Benessere e salute nella scuola dell’emergenza sanitaria

Conferenza stampa alla Camera dei deputati

Quarantena e rientro a scuola: gli effetti sulla salute psicologica di bambini e adolescenti

Buongiorno a tutti!

Ringrazio l’on. Sara Cunial per l’invito e voi qui presenti per la disponibilità ad ascoltarci.

Questo intervento corale di un gruppo di psicologi è rivolto a tutti i genitori e a coloro che si occupano dei bambini e dei ragazzi per compito istituzionale. Noi abbiamo molto a cuore il loro benessere e la loro integrità e per questo sentiamo la responsabilità di comunicarvi, in scienza e coscienza, tutta la nostra preoccupazione per quanto sta accadendo nelle scuole italiane, perché nessuno possa dire in seguito di non essere stato informato sui probabili effetti di lungo termine di un clima di paura prolungato e generalizzato su questa generazione di bambini e adolescenti.

Durante il confinamento obbligatorio in casa, la scorsa primavera, molti psicologi hanno segnalato i rischi dell’isolamento per la salute complessiva della popolazione italiana e soprattutto dei più giovani, sui quali si sono accanite con particolare rigidità le misure restrittive. Benché la quarantena di massa per un periodo così lungo fosse un evento mai verificatosi nella storia, era infatti già vasta la letteratura scientifica sui danni conseguenti alla quarantena e all’isolamento sociale, che comprendono stress post-traumatico, disturbi di adattamento, ansia, sintomi depressivi, perdita di motivazione, senso di affaticamento fisico e cognitivo, sentimenti di autosvalutazione, tristezza, rabbia, paura e colpa, aumento della violenza e dell’aggressività, sospettosità paranoide, suicidio. Potete trovarne documentazione sul sito https://comunicatopsi.org/. In un’intervista del mese di agosto[1], il prof. Gabriele Sani del Policlinico Gemelli ci informa che dagli studi in corso risulta che l’80% della popolazione ha sviluppato sintomi ansiosi e depressivi, anche gravi.

Oltre 700 psicologi e psichiatri a fine aprile hanno lanciato un allarme[2], rivolto alle autorità e alla popolazione, che non è stato evidentemente raccolto. Facevamo presente, nel Comunicato, che, come la ricerca dimostra, il malessere psicologico ha effetti negativi sulla salute fisica, perché indebolisce le difese immunitarie, proprio in un momento in cui la protezione della propria salute generale mediante uno stile di vita sano e all’aria aperta, una sana alimentazione, una saggia gestione delle proprie emozioni sarebbero indispensabili per affrontare con successo una malattia virale. Invece, i media hanno continuato a diffondere allarme e paura anche quando l’impatto straordinario di ricoveri nei reparti di terapia intensiva era cessato; quando per fortuna, anche grazie ai medici che hanno fatto le autopsie, trasgredendo le indicazioni ministeriali, sono state trovati farmaci e cure per la malattia, riducendo drasticamente il numero dei morti; quando i numerosissimi studi scientifici svolti in tutto il mondo hanno permesso di cominciare a comprendere meglio la malattia ed hanno evidenziato che, a differenza degli anziani e di adulti affetti da altre patologie, i bambini e gli adolescenti si ammalano pochissimo di Covid-19 oppure manifestano sintomi lievi e molto raramente hanno bisogno di terapie intensive.

Per questo, correttamente il CTS ha evidenziato, nel verbale n. 82 del 28 maggio 2020, che “L’infezione da SARS-CoV-2 in Italia, nell’età evolutiva (0-18 anni), è stata a oggi, documentata in circa 4.000 casi: il 7 % ha richiesto il ricovero ospedaliero (più numerosi nel primo anno di vita e nell’età preadolescenziale) e 4 decessi (tutti in pazienti con gravi patologie preesistenti). Nei bambini e nei ragazzi le forme cliniche sono prevalentemente paucisintomatiche, lievi e/o moderate, eccezionalmente si sono avuti 3 casi gravi che hanno necessitato di cure intensive”.

Perciò, vogliamo rassicurare i genitori: non temete per i vostri bambini e ragazzi, abbiamo delle buone notizie dalla ricerca. Possiamo rilassarci un momento e tirare il fiato. Il Covid ora si può curare con successo nella stragrande maggioranza dei casi e bambini ed adolescenti non sono una fascia di popolazione a rischio di conseguenze gravi. Ad ulteriore conferma, uno studio molto ampio e importante[3] condotto in Gran Bretagna e pubblicato il 27 agosto sul British Medical Journal, che raccoglie i dati su bambini e adolescenti ricoverati in 183  ospedali britannici, ci informa che bambini e adolescenti rappresentano solo l’1-2% dei casi di ricovero per Covid-19, hanno un minore rischio di infezione rispetto agli adulti, che per loro nella stragrande maggioranza dei casi è blanda o asintomatica, con pochissimi casi di morte (6 sui 651 bambini ricoverati, meno dell’1%), tutti con gravissime patologie preesistenti. Questo dato emergeva già in Cina a gennaio-febbraio, come evidenzia una ricerca retrospettiva cinese[4] pubblicata a giugno su Pediatrics: il 94,1% dei bambini infettati aveva superato la malattia senza problemi, poiché era asintomatico o aveva sintomi lievi o moderati; su 2351 casi sospetti o accertati, un unico caso di morte, un ragazzo di 14 anni.

In compenso, i danni psicologici derivanti dalla quarantena e dall’interruzione scolastica sono davvero gravi, diffusi e allarmanti, come mostrano decine di studi scientifici nazionali e internazionali. Dall’indagine dello scorso giugno del Gaslini sullo stato psicologico dei bambini e adolescenti a tre settimane di distanza dal lockdown emergono alcuni elementi di criticità sul loro stato emotivo, a prescindere dalla condizione psicosociale di partenza. Il professor Lino Nobili, direttore della Neuropsichiatra Infantile del Gaslini di Genova spiega che “nel 65% di bambini di età minore di 6 anni e nel 71% di quelli di età maggiore di 6 anni (fino a 18) sono insorte problematiche comportamentali e sintomi di regressione”.

Chiusi in casa, brutalmente separati dai loro coetanei, bombardati di notizie e di immagini terrorizzanti, privati di ogni sostegno psicosociale, i bambini e gli adolescenti, specie i più fragili a livello personale, socioeconomico e familiare, hanno già pagato un prezzo altissimo e secondo noi non giustificato per le misure estreme di contenimento adottate. Il Centro di Gravità, fondato da Giulietto Chiesa, partendo dall’autorevole premessa pedagogica di Benedetto Vertecchi e da un’analisi dei dati scientifici disponibili dei prof. Bizzarri e Prestininzi, già a marzo aveva proposto alla Ministra Azzolina un piano di rientro a scuola almeno parziale per il mese di maggio, fondato sui criteri di gradualità e volontarietà, ma rimasto lettera morta. Mentre i nostri ragazzi erano segregati in casa, in tutti i Paesi europei le scuole hanno riaperto già fra aprile e maggio; in Svezia non hanno mai chiuso. Eppure, non ci sono stati picchi epidemici e di ricoveri in terapia intensiva dopo la riapertura delle scuole. Un report dell’Agenzia per la Salute pubblica svedese[5] a metà luglio constatava che, fra febbraio e giugno c’erano stati 1124 casi confermati di Covid-19 fra i minori in Svezia, circa lo 0,05% dei bambini e degli adolescenti, esattamente la stessa percentuale della Finlandia, che aveva adottato il lockdown. In compenso, gli scolari svedesi stavano meglio a livello mentale ed educativo. Inoltre, non c’era alcuna evidenza di un rischio maggiore per gli insegnanti rispetto ad altre categorie di lavoratori. Le previsioni più pessimistiche sono state smentite dai fatti. Vi ricordate l’infausta previsione del CTS di fine aprile che prevedeva oltre 150mila ricoveri in terapia intensiva entro giugno? Era così poco attendibile, che il prof. Zangrillo potè dire il 30 maggio che il virus era “clinicamente morto”, ma tanto bastò a tenere le scuole chiuse. Uno studio recente pubblicato dal British Medical Journal[6], che esamina i dati provenienti da diversi Paesi, conclude che 1) i bambini hanno minore probabilità di infettarsi rispetto agli adulti; 2) contraggono una passeggera infezione alle vie respiratorie superiori e mostrano sintomi lievi; 3) sono scarsamente infettivi nell’ambiente domestico, essendo responsabili solo di una percentuale dei contagi che, a seconda degli studi, varia da 0 al 10%; 4) non vi sono prove di insegnanti contagiati dai loro allievi; 5) ci sono evidenze molto scarse di un effetto del Covid-19 su bambini con comorbidità, al contrario degli adulti. La conclusione è che “al momento attuale, non sembra che i bambini siano super-diffusori.”

“Nemmeno un solo bambino è finito in ospedale con il Coronavirus dopo la riapertura delle scuole a giugno”, titola con enfasi il 23 agosto un articolo del giornale britannico The Telegraph[7]. Nei mesi estivi, i bambini hanno ripreso ad uscire, a giocare, a frequentare i coetanei, senza conseguenza drammatiche. Gli adolescenti si sono frequentati nuovamente, com’è naturale. Perché allora non rimandarli a scuola normalmente, in modo da rimediare per quanto possibile al danno gravissimo già subito? Perché costringerli a misure di controllo sanitario eccezionali e gravemente lesive dei loro diritti naturali alla socialità, al movimento, al gioco, all’apprendimento sereno e gioioso? Il rischio di causare in loro patologie psichiche gravi o gravissime è molto elevato, a fronte di un basso o bassissimo rischio sanitario. Misure eccezionali richiedono prove eccezionali. Ma quali sono queste prove? Dov’è la valutazione del rischio psicologico? Possibile che nessuno ci abbia pensato nel CTS? Alcune misure previste potevano avere senso durante il momento peggiore dell’epidemia, ma ora appaiono ben poco giustificate. I positivi di oggi sono quasi tutti asintomatici, cioè sani, cioè inoffensivi. Lo stesso immunologo statunitense, dr Anthony Fauci, membro eminente della Task Force per il Coronavirus, ha dichiarato in conferenza stampa ufficiale[8] mesi fa che “l’unica cosa di cui storicamente le persone devono rendersi conto è che, anche se c’è una trasmissione asintomatica, in tutta la storia dei virus respiratori di qualsiasi tipo la trasmissione asintomatica non è mai stata la causa dei focolai. Il responsabile dei focolai è sempre una persona sintomatica. Anche se c’è un raro caso di persona asintomatica che potrebbe trasmettere, un’epidemia non è determinata dai portatori asintomatici.” Ripeto: Fauci dice che solo chi ha i sintomi può essere causa di focolai infettivi. I positivi di oggi per lo più non hanno sintomi, cioè sono SANI. E anche questa è una buona notizia, sebbene i media sembrino preferire quelle cattive, e chiamare “casi” o “contagiati” individui sani con tracce di virus al tampone, che non misura la carica virale.

Per darvi un’idea vivida di che cosa aspetti i bambini italiani al rientro a scuola, vi leggo però un messaggio arrivato da un’insegnante di scuola primaria il 2 settembre: “Dunque, oggi pomeriggio, in videoconferenza, si è svolto il Corso di Formazione anti Covid sulle misure di sicurezza e applicazione del protocollo stilato dalla scuola, in base alle normative dettate dal CTS. Dopo lunga delucidazione da parte del formatore e del medico che, per il PERIODO di emergenza, affiancherà le scuole del nostro distretto, si è arrivati ad una conclusione: Che non si può lavorare! Fermi nei banchi ad un metro di distanza, due dal docente, senza mascherina (se non si muovono) … Con mascherina se si avvicinano di pochi centimetri a chiunque altro. I fazzolettini con reflussi organici buttati in appositi contenitori. Tutto il materiale didattico (ma anche i giocattoli, alla materna) sarà esclusivamente ad uso personale… vietato lo scambio anche temporaneo. Ogni verifica (in fogli) una volta consegnata, sarà raccolta con i guanti, dal docente, che la dovrà mettere in quarantena per almeno 48h prima di correggerla, ogni libro prestato o preso in biblioteca pure. Tutte le superfici continuamente sanificate. È preferibile che ogni docente, abbia un sacchetto proprio per i gessetti (per la lavagna) … Le finestre aperte ogni ora, anche in caso di pioggia. L’impianto di riscaldamento continuamente controllato. La ricreazione, fatta da seduti in classe se piove o in piccoli gruppi a distanza di un metro (??), vedrà l’alunno ingurgitare velocemente lo snack… e rimettersi la mascherina, fermo, senza agitarsi e senza alzare la voce. I bagni sanificati ad ogni passaggio… Non si potrà alzare la voce (troppi droplet), non si potrà cantare, suonare uno strumento (andrebbe sanificato), usare un PC della scuola (per lo stesso motivo), non si potranno fare attività di laboratorio, non si potrà lavorare a coppie o a gruppi. La lezione sarà SOLO frontale… la PEGGIORE per i ragazzi con BES, per non parlare degli iperattivi inchiodati ai banchi… Fino allo sclero! E con i bimbi disabili… ne vogliamo parlare? “

Poi, continua la docente, “Sarà istituita la saletta Covid, dove, in caso di sintomi sospetti, l’alunno sarà portato in attesa che i genitori vengano a prenderlo, mentre il referente Covid avviserà la ASL e cercherà di risalire alle frequentazioni pregresse (con l’influenza ti voglio! I sintomi sono uguali!). Lo starnuto nel gomito o nel fazzoletto (ma i più piccoli lo ricorderanno?). I maestri NON POTRANNO soffiare il naso ai più piccoli… Non potranno abbracciare i bambini che piangono (e i bambini a scuola piangono, anche alle medie). Tutto a distanza, sempre! Per le attività motorie, svolte senza mascherina, le distanze dovranno essere di 2 metri, ma assolutamente banditi sport di squadra, gruppo e contatto. I ragazzi eseguiranno un corpo libero FERMI sul posto ? La Palestra sarà sanificata dal personale ATA ad ogni cambio d’ora. La docente, se adoperati, sanificherà gli attrezzi. Vi saranno percorsi, cartelli, segnaletiche, tutto nel più rigido controllo, sanzionato se si rendesse necessario. Il mio è un istituto comprensivo e non c’è stato UN solo docente, di ogni ordine (materna, primaria e medie) che non abbia alzato gli occhi in modo miserevole esclamando: “Ma come si lavora 6/8 ore così??”. I due preposti alle informazioni, pur comprendendo il nostro sgomento, in tono monocorde, ripetevano che: QUESTA È LA NORMATIVA per TUTTI e che la differenza tra UN’AZIENDA e UNA SCUOLA… è ABISSALE! Ma la normativa è uguale. Chi, per un solo attimo, ha pensato che tornare a scuola sarebbe stato come prima, non si illuda. [Seguono 44 pagine con dettagli da terapia intensiva]”, conclude sconsolata la maestra.

Questa infatti non è scuola, è un incubo sanitario. Parecchi docenti stanno chiedendo aspettativa non retribuita, pur di non rendersi complici di questo orrore. Quelli che rimarranno, nonostante l’abnegazione e la dedizione che li spingerà a tentare i miracoli, come sempre, si troveranno presto in dissonanza cognitiva, non avendo più alcun margine di libertà di insegnamento e dovendo gestire il malessere degli alunni. Ci aspettiamo che anche loro possano manifestare un disagio psicologico. Un eccesso di medicalizzazione del genere, per i danni irreparabili che infligge al sano sviluppo dei bambini, specie ai più piccoli, somiglia di più ad una forma di maltrattamento sistematico e organizzato, una forma di ipercura istituzionale, con esiti devastanti per loro e per la società intera, tanto più perché sostenuto dall’autorità. Si chiede ai bambini di rinunciare ad essere bambini, si inducono in loro fobie e senso di colpa, li si invita a segnalare i trasgressori. Chi ne ottiene un vantaggio? Loro non di sicuro, magari qualcun altro, magari chi parla compiaciuto di una “nuova normalità”, come se la disumanità fosse un destino senza ritorno. Come minimo, questi ragazzi odieranno la scuola, e a ragione. Ricordiamo che per l’OMS è maltrattamento all’infanzia quello “che ha come conseguenza un danno reale o potenziale alla salute del bambino, alla sua sopravvivenza, sviluppo o dignità nel contesto di una relazione di responsabilità, fiducia o potere”. Privare un bambino di tutto ciò che gli permette una crescita sana e felice proprio nel contesto della scuola che ha come scopo quello di custodirne e svilupparne le infinite potenzialità è contrario ad ogni principio pedagogico, psicologico e di umanità. Non c’è ragione al mondo che lo possa giustificare. Ed è certamente un danno, uno dei più gravi che si possano infliggere all’infanzia. Un attentato imperdonabile al futuro dei bambini, ai cui responsabili verrà chiesto conto dal tribunale della storia.

Poiché il rischio zero non esiste, che senso ha concentrare ogni sforzo sanitario ed una spesa pubblica enorme per contrastare un’unica patologia che non colpisce i bambini e gli adolescenti se non in modo del tutto marginale, trascurando tutto il resto? La salute, secondo la definizione OMS, è “un completo stato di benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza di malattia”. La salute è un diritto, non un obbligo, e va protetta nella sua globalità. Non c’è salute senza benessere psicologico e non ci sono né salute né benessere senza relazioni sane e soddisfacenti[9] [10]. Imporre mascherine, distanziamento, disinfezione continua degli ambienti, regole da carcere sanitario con tanto di punizioni e minacce, didattica a distanza, esami sanitari invasivi, isolamento sociale e delazione distruggerà la mente dei nostri figli. Come dicono i medici con amara autoironia, magari la cura funzionerà, ma il paziente sarà morto.

L’uso prolungato delle mascherine ostacola la comunicazione verbale e quella non verbale, che rappresenta più del 90% della comunicazione umana e che passa in misura consistente attraverso la mimica facciale (noi umani abbiamo oltre 200 muscoli dedicati solo all’espressione del volto). La percezione e il riconoscimento delle espressioni facciali sono implicati nello sviluppo delle competenze empatiche, nella comprensione delle intenzioni altrui, nel riconoscimento dei volti, nell’espressione e nella comunicazione delle emozioni, come hanno spiegato gli psicologi Ekman e Friesen[11], Baron-Cohen[12] ed altri. Poiché questa abilità, per cui abbiamo una predisposizione innata, si apprende dall’esperienza mediante apposite vie neurali, imporre la mascherina in età evolutiva potrebbe interferire con un processo di sviluppo cerebrale, con la probabile alterazione o compromissione di alcune fondamentali competenze emotive e sociali, indispensabili per una normale vita di relazione. Diciamo “probabile” perché uno studio sperimentale sui bambini non ci risulta che esista ancora, non essendoci precedenti, e comunque incontrerebbe non pochi ostacoli di natura etica, proprio perché potenzialmente dannoso. La ridotta capacità di riconoscimento delle espressioni facciali è correlata da diversi studi alla schizofrenia[13], così come il deficit nella teoria della mente è collegato da Baron-Cohen[14] e altri ai disturbi dello spettro autistico. L’assenza di empatia è stata invece associata al disturbo antisociale e ai comportamenti violenti[15] [16], benché gli studi sugli adolescenti non abbiano ancora condotto a risultati conclusivi, per ragioni soprattutto metodologiche [17] [18].

Il distanziamento fisico inibisce la socialità, il contatto e la vicinanza che sono i bisogni più fondamentali di ogni essere umano, anzi, di ogni mammifero, come ha spiegato magnificamente l’etologo Franz De Waal nel suo libro L’ultimo abbraccio. Bloccare un impulso naturale come la socialità, che è connesso alla produzione di ossitocina, l’ormone dell’amore, dei legami e dei comportamenti prosociali, può generare, come effetti a breve termine, sentimenti di disperazione, incertezza, tristezza o insicurezza[19] [20] [21] [22], disturbi emotivi, disturbi del sonno, irritabilità e agitazione psicomotoria, sindromi depressive, disturbi d’ansia, stress e burnout[23] [24].  A lungo termine, ci possiamo aspettare, sulla base delle ricerche disponibili sull’isolamento sociale e degli effetti sul sistema immunitario, depressione[25] [26], diminuzione dell’autostima[27], diminuzione della capacità di apprendere[28], diminuzione della competenza empatica[29] [30], ridotta resilienza[31], infiammazione e malattie autoimmuni[32], ipertensione[33] [34] [35] [36], patologie cardiache[37] e oncologiche[38], disturbi del comportamento alimentare[39], disturbi comportamentali[40]. Non possiamo offrire dati certi sul futuro, perché una situazione come questa non si è mai verificata a memoria d’uomo. Si tratta di una sorta di esperimento sociale senza preventiva valutazione etica. Ma sulla base di ciò che sappiamo, ci aspettiamo dall’insieme di queste misure disumanizzanti protratte nel tempo un incremento non quantificabile ora di casi di ansia, fobie, depressione, suicidi, dipendenze, ossessioni di igiene, pensieri deliranti[41], sospettosità paranoide, ipocondria. L’allarme sull’aumento dei suicidi e delle morti per overdose di stupefacenti negli studenti delle superiori in conseguenza del Covid-19 arriva già dagli Stati Uniti. Il dottor Robert Redfield, direttore del CDC, ha affermato a fine luglio che le morti per suicidio e quelle per overdose hanno superato quelle per Covid fra i giovani delle superiori[42]. Gli autori una ricerca pubblicata ad aprile su una importante rivista di psichiatria scrivono: “Dal punto di vista della prevenzione del suicidio, è preoccupante che la strategia sanitaria cruciale per la crisi da Covid-19 sia il distanziamento sociale”[43]. [Per i giornalisti: possiamo consegnarvi alla fine l’elenco puntuale degli studi scientifici a cui facciamo riferimento per ogni singola affermazione].

E poi misure invasive e di dubbia utilità come il tampone, per di più ripetuto, l’isolamento dei presunti “sintomatici” o, peggio ancora, degli asintomatici (cioè SANI), la negazione del contenimento emotivo tramite l’abbraccio, le carezze, il sorriso, il gioco, gli insegnanti trasformati in carcerieri e i dirigenti in sceriffi, che effetto faranno sui più piccoli? Ma voi vi ricordate il vostro primo giorno di scuola? Come lo vivreste in una situazione del genere, soli e immobili nel vostro banco, senza vedere in faccia né i compagni né le maestre, prelevati, isolati e tamponati dal 118 nel naso con uno stecco di 13 cm alla prima febbre, senza giochi, senza canto, senza risate, senza contatto fisico con nessuno, davanti ad una maestra piena di paura che vi tratta come un appestato e vi sgrida ad ogni movimento? Vorreste ritornarci il giorno dopo? Penso proprio di no. Questa, ripeto, non è scuola nemmeno lontanamente. È una follia di menti insane degna della peggiore distopia.

Si sta minando la salute psichica di milioni di bambini e adolescenti per l’asserita, ma non dimostrata intenzione di proteggerli da un rischio quasi inesistente per loro o, peggio ancora, per l’asserita, ma non dimostrata finalità di proteggere altri a prezzo del loro sacrificio. Non è sicurezza ciò che distrugge l’anima e tutto ciò che ci rende umani, ma ha un altro nome più oscuro, che lascio a voi trovare. Ricordo che l’isolamento sociale prolungato dei detenuti è considerato una forma di tortura. E nemmeno la didattica a distanza è una soluzione, perché oltre all’isolamento sociale, alla dipendenza, ai danni alla salute psicofisica che sono ampiamente documentati come conseguenza dell’uso prolungato dei dispositivi digitali, con la DAD, specie per i più piccoli, ma non solo, non sono possibili l’apprendimento della scrittura, l’apprendimento della lingua, l’apprendimento della matematica, delle scienze sperimentali, del disegno, della musica, della motricità, le attività di laboratorio tecnico-professionali, il dialogo, la discussione, le competenze sociali, l’emozione della scoperta, le competenze di cittadinanza democratica, la costruzione del sé, l’autostima, per citarne solo alcune. Senza contare la discriminazione sociale che ne consegue e la sistematica violazione della privacy.

La domanda che vi rivolgo perciò è se è davvero questo che vogliamo per i nostri bambini. Pensate che ricordo avranno della scuola. La sofferenza psicologica dei bambini può manifestarsi a scoppio ritardato e in modi imprevedibili. Secondo un’importante ricerca statunitense guidata dal prof. Loades[44], l’impatto della solitudine sulla salute mentale potrebbe durare almeno 9 anni, gli effetti potrebbero essere ritardati e potrebbero essere necessari fino a 10 anni per capire la portata dell’impatto sulla salute mentale creato dalla crisi Covid-19. Nessuno di noi adulti, genitori, insegnanti, politici, medici, esperti del CTS ha lontanamente il diritto di infliggere una simile sofferenza a chi è affidato alle nostre cure. Noi siamo i custodi dei bambini, non i loro aguzzini. Noi comprendiamo i genitori che hanno paura della malattia e vogliono proteggere i propri figli. L’obiettivo è giusto, è il mezzo che non va bene. Non possiamo sacrificare i loro diritti alla nostra paura, dandoci la penosa giustificazione che insegniamo loro ad essere responsabili. Noi siamo responsabili per loro, non loro per noi.  Se non li proteggiamo dal vero pericolo, che per loro non è il virus, ma la perdita dell’infanzia e della socialità, ne porteremo per sempre il peso sulla coscienza e non potremo dire a noi stessi che non lo sapevamo o che la nostra incolumità era più importante della loro. I bambini sono sacri e vanno rispettati; sono un fine, non un mezzo. Il gioco è un diritto umano fondamentale, come il movimento, il contatto, la spontaneità, la gioia, la relazione calda, sintonizzata e amorevole. Nessuno li può comprimere e ogni intervento attuato in nome della salute deve proteggerli con ogni mezzo. Inutile inserire nelle scuole lo psicologo, se mancano la normalità, la serenità e la gioia, in una parola la VITA. È la relazione che cura e getta le basi dell’intersoggettività. Se vogliamo proteggere la loro salute, bisogna trovare una strada meno dannosa.

Tuttavia, c’è un’altra buona notizia. Possiamo fare molto per i nostri figli. Possiamo imparare noi e insegnare loro a gestire la paura, la rabbia e la tristezza, a proteggere se stessi, a riconoscere i segnali di disagio, a proteggere la loro gioia interiore; possiamo intervenire quando i loro diritti vengono violati; possiamo creare intorno a loro un ambiente accogliente, vivo e nutriente, a contatto con gli altri e con la natura; possiamo insegnare loro come proteggere la propria salute con uno stile di vita equilibrato; possiamo insegnare loro ad ascoltare il proprio Sé profondo e a difendersi dalla manipolazione, che nella comunicazione mediatica di questi mesi è stata usata a profusione, con tutto il repertorio delle più scaltrite tecniche psicologiche di controllo del comportamento, che noi psicologi abbiamo riconosciuto al volo. Per esempio, possiamo insegnare loro che le leve della manipolazione sono la paura, il senso di colpa, l’inadeguatezza, la riprovazione sociale e la spinta al conformismo, la denigrazione dell’altro, la contrapposizione di idee e posizioni, l’indifferenza al bene individuale, mascherata dall’appello alla responsabilità per gli altri, l’incoerenza, la falsità ripetuta, l’uso divisivo e svalutante del linguaggio, la pressione informativa, che consiste nel dare come scontato ciò che invece andrebbe dimostrato.

Se vogliamo bene ai nostri figli, aiutiamoli a crescere integri. Dove c’è divisione e isolamento, nella persona o nella società, c’è solo infelicità e dolore. E noi vogliamo promuovere per loro gioia, bellezza, vita, verità, amore, creatività, cooperazione, da cui dipendono salute e benessere.

Noi psicologi di SinergEtica saremo a vostra disposizione per condividere con voi risorse di resilienza, ossia l’attitudine ad affrontare le avversità, uscendone più forti. Preferiamo prevenire che curare e ci rivolgiamo a tutti, senza distinzione. Abbiamo sofferto insieme i lutti, il disagio e gli effetti economici tragici di questa situazione. Condividiamo tutti insieme un destino comune. Non siete soli, e noi siamo tanti.  Come disse il Mahatma Gandhi, “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia”.

Che questo resti a futura memoria.

Roma, 9 settembre 2020


[1] https://www.adnkronos.com/fatti/crthe%20naca/2020/08/19/degli-italiani-soffre-ansia-depressione-lockdown_eJDop548f1ssMU1mJWlZhO.html

[2] https://comunicatopsi.org/

[3] https://www.bmj.com/content/370/bmj.m3249

[4] Dong Y, Mo X, Hu Y, et al. (2020) Epidemiology of COVID-19 Among Children in China. Pediatrics; 145:e20200702. doi:10.1542/peds.2020-0702 pmid:32179660

[5] https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-sweden-schools/swedens-health-agency-says-open-schools-did-not-spur-pandemic-spread-among-children-idUSKCN24G2IS

[6] Munro A.P.S., Faust S.N. (2020). Children are not COVID-19 super spreaders: time to go back to school. Archives of Disease in Childhood 2020; 105:618-619. 

[7] https://www.telegraph.co.uk/news/2020/08/23/reopening-schools-june-not-single-child-hospitalised-coronavirus/

[8] https://peertube.it/videos/watch/3f49977a-79e8-49c9-adff-4fe93a9fd813?fbclid=IwAR0bx4IJ09tGWRZa2OSsuiE9LKAOPiCwRtt-XF4sqq4CvPkl47K-DTeh51s

[9] Cacioppo, J. T., & Cacioppo, S. (2014). Social relationships and health: The toxic effects of perceived social isolation. Social and personality psychology compass, 8(2), 58-72. doi: 10.1111/spc3.12087 Huxhold, Fiori e Windsor,)

[10] Santini, Z. I., Koyanagi, A., Tyrovolas, S., Mason, C., & Haro, J. M. (2015). The association between social relationships and depression: a systematic review. Journal of affective disorders, 175, 53-65. https://doi.org/10.1016/j.jad.2014.12.049

[11] Ekman P., Friesen W. e Hager J. (2002)  Facial Action Coding System: A Technique for the Measurement of Facial Movement. Palo Alto (CA).

[12] Baron-Cohen S. (2009).  Autism: the empathizing-systemizing (E-S) theory. Ann N Y Acad Sci. 2009;1156:68 – 80

[13] J. Archer, D. C. Hay, A. W. Young (1994). Movement, face processing and schizophrenia: Evidence of a differential deficit in expression analysis. British Journal of Clinical Psichology, 33 (4).

[14] Baron-Cohen S. (2009).  Autism: the empathizing-systemizing (E-S) theory. Ann N Y Acad Sci. 2009;1156:68 – 80

[15] Ellis PL. Empathy: a factor in antisocial behavior. J Abnorm Child Psychol. 1982;10(1):123-134. doi:10.1007/BF00915957 https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/7108052/

[16] Van der Graaff J, Branje S, De Wied M, Meeus W. The moderating role of empathy in the association between parental support and adolescent aggressive and delinquent behavior. Aggress Behav. 2012;38(5):368-377. doi:10.1002/ab.21435

[17] Lovett BJ, Sheffield RA. Affective empathy deficits in aggressive children and adolescents: a critical review. Clin Psychol Rev. 2007;27(1):1-13. doi:10.1016/j.cpr.2006.03.003

[18] S. T. Harris, M. M. Picchioni (2013) A review of the role of empathy in violence risk in mental disorders. In: Aggression and Violent Behavior, 18 (2), 335-342.

[19] Cacioppo, J. T., & Cacioppo, S. (2014). Social relationships and health: The toxic effects of perceived social isolation. Social and personality psychology compass, 8(2), 58-72. doi: 10.1111/spc3.12087

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Coraggio di vivere o paura di morire?

di Benedetto Tangocci, Flaminia Elettra De Rossi, Marina Thellung, Rosanna Camerlingo, Patrizia Scanu, Marina Bonadeni

Chi ha paura muore ogni giorno,
chi non ha paura muore una volta sola.”

Paolo Borsellino

L

a citazione del grande magistrato italiano (parafrasi di un passo del Giulio Cesare di Shakespeare) racchiude in due poetiche affermazioni l’alternativa tra il lasciarsi sopraffare dalla paura e il riuscire superarne il potere paralizzante. Naturalmente la morte quotidiana si colloca su un piano diverso rispetto alla morte fisica, nondimeno il valore ad essa attribuito non è sentito affatto come inferiore. Molte altre citazioni avrebbero potuto aprire questo articolo con analoga efficacia, citazioni tratte dalla narrativa, dal cinema o da grandi biografie, come in questo caso. Ma che cosa ha da dire a proposito la psicologia, che cosa sappiamo sulla qualità della vita conseguente al vivere nella paura oppure – nelle parole di Amleto – “to take arms against a sea of troubles, and by opposing end them”?

La psicologia ha molto da dire, e molto ha detto, sulla paura, sullo stato ansiogeno conseguente, sulle fobie e sulle conseguenze a lungo termine di un evento traumatico (PTSD). Sappiamo che la paura detiene un’importante funzione evolutiva, ci allerta rispetto a un pericolo e attiva rapidamente le risorse per fronteggiarlo immediatamente (fight, flight, or freeze). Secondo il noto neurobiologo Joseph LeDoux (1996), uno stimolo percettivo (ad esempio una canna da irrigazione in giardino) raggiunge il talamo che smista il segnale “grezzo” sia all’amigdala che alla corteccia sensoria. La prima via è rapida, ma imprecisa e se lo stimolo può sembrare pericoloso (ad esempio un serpente) mette immediatamente in allerta, suscitando una rapida risposta. In alcuni casi una frazione di secondo può fare la differenza. La seconda via è più lenta, ma elabora accuratamente il segnale, e riconoscendolo correttamente (no, è solo una canna da irrigazione), può interrompere lo stato di allerta, se riconosciuto come improprio. La paura ci è quindi necessaria in limitate e specifiche situazioni. Sappiamo tuttavia anche che se l’attivazione indotta dalla paura permane a lungo termine, o diviene cronica, non solo non è più adattiva, ma comporta numerosi effetti negativi, sia psicologici che somatici. La risposta emotiva è biologicamente funzionale unicamente di fronte ad un pericolo immediato, urgente e di breve durata.

Nondimeno la branca della psicologia che si occupa delle strategie di persuasione raccomanda come altamente funzionale per favorire l’adesione a comportamenti socialmente desiderati, il ricorso a tecniche che sfruttano l’induzione alla paura, con il conseguente suggerimento di adottare il comportamento desiderato per evitare le spaventose conseguenze. Si tratta di tecniche la cui funzionalità allo scopo stabilito è stata dimostrata, ma che dire dei possibili effetti collaterali sulla popolazione e, soprattutto, della loro valenza etica?

Quanto invece alla capacità di gestire e superare la paura, che comunemente chiamiamo “coraggio”, che cosa ne sappiamo? Il termine è facilmente comprensibile a tutti, sebbene come per molte parole di uso comune non sia così facile offrirne una definizione. Già nel Lachete, Platone fa chiedere a Socrate, “Prova dunque a dire cos’è il coraggio?”, iniziando così la ricerca di una definizione che il dialogo non arriva a formulare, sebbene senta come essenziale, poiché solo “dopo potremo indagare come darlo ai giovani, per quanto possibile, attraverso l’esercizio e lo studio”. Tuttavia una definizione sufficientemente condivisa (che sarà argomento del prossimo paragrafo) dovrà attendere ancora molti secoli. Malgrado ciò il coraggio è stato centrale in molte influenti visioni: viene considerato da Platone nella Repubblica come caratteristica essenziale della classe dei guardiani; da Aristotele nell’Etica Nicomachea come prima delle virtù etiche; e successivamente, col nome di Fortezza (Fortitudo), annoverato tra le virtù cardinali da Sant’Ambrogio, da Sant’Agostino e da Tommaso d’Aquino.

Il coraggio nella psicologia

Solo recentemente la psicologia si è occupata di coraggio, soprattutto grazie ad esponenti della cosiddetta “Psicologia Positiva”. Come ai tempi di Socrate, si è riproposta così la questione di trovare una definizione del costrutto. Tra le molte, tra le più adottate, e ad avviso di chi scrive tra le più convincenti definizioni di coraggio, troviamo: “(a) a willful, intentional act, (b) executed after mindful deliberation, (c) involving objective substantial risk to the actor, (d) primarily motivated to bring about a noble good or worthy end, (e) despite, perhaps, the presence of the emotion of fear.” (Rate et al., 2007, 95).

Riguardo ai punti (a) e (b), altri autori (Pury & Starkey, 2010) distinguono tra una dimensione di stato, che come nella definizione appena riportata giunge al coraggio attraverso un processo consapevole, e una dimensione di tratto di personalità, più costante e inconsapevole. Tuttavia, e sebbene indubbiamente esistano persone più inclini ad atti di coraggio, il costrutto così definito è risultato vago e poco utile alla ricerca, che ha perciò prevalentemente preferito guardare al coraggio come a un processo.

Relativamente al punto (e), Rachman (2010) afferma che “approaching a potentially dangerous situation in the absence of subjective and physiological indices of fear is regarded as fearlessness, not courage.” (ivi, 93). Tuttavia la mancanza di paura può essere congenita; può essere pura incoscienza; ma può anche essere conquistata tramite ripetuti atti di coraggio in situazioni analoghe. L‘autore, studiando professionalità esposte a forti rischi, conclude che “yes, it is possible for people to attain the noble quality of courage by study and training” (ivi, 105) e che “the successful practice of courageous behavior leads to a decrease in subjective fear and finally to a state of fearlessness.” (ivi, 106). Pertanto la precisazione di Rate che la paura può essere, o meno, presente, appare preferibile ad altre definizioni che ne sottolineano invece la necessaria presenza.

Più delicata è la parte (d) della precedente definizione. Infatti la percezione di “noble good or worthy end” è altamente soggettiva e talvolta opinabile. A titolo di esempio:

running into a burning building to save a child is courageous; running into a burning building to save a favorite computer is probably not. What about running into a burning building to save a pet? The appraised courageousness of this action probably depends on the observer’s opinion about pets. (Pury & Starkey, 2010, 83)

La percezione di un atto di coraggio o di codardia può tuttavia ulteriormente essere complicata. Supponiamo, ad esempio, di avere ricevuto la diagnosi di un grave tumore ad uno stato avanzato e il suggerimento di intraprendere un percorso chemioterapico che potrebbe ritardare il decesso. Immaginiamo uno scenario in cui dover scegliere tra la prospettiva di un anno di vita in cui dover convivere con frequenti ospedalizzazioni e forti nausee o quella di pochi mesi trascorsi nel luogo che più ci aggrada, liberi da effetti collaterali. Quale scelta sarebbe coraggiosa e quale no? La risposta è inevitabilmente soggettiva. Probabilmente un materialista riterrebbe codardia sottrarsi alle terapie e coraggio affrontarle. Altri tuttavia potrebbero ritenere codardia tentare di prolungare la mera esistenza fisica a discapito della qualità della vita da loro ritenuta prioritaria.

Rimanendo strettamente legati alla definizione di coraggio avrebbero entrambi ragione, dal loro punto di vista. Come nell’esempio dell’edificio in fiamme, siamo tutti facilmente concordi che rischiare la vita per salvare un bambino sia un atto coraggioso, come pure che rischiarla per salvare un computer sia folle; ma rischiarla per salvare un animale è coraggioso o folle? E non farlo è saggio o vile? Poiché la risposta è soggettiva, lo è inevitabilmente anche la percezione di chi agisce, i cui vissuti soggettivi di coraggio o di codardia sono riconoscibili come tali unicamente da chi ne condivide i valori. Se dall’esterno è quindi sempre possibile il fraintendimento del vissuto soggettivo, per l’individuo è tuttavia più semplice distinguere tra scelte effettuate seguendo i suggerimenti della paura o scelte compiute per impulso del coraggio. Lasciamo quindi all’individuo il compito di giudicare se stesso con sincerità e passiamo a valutare gli esiti del vivere consigliati dalla paura o dal coraggio.

Conseguenze della paura o del coraggio

Come già scritto nell’introduzione, la paura è un’emozione necessaria alla rapida risposta in una situazione di pericolo immediato, ma altamente dannosa se prolungata nel tempo. Sulle conseguenze, sia psicologiche che fisiche, dello stress provocato da stati di paura intensi e/o duraturi sono stati scritti migliaia di libri e di articoli. Tra i possibili esiti psicologici troviamo lo sviluppo di depressioni, ansie, fobie, attacchi di panico, disturbo da stress post traumatico; e per ognuno di questi aspetti esiste una nutrita letteratura a riguardo. Quanto ai possibili esiti somatici, occorre innanzitutto osservare che, sebbene l’ipotesi che uno stato emotivo possa influenzare dinamiche fisiologiche sia stata osteggiata per anni, e non sia ancora stata pienamente recepita dai medici meno aggiornati, la ricerca ne ha chiaramente dimostrato la validità oramai da decenni. Con la nascita della PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia), disciplina che indaga le interazioni tra psiche, sistema nervoso, endocrino e immunitario, sono arrivate le prime verifiche sperimentali, e ad oggi si possono considerare appurati almeno due principali percorsi biologici tra il vissuto psicologico e la risposta somatica (Ader, 2006): l’asse HPA (hypothalamic–pituitary-adrenal – ipotalamo-ipofisi-corticale del surrene), che stimola la produzione di cortisolo da parte della corticale del surrene; ed il percorso SAM (sympathetic-adrenal medullary – simpatico-adrenomidollare) che lega il locus coeruleus all’attività del sistema neurovegetativo simpatico e, tramite essa, alla produzione di catecolamine da parte della midollare del surrene (Kern, Rohleder, Eisenhofer, Lange, & Ziemssen, 2014). Stati particolarmente intensi o prolungati di paura comportano le sopracitate reazioni fisiologiche da stress e col tempo l’iperattivazione della produzione ormonale può portare a patologie anche gravi.

Lo studio degli effetti del coraggio sulla qualità della vita è invece ancora agli inizi e consta di pochi studi. Tra questi si annoverano principalmente quelli condotti nell’ambito dell’applicazione della Psicologia Positiva al mondo del lavoro, molti dei quali concordano nel concludere che “courage was found to mediate the relationship between psychological capital and flourishing [letteralmente “fiorire”: prosperare]” (Santisi et al., 2020, 9) e che “this is probably linked to the fact that courage was intrinsically constituted and aimed at a noble purpose, and this characteristic has a powerful effect on flourishing” (ibidem). Una ricerca sulla relazione tra coraggio, benessere psicologico e sintomi somatici nella popolazione generale (Keller, 2016) rileva che “higher courage scores were found to predict lower somatic symptom scores” (ivi, 62) e che “courage was shown to significantly predict PWB [Psychological Well-being]” (ivi, 64). Non ci risultano studi psicologici più approfonditi sul tema. Ciò nonostante, poiché il coraggio è, per definizione, un atto intenzionale che comporta per chi lo esegue un rischio oggettivo e sostanziale, implica necessariamente la capacità di gestione della paura, se presente, e pertanto sembra lecito affermare che il coraggio sia in grado di proteggere dai rischi sopra esposti connessi con uno stato di paura particolarmente intenso o prolungato. Infine, per quanto non ci risulta siano stati studiati gli effetti derivanti dal vivere – o anche solo dal leggere – sensazioni analoghe a quelle trasmesse dalla frase in epigrafe a questo testo, credo, e spero, che ognuno abbia provato almeno una volta in vita sua l’emozione correlata e sia in grado di ricordarne la forza pervasiva che ne deriva, anche senza doverne leggere in una ricerca scientifica.

Sinergetica, Movimento di Libera Psicologia

Nel particolare momento storico legato alla primavera/estate 2020, in Italia, un gruppo di colleghi psicologi e psichiatri ha sentito il bisogno di sottoscrivere un comunicato di allarme (https://comunicatopsi.org/) relativo gli aspetti psicologici della gestione dell’emergenza in atto. Successivamente alcuni di noi hanno ritenuto necessario dare vita ad un gruppo che coordinasse attivamente le iniziative scaturite da tale analisi, che si è dato il nome di Sinergetica, Movimento di Libera Psicologia. L’alternativa tra lasciarsi sopraffare dalla paura o coltivare il coraggio è tematica da noi sentita come centrale. Riteniamo che oggi più che mai il coraggio sia indispensabile per recuperare la serenità e la fiducia in sé e negli altri.

Per la sua etimologia “coraggio” rimanda al cuore. Solo chi ama ha coraggio. Per questo l’amore è l’antidoto alla paura. “Coraggio!” è anche una comune esortazione a proseguire nonostante le difficoltà, i piccoli timori o i grandi sconforti, a confrontarsi con i propri limiti e a crescere ogni giorno di più, a rincuorarsi. Per fiorire infatti occorre innanzitutto trovare il cuore di uscire dalla propria cosiddetta “comfort zone”, dove le comodità e le sicurezze rischiano di essere al contempo mura via via sempre più soffocanti. A volte a tal punto che per tenere fuori i pericoli ci troviamo a respirare più anidride carbonica che ossigeno, come avviene indossando le mascherine. Rinunciare ai più elementari rapporti umani sembra a molti indispensabile per proteggersi, forse perché come scriveva Michele Lauro (2016) “il marketing della paura ha un ufficio stampa molto efficiente: serve per aumentare il consenso, esercitare il controllo, assumere il potere”, e così troppo facilmente rischia di farci dimenticare che “il coraggio non è l’assenza di paura, ma piuttosto il giudizio che c’è qualcosa di più importante della paura” (frase attribuita a Ambrose Redmoon).

Poiché il coraggio è avere cuore, ma non solo: il coraggio è lanciare il cuore oltre l’ostacolo, quando non si sa cosa ci sarà dopo. Il coraggio sarà dire “No!” quando vorranno zittire la nostra umanità; quando vorranno far sparire la coscienza come un ornamento inutile. Il coraggio sarà pagare un prezzo, se ci sarà da pagarlo, per un mondo migliore che non vedremo. Il coraggio è quello di Antigone che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del re di Tebe che l’ha vietata con un decreto. Per la sua disobbedienza morirà murata viva in una grotta, ma per Antigone la legge divina è superiore alle leggi umane. Oggi la chiameremmo “disobbedienza civile”, dal titolo del celebre saggio di Herry David Thoreau che ha ispirato, tra gli altri, il Mahatma Gandhi, Martin Luther King, o Nelson Mandela. A ben vedere si potrebbe affermare che ogni conquista civile, dall’abolizione della schiavitù al suffragio universale, è in debito verso individui che hanno avuto il coraggio di sfidare leggi umane accettate dai più, ma da loro ritenute inique in virtù di principi considerati superiori, divini o naturali che siano.

Inoltre, accanto al coraggio dei grandi leader che hanno fatto la storia e combattuto per i diritti civili, ci sono forme di coraggio “più silenziose”, meno evidenti, ma altrettanto importanti. Il coraggio di non arrendersi e continuare a sperare. Il coraggio di non fermarsi alla superficie e di approfondire tutto, accettando in tal modo di cambiare anche se stessi. Il coraggio di affrontare la solitudine di coloro che percorrono territori ancora inesplorati. Il coraggio di chi addomestica la paura accogliendo il prossimo con amore. Il coraggio di chi sente la responsabilità verso i propri ideali, verso i propri figli e verso il mondo che un domani lasceremo loro. Non vogliamo risvegliarci un giorno e scoprire che ci è mancato il coraggio necessario quando era ancora possibile fare tutto ciò, poiché crediamo che – come scrisse il poeta Robert Frost in Servant to Servants – “the best way out is always through”. Oggi occorre infatti soprattutto il coraggio della consapevolezza che ripetere a se stessi il mantra “andrà tutto bene” è solo una forma di rassicurazione, mentre la posta in gioco è proprio la qualità della vita, più importante della stessa sopravvivenza. Questa consapevolezza è necessaria giacché – come nel nome della celebre acquaforte di Francisco Goya – “il sonno della ragione genera mostri”, e questo non è il momento di obbedire e “restare a casa”, bensì quello di svegliarsi, attivarsi e riunirsi.

Conclusioni

Gli studi sul coraggio come costrutto psicologico sono ancora agli inizi e ci auguriamo di avere contribuito a fare il punto della situazione. Tuttavia, il coraggio è virtù morale da molti secoli, centrale e trasversale alla religione, all’arte, alla letteratura e al sentire comune. Coltivarlo protegge dai pericoli legati al vivere prolungati stati di paura e migliora la qualità della vita. Purtroppo invece, come afferma in una recente intervista (Amorosi, 2020) Stefano Fais, dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità, “stanno gestendo il Coronavirus con la paura. Ma la paura è una malattia che indebolisce e rende più fragili. Così masse di persone vengono rese facilmente prede proprio dei virus”. Il distanziamento sociale e il timore del prossimo percepito come possibile untore comportano pericolose conseguenze psichiche e psicosomatiche che nel migliore dei casi sono state completamente ignorate.

Oramai da vari decenni sappiamo che il benessere psicofisico dipende in gran parte dalla qualità delle relazioni interpersonali. Innumerevoli studi, svolti da autori di varie discipline, lo hanno ampiamente dimostrato e interi orientamenti psicoterapeutici, come la Psicanalisi Relazionale o la Psicoterapia Interpersonale, basano l’efficacia dei loro interventi su questa consapevolezza. Non riteniamo pertanto necessario approfondire questa conclamata evidenza, riguardo la quale rimandiamo all’amplissima letteratura esistente. Peraltro, che la qualità delle relazioni sia parte imprescindibile di quella che chiamiamo “qualità della vita”, è risaputo anche in ambiti non psicologici, e da ben prima che la psicologia lo abbia dimostrato. Azioni un tempo quotidiane, come sorridere a viso scoperto, stringersi la mano, abbracciarsi o accogliere l’altro a una distanza di prossimità, sono socialmente, evolutivamente e psichicamente così importanti da rendere necessario che gli effetti della loro soppressione siano dettagliatamente analizzati in un prossimo lavoro.

Qui desideriamo concludere evocando l’immagine del celebre dipinto La DanseII di Henri Matisse, e riportando il commento che l’opera ha suscitato in Derio Olivero (2019), vescovo di Pinerolo: “L’essenza della vita sta nel ‘tenerci per mano’, sta nel creare un cerchio. Tutto il resto scompare. Sotto questo cielo, sulla nostra terra, la cosa più essenziale è riuscire a prenderci per mano.” (ivi, p. 18). Non sappiamo se in questi mesi il vescovo abbia mutato opinione o se adesso riscriverebbe la stessa frase. Sappiamo però che per noi, oggi, è quanto mai urgente riscoprire questa dimensione e soppesare con il necessario coraggio che cosa stiamo perdendo in cambio dell’illusione della sicurezza. Per non correre il rischio di cui ci ha avvertiti Benjamin Franklin (1755): “Those who would give up essential Liberty, to purchase a little temporary Safety, deserve neither Liberty nor Safety”. Di questo coraggio abbiamo urgente bisogno, per la nostra salute individuale, per quella della società in cui viviamo e per quella della società che lasceremo ai nostri figli.

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Articolo pubblicato sulla rivista di psicologia PiEsse il 20 agosto 2020.

I problemi del rientro a scuola

Intervista a Patrizia Scanu per Rebis

L’intervista a Patrizia Scanu, insegnante, psicologa e fondatrice del gruppo Rebis, fa emergere come il rientro a scuola programmato per il 14 settembre 2020 avrà molte conseguenze negative sulla formazione e psicologia dei ragazzi. «Chi ha redatto il Documento per la pianificazione delle attività scolastiche, educative e formative non conosce e non ama i bambini», afferma la Scanu.

Ma ci sono molti modi di agire e opporsi legalmente alle imposizioni eccessive e inadeguate del governo, non solo per quanto riguarda il settore scuola ma anche in ambiti medici, giuridici ed economici.

Un video di utili referenze.

Tratto dal sito https://grupporebis.org

La scuola: ciò che i bambini dovranno affrontare e che cosa possiamo fare

Intervista per Dentro la notizia del 3 agosto 2020

Quali sono le possibili conseguenze psicologiche delle misure previste per il rientro a scuola? Che cosa cambia per la didattica? Che cosa si può fare? Lo spiego insieme a tre insegnanti de La scuola che accoglie.

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(6) Pisano, Luca, Domenico Galimi e Luca Cerniglia (2020) A qualitative report on exploratory data on the possible emotional/behavioral correlates of Covid-19 lockdown in 4-10 years children in Italy.

(7) Marcotte, Unscheduled School Closings and Student Performance

(8) Cooper, H., Nye, B., Charlton, K., Lindsay, J., & Greathouse, S. (1996). The Effects of Summer Vacation on Achievement Test Scores: A Narrative and Meta-Analytic Review. Review of Educational Research, 66(3), 227–268. https://doi.org/10.3102/00346543066003227

(9) Long run consequences of the COVID-19 pandemic on social inequality
Portrait of Guido Neidhöfer di Guido Neidhöfer

https://www.latinamerica.undp.org/content/rblac/en/home/blog/2020/consecuencias-de-la-pandemia-del-covid-19-en-las-desigualdades-s.html

(10) Assessment of spread of SARS-CoV-2 by RT-PCR and concomitant serology in children in a region heavily affected by COVID-19 pandemic.
Robert Cohen, Camille Jung,, Naim Ouldali, Aurélie Sellam, Christophe
Batard, Fabienne Cahn-Sellem, Annie Elbez, Alain Wollner, Olivier Romain,
François Corrard, Said Aberrane, Nathalie Soismier, Rita Creidy, Mounira Smati Lafarge, Odile Launay, Stéphane Béchet, Emmanuelle Varon, Corinne Levy

(11) SARS-CoV-2 infection in primary schools in northern France: A retrospective cohort study in an area of high transmission, 23 juin 2020.
Arnaud Fontanet, MD, DrPH, Rebecca Grant, Laura Tondeur, MSc, Yoann Madec, PhD, Ludivine Grzelak, Isabelle Cailleau, MSc, Marie-Noëlle Ungeheuer, MD, PhD, Charlotte Renaudat, MD, Sandrine Fernandes Pellerin, PhD, Lucie Kuhmel, MD, Isabelle Staropoli, François Anna, Pierre Charneau, Caroline Demeret, Timothée Bruel, PhD, Olivier Schwartz, PhD, Bruno Hoen, MD, PhD

(12) Children and COVID-19, National Institute for Public Health and Environment
https://www.rivm.nl/en/novel-coronavirus-covid-19/children-and-covid-19?fbclid=IwAR2wvVGySgoykC6k30Bp_6ClLhGyaqNdV4txIxizxbwdrsxrDxsHDu7i4Pk

(13) https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2020/06/12/coronavirus-crisanti-bambini-fino-anni-non-ammalano_bG87LrAHd9RcF1gRFbdAhO.html

(14) Prevalence of COVID-19 in children in Baden-Württemberg Preliminary study report Klaus-Michael Debatin et al.
https://www.klinikum.uni-heidelberg.de/fileadmin/pressestelle/Kinderstudie/Prevalence_of_COVID-19_in_BaWu__.pdf

(15) Sugli effetti collaterali delle mascherine: Risposta rapida sul BMJ a Greenhalgh, da parte dell’epidemiologo Lazzarino e del suo team dell’University College London

(16) Revisione sistematica sull’efficacia delle mascherine: Facemasks and similar barriers to prevent respiratory illness such as COVID-19: A rapid systematic review Julii Brainard, Natalia  Jones, Iain  Lake,  Lee Hooper, Paul  R Hunter

Si ringraziano A. Basso, V. Flamini, E. Franchini, S. Gandini per il lavoro di sintesi della letteratura sull’argomento.

A scuola! Manifestazione del 25 luglio a Milano

Locandina della manifestazione del 25 luglio 2020 a Milano.
Tutti gli interventi sono visionabili nella pagina https://www.ascuola2020.it/interventi.html

Interventi di:

  • Dr. Eugenio Serravalle
  • Dr. Luca Speciani
  • Dr. Sabino Pavone
  • Avv. Nino Filippo Moriggia
  • Avv. Alessandra Devetag
  • Referente CFU Lucia Lovecchio
  • Referente ANFFAS Mauro Brambilla
  • Referente MGL Sara Anzellotti
  • Dr. Sergio Segantini
  • Prof. Ivano Spano
  • Insegnante SCA Arianna Pala
  • D.sa e Docente Patrizia Scanu
  • Insegnante Danilo D’Angelo

Manifesto

I bambini hanno sofferto più di altri le conseguenze di un lockdown rigido e prolungato che ha provocato danni importanti alla loro salute psico-fisica.

Studenti e famiglie sono stati di fatto abbandonati, non è stato permesso nemmeno un ultimo giorno di scuola ai ragazzi giunti alla fine del ciclo scolastico, gli esami in presenza si sono svolti con enormi difficoltà, il piano per la ripartenza a settembre è pieno di incognite.

La prolungata chiusura delle scuole ha determinato gravi danni di tipo cognitivo, emotivo e relazionali in bambini e ragazzi, che si ammalano molto poco di Codiv-19 e, quando ciò avviene, presentano manifestazioni cliniche blande con un rischio di trasmissione molto basso.

Denunciamo il ritardo educativo che la didattica a distanza non è riuscita a supplire, nonostante gli sforzi e l’impegno di gran parte degli insegnanti.

Segnaliamo l’assenza di interventi adeguati per i bambini affetti da disabilità o patologie croniche, per quelli fuori famiglia, per quelli chi vivono in condizione di povertà e marginalità, per quelli di famiglie problematiche, ancora una volta dimenticati.

E’ urgente offrire soluzioni valide alla crisi educativa e sociale, abbandonare norme e regole non sorrette da prove chiare non sostenibili né dal punto di vista organizzativo né da quello economico nella vita scolastica e sociale futura dei bambini.

Non si può far pagare ai bambini il peso delle esitazioni, dell’ignoranza e dell’ignavia. Essi hanno diritti inalienabili e non possono essere più le vittime sacrificali di modelli epidemiologici rivelatisi clamorosamente errati.

Consapevoli che qualsiasi scelta comporterà dei rischi, chiediamo al Governo di fornire ai cittadini gli strumenti per continuare a vivere una vita il più possibile sana attraverso strumenti e misure specifiche per la convivenza con la Covid-19, senza per questo rinunciare alla propria Vita e alla propria Salute, bilanciando attentamente rischi e benefici.

I bambini/e hanno diritto a una socialità libera, senza paure e ricatti, in sicurezza.

Devono essere al centro della società, vivere da protagonisti in nuove comunità educanti, con modelli di vita rispettosi dei loro bisogni. L’educazione è un patrimonio collettivo, non un fatto privato di competenza delle sole famiglie. Vogliamo che l’avere cura di bambini e ragazzi diventi una preoccupazione pubblica, e come tale influenzi le decisioni non solo sul futuro della scuola, ma sull’organizzazione di tutta la società.

I bambini/e hanno diritto ad una Scuola riformata, a loro misura.

Sono necessarie profonde riforme, con un approccio pedagogico ed educativo che valorizzi i talenti e potenzi l’inclusione, realizzi una didattica interdisciplinare e per campi d’esperienza che vada oltre la suddivisione artificiosa in discipline, diffonda la pratica delle scuole all’aperto, utilizzi forme di valutazione formativa che permettano il superamento della pratica dei voti numerici.

I bambini hanno diritto ad una scuola da amare, da vivere con gioia.

La scuola deve diventare il luogo privilegiato di apprendimento non solo di nozioni ma anche di socialità, di inclusione, di cooperazione, di condivisione di esperienze diverse.

Il Comitato Organizzatore

https://www.ascuola2020.it/interventi.html

Il potere creativo della coscienza ribelle

Capita anche a voi di osservare con un senso di incredulità e smarrimento che le persone intorno a noi si stanno polarizzando su due estremi? Uno di critica, protesta e ribellione rispetto all’evidente strumentalizzazione della crisi e l’altro di completa adesione alle rappresentazioni collettive dell’epidemia veicolate sui media “ufficiali”, non priva di una moralistica carica di intolleranza nei confronti dei cosiddetti “complottisti”, visti come disfattisti e irresponsabili nella comune guerra contro il terribile virus. Sembra che fra i due schieramenti non ci sia alcuna possibilità di dialogo, ma solo scontro e contrapposizione.

Per le persone più sveglie, l’aspetto più inquietante della strana pandemia è proprio la completa conformità della maggior parte della popolazione italiana alla narrativa del potere, sebbene con ogni evidenza contraddittoria, irrazionale, disonesta e assai poco “scientifica”. Se la supina acquiescenza della massa si può spiegare con il successo della manipolazione mediatica e con le tecniche suggestive usate per indurre intenzionalmente panico e allarme, come spiegato in un articolo precedente, su un piano più sottile sembra di assistere ad una sorta di spartiacque energetico fra chi comprende, a livelli più o meno profondi, che cosa sia in gioco veramente e chi invece, paralizzato dalla paura, non riesce ad alzare lo sguardo oltre la propria sopravvivenza biologica e invoca mascherine, distanziamento sociale, vaccino obbligatorio, controllo tecnologico, censura e TSO ai renitenti.

La schiera delle persone dubbiose aumenta di giorno in giorno, ma resta una minoranza. Quanto consistente, è difficile dirlo, per via del fenomeno della “spirale del silenzio” di cui parla la sociologa austriaca Elizabeth Noelle-Neumann: le posizioni su cui i media tacciono, anche se magari maggioritarie, vengono percepite come marginali e per questo non generano conformità sociale e adesione di massa. Se ogni individuo ignora l’esistenza degli altri che condividono lo stesso punto di vista, è come se tale punto di vista non avesse la forza del numero. Su questa ignoranza pluralistica conta il potere per poter imporre le strategie decise altrove senza incontrare la ribellione delle masse. Poiché ha paura della rivolta, deve puntare sulla manipolazione dell’informazione e sulla censura del dissenso, che è il segno più evidente della sua intrinseca debolezza.

Ma la consapevolezza non segue una logica lineare e non dipende dal numero. Come ha spiegato il biologo inglese Rupert Sheldrake, in natura una forma (animale, vegetale, minerale) si consolida attraverso la ripetizione. Come un sentiero diventa sempre più visibile e stabile dopo ogni passaggio, anche le idee e le intuizioni, una volta che si accendono, tendono ad aprire nuove vie che si consolidano in configurazioni di pensiero stabili, man mano che vengono ripetute, e si diffondono in modo non locale fra gli individui della stessa specie. Sheldrake li chiama “campi morfici”. La nostra mente è creativa. Se abbiamo l’impressione che il mondo attuale sia la realizzazione delle distopie di Huxley, Orwell e Bradbury, forse, più che alla testimonianza di una visione profetica degli scrittori, stiamo assistendo all’effetto concreto di una profezia che si autoadempie: letti e pensati da milioni di persone, i romanzi che descrivono un futuro da incubo potrebbero risultare lo strumento per far precipitare la possibilità in realtà. Succede perché ci credo, insomma. Le aspettative orientano il comportamento.

I padroni del mondo lo sanno benissimo. Questo potere creativo, benché indebolito e depotenziato dalla materialità dei corpi, fa paura. Se l’umanità nutrisse in massa pensieri di bellezza, amore, etica, giustizia e gioia non saremmo certo a questo punto. Il mondo ne sarebbe completamente trasformato. Per questo, per mantenere il potere in poche mani, la principale risorsa è suscitare sentimenti di paura, impotenza, dolore, angoscia: chi ignora il proprio potere e chiede protezione all’autorità non è una minaccia per nessuno. Un sistema di potere oligarchico, che pretende di gestire miliardi di persone da parte di pochissimi soggetti, richiede ingiustizia, violenza, dolore, sofferenza per restare stabile nel tempo ed usa come armi l’ignoranza, la competizione, la lusinga e la sottomissione. Può sussistere solo se controlla, in modo spietato e capillare. Da qui la tecnologia come risorsa di dominio e di manipolazione e il blocco di ogni fonte di conoscenza autentica che possa risollevare la condizione delle masse, incitate alla divisione e all’odio, addormentate con il consumismo, sfruttate e costrette alla lotta per la sopravvivenza con la scusa della libertà dei mercati, lusingate con una parvenza di democrazia, addomesticate con la paura.

Nello scenario in cui stiamo vivendo, nel quale un’epidemia anomala, ma non certo delle peggiori come causa di morte e sicuramente gestita in modo opaco e inadeguato, sta offrendo l’occasione per l’instaurazione di un regime soffocante di controllo dei cittadini e di sospensione delle libertà personali, benché dichiarate sacrosante e indisponibili, è palpabile la fretta inquieta di chiudere la porta della stalla prima che buoi siano scappati. Hanno paura di noi, ricordiamocelo. Sarà per questo che danno per scontata la seconda ondata della malattia e preannunciano che sarà peggiore della prima, contro ogni esperienza del passato?

Poiché ci rende manipolabili e ci indebolisce, il virus da temere veramente è la paura. Diceva giustamente Paolo Borsellino che chi ha paura muore ogni giorno, mentre chi non ne ha muore una volta sola. La paura è un’emozione primordiale, difficile da contenere, perché richiama le memorie di tutti i vissuti dei nostri antenati. Occorre la consapevolezza per dominarla e non è da tutti, purtroppo. Molti ne rimarranno prigionieri, nonostante ogni sforzo. La polarizzazione probabilmente si accentuerà, abilmente sfruttata a proprio vantaggio da chi muove i fili dell’informazione e della politica. Gli spiriti liberi verranno additati come egoisti, insani e pericolosi. Si tratta di un film già visto tante volte, anche in tempi recenti.

In ogni caso, non è il numero degli spiriti critici che conta. Conta la loro determinazione. Più la configurazione di pensiero è chiara e carica di energia mentale, più sarà efficace. E più questa ribellione delle coscienze verrà contrastata con misure ottusamente coercitive, più grande diventerà la determinazione. Purché non sia energia di odio, rabbia, vendetta (questo è ciò che dà forza agli artefici dell’incubo), ma energia di verità, giustizia e amore. L’amore è l’antidoto alla paura e il cuore, anche etimologicamente, è la fonte del coraggio. Loro – i guardiani del Nuovo Ordine Mondiale – non ne hanno, non sanno che cosa sia. Sono vittime di se stessi e della loro paura, anche se ancora non lo sanno. A noi quindi il compito di delineare il mondo che vogliamo, non di dare energia a quello che è già moribondo.

La coscienza spirituale è libera e ribelle, non china mai la testa di fronte all’ingiustizia e non si lascia asservire per paura. Difende la verità e agisce eticamente, perché comprende che cosa sia in gioco in ogni istante. Non si preoccupa delle critiche, degli attacchi, delle persecuzioni, perché non si identifica con l’ego effimero che incarna. Soprattutto, è creativa e sa che, pur trovandosi in un mondo basso e ostile, sarà l’idea di mondo che nutrirà con il proprio pensiero ad avere maggiori probabilità di realizzazione.

Articolo pubblicato su Sovranità popolare, n° 6, luglio 2020.

Intervista con Guido Gheri sul rientro a scuola

Lunga intervista per Radio Studio 54 sulla questione del rientro a scuola a settembre.

  • Quali sono gli aspetti più problematici della ripresa delle lezioni?
  • Quali debolezze strutturali della scuola rendono difficile la ripresa?
  • Quali conseguenze hanno avuto sui bambini e sugli adolescenti i mesi del lockdown?
  • Appare ragionevole e proporzionato l’obbligo di mascherine, distanziamento sociale, didattica a distanza?
  • Che cos’è la scuola? Come dovrebbe essere?
  • Le sedie con le rotelle sono una buona idea?
  • Quanto è accetabile che le scuole diventino presidi sanitari?
  • Che cosa potrebbero fare insegnanti, genitori e studenti per riavere una scuola normale?
  • Come si spiega tanta preoccupazione per il rientro a scuola?

Manipolare con la paura e il conformismo. Il lato oscuro della psicologia e della sociologia

Anche se se ne parla poco, esiste un lato oscuro della psicologia e della sociologia. La conoscenza della mente e i processi sociali può essere utilizzata infatti non solo per migliorare le persone e i contesti in cui vivono, ma anche per manipolare le une e gli altri in vista di scopi egoistici non dichiarati, di tipo politico, commerciale, militare, economico, diplomatico.

Da circa un secolo, da quando cioè lo spregiudicato nipote di Freud, Edward Bernays, inaugurò gli studi sulle tecniche di propaganda e inventò lo spin doctoring – ovvero le strategie di comunicazione messe in atto dai sistemi politici per presentarsi all’opinione pubblica e per promuovere idee, persone, programmi e scelte – enti governativi, servizi segreti e militari, aziende, potentati economico-finanziari hanno investito enormi risorse nella ricerca sul comportamento umano al fine di poterlo controllare e manipolare.

La diffusione massiccia dei mass media ha enormemente facilitato il compito di costruire scenari artificiali attraverso un uso calcolato e deliberatamente non veritiero dell’informazione e attraverso le potenzialità suggestive offerte dalle immagini. Furono i regimi totalitari del ‘900 a utilizzare in modo sistematico le tecniche di manipolazione del consenso, mobilitando enormi masse di persone attraverso un poderoso apparato ideologico e simbolico attentamente studiato.

Propaganda politica e pubblicità commerciale condividono sostanzialmente le stesse tecniche di marketing, con la sola differenza che il politico deve nascondere i fini economici e affaristici che muovono le sue scelte e dare l’illusione di avere una visione d’insieme della società. Entrambe sfruttano alcune caratteristiche strutturali della mente umana, quali la razionalità limitata (ovvero la tendenza a seguire scorciatoie poco aderenti alla logica nei ragionamenti, chiamate “euristiche” e la tendenza a distorsioni sistematiche nei processi di percezione e analisi della realtà, i cosiddetti “biases”), la presenza di processi mentali inconsci, la scarsa consapevolezza emozionale, insieme alla tendenza ad elaborare gli stimoli più per via emozionale che razionale, la conformità alle norme del gruppo di appartenenza, l’inclinazione all’obbedienza all’autorità, la suggestionabilità, l’ignoranza dei processi mentali, del linguaggio dei media e delle tecniche comportamentali, che sono appannaggio di pochi individui.

Agli occhi di uno spin doctor, a cui spesso il politico si rivolge per consulenza, il pubblico da manovrare è una massa di soggetti inconsapevoli, irrazionali, poco o per nulla padroni dei propri processi emotivi e mentali, psicologicamente fragili e ignari dei propri bisogni profondi, facilmente suggestionabili, stolidamente fiduciosi nell’autorità, sulla quale proiettano un’immagine genitoriale rassicurante (il “buon padre di famiglia”). Un gregge, insomma, che attende di essere guidato. «La folla è un gregge che non può fare a meno di un padrone», scriveva a fine ‘800 Gustave Le Bon, nel suo saggio assai noto sulla psicologia delle folle. Nella folla, come hanno messo in luce studi più recenti di psicologia sociale, quali quelli di Philip Zimbardo, l’individuo tende a perdere il senso dell’individualità e della responsabilità personale e ad entrare in un pericoloso “stato di agente”, nel quale le sue azioni cessano di essere controllate dalla consapevolezza razionale, facendo di lui uno strumento passivo di una volontà estranea, proveniente dall’autorità o dal gruppo.

La conoscenza dei processi psicologici e sociali è indispensabile per quei ristretti gruppi di potere che progettano interventi di ingegneria sociale, ovvero di modificazioni lente o traumatiche degli assetti politici, economici e culturali di un Paese o dell’intero pianeta, come è avvenuto con quel gigantesco esperimento pluridecennale che è la globalizzazione in chiave neoliberista e come sembra stia avvenendo adesso, con la privatizzazione della sanità mondiale e con i risvolti autoritari e ipertecnologici della cosiddetta “pandemia”. Potremmo dire anzi che la presenza delle tecniche di manipolazione psicologica testimoniano di per sé l’esistenza di un progetto di ingegneria sociale che ne diriga gli esiti.

Negli ultimi dieci anni almeno, l’uso di tecniche suggestive e comportamentali da parte dei governi che si definiscono “democratici” è diventato la regola nella gestione del consenso, ben al di là delle classiche leve del controllo politico, che sono le leggi, i regolamenti, le tasse, l’istruzione. E durante la crisi da Coronavirus abbiamo assistito all’utilizzo massivo dell’intero repertorio degli strumenti di manipolazione di massa, dietro al cui dispiegamento si intuisce una regia piuttosto scaltra e sovranazionale.

Non si tratta solo di un sospetto. Poche settimane fa, è emerso un documento (non l’unico, ovviamente, ma significativo) elaborato nel mese di marzo 2020, per iniziativa del governo britannico, da un gruppo di funzionari e consulenti scientifici coordinati dal Scientific Advisory Group for Emergencies (SAGE). Il gruppo, convocato per la prima volta nel 2009/10 in occasione della pandemia di influenza suina, è stato riconvocato nel febbraio 2020 con il nome di Scientific Pandemic Influenza group on Behaviour, or SPI-B. Il suo compito non è di fornire competenze mediche in merito alla pandemia di Covid-19, ma di dare indicazioni sul modo in cui aiutare i cittadini ad aderire alle misure imposte dal governo. Il documento prodotto dal gruppo si intitola Options for increasing adherence to social distancing measures. Con una modalità piuttosto aggressiva e dirigistica, individua nove strategie per conseguire l’obiettivo dell’obbedienza: Istruzione, Persuasione, Incentivazione, Coercizione, Abilitazione, Formazione, Restrizione, Ristrutturazione ambientale, Modellamento.

Scopriamo così che “il livello percepito di minaccia personale deve essere accresciuto fra coloro che sono acquiescenti, usando messaggi di forte impatto emozionale” e che “per essere efficace, questo deve anche rinforzare le persone rendendo chiare le azioni che esse possono compiere per ridurre la minaccia”: insomma, la paura indotta da messaggi terrorizzanti deve accompagnarsi a chiare direttive di comportamento al fine di spingere le persone ad accettare la quarantena di massa e le altre misure imposte dall’alto, come il distanziamento sociale. Nella mente degli esperti non ci sono dunque cittadini che decidono, ma soggetti passivi che si adeguano agli ordini, manipolati attraverso la paura. Una persona spaventata è più facilmente condizionabile e poco reattiva, perché le sue difese sono abbassate. Lo sanno i tiranni di ogni epoca. Ma per ottenere l’effetto, si deve usare una comunicazione ingannevole e intenzionalmente strumentale. Il fine è infatti l’acquiescenza all’autorità, non l’interesse dei cittadini, liberamente determinato.

Inoltre,

la disapprovazione sociale della propria comunità può giocare un ruolo importante nel prevenire il comportamento antisociale o nello scoraggiare la mancata esibizione di un comportamento prosociale. Tuttavia, questo fattore va gestito con attenzione, onde evitare la vittimizzazione, la creazione di un capro espiatorio e di una tendenza critica diretta all’oggetto sbagliato. Deve essere accompagnato da messaggi chiari e dalla promozione di una chiara identità collettiva. Si deve prendere in considerazione l’uso della disapprovazione sociale, ma con una forte attenzione alle conseguenze negative indesiderate.

Gli esperti del SPI-B stanno consigliando insomma di forzare l’adeguamento alle norme sfruttando il conformismo del gruppo che spinge la maggioranza conforme a punire i trasgressori e a farne il bersaglio della loro aggressività. Il controllo sociale viene così affidato direttamente ai cittadini, aizzando gli uni contro gli altri. Suonano alquanto pelose le preoccupazioni indicate sull’effetto inevitabile di criminalizzazione del dissenso.

Per questi e per gli altri obiettivi, lo strumento principale indicato dagli estensori sono i mass media. Lungi dall’essere visti come i cani da guardia della democrazia, al servizio del popolo sovrano, in questo documento e in altri simili, elaborati da diversi governi e da organismi sovranazionali negli ultimi anni, i mass media tendono ad assumere la funzione sempre più evidente di meri strumenti di propaganda e di influenzamento al servizio del potere. Rafforza questo quadro inquietante l’istituzione di Task Force contro le cosiddette fake news, come viene definita l’informazione non ufficiale che mette in dubbio la narrazione menzognera delle autorità, e il massiccio ricorso al debunking, ovvero la minimizzazione e discreditamento dell’informazione critica e di coloro che la veicolano, connotata come malata e paranoide e spesso associata con disinvolta mistificazione a credenze chiaramente infondate e assurde (come il terrapiattismo).

Gli strumenti messi in campo comprendono l’uso suggestivo della PNL e dell’ipnosi conversazionale; la riscrittura di eventi, biografie, notizie; la menzogna ripetuta, fatta di notizie e immagini false, di correlazioni illusorie fra eventi, di distorsione dell’importanza di un evento, di silenzio su circostanze che farebbero interpretare diversamente un evento, di interpretazioni false di un evento, di framing, ovvero di riformulazione dell’informazione in modo da influenzare la percezione dei fatti e da fabbricare credenze; l’uso sistematico delle fallacie argomentative; l’uso ingannevole del linguaggio; l’imposizione di norme assurde e contraddittorie, con l’effetto si provocare impotenza appresa e indurre rassegnazione; l’uso manipolativo delle emozioni come leva di persuasione per aggirare l’analisi razionale; il ricatto più o meno latente e l’intimidazione; il ricorso all’autorità scientifica o all’apparenza di scientificità per validare scelte politiche discutibili; l’utilizzo cinico del diffuso clima di terrore e sgomento prodotto dai media come leva per introdurre modifiche permanenti e inaccettabili nella vita dei cittadini e nella struttura sociale, nella più pura tradizione della dottrina dello shock (mai sprecare una crisi, dice pure Mario Monti). Il risultato è una massiccia modificazione percettiva degli eventi e un completo avvelenamento del pozzo del dibattito pubblico, aggravato dalle gravissime e previste conseguenze psicologiche dell’isolamento, della catastrofe economica, del clima di delazione, di arbitrio e di illegalità e dalla sospensione di tutti i diritti fondamentali, come nei sistemi totalitari.

Per questo la crisi non deve finire e la normalità deve essere sospesa indefinitamente. Non c’è razionalmente alcuna ragione per continuare questa tragica rappresentazione, che nei suoi eccessi assume contorni grotteschi e assurdi. Non si getta sul lastrico una nazione per una malattia, per quanto grave, fra le tante assai più gravi che affliggono la popolazione. Non si producono milioni di depressi, ipocondriaci, ossessivi-compulsivi, ansiosi e isolati o di morti per tumore, infarto e altre patologie, indotte dalla mancanza di cure, per preservare alcune categorie a rischio da un virus a bassa letalità. Non è la salute in gioco qui, ma la libertà.

Alle origini del comportamentismo, lo psicologo Burrhus Skinner delineò, nel romanzo Walden two (1948), un’utopica società felice governata da uno psicologo comportamentista, che da despota illuminato modella il comportamento dei cittadini con le tecniche di condizionamento, per ottenere armonia sociale e prosperità. Questo inquietante sogno tecnocratico di controllo paternalistico del comportamento, che manipola dolcemente e insensibilmente soggetti infantilizzati e privi di autonomia decisionale per fini stabiliti dall’alto, è più che mai vivo oggi ed ha un nome: nudging, ovvero induzione di comportamenti ritenuti buoni dall’autorità con modalità non coercitive, utilizzando le tecniche comportamentali. Che cosa abbia a che fare con la democrazia, l’autodeterminazione e la trasparenza risulta davvero difficile stabilirlo.

Articolo pubblicato su Sovranità popolare, n° 5, giugno 2020.

Rientro a scuola nella normalità per evitare danni psicologici a bambini e adolescenti

Secondo l’OMS, la salute è “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità.” (1948)

Il benessere mentale e sociale non è meno fondamentale di quello fisico. Molti studi mostrano come stress, ansia, paura abbiano effetti dannosi per le difese immunitarie e influiscano sullo stato di salute complessiva. È cosa risaputa da decenni, ma è stata ignorata nella gestione di questa strana pandemia, nella quale l’unico dato rilevante per le autorità sanitarie è sembrato il numero (spesso comunicato con enfasi e non verificato) dei contagiati e dei morti per un’unica causa di malattia, nemmeno fra le più gravi, visto che, per fare un esempio, le sole infezioni ospedaliere fanno 49mila morti l’anno solo in Italia nel silenzio generale. Come se il benessere psicologico e sociale fosse meno o per nulla importante rispetto a quello fisico.

Bambini e adolescenti hanno subito danni gravi dall’isolamento e dalla reclusione, dalla paura diffusa con modalità terroristiche e poco responsabili dalla TV, dall’overdose di tecnologia, dalla mancanza di relazioni e contatto fisico con coetanei, insegnanti e nonni, dal clima diffuso di paura paranoide del contatto fisico, di incertezza per il futuro, di catastrofe incombente. In queste settimane, molti psicologi, pediatri e insegnanti testimoniano di bambini ossessionati dall’igiene, regrediti nelle capacità cognitive e relazionali, paurosi del contatto fisico, sempre più dipendenti dal digitale, ansiosi e depressi. Per loro la quarantena forzata è stata un trauma di proporzioni difficilmente valutabili. Un numero non piccolo di adolescenti si è chiuso in un isolamento da cui non riesce più ad uscire e mostra segni di sindrome di Hikikomori, ansia e depressione, disturbi dell’alimentazione e del sonno, disturbi cognitivi e difficoltà di attenzione, irritabilità, irrequietezza, aggressività, fobia sociale, ipocondria, perfino problemi di udito per l’uso eccessivo degli auricolari.

La brutale interruzione dei contatti sociali e delle pratiche a tutela dello sviluppo dei bambini, come i centri diurni e il sostegno scolastico, non sostituita da alcun intervento di sostegno mirato ai più giovani, rappresenta una gravissima omissione da parte dello Stato. La DAD è stata sostanzialmente un fallimento, perché non è scuola. La scuola è vita, corporeità, interazione, emozione, relazione, gioco, discussione, confronto, comunità, inclusione. La DaD ha lasciato indietro molti ragazzi, calpestando il loro diritto costituzionale alla scuola. Tutta la tradizione pedagogica insiste sulla fondamentale importanza della sensorialità (di tutti e 5 i sensi, non solo di vista e udito) e della socialità per un armonioso sviluppo dei bambini e dei ragazzi, assolutamente insostituibile per i più piccoli, che attraversano la fase delicatissima nella quale si formano le competenze sociali fondamentali.

Pensare, come si è letto in alcuni articoli inquietanti, di mantenere a scuola il distanziamento fisico, che diventa anche sociale, mediante box individuali, braccialetti elettronici o analoghi dispositivi di controllo, è semplicemente disumano e gravemente lesivo dei diritti dei bambini e può provocare danni ben più gravi e duraturi della stessa infezione. Anche l’uso della mascherina, la cui necessità non sembra corroborata da indiscutibili evidenze scientifiche, mentre molte sono le prove di possibili danni alla salute, la paura costante del “nemico invisibile”, l’ossessione dell’igiene possono alterare il sereno sviluppo psicologico dei bambini e indurre comportamenti francamente patologici. Per i disabili, specie se autistici, che sono fra l’altro in costante aumento negli ultimi anni, senza suscitare particolare preoccupazione nei responsabili della salute pubblica, vedere l’insegnante o i compagni con il viso coperto da mascherina può essere devastante e annullare conquiste di socialità lentamente acquisite in precedenza.

Che cosa servirebbe allora per settembre? Dopo una lunghissima interruzione scolastica, senza nemmeno un momento di chiusura dell’esperienza e di rielaborazione emotiva degli eventi, l’unica cosa che serve è la NORMALITÀ, fatta di lezioni in presenza, molta attività fisica all’aperto per i più piccoli e molto lavoro di confronto e di rielaborazione per i più grandi, gioco, dialogo, serenità, supporto emozionale, espressione creativa. I bambini hanno straordinarie capacità di recupero, se opportunamente seguiti. Hanno bisogno di uscire dalla cappa di paura e ritrovare la gioia di giocare insieme, di abbracciarsi senza timore, di condividere esperienze con insegnanti a loro volta sereni e non oppressi da un’irragionevole responsabilità sanitaria, in una scuola dove la sicurezza è un optional da decenni, per via di edifici vetusti e non conformi alle norme antisismiche, troppo affollati, privi di spazi verdi e di palestre, talvolta puliti sommariamente per scarsità di personale, con suppellettili scarse e poco ergonomiche, immersi senza particolari cautele nei campi elettromagnetici del Wi-Fi.

Nessuno sembra essersi chiesto quanto possa essere dannosa per i ragazzi un’esposizione prolungata agli strumenti digitali, nonostante quanto già si sa sui danni cognitivi, emotivi e fisici derivanti dall’utilizzo precoce e dall’abuso dei mezzi digitali, come spiega il neuropsichiatra tedesco Manfred Spitzer nel suo libro Demenza digitale. Non può essere la paura di un virus, per quanto pericoloso, a interrompere in modo forse irreversibile la crescita sana dei nostri figli. Dobbiamo proteggere la loro salute a 360 gradi, non solo evitare una particolare malattia. Per questo ci servono l’amore, non la paura e una sana consapevolezza pedagogica, non misure sicuramente dannose e inapplicabili.

Per approfondimenti, si può leggere il Comunicato degli psicologi e degli psichiatri.

Per segnalare ai Dirigenti scolastici i rischi per la salute connessi alle misure sanitarie per la scuola, si può sottoscrivere una lettera-diffida come genitori o come docenti, predisposta dagli avvocati di Federazione Rinascimento Italia.