile.

Ma questa visione paternalistica e reazionaria del tempo libero mal si concilia con la democrazia. Non per nulla la Costituzione americana contempla anche il diritto alla felicità.

Oggi sappiamo che grandi geni dell’umanità, come Charles Darwin, Henri Poincaré, Thomas Jefferson lavoravano 3 o 4 ore al giorno e anche meno. Lavorare poco è un vantaggio per la società e una risorsa per l’economia. Lo diceva perfino il padre del liberismo economico, Adam Smith: “L’uomo che lavora in maniera così moderata da riuscire a lavorare in maniera costante non solo preserva più a lungo la propria salute ma, nel corso di un anno, esegue la maggiore quantità di lavoro possibile”.

La libertà dalla schiavitù del lavoro come da quella del bisogno dovrebbe essere fra gli obiettivi di un progetto politico davvero democratico, progressista e liberale.

Le regole del dialogo in democrazia

”…la democrazia non è soltanto un abito esteriore di regole, ma è anche un atteggiamento interiore che dà corpo alle istituzioni; … non c’è democrazia senza un ethos conforme e diffuso; … lo scheletro, fatto di regole, è importante ma non sufficiente; … la più democratica delle costituzioni è destinata a morire, se non è animata dall’energia che è compito dei cittadini trasmetterle”. A. Zagrebelsky

Gli ingredienti della democrazia sono tanti, ma il metodo con cui viene realizzata concretamente è costituito dal dialogo. Senza dialogo, anche di fronte all’apparenza della democrazia, viene meno la sostanza di essa. Una persona autenticamente democratica sa dialogare, perché nutre la fiducia profonda che la verità non sia patrimonio di qualcuno in particolare, ma sia raggiungibile attraverso la ricerca associata. Tuttavia, non è affatto scontato saperlo fare. I mass media e i politici ci danno ogni giorno pessimi esempi al riguardo.

Una delle strategie più utilizzate nella comunicazione pubblica è quella dell’avvelenamento del pozzo, che consiste nel delegittimare in anticipo qualunque cosa l’avversario possa dire, insinuando che sia scorretto, in cattiva fede o poco credibile dal punto di vista scientifico, morale, politico ecc. Qualunque cosa la persona dirà, verrà pubblicamente ignorata, considerata irrilevante o accolta come falsità (F. D’Agostini, Verità avvelenata, p. 11). Come una piccola quantità di veleno versato in un pozzo può avvelenare un’intera comunità, così questa strategia retorica distrugge il dialogo e di conseguenza la democrazia.

Il ventennio berlusconiano ci ha abituati alla distruzione delle regole del dialogo sui media e all’avvelenamento sistematico del dibattito pubblico. Oggi è perfino difficile accorgersi del livello di nichilismo argomentativo a cui siamo giunti. Non che prima mancassero usi fallaci e manipolativi della comunicazione politica, ma ora basta affacciarsi a qualche discussione su Facebook per accorgersi di quanto pervasivo e disastroso sia stato l’avvelenamento collettivo.

Un movimento politico che proponga un progetto democratico-progressista, deve secondo me interrogarsi a fondo sulle regole del dialogo democratico e applicarle in modo sistematico al proprio dibattito interno, a cominciare dalle discussioni su Facebook. La democrazia è un modo di essere, prima ancora che un modo di pensare.

Pur rendendomi conto dell’incompletezza del discorso, provo ad elencare le strategie secondo me più utili allo scopo di far progredire la discussione e a condurla a risultati costruttivi. Contribuiscono a questa proposta la riflessione sul metodo socratico e sulla teoria dell’argomentazione, le pagine di Zagrebelsky sulla democrazia, l’esperienza di anni di lavoro con i gruppi e di mediazione dei conflitti e la fiducia profonda che la verità abbia una forza persuasiva peculiare, quando la si cerchi con onestà intellettuale.

Come prima regola, occorre scoprire la felicità dell’errore. Quando siamo colti in errore, spesso ci risentiamo e ci inalberiamo, feriti nel nostro narcisismo. Eppure, Socrate insegna che occorre rallegrarsi quando qualcuno ci mette di fronte al nostro errore, perché così la nostra conoscenza progredisce. C’è un’intera pedagogia dell’errore da rivalutare a questo proposito, anche a scuola.

La seconda regola è diretta conseguenza della prima: la verità è l’oggetto della discussione e il fine di essa, non la sua premessa. Nessuno può vantare dogmaticamente il possesso preliminare della verità. Il dogmatismo uccide il dialogo in culla. Il punto di partenza di una discussione è una tesi, sempre parziale e unilaterale. Occorre qui distinguere fra dialogo persuasivo, in cui A sostiene p per convincere B, mentre B non sostiene nulla, e dialogo euristico, in cui A sostiene p e B sostiene non-p. In questo secondo caso, il fine della discussione non è avere ragione, ma sapere chi ha ragione e qual è la ragione migliore (F. D’Agostini, p. 181). In caso contrario, è una disputa, che non porta da nessuna parte. Il dialogo persuasivo è utilizzato per esempio dal politico per farsi eleggere o dall’avvocato per difendere il suo cliente, il dialogo euristico è quello che invece ci interessa più direttamente.

La terza regola è il rispetto dell’interlocutore: poiché l’avvelenamento si scatena proprio quando delegittimiamo l’interlocutore, questa è una vera e propria strategia disintossicante. Non si criticano mai la persona o le sue qualifiche, ma sempre e solo il contenuto delle sue affermazioni. A volte si sente affermare che su un certo argomento (scientifico, economico, politico) devono parlare solo gli esperti, e quindi si nega valore a quanto dice l’interlocutore, giudicato incompetente, ma si tratta di una fallacia argomentativa (fallacia ad verecundiam o ad auctoritatem): è evidente infatti sia che a volte un’autorità può sbagliare sia che la verità può venire anche da una persona inesperta (mi ricordo come rimasi a bocca aperta quando dissi a mia figlia di 6 anni che, secondo alcuni scienziati, lo spazio è curvo e lei mi rispose subito: “Ma se lo spazio è curvo, allora l’universo è finito!”). Avere certezze preliminari rappresenta un ostacolo al raggiungimento della verità. Mai sottovalutare l’interlocutore e valutare unicamente la validità e la correttezza degli argomenti. Tutti possono parlare di tutto, se lo fanno rispettando le regole dell’argomentazione e se sono disposti al confronto e al riconoscimento dell’errore.

La quarta regola completa quella precedente: il dialogo deve accertare se la divergenza riguarda la descrizione dei fatti o degli eventi in questione o l’interpretazione di essi. In ogni caso, il dialogo deve fare riferimento ai fatti, senza accordo sui quali non c’è progresso nella discussione. Occorre costruire un terreno comune. Spesso occorre ricostruire i fatti mettendo insieme e confrontando diverse descrizioni di essi, per arrivare ad una ricostruzione condivisa. Questo però richiede che entrambi gli interlocutori prendano in considerazione i dati di fatto presentati dall’altro. Rifiutarsi di farlo a prescindere chiude subito il dialogo. Rifiutarsi di accogliere la ricostruzione dell’altro, quando è la più credibile, pure.

La quinta regola è la pertinenza: il dialogo procede se l’obiezione di B è pertinente all’affermazione di A. Riuscire a non divagare e a non introdurre nel discorso argomenti estranei consente di avanzare, altrimenti crea confusione.

La sesta regola è il rispetto delle regole logiche e argomentative. Qui l’esempio che viene dai media è disastrosamente negativo. Ma anche nel dibattito scientifico ricorrono spesso delle fallacie logiche o argomentative. Una delle più ricorrenti è la fallacia ad ignorantiam. A sostiene p dicendo che non ci sono le prove di non-p. Per esempio: non ci sono prove che il diserbante x o il farmaco y provochino il cancro o altra patologia, di conseguenza si possono usare tranquillamente. Si tratta di un errore: l’assenza di una prova non equivale affatto alla prova di un’assenza. Non trovare il cadavere di una persona scomparsa non implica affatto che non sia morta. Non avere le prove della colpevolezza di qualcuno non vuole dire affatto che quella persona sia innocente. Questo errore logico grave (dogmatismo ad ignorantiam) deriva da un particolare modo di intendere la verità, che si chiama epistemicismo (una proposizione è vera se e solo se è giustificata), combinato con il realismo (una proposizione che non è vera è falsa): il piano logico e quello fattuale vengono arbitrariamente considerati intercambiabili, per cui non vero = falso e non falso = vero (F. D’Agostini, cit.. pp. 120-121). In realtà, dall’assenza di prove possiamo correttamente ricavare al più una dichiarazione di ignoranza. La conoscenza delle fallacie argomentative, che sono numerose e talvolta sottili, rende il dialogo molto più produttivo, perché consente di ridurre gli errori di ragionamento, soprattutto in ambito politico, e di affrontare intrepidamente la ricerca della verità. Consente inoltre di non farsi abbindolare da falsi argomenti e di saper controbattere alle fallacie altrui. Se a qualcuno interessa, possiamo approfondire in ulteriori articoli e condividere conoscenze. Una buona introduzione è quella di Franca D’Agostini, citata in fondo.

La settima e ultima regola che propongo è la curiosità: non c’è modo di arrivare da nessuna parte in una discussione senza la curiosità di conoscere e il piacere di ascoltare. Il dialogo, in fondo, è ciò che ci contraddistingue come esseri umani e sociali. Fare domande, chiedere chiarimenti, interessarsi genuinamente della prospettiva del nostro interlocutore rende il dialogo un’attività piacevole e umanamente arricchente e realizza una delle qualità più felici della democrazia, che è la partecipazione.

E’ stato detto con ragione che “nessuno, da solo e senza compagni, può comprendere adeguatamente e nella sua piena realtà tutto ciò che è obbiettivo, in quanto gli si mostra e gli si rivela sempre in un’unica prospettiva, conforme e intrinseca alla sua posizione nel mondo. Se si vuole vedere ed esperire il mondo così com’è ‘realmente’, si può farlo solo considerando una cosa che è comune a molti, che sta tra loro, che li separa e unisce, che si mostra a ognuno in modo diverso, e dunque diviene comprensibile solo se molti ne parlano insieme e si scambiano e confrontano le loro opinioni e prospettive. Soltanto nella libertà di dialogare il mondo appare quello di cui si parla, nella sua obiettività visibile da ogni lato” (H. Arendt, in Zagrebelsky, cit., p. 29).

Franca D’Agostini, Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, Torino 2010.

Gustavo Zagrebelsky, Lezione di democrazia alla Biennale Democrazia, Torino 2009 (http://paigrain.debatpublic.net/wp-content/uploads/lezione_zagrebelsky.pdf); anche in Imparare democrazia, Einaudi, Torino, 2007.

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 23/08/2017

L’obbligo vaccinale, ovvero: perché molti cittadini italiani non si fidano del loro governo? [Parte seconda]

Considerata dal punto di vista politico-economico, la questione dell’obbligo vaccinale (e non della vaccinazione in sé, che non è qui in discussione) assume ulteriori aspetti rilevanti.

La Global Health Security Agenda (GHSA), un accordo patrocinato nel 2014 dagli USA con oltre 50 Paesi, organizzazioni ed enti non-governativi con l’obiettivo rendere il mondo sicuro dalle malattie infettive e di porre la sicurezza sanitaria fra le priorità nazionali e globali, ha individuato nell’Italia e nel Portogallo i Paesi capofila a livello mondiale della vaccinazione contro il morbillo e contro le malattie infettive per gli anni 2014-2019 (GHSA Action Package Prevent-4). L’intento è di arrivare in Italia alla copertura vaccinale del 90% in cinque anni per i bambini di 15 mesi. Ovviamente, il piano si inserisce in un progetto globale degli USA che mirano a vaccinare 4 miliardi di persone in 30 Paesi entro 5 anni, come dice con enfasi l’infografica del GSHA. L’interesse statunitense si spiega con il fatto che le maggiori aziende produttrici di vaccini sono statunitensi.

Questa iniziativa americana, alla quale evidentemente il nostro governo ha aderito con entusiasmo, stante anche il richiamo della OMS all’Italia per l’aumento dei casi di morbillo nel nostro Paese, rappresenta una potente motivazione per il decreto sull’obbligo vaccinale del Ministro Lorenzin e per l’improvviso allarme diffuso sui media rispetto alla vaccinazione contro il morbillo. Pur riconoscendo le possibili gravi complicanze che possono derivare da questa malattia, sono da osservare i toni allarmistici e i dati scorretti forniti dal ministro e rimbalzati sui media sulla pericolosità del morbillo. Tre esempi.

A Porta a Porta del 22/10/2014 al minuto 36:22 la Ministra Beatrice Lorenzin dichiara che “solo di morbillo a Londra, cioè in Inghilterra, lo scorso anno [quindi nel 2013] sono morti 270 bambini per una epidemia di morbillo molto grave”. Secondo i dati ufficiali del governo inglese, invece, nel 2013, di morbillo si è registrato 1 decesso, di un uomo di 25 anni, in seguito ad una polmonite acuta quale complicanza del morbillo, come si legge qui a fondo pagina . Da notare che i test per stabilire se la causa del decesso fosse il virus non hanno dato alcun esito. L’ultimo anno in cui si sono registrati più di 200 morti per morbillo nel regno Unito è il lontano 1953.

A Piazza Pulita del 22/10/2015 [esattamente un anno dopo] al minuto 5:57 la Ministra Beatrice Lorenzin dichiara: “Di morbillo si muore, in Europa! … c’è stata una epidemia di morbillo a Londra lo scorso anno [quindi nel 2014], sono morti più di 200 bambini…”. Invece, secondo i dati ufficiali, nel 2014 ci sono stati 59 casi totali di morbillo a Londra e nessun decesso (si può controllare qui). Dal 1989 al 2013 i decessi per morbillo nell’intero Regno unito sono oscillati tra 0 e 4, come si può verificare qui. Come anche in Italia, del resto, dove, a fronte di un aumento dei casi di malattia nell’ultimo anno rispetto a quello precedente con prevalente interessamento della popolazione adulta, non si è registrato nemmeno un decesso. Si può verificare qui, sul bollettino ufficiale dell’Istituto Superiore di Sanità.

Tanto per continuare sulla stessa linea (quindi la ministra o ignora quello che dice, e la cosa sarebbe grave, o mente intenzionalmente, e allora è gravissima), il 21 luglio 2016, in un’intervista de Il Messaggero, la Ministra Lorenzin risponde: «…… In Gran Bretagna tre anni fa c’è stata una epidemia di morbillo – dovuta proprio al fatto che molti avevano rinunciato al vaccino – che ha causato la morte di centinaia di persone. Per correre ai ripari è stato varato un piano di emergenza e di prevenzione costato centinaia di milioni di euro».

Tra l’altro, il fatto che il maggior numero di nuovi casi (incidenza cumulativa per fascia di età) si collochi nella fascia di età superiore ai 15 anni (oltre il 73% dei casi; si veda il rapporto RM News appena citato a p. 3), rende difficile comprendere quale nesso vi sia fra questo picco di casi e la diminuzione della copertura vaccinale nei neonati, registrata negli ultimi anni, che pure è l’unica spiegazione ufficialmente addotta e qui ripetuta dalla ministra per giustificare l’introduzione dell’obbligo vaccinale. Ci possono essere – e in questo caso ci sono per forza – anche altre ragioni che spieghino l’aumento dei casi. Il fatto è un Ministro di una democrazia non dovrebbe permettersi di mentire ad un intero Paese, perché così facendo vìola ogni patto fiduciario con i cittadini. E la stampa – se fosse libera – dovrebbe rilevare subito la clamorosa manipolazione dei dati. Un Ministro che mente non dovrebbe restare al suo posto. Solo una concezione arrogante, proprietaria e illiberale del potere può dare vita ad una relazione così poco trasparente e democratica fra governo e cittadini. Da notare che le autorità sanitarie non sono mai intervenute – almeno a quanto mi risulta – a correggere pubblicamente i dati palesemente scorretti; il che getta un’ombra, ovviamente, anche sulla loro buona fede e mette in allarme i cittadini più consapevoli.

Ma perché gonfiare in questo modo i dati? Perché creare allarme nella popolazione, citando continuamente le cifre di un bollettino di guerra, che riguarda al più i Paesi in via di sviluppo, dove le epidemie si diffondono per condizioni igienico-sanitarie carenti, mentre nei Paesi europei e negli USA si tratta di un numero di morti che si conta (quando ce ne sono) sulle dita di una mano? Come si deve chiamare questo tipo di politica? Terrorismo psicologico? Procurato allarme? Intimidazione? Fake news?


Questa modalità manipolativa di gestire l’informazione sui vaccini, specie se proviene dagli organi istituzionali, non può che ispirare diffidenza nella gente. I genitori più dubbiosi sulle vaccinazioni sono anche quelli che vanno a cercare informazioni su Internet, e soprattutto sui siti istituzionali. E qui scoprono che, mentre vengono enfatizzate in misura iperbolica le morti per il morbillo, si tace del fatto che si sospetta siano molto più numerose le morti per il vaccino antimorbillo. Il 24 ottobre 2010 il Sunday Times pubblica un articolo sui danni vaccinali. Si tratta di dati ufficiali del MHRA, la Medicines and Healthcare products Regulatory Authority del Regno Unito, ovvero l’autorità governativa che si occupa di farmaci e di salute pubblica, non pubblicati ufficialmente, ma ottenuti dal Sunday Times sulla base del Freedom of Information Act. Sulla base dei dati raccolti sulle reazioni avverse dei vaccini, specie del vaccino trivalente morbillo-parotite-rosolia, si scopre che, dal 2003, “ci sono state più di 2100 gravi reazioni avverse ai vaccini pediatrici, alcune delle quali a rischio della vita”. L’articolo dice testualmente: “Si sospetta che quaranta bambini siano morti come conseguenza della somministrazione di routine dei vaccini negli ultimi 7 anni. Si sospetta anche che le vaccinazioni in età infantile abbiano lasciato due bambini con danni al cervello e che abbiano causato più di 1500 reazioni neurologiche, inclusi 11 casi di infiammazione cerebrale, 13 casi di epilessia e uno di coma”. Certo, un sospetto non è una certezza, e può anche darsi che gli eventi avversi abbiano una spiegazione diversa, ma perché tanta reticenza a rendere pubblici i dati? Dovrebbe essere cura e preoccupazione delle autorità sanitarie e pubbliche verificare scrupolosamente e con la massima trasparenza anche il minimo sospetto di correlazione fra i vaccini e eventuali danni alla salute, non importa quanto improbabile sembri.

In Italia il Codacons ha accusato l’AIFA di non aver pubblicato il report sui danni vaccinali dopo il 2013, finché non lo ha fatto il Codacons sul sito FB. Ora, dopo le polemiche, il rapporto integrale dell’AIFA per gli anni 2014-15 è disponibile su Internet a questo link, insieme ad una sintesi. Certo, l’AIFA sottolinea correttamente che le segnalazioni di effetti avversi non sono una prova di relazione causale fra essi e le vaccinazioni, ma quanto si va a fondo nella ricerca di queste relazioni causali? Molti genitori hanno la percezione che venga posta un’enfasi diversa sui vantaggi delle vaccinazioni (l’AIFA dichiara testualmente e iperbolicamente “In Italia ogni anno i vaccini salvano milioni di vite”) rispetto ai danni, che vengono per lo più minimizzati. Ma perché questi toni sempre enfatici e privi di misura, così poco scientifici, direi, come se gli Italiani fossero dei sempliciotti da imbonire? Una modalità comunicativa più equilibrata e obiettiva incoraggerebbe molti genitori a valutare in modo più positivo le vaccinazioni.

La questione, quindi, non è strettamente medica. È una questione soprattutto politica e comunicativa. Perché la trasparenza fa così paura? Perché i danni post-vaccinali – sia pure talvolta difficili da correlare causalmente alla vaccinazione – sono considerati meri effetti collaterali, quasi una triste necessità, mentre le complicanze delle patologie, a volte meno gravi, vengono dipinte con enfasi tragica? Uno Stato davvero imparziale non dovrebbe essere più preoccupato di questi dati, tra l’altro spesso sottostimati, che dei pochissimi casi di morte per morbillo? E in che cosa consiste questa così enfatizzata epidemia di morbillo in Italia? Forse gli Italiani meriterebbero un’informazione più completa, approfondita e razionale. Se guardiamo il grafico dell’Istituto Superiore di Sanità, emerge solo che il morbillo, come si sa da sempre, ha un andamento ciclico, ha cioè alti e bassi di virulenza. Guardando il rapporto RM News citato prima, si vede che nei primi mesi del 2017 c’è stato un picco di casi un po’ più elevato di quello del 2013, ma lontanissimo dai picchi epidemici di qualche decennio fa. Certo, va monitorato con attenzione, ma come si fa a parlare di epidemia?

E dal momento che gli Italiani non sono tutti degli stupidi irresponsabili, ignoranti e bisognosi di tutela come presuppone il tono autoritario e ricattatorio del Decreto Lorenzin, a queste domande si danno anche le risposte, giuste o sbagliate che siano. Certo l’atteggiamento del Ministro non aiuta.

Dal punto di vista economico, la vaccinazione obbligatoria rappresenta un costo per lo Stato (cioè per noi contribuenti) e una certezza di introiti per le case farmaceutiche. Il Piano Vaccini 2016-2018 prevede un ampliamento della copertura vaccinale per molte malattie e ne calcola il costo per le casse dello Stato:

“Il costo complessivo dei vaccini inseriti nel calendario vaccinale, secondo il prezzo corrente, a regime e con il raggiungimento dei tassi di copertura presentati più avanti viene stimato intorno a 620 milioni di euro. Tale cifra, d’accordo con i produttori, con il principio del partenariato pubblico-privato di rilevante contenuto sociale, e in piena trasparenza, potrebbe essere rivista secondo meccanismi negoziali che permettano, ad esempio, di diminuire il costo unitario del vaccino in proporzione al raggiungimento di tassi di copertura progressivamente più elevati. In tal modo, si raggiungerebbe il risultato di incentivare l’obiettivo di copertura anche con una diminuzione del costo di approvvigionamento del vaccino” (http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?approfondimento_id=6868).

Sono queste le cifre?  In questo testo si ricorda che la vaccinazione costa, ma fa risparmiare lo Stato sulle cure (questo argomento è spesso ripetuto ad ogni obiezione sui costi); dovrebbe però, per correttezza, essere anche valutato quanto costano i danni vaccinali in termini economici ed umani. Un articolo del quotidiano La Verità ha al contrario messo in luce che, dopo l’introduzione dell’obbligo vaccinale, il prezzo dei vaccini è aumentato del 62% e la spesa complessiva è aumentata moltissimo (+130 milioni di euro in un anno). Come si fa a pensare che sia un caso?

Un ministro responsabile dovrebbe chiarire ai cittadini i costi dell’operazione obbligo vaccinale, visto che la pagano loro, e spiegare perché, se è il morbillo che ha avuto un incremento di casi, si decide di obbligare per decreto i genitori a sottoporre i figli a 12 vaccini, sia pure in preparati polivalenti; inoltre, dovrebbe dare completi ragguagli sul perché proprio quelli e non altri. Certo che se le informazioni sono del genere visto prima, si comprende perché i cittadini italiani siano meno fiduciosi rispetto agli altri europei nei confronti del loro governo e delle loro autorità sanitarie.

Il sospetto che i principali beneficiari dell’obbligo vaccinale (ripeto: non dei vaccini in sé, che a certe condizioni sono utilissimi) siano proprio le ditte produttrici e chi le favorisce appare perciò giustificato, data la manipolazione propagandistica dei dati da parte delle autorità, i toni da Santa Inquisizione nei confronti dei medici che osano avanzare qualunque tipo di dubbio non sui vaccini, ma sulla pratica vaccinale indiscriminata, come Roberto Gava, le minacce in stile mafioso che ricevono alcuni scienziati recalcitranti come Stefano Montanari, che mettono in dubbio la purezza e la sicurezza dei preparati vaccinali (ma perché invece non lo querelano, se dice il falso?), l’accanimento con cui vengono negati o minimizzati i danni vaccinali – e il diniego non è certo sintomo di atteggiamento scientifico.


In chi ha qualche anno in più è ancora vivo il ricordo della tangente pagata dalla GlaxoSmithKline nel 1991 all’allora Ministro De Lorenzo per rendere obbligatorio il vaccino antiepatite B, che da allora è rimasto obbligatorio (la sentenza di colpevolezza della Cassazione è del 2012). Non si tratta certo di un precedente rassicurante. A ragione o a torto, i conflitti di interesse esistono e non possono essere assiomaticamente negati. Perciò appaiono così odiose le sanzioni irragionevoli stabilite per i genitori che non intendano sottomettersi all’obbligo vaccinale e che, evidentemente, i nostri decisori politici non sono in grado di convincere. Forse i politici nostrani non percepiscono fino in fondo quanto sia profondo il risentimento degli Italiani verso una classe politica così scadente, priva di credibilità e in larga misura corrotta, ma pronta a bastonarli come degli Arlecchini qualunque.

Ma al di là degli interessi economici in gioco (che sono globali, ricordiamo, e riguardano 4 miliardi di persone in 5 anni), e perfino ipotizzando con la massima benevolenza che l’intenzione del Ministro sia pura ed abbia a cuore esclusivamente la salute dei bambini, la verità politica di questo decreto è che probabilmente sarà un boomerang per il governo e otterrà l’effetto contrario a quello voluto. Molti genitori, allarmati, si stanno già organizzando per resistere e praticare la disobbedienza civile. Il contenzioso giudiziario aumenterà a dismisura, a cominciare dallo strumento stesso del decreto-legge per una misura così ampia e ingiustificata. L’esperienza delle grandi democrazie europee ha già dimostrato che la persuasione è più efficace della coercizione in questo ambito. Non è con il dogmatismo intollerante della propaganda vaccinale senza se e senza ma che si otterrà di fare bella figura con i partner statunitensi e di mettere a tacere ogni dissenso. La realtà sociale è assai più complessa di come se la rappresenta la nostra ministra, nemmeno laureata, ma molto attaccata alle sue certezze, ed esploderà molto presto. Purtroppo, in mezzo ci andranno proprio i bambini, oltre alla fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sia politiche sia sanitarie. Speriamo, a questo punto, anche il decreto con la sua imperiosa arroganza.

[continua]

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 28 febbraio 2019.

L’obbligo vaccinale, ovvero: chi decide della salute dei bambini? [Parte 1]

Sulla questione dell’obbligo vaccinale appena imposto per decreto a tutti i bambini italiani per ben 12 diverse malattie si sta consumando una battaglia emotiva e poco trasparente. Come in tutte le questioni controverse, sulle quali non si esercitano liberamente le ragioni della scienza e la saggezza della riflessione ponderata, per via degli enormi interessi economici e delle pressioni ideologiche, la tendenza del conflitto è verso la polarizzazione delle posizioni e verso la contrapposizione radicale vaccinisti/antivaccinisti, che in nessun modo consente di sviscerare la complessità del problema.

I piani sui quali l’obbligo vaccinale – e non l’utilità o meno delle vaccinazioni, sia chiaro – può e deve essere considerato sono molteplici: uno filosofico-giuridico, uno politico-economico, uno storico-sociologico, uno medico-scientifico. Considerarne uno a scapito degli altri tre rende impossibile comprendere che cosa è in gioco veramente in questo scontro.

Cominciamo dal primo, che è anche a mio parere il più rilevante. Considerato dal punto di vista filosofico-giuridico, e più precisamente etico-giuridico, l’obbligo vaccinale ci pone di fronte ad una questione di vitale importanza per tutti noi: può lo Stato imporre ai cittadini un intervento sanitario universalmente obbligatorio contro la loro volontà? Può violare il principio dell’inviolabilità del corpo? E può fare questo sui bambini, per definizione soggetti deboli, sostituendosi alla volontà dei naturali tutori dei loro interessi, i genitori? E può irrogare una sanzione grave come la discriminazione dei bambini rispetto all’accesso di servizi essenziali quali l’asilo nido o la scuola per l’infanzia o la penalizzazione economica non progressiva ai genitori o addirittura la revoca della patria potestà?

È ovvio che il “può” va inteso nel senso di “ha il diritto”. Nel comune sentire, lo Stato ha il diritto di costringere quando è in gioco un bene maggiore, in questo caso la salute pubblica, in altri casi la sicurezza o l’interesse generale. Ma in uno Stato di diritto e soprattutto in uno Stato democratico il potere dello Stato è soggetto a pesanti limitazioni. Se così non fosse, il naturale squilibrio di forze fra Stato e cittadini trasformerebbe questi ultimi in sudditi senza diritti. In uno Stato democratico, la sovranità è dei cittadini, che la esercitano sulla base della Costituzione, la quale a sua volta è frutto di un patto, di un contratto bilaterale fra i cittadini e lo Stato. Lo Stato è al servizio dei cittadini, non viceversa; di per sé, lo Stato non è altro che l’espressione della comune appartenenza dei cittadini ad un unico corpo sociale.

Come in ogni faccenda complessa, è in gioco un bilanciamento di diritti e di doveri. I bambini hanno diritto all’integrità del loro corpo, alla salute, alle cure amorevoli e adeguate dei genitori, alla tutela da parte dello Stato. I genitori hanno il diritto di scegliere ciò che, in base alla loro visione del mondo, ritengono meglio per tutelare e proteggere i loro bambini. Hanno anche il dovere di prendersi cura adeguatamente dei figli. Solo nel caso in cui non siano in grado per incapacità manifesta o per abuso e trascuratezza grave, lo Stato ha il diritto e il dovere di intervenire nella prospettiva dell’interesse superiore del minore: non del minore in astratto, ma del bambino specifico, con nome e cognome e con una sua storia personale. Lo Stato ha il dovere di tutelare ogni singolo bambino di per sé, come titolare di diritti non comprimibili. Tali diritti sono codificati nei trattati internazionali e nei documenti di bioetica e rappresentano una conquista di civiltà irrinunciabile.

Nella Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (CRC) sono indicati quattro principi generali, trasversali a tutti i principi espressi dalla CRC ed in grado di fornire un orientamento ai governi per la sua attuazione:

  • non discriminazione (art. 2), tutti i diritti sanciti dalla CRC si applicano a tutti i minori senza alcuna distinzione;
  • superiore interesse del minore (art. 3), in tutte le decisioni il superiore interesse del minore deve avere una considerazione preminente;
  • diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo (art. 6), non solo il diritto alla vita ma garantire anche la sopravvivenza e lo sviluppo;
  • partecipazione e rispetto per l’opinione del minore (art. 12), per determinare in che cosa consiste il superiore interesse del minore, il suo diritto di essere ascoltato e che la sua opinione sia presa in considerazione.

All’Art. 3, la CRC afferma: “Gli Stati, le istituzioni pubbliche e private, i genitori o le persone che ne hanno la responsabilità, in tutte le decisioni che riguardano i bambini devono sempre scegliere quello che è meglio per tutelare il loro benessere”. Si tratta quindi di determinare in che cosa consista il benessere del bambino.

Il Codice di Norimberga, redatto nel 1946 dopo i processi ai medici nazisti colpevoli di aver condotto esperimenti atroci su esseri umani, cercò di stabilire il confine (assai labile, come si accorsero i giudici) fra gli interventi leciti e quelli illeciti in ambito medico, soprattutto in ambito sperimentale. E la prima regola che venne individuata dai medici statunitensi incaricati della stesura fu la seguente:

«la persona coinvolta dovrebbe avere la capacità legale di dare il consenso, e dovrebbe quindi esercitare un libero potere di scelta, senza l’intervento di qualsiasi elemento di forzatura, frode, inganno, costrizione, esagerazione o altra ulteriore forma di obbligo o coercizione; dovrebbe avere, inoltre, sufficiente conoscenza e comprensione dell’argomento in questione tale da metterlo in condizione di prendere una decisione consapevole e saggia».

La World Medical Association ribadiva inoltre, nella Dichiarazione di Helsinki del 1964, il concetto che solo il consenso esplicito poteva giustificare moralmente la ricerca sui soggetti umani e che “nella ricerca medica gli interessi della scienza e quelli della società non devono mai prevalere sul benessere del soggetto“. Da queste riflessioni sono nati il consenso informato e la riflessione bioetica. Pur con differenze culturali e filosofiche, la bioetica – in particolare quella anglosassone – tende a considerare fra i principi irrinunciabili in ambito medico l’autonomia del paziente (ovvero la libertà di scelta), la beneficità (ovvero l’effettivo beneficio) e la non maleficità dell’intervento (il principio ippocratico primum non nocēre), la giustizia rispetto l’accesso alle cure.

Dai documenti di etica medica deriva un primo punto fermo: un intervento medico si giustifica solo nell’interesse esclusivo di chi lo riceve, solo con il suo consenso espresso, solo se non fa un danno superiore ai benefici che apporta, solo se arreca un beneficio al soggetto. Non si giustifica con un interesse superiore della ricerca scientifica e della società. La CRC pone inoltre come criteri irrinunciabili di ogni intervento la non discriminazione e la tutela del benessere del minore.

Il bambino ha diritto alla difesa della sua salute, che è il bene primario per ciascuno. Ma chi stabilisce in che modo tutelare la salute? L’unica risposta possibile è: i genitori. Sono loro legalmente ad esprimere il consenso alle cure mediche per il proprio figlio. Se non lo possono esprimere, viene meno il principio stesso del consenso informato e siamo di fronte all’arbitrio dello Stato. Uno Stato che si sostituisce ai genitori nello stabilire qual è il modo giusto di proteggere la salute del minore o di curarlo, nel caso che sia malato, sta trattando il genitore o come un incapace o come un criminale. Il compito dello Stato è di informare, educare, sostenere, affiancare un genitore per consentirgli di esercitare appieno la sua libertà educativa e di cura nei confronti del figlio, ma se lo Stato decide per lui, in assenza delle circostanze di necessità, urgenza e di grave manchevolezza di cui abbiamo parlato, allora non siamo più in democrazia. Forse a molti sfugge la gravità di questa imposizione: è un esproprio autoritario della libertà e della sovranità del cittadino nel decidere su una questione fondamentale quale la salute e il benessere dei propri figli. È lo Stato che decide in modo arbitrario che cosa è bene per tutti i bambini, indipendentemente dalle qualità genitoriali dei loro tutori.

Inoltre, se il bambino è sano e l’intervento medico non migliora il suo stato di salute, lo Stato non lo può imporre. Non spetta allo Stato sottoporre a trattamento sanitario obbligatorio un bambino sano. E nemmeno può violare il corpo del bambino, che è assolutamente indisponibile per lo Stato. L’articolo 32 della Costituzione è chiaro: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Che si tratti di un intervento medico e, nel caso estremo, di una violazione dell’integrità della persona è fuori discussione: un vaccino è un farmaco, e come tale ha effetti desiderabili ed effetti collaterali. Per somministrarlo occorre intervenire su un corpo senza il consenso di chi ne ha la titolarità (se il genitore non lo esprime), mediante la sospensione della potestà genitoriale. Data la delicatezza della materia, l’orientamento giuridico prevalente finora è stato infatti favorevole all’obbligatorietà, ma non alla coercibilità della vaccinazione.

Somministrare in modo indiscriminato grandi quantità di farmaci a soggetti sani, senza alcuna conoscenza preventiva dello stato di salute, di un’eventuale immunità preesistente, o di controindicazioni alla somministrazione non risponde né a criteri etici né a criteri scientifici. E non ha a che fare con l’utilità o meno dei vaccini. Un farmaco non è utile a prescindere da chi lo assume. Per fare un esempio, anche se gli antibiotici sono una benedizione per l’umanità, questa non è certo una ragione per somministrarli a tutti, anche a soggetti sani.

La Corte Costituzionale si è espressa più volte in merito all’obbligatorietà delle vaccinazioni, individuando in esse un vantaggio sia per il minore sia per la collettività: con la sentenza 23 giugno 1994 n. 258 ha chiarito che le leggi che impongono l’obbligo vaccinale non contrastano con l’art. 32 Cost., purché “il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri; vi sia la previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario e, pertanto, tollerabili; sia prevista, nell’ipotesi di danno ulteriore alla salute del soggetto sottoposto al trattamento obbligatorio − ivi compresa la malattia contratta per contagio causato da vaccinazione profilattica − comunque la corresponsione di un equo indennizzo in favore del danneggiato“. Nella stessa pronuncia, la suprema Corte ha aggiunto un’importante invito al legislatore “affinché, ferma la obbligatorietà generalizzata delle vaccinazioni ritenute necessarie alla luce delle conoscenze mediche, siano individuati e siano prescritti in termini normativi, specifici e puntuali, ma sempre entro limiti di compatibilità con le sottolineate esigenze di generalizzata vaccinazione, gli accertamenti preventivi idonei a prevedere ed a prevenire i possibili rischi di complicanze“.

Secondo la Corte, quindi, l’obbligo si giustifica a determinate condizioni, che sono appunto quelle che dovrebbero essere accertate. È evidente, infatti, che i danni vaccinali esistono e possono essere anche gravi, come testimoniano le numerose sentenze che impongono il risarcimento dello Stato ai bambini danneggiati in modo permanente dalle vaccinazioni. Non si può dare per scontato che esse costituiscano esclusivamente un vantaggio per il singolo e per la collettività. Un principio di cautela imporrebbe di verificare il rapporto costi-benefici caso per caso e vaccino per vaccino. Magari la vaccinazione si giustifica per alcune patologie e non per altre. Ne riparleremo più avanti.

Somministrare una grande quantità di farmaci per tutelare altri soggetti più vulnerabili è una violazione della Dichiarazione di Helsinki: nessuno può essere costretto ad un intervento medico potenzialmente dannoso per arrecare beneficio a qualcun altro. Tale principio è ribadito dalla Convenzione di Oviedo, recepita in Italia con legge n.145/2001: Articolo 2 – Primato dell’essere umano. L’interesse e il bene dell’essere umano debbono prevalere sul solo interesse della società o della scienza”.

Discriminare un bambino sano rispetto all’accesso ai servizi educativi sarebbe una violazione della Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Tra l’altro, sarebbe una discriminazione davvero paradossale e ingiustificata. A chi fa danno un bambino sano? Più che una misura preventiva, suona come un vero e proprio ricatto ai genitori. Obbligare a vaccinarsi in assenza di pericolo diretto dei soggetti interessati e in assenza di una grave epidemia in atto è una violazione del principio di non maleficità: poiché va bilanciato di caso in caso il rapporto costi-benefici di un vaccino, se non c’è beneficio diretto, ma è presente un danno anche solo potenziale, non si giustifica l’intervento, e comunque non può essere obbligatorio. Devono essere i genitori a prendersi la responsabilità di decidere, soppesando rischi e benefici.

Disporre un trattamento sanitario obbligatorio che non rechi un beneficio diretto al soggetto che vi è sottoposto (principio di beneficità) viola il principio di necessità e di urgenza e viola la Convenzione di Oviedo, che nel sommario iniziale recita testualmente: “La Convenzione consacra il principio che la persona interessata deve dare il suo consenso prima di ogni intervento, salvo le situazioni di urgenza, e che egli può in ogni momento ritirare il suo consenso. Un intervento su persone incapaci di dare il proprio consenso, per esempio su un minore o su una persona sofferente di turbe mentali, non deve essere eseguito, salvo che non produca un reale e sicuro vantaggio per la sua salute”.

Un farmaco si somministra a chi ne ha bisogno, secondo una valutazione in scienza e coscienza, non indiscriminatamente a tutti, perché così è evidente che, statisticamente, qualcuno ne riporterà dei danni anche gravi, e questo è sempre e comunque eticamente inaccettabile. Ogni bambino ha diritto soggettivamente alla sua integrità, alla sua salute, al suo benessere. Non è nemmeno togliendogli la patria potestà dei genitori o il reddito familiare che si favorisce il suo benessere. La sospensione della potestà genitoriale, che sembra introdurre un principio di coercibilità nell’obbligo vaccinale, è stata considerata illegittima da alcune sentenze, fra le quali il Decreto Corte di Appello di Ancona, Sezione minori, N. 1994 del 27.11.98

Riassumendo, possiamo concludere che

ammesso che i vaccini siano utili a prevenire il diffondersi di malattie contagiose ed epidemiche (cosa che deve essere adeguatamente dimostrata);

ammesso che siano sicuri, come sostengono molti medici (anche se non tutti) e le case farmaceutiche;

ammesso che sia dimostrata l’esistenza dell’effetto-gregge non solo per l’immunità naturale, ma anche per quella vaccinale;

ammesso che lo Stato possa, in particolari circostanze, disporre un trattamento sanitario obbligatorio, come previsto dall’art. 32 della Costituzione

tuttavia, dal punto di vista etico tale intervento obbligatorio si giustifica solo a condizione che

– ci sia un grave e immediato pericolo per la vita e la salute del minore (principio di gravità e urgenza),

– sia in corso un’epidemia che minaccia la salute pubblica (principio di emergenza),

– sia impossibile impedire in altro modo il contagio (principio di necessità),

– non sia violata l’integrità psicofisica della persona, che costituisce il limite invalicabile di ogni obbligo (principio di inviolabilità del corpo),

– sia un intervento compatibile con lo stato psico-fisico del minore (principio di personalizzazione),

– sia dimostrata l’incapacità genitoriale di esprimere un valido consenso, posto che il genitore è l’unico soggetto titolare del diritto di esprimerlo per conto del minore (principio di autodeterminazione).

In ogni caso, lo Stato deve garantire:

un dibattito scientifico aperto e sereno su vantaggi e danni da vaccinazione, nell’interesse dei cittadini e della scienza;

un costante e scrupoloso monitoraggio sugli effetti avversi delle vaccinazioni;

un’informazione corretta, trasparente e imparziale;

l’imparzialità rispetto ai portatori di interessi economici che possono trarre vantaggio da una decisione politica a danno anche solo potenziale della salute pubblica;

la piena assunzione di responsabilità rispetto ai danni che ne possono derivare alla salute del minore;

l’assoluta non discriminazione del minore o punibilità del genitore che rifiuti l’intervento. Un genitore scrupoloso, che soppesa con cautela la decisione di far vaccinare o meno il figlio, è soltanto un genitore responsabile.

Quella dell’autodeterminazione e del consenso informato è comunque la strada seguita dai 15 Paesi UE su 27 che non prevedono nessun obbligo vaccinale; esso resiste soprattutto nei Paesi dell’Est europeo: segno, probabilmente, nei Paesi privi di obbligo, di un rapporto governanti-governati più maturo, basato sulla fiducia, sul rispetto e sulla considerazione per la libertà dei cittadini – in ultima analisi, più democratico.

 [continua]

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 28 febbraio 2019.