Il marketing della paura. Dal cittadino-sovrano soggetto di diritti al consumatore-suddito dello Stato terapeutico

Scrivevo già qualche tempo fa [1] delle commissioni di esperti che sussurrano ai potenti le strategie psicologiche per spingere le masse ad obbedire alle politiche di restrizione o distruzione dei loro diritti fondamentali, attuate nell’ultimo anno. Tali strategie comprendono, in particolare, la paura indotta, il senso di colpa, l’appello alla responsabilità sociale, fondato sulla propensione alla conformità e all’avversione verso i non-conformi[2]. A molti sfugge che schiere di psicologi ed esperti di comunicazione e marketing mettono le loro conoscenze al servizio del controllo sociale e comportamentale delle masse da parte di soggetti pubblici e privati. Lo chiamano nudging, “spintarella”, con un termine che potrebbe suonare affettuoso, se per la sua assenza di riferimento all’etica non somigliasse di più alla persuasione pubblicitaria o alla franca manipolazione, realizzata aggirando la consapevolezza e le difese dei destinatari.

Non poteva certo mancare l’impegno di questo genere di esperti nel supportare le politiche sanitarie delle inoculazioni di massa, additate fin da subito come l’unica via d’uscita all’incubo in cui siamo stati precipitati. Vaccino o morte fisica e sociale, insomma, secondo la più scaltrita retorica della falsa dicotomia. E ora che si sono acquistate a peso d’oro e a scatola chiusa quantità sproporzionate di dosi del messianico farmaco sperimentale, più propriamente definibile come un “dispositivo nanotecnologico” o un “sistema operativo”, come lo definisce ModeRNA sul suo sito[3], bisogna inocularlo ad ogni costo nell’intera popolazione mondiale. In precedenti situazioni analoghe di presunta pandemia (esemplare il caso dell’influenza suina o H1N1 del 2009), infatti, l’acquisto – con il denaro dei contribuenti – di milioni di dosi di vaccini mai utilizzati perché inutili aveva fatto fare qualche figuraccia all’OMS, che – ricordiamo – è finanziata quasi interamente da soggetti privati, con le multinazionali farmaceutiche in prima fila.

Un articolo ha particolarmente attratto l’attenzione generale. Si intitola In che modo influencer, celebrità e FOMO possono conquistare gli scettici sui vaccini[4]. Ne è autore un professore di marketing presso la Harvard Business School, Rohit Deshpandé, insieme a due esperti dello stesso settore, Ofer Mintz e Imran S. Currim. In questo articolo, il farmaco tanto evocato viene trattato come un prodotto da vendere ad un pubblico di consumatori in buona parte riluttanti, suddivisi in cinque categorie in base al grado di compliance o acquiescenza: innovatori, primi adottanti, maggioranza anticipata, maggioranza tardiva e ritardatari. Si tratta della teoria della diffusione dell’innovazione: si comincia con i più motivati e poi via via si coinvolgono a cascata le altre categorie. Coloro che aderiscono per primi fanno da opinion leader nei confronti del gruppo successivo mediante l’esempio. “Gli influencer dovranno mitigare le preoccupazioni sulla “novità” del vaccino, come la probabilità di effetti collaterali e soluzioni quando si verificano. Dovranno anche rafforzare le conseguenze positive dell’assunzione del vaccino, come la possibilità di visitare la famiglia, andare a lavorare e avere più opzioni di intrattenimento.”

Ovviamente, se i dubbi degli esitanti siano fondati o meno, se sia giusto che il rifiuto della terapia comporti conseguenze negative sull’esercizio dei diritti costituzionali o se la costosissima strategia sanitaria adottata sia l’unica possibile o la migliore non sono domande rilevanti in questa prospettiva. Un pubblicitario non si chiede se sia giusto pubblicizzare un prodotto; lo fa e basta, perché è pagato per quello. Quando il fine è commerciale e il prodotto controverso, quindi non facile da difendere sul piano razionale, perché in grado di influire in modo irreversibile sui processi biologici, il pubblico non è visto come una comunità di cittadini adulti, responsabili, capaci di informarsi e prendere decisioni autonome, nel proprio e nell’altrui interesse, ma come una platea di consumatori regrediti da convincere facendo leva su aspetti emotivi, periferici, sotto-soglia, più simile ad un gregge da indirizzare nel recinto che ad un popolo sovrano e consapevole. Perciò non va informato, ma orientato, blandito, raggirato.

Scopriamo così che le infallibili strategie da utilizzare sono le seguenti:

  1. Utilizzare gli innovatori come influencer; quindi proporre come testimonial del vaccino personaggi famosi o influenti, leader religiosi, medici, politici, attori. In effetti, nei giorni scorsi abbiamo assistito ad un proliferare di immagini di personaggi pubblici nell’atto di esibire il braccio per il vaccino, anche più volte (!), con siringhe senza ago o ancora incappucciate o con un liquido dal colore diverso da quello del prodotto reclamizzato. In questo caso, la leva della persuasione è la fiducia, specie quella verso il proprio medico, che è l’influencer ideale, perché ci aspettiamo che persegua il nostro bene.
  2. Affrontare le incertezze, rendere agevole l’accesso al prodotto, stimolare l’acquisto attraverso il passaparola entusiasta di chi lo ha avuto per primo (macro- e micro- influencer). In effetti, sappiamo dalla psicologia sociale che adottare un comportamento rende più facile acquisire l’atteggiamento corrispondente: se assumo la terapia, vuol dire che è la scelta giusta. “Il modello tradizionale di diffusione del business chiama questo approccio “hacking della crescita” perché la maggior parte della crescita avviene quando i primi utenti e la prima maggioranza acquistano prodotti, stimolando una rapida adozione da parte della maggioranza tardiva e dei segmenti ritardatari”. Conferire prestigio e status a chi si vaccina aiuta l’emulazione. In questo caso, la leva è emotiva e si basa sull’imitazione e sulla conformità.
  3. Educare a ridurre l’incertezza, evidenziando pro e contro di entrambe le scelte e illustrando le probabilità relative degli effetti avversi, tramite paragoni con la probabilità di essere colpiti da un fulmine, per esempio. Qui la leva è più razionale, ma si tace sulla mancanza di dati certi specie sugli effetti a lungo termine, in un farmaco sperimentale. Come si fa a confrontarli con la probabilità di essere colpiti da un fulmine, se sono ignoti? L’approccio apparentemente razionale può essere insidioso, per chi non è in grado di valutare criticamente i dati. Ricordiamo che si dà per scontato che il prodotto debba essere promosso a prescindere. La leva è perciò la razionalità apparente.
  4. Ispirare FOMO (=Fear Of Missing Out), ovvero la paura di essere esclusi, di perdere un’occasione irripetibile. La leva quindi è l’ansia sociale, il timore del rimpianto, che può essere instillato con diverse modalità: generando paura di perdere diritti o lavoro a non vaccinarsi, creando incertezza sui costi, in modo da spingere a vaccinarsi per non dover subire costi eccessivi (sociali, sanitari, economici, lavorativi…), indurre senso di colpa e rimpianto, come si è fatto con i vaccini pediatrici, per i quali si sono colpevolizzati i genitori che non vaccinavano i figli.

Infine, la logica conclusione: “Applicando la teoria della diffusione delle innovazioni, speriamo che gli sforzi per accelerare l’immunità globale della mandria attraverso le vaccinazioni abbiano successo. Le implicazioni dell’immunità di gregge globale si tradurranno in una maggiore sicurezza, libertà di movimento e raduni a fini sociali e nell’eventuale apertura e ripresa dell’economia mondiale.”

L’immagine del gregge, spesso richiamata a proposito delle inoculazioni, ci mostra vividamente a che cosa si riduce il popolo sovrano nello Stato terapeutico: una mandria di sudditi acritici e obbedienti, che conosce i propri processi mentali assai meno di chi la pilota e delega completamente all’autorità, investita di proiezioni genitoriali, le decisioni più sacre, rinunciando ad esercitare l’autodeterminazione sul proprio corpo e in ultima analisi anche il diritto alla salute, visto che la sua salute individuale, in tutto questo processo, è una variabile irrilevante. Se fosse rilevante, lo Stato non cercherebbe di forzare il suo consenso con intimidazioni o ricatti, non si userebbe costantemente il terrore per indebolire e dividere le persone, le voci critiche dei ricercatori veri non sarebbero censurate ferocemente, i medici scrupolosi non sarebbero costantemente minacciati di radiazione, alla TV non si organizzerebbero processi sommari nei confronti di medici che guariscono i loro pazienti senza vaccino né si darebbe autorevolezza solo ai testimonial del prodotto da vendere, presentati come il non plus ultra della scienza medica. Nemmeno si parlerebbe con insistenza di obblighi o di ritorsioni per i renitenti.

Ad essere onesti, la scienza e l’etica non c’entrano proprio con questo scenario. La scienza procede per critiche e confutazioni, non per plotoni d’esecuzione televisivi o per campagne di odio e di epurazione. L’etica non tratta le persone come mezzi in vista di un fine, buono o cattivo che sia. Come ci spiegano senza infingimenti questi esperti statunitensi, si tratta in realtà di marketing. Un marketing fondato sulla paura, spietato e degradante, la cui reason why per fornire il proprio consenso al prodotto insindacabile è un simulacro di libertà da riconquistare a prezzo della cessione della propria autodeterminazione sul corpo e della disponibilità a rinunciare ai propri diritti inviolabili. Nello Stato terapeutico, insomma, non c’è spazio per concetti obsoleti come libertà, democrazia, integrità, pensiero critico. Si tratta di un pessimo segnale. Come ci ha mostrato tante volte la storia, se il popolo accetta di essere ridotto a gregge, non potrà mancare il pastore che ne assumerà la guida. Non certo nel suo interesse.


[1] Manipolare con la paura e il conformismo. Il lato oscuro della psicologia e della sociologia, S.P. luglio 2020.

[2] https://www.ukcolumn.org/sites/default/files/documents/25-options-for-increasing-adherence-to-social-distancing-measures-22032020.pdf

[3] https://www.modernatx.com/mrna-technology/mrna-platform-enabling-drug-discovery-development

[4] https://hbswk.hbs.edu/item/how-influencers-celebrities-and-fomo-can-win-over-vaccine-skeptics

Ciclo di conferenze online gratuite: “Digitalizzazione: libertà o prigione? Come il digitale ha cambiato le nostre vite”

Il gruppo degli psicologi della Fondazione Salutogenesi Onlus di Bologna organizza un ciclo di cinque conferenze sugli effetti della digitalizzazione nelle nostre vite, a partire da giovedì 4 marzo. La partecipazione è gratuita. Per iscriversi, si trova il link cliccando sulla locandina oppure qui.

Giovedì 4 marzo, ore 18:00 – Dr. Benedetto Tangocci:  “Da Demenza Digitale a The Social Dilemma: una visione d’insieme”.
Giovedì 11 marzo, ore 18:00  Dr.ssa Patrizia Scanu:  Impigliati nella Rete. Come il digitale ha alterato i processi di apprendimento dei ragazzi

Giovedì 18 marzo, ore 18:00 – Dr.ssa Giuditta Fagnani: “L’onda digitale: implicazioni per la famiglia”.
Giovedì 25 marzo, ore 18:00 – Dr.ssa Rosanna Camerlingo: “Il corpo tramonta nell’era digitale?  Uno sguardo d’insieme sul “corpo” nella storia dell’Occidente”.
Sabato 10 aprile, ore 18:00 – 
Dr. Alessandro Campailla:  “Medicina digitale. Nuove frontiere per la salute?

Come affrontare il disagio psicologico da Covid-19?

Intervista di Guido Gheri a me e a Giuditta Fagnani sul libro “Emergenza scuola

https://www.facebook.com/gheriguido54/videos/4385455798138299/

Lunga intervista per Radio Studio 54 sul libro Emergenza scuola. I bisogni ignorati dei nostri figli nella crisi sanitaria. Molti suggerimenti per riuscire ad affrontare il grave disagio prodotto dal clima sociale e dalle misure sanitarie.

  1. (SCANU) Dall’ultima volta che abbiamo parlato di scuola con Lei, so che ha pubblicato un libro insieme alla sua collega Giuditta Fagnani, dal titolo Emergenza scuola. I bisogni ignorati dei nostri figli nella crisi sanitaria. Com’è nata l’idea? Ce ne vuole parlare?
  2. (FAGNANI) Dottoressa Fagnani, so che Lei è psicologa dell’età infantile. Può raccontarci la sua esperienza di questi mesi con i bambini? Come stanno vivendo questo periodo così anomalo?
  3. (SCANU) E gli adolescenti? Quali conseguenze hanno su di loro le misure sanitarie adottate, soprattutto nelle scuole?
  4. (FAGNANI) Nel titolo del libro avete parlato di bisogni ignorati. Di che cosa hanno bisogno bambini e ragazzi? E’ davvero il Covid il nostro nemico?
  5. (SCANU) Si può fare qualcosa per aiutarli? Si parla spesso di resilienza, ma che cos’è?
  6. (FAGNANI) Lei che cosa suggerisce per la salute dei bambini?
  7. (SCANU) Tanti ascoltatori mi hanno scritto, chiedendomi dei consigli per affrontare un disagio psicologico sempre più marcato. Molte persone stanno male, anche fra gli adulti. Come si può preservare la propria salute psichica? Avete qualche suggerimento pratico per gli adulti?
  8. (FAGNANI) Vuole aggiungere qualcosa, magari sul potenziale della mente nelle situazioni difficili?
  9. (SCANU) Vuole lasciarci una riflessione conclusiva?
  10. (FAGNANI) Anche lei?

Intervista di Gianluca Spina sul libro “Emergenza scuola”

Qui l’intervista completa: https://iopenso.eu/video/i-ragazzi-sono-resilienti

https://fb.watch/3PurooXImt/

I RAGAZZI SONO RESILIENTI | #IOPENSO
I ragazzi stanno male, ma sono resilienti. Questo il messaggio positivo scaturito dalla splendida conversazione intrattenuta per la piattaforma www.iopenso.eu con Patrizia Scanu (Docente liceale e psicologa) e Giuditta Fagnani (Psicologa), coautrici del libro fresco di pubblicazione “Emergenza scuola”.

Presentazione del libro “Emergenza scuola” presso la Fondazione Salutogenesi Onlus

Intervista del dottor Paolo Roberti di Sarsina e del dottor Mauro Alivia, Presidente e Vicepresidente della Fondazione Salutogenesi Onlus di Bologna.

Presentazione del libro “Emergenza scuola” presso AsSiS. Intervista del dottor Eugenio Serravalle

Intensa e competente intervista del dottor Eugenio Serravalle sul libro Emergenza scuola. I bisogni ignorati dei nostri figli nella crisi sanitaria, condotta il 17 dicembre 2020.

La DAD in teoria e in pratica. Risposta a Paola Mastrocola e a Chiara Saraceno

Paola Mastrocola e Chiara Saraceno hanno espresso su La Stampa la convinzione che l’interruzione della scuola e il ricorso alla DAD o didattica digitale possa presentare alcuni lati positivi, come il recupero di spazi di solitudine e di riflessione, la possibilità di dare spazio alla creatività svuotando la giornata da impegni frenetici, l’occasione per ripensare la didattica e innovare il modo di fare lezione.

Sulla carta, potrebbero sembrare argomenti stimolanti. Perché non vedere il lato positivo di una situazione difficile? Perché ostinarsi a volere il ritorno alla scuola in presenza? Non sarà per ragioni che non hanno a che fare con la sacra missione di studiare e imparare?

Nella realtà, invece, ragionamenti di questo tipo, che rimangono su un piano astratto, tendono ad ignorare alcuni dati di fatto di cui si sta parlando assai poco nei media. Provo a farne una sintesi parziale, basata sull’esperienza diretta e su alcuni dati della ricerca.

  1. La scuola non è il luogo dove si travasano informazioni, ma quello in cui si accendono fiamme di conoscenza, attraverso il dialogo, il confronto, la relazione, la condivisione, l’emozione della scoperta. Gli esseri umani sono intimamente sociali, hanno un corpo e l’assoluta necessità del contatto fisico, dei legami, della gioia e della serenità dell’apprendere insieme, attraverso l’azione, la parola e la comunicazione non verbale. Noi impariamo meglio ciò che associamo ad esperienze vitali e positive. Nella DAD tutto questo è mortificato o assente. Per quanto ci si sforzi, aspetti fondamentali dell’educazione scolastica, come l’educazione affettiva ed emotiva, l’inclusione, l’accoglienza, la solidarietà, il rispetto e l’empatia sono pressoché esclusi, con danni tanto più gravi quanto più giovani sono gli scolari. Ma sono escluse anche tutte le attività che si possono svolgere solo in presenza, come le attività di laboratorio, le verifiche scritte serie, i viaggi e le visite di istruzione.
  2. La DAD non è un’attività didattica liberamente scelta dal docente né richiesta dagli studenti. Se lo fosse, sarebbe certamente utile e stimolante, almeno come modalità aggiuntiva e non sostitutiva della didattica in presenza. Ma dove c’è costrizione, non ci può essere motivazione. Questo vale per i docenti e per gli studenti, i quali dicono in modo pressoché unanime che la DAD è demotivante, faticosa, triste.
  3. Ai ragazzi è stato tolto tutto: oltre alla scuola, le amicizie, le relazioni sentimentali, lo sport, il gruppo dei pari, lo svago, i viaggi, il divertimento, le feste, i nonni. Sono stati colpevolizzati come untori, proprio loro che sembrano ben poco toccati dal virus. Con uno sforzo di empatia, possiamo provare a metterci nei loro panni? Noi lo avremmo accettato? Gli adolescenti stanno male e nessuno sembra accorgersene. Basta chiedere loro come si sentono, per sentire risposte inequivocabili: si sentono in prigione, soffocati, privati del diritto di fare le esperienze necessarie alla loro crescita. Parlano di vita rubata, di tristezza, di peso, di mancanza di energia e di senso. Molti di loro scompaiono nel silenzio delle loro caselline sullo schermo, finché non si presentano più. Non di rado, sono i più bravi, quelli che investono di più sulla scuola e che amano leggere.
  4. Sono aumentati in misura preoccupante la dispersione scolastica, con punte drammatiche del 10% e più, come testimonia una ricerca del CENSIS di giugno 2020, le violenze domestiche (i traumi cranici da abuso si sono decuplicati durante la quarantena, secondo quanto emerso a ottobre al 32° Congresso dell’Associazione Culturale Pediatri), la dipendenza dal digitale, a cui sono condannati anche se non vogliono, l’ansia, lo stress post-traumatico, la depressione, i suicidi, i disturbi dell’alimentazione, l’isolamento sociale completo, la regressione delle competenze cognitive e sociali, drammatica nei ragazzi autistici. Secondo uno studio dell’ospedale Gaslini, l’86% dei minori aveva mostrato segni di disagio la scorsa primavera, stando a quanto riferito dai loro genitori. Basta leggere quanto riassunto nel Report di settembre 2020 Le conseguenze psicologiche del periodo pandemico su bambini e adolescenti ed azioni necessarie del Comunicato degli psicologi (www.comunicatopsi.org). Inoltre, il 42% degli alunni vive in abitazioni sovraffollate e non ha uno spazio tranquillo per studiare. Non dimentichiamoci che anche i loro genitori sono spesso stressati dalla perdita del lavoro o dell’attività. Quale Cultura sarà mai accessibile per loro attraverso la loro traballante connessione a Internet, in condizioni simili, nonostante lo sforzo ingegnoso dei loro insegnanti per intrattenerli? Quale beata solitudo potranno mai apprezzare?
  5. Stiamo assistendo ad una massiccia desocializzazione delle giovani generazioni, dagli esiti incerti, benché non imprevedibili e di cui non si conosce la scadenza. Certo, anche nella prigionia si può trovare qualcosa di buono. Tommaso Campanella scrisse La Città del Sole in una buia cella. Non è però una buona ragione per giustificare la reclusione di massa di milioni di scolari. A furia di giustificare tutto, finiremo con il considerare ineluttabili queste misure estreme, dimenticandoci che siamo l’unico Paese europeo a non aver riaperto le scuole in primavera e che in Svezia non le hanno mai chiuse, riportando solo lo 0,05% di casi COVID-19 nella popolazione fra 0 e 19 anni. La stessa percentuale della Finlandia, che ha interrotto la scuola e attuato il lockdown. Nessuna domanda, ovviamente, sul perché di questa interessante identità di risultati. Ma l’essere umano è così adattabile, che finisce per mettere le tendine anche alla finestra della sua cella. Quando non c’è più libertà, però, la scuola non è vita, ma morto indottrinamento, per non dire rieducazione ad una nuova e sinistra “normalità”.

https://www.bambinonaturale.it/2020/12/la-didattica-a-distanza-in-teoria-e-in-pratica/

EMERGENZA SCUOLA. I bisogni ignorati dei nostri figli nella crisi sanitaria

Emergenza scuola

È stato appena pubblicato il libro EMERGENZA SCUOLA. I bisogni ignorati dei nostri figli nella crisi sanitaria, scritto da me e dalla collega Giuditta Fagnani per l’editore Il Leone Verde. Questo l’argomento del libro:

La crisi sanitaria globale ha messo in discussione non solo la nostra quotidianità e i nostri diritti costituzionali, ma anche i bisogni e i diritti di bambini e adolescenti. Sono venuti meno la scuola, le relazioni, il gioco con i coetanei, la vita all’aria aperta, la serenità, la libertà, la gioia, l’esperienza del contatto e dell’abbraccio. Dopo la lunga quarantena forzata, il rientro a scuola ha trasformato il già dissestato sistema nazionale di istruzione in un presidio sanitario, governato da regole ferree e del tutto estranee alle finalità della crescita e dell’apprendimento. Come ha influito tutto questo sulla salute complessiva di bambini e ragazzi? Quanto ne ha risentito il loro sviluppo affettivo, cognitivo e sociale? Quali rischi corrono? Quali emozioni sono in gioco in questa fase di crisi? Quali effetti avrà questo scenario mai visto sul loro benessere psicologico e sul loro futuro? Come possiamo aiutarli? Come possiamo difendere la nostra salute, il nostro equilibrio e i nostri valori? Di quali risorse possiamo disporre, come insegnanti e come genitori?

Le autrici:

Patrizia Scanu, laureata in Filosofia, in Lettere classiche e in Psicologia clinica, docente liceale di Scienze umane e psicologa libera professionista, è autrice di manuali scolastici e di pubblicazioni accademiche, scrive articoli su argomenti filosofici, psicologici, sociali, politici e sui problemi della scuola. È membro di SinergEtica e collabora stabilmente con il Centro di Gravità, fondato da Giulietto Chiesa, con la rivista Sovranità popolare e occasionalmente con alcuni blog e riviste. Ha un suo Blog, Fuori dal Labirinto.

Giuditta Fagnani, psicologa dell’età evolutiva e psicoterapeuta sistemico-relazionale, svolge la sua attività professionale in provincia di Firenze, dove lavora con un team multidisciplinare per la cura integrale della persona. Ha approfondito i temi del trauma e del fine vita.

Recensioni:

Recensione di Dionidream

S.O.S. adolescenti. Il naufragio silenzioso

“Ho 18 anni: mi avete tolto tutto, rivoglio la mia vita”, titolava una lettera pubblicata pochi giorni fa sul Corriere della Sera. Come molti suoi coetanei, l’anonimo estensore del grido di aiuto appartiene ad una categoria di persone particolarmente colpita dalle misure sanitarie di questi mesi. Certo, gli adolescenti non sono i soli a pagare un prezzo elevato per la sistematica violazione dei diritti fondamentali durante l’emergenza infinita: tocca anche agli anziani lasciati morire soli nelle RSA e negli ospedali; ai bambini costretti a regole da carcere sanitario e indottrinati ad obbedire, a sentirsi in colpa, a non fare i bambini; ai piccoli imprenditori, agli artisti e alle altre categorie di lavoratori disperati e impotenti. Sono aumentati in misura preoccupante i suicidi per ragioni economiche, le violenze domestiche sui bambini (decuplicati i casi di trauma da abuso), i disturbi psichici di ogni genere, specie ansia e depressione, in tutte le fasce di età. Ma sugli adolescenti si sono accanite con particolare violenza la comunicazione mediatica e la furia coercitiva delle norme liberticide: niente scuola, niente svago, niente sport, nessuna relazione sociale o di coppia, niente viaggi, uscite, cene, feste, attività di gruppo, nessun contatto con gli amici, i nonni e con i familiari fragili. In compenso, colpevolizzazione continua dei loro comportamenti naturali, del loro bisogno di fare gruppo, di fare esperienze, di stare fuori casa. Vengono additati come untori, ma sono le vittime principali di questa follia collettiva.

Per gli adolescenti, dai 12-13 ai 19-20 anni, ma anche oltre, il compito evolutivo fondamentale è conquistarsi l’identità (personale e sociale) attraverso la progressiva emancipazione dalla famiglia. Uscire di casa e conquistarsi l’autonomia è un’esigenza primaria a questa età. Frequentare gli amici, stipulare alleanze, misurarsi con gli altri, esplorare la sessualità e le identità possibili, scoprire vocazioni e talenti, imparare dal passato e progettare il futuro, sperimentare la costruzione di piccoli mondi sociali, mettersi alla prova, sentirsi adulti sono bisogni di crescita essenziali e vitali almeno quanto l’aria che è loro tolta con le mascherine. E le conseguenze di queste smisurate privazioni si vedono, gravi, allarmanti, potenzialmente irrimediabili.

Dopo otto mesi senza scuola, a parte una breve parentesi a inizio anno scolastico, questi ragazzi – i nostri figli, gli adulti di domani – non ce la fanno più. Stanno male, nell’indifferenza degli adulti. Basta ascoltarli un momento, chiedere loro come stanno, che cosa provano, ed ecco che cosa si raccoglie: “Non possiamo stare insieme come classe. Mi sento PRIVATA di un’esperienza”; “Ci hanno SOTTRATTO la vita un po’ alla volta”; “Non abbiamo nessun tipo di interazione sociale”; “A volte stai bene, poi ti svegli la mattina dopo e non hai voglia di niente”; “È come essere un po’ in una GABBIA”; “Come se mi mancasse il RESPIRO”; “Dove mettiamo tutte le energie che abbiamo?”; “Mi manca il sociale”; “La BOTTA più difficile è stata la seconda chiusura”; “Ritorno a fare le cose di sempre a vedere gli amici a uscire e poi… Arriva il secondo blocco, CROLLO, lì si fatica a recuperare”; “Manca qualcosa, le domande che noi ci facciamo non hanno nemmeno più un TERRENO da cui partire”; “Fatichiamo a dare un SENSO alle cose”; “La seconda volta è PESANTE”; “C’è il bisogno di non sentirsi soli”; “Rabbia, tristezza, disperazione: manca l’energia davanti al PC, l’energia è calata molto”; “Siamo in un momento in cui cerchiamo di capire i nostri COLORI, ma come possiamo capirlo in questo modo?”; “Si AMPLIFICANO le emozioni, soprattutto quelle negative”; “Mi sento PRIVATA della mia libertà, è la cosa più importante che abbiamo”; “Io ero una persona sempre allegra ora mi sento molto più insicura come se fossi in STANDBY”; “A volte mi domando: quella che gli altri VEDONO davanti al PC sono veramente io?”; “Mi manca la MOTIVAZIONE”; “NESSUNO ci chiede come stiamo”; “Sento INGIUSTO l’aver interrotto il LEGAME con i miei nonni ed i miei amici”.

Demotivazione, perdita della gioia di vivere, privazione, senso di prigionia, perdita di riferimenti sicuri, pesantezza, disorientamento, impossibilità di dare direzione e senso al proprio agire e di fare esperienza sono i sentimenti più comuni, insieme a rabbia, tristezza, senso di ingiustizia, stress, solitudine, ansia, senso di colpa. Alcuni ragazzi non escono più di casa, non si presentano alle lezioni a distanza, tagliano tutti i legami sociali con i coetanei. Questo naufragio silenzioso avviene sotto i nostri occhi e ha proporzioni enormi. Un’indagine condotta dal CENSIS a fine giugno 2020 mediante un questionario somministrato ai dirigenti scolastici (oltre il 35% del totale) ha constatato che l’89% delle scuole considerate aveva perso per strada almeno qualche allievo durante l’interruzione scolastica; il 40% circa dei dirigenti segnalava, a fine aprile, una “dispersione” nella DaD superiore al 5% degli studenti delle proprie scuole, con punte che raggiungevano più del 10% per quasi un quinto dei dirigenti coinvolti nello studio. Al Sud la quota maggiore di dispersi: il 23% dei rispondenti segnalava che, nelle scuole da loro dirette, non era stato raggiunto dall’offerta didattica più del 10% del totale degli studenti.

Una ricerca italiana condotta durante il lockdown mostra come il 62,2% degli studenti complessivamente ha affermato di percepire che la distanza fisica dai compagni ha influito negativamente sugli apprendimenti[1]. Per gli esseri umani, anzi, per tutti i mammiferi il contatto fisico è una necessità fondamentale e insopprimibile, come ha spiegato magnificamente l’etologo Frans De Waal nel suo libro L’ultimo abbraccio. Ma per bambini e adolescenti è addirittura strutturante, come un’impalcatura che sorregga un edificio in costruzione. La socialità plasma letteralmente il cervello. La scarsità di relazioni sociali e la solitudine possono avere effetti deleteri sui sistemi cognitivi e di memoria. Sappiamo dalla ricerca che avere solide relazioni interpersonali è fondamentale per la sopravvivenza ad ogni età [3], che gli esseri umani traggono beneficio psicologico e fisico dall’interazione sociale, che l’isolamento sociale è fattore predittivo significativo del rischio di morte, che un’insufficiente stimolazione sociale influenza negativamente il ragionamento, la memoria, l’omeostasi ormonale, la connettività e funzionalità della sostanza grigia e bianca del cervello, la resilienza alle malattie fisiche e mentali. Sappiamo poi che la solitudine danneggia direttamente il sistema immunitario aprendo le porte a malattie e infezioni ed è infatti dimostrato che far parte di gruppi, come società sportive, chiese, associazioni, riduce il rischio di sviluppare depressione quasi del 25%.

Di questa catastrofe non sembra interessarsi nessuno. La didattica a distanza non è scuola nemmeno lontanamente e consegna dei ragazzi soli, tristi e privati di tutto alla dipendenza dal digitale, alla perdita di occasioni irripetibili di crescita umana ed intellettuale, alla depressione e alla mancanza di senso, per l’asserita, ma non dimostrata esigenza di proteggerli da una malattia che li tocca solo marginalmente e di cui di conseguenza non sembrano essere nemmeno portatori. In compenso, il malessere psicologico è notoriamente associato a vulnerabilità alle malattie e al peggioramento della salute generale. Negli USA, già a giugno i suicidi e le morti per overdose avevano superato quelle per Covid fra gli studenti delle superiori. Da un’indagine [3]sulla salute mentale svolta a giugno dai CDC statunitensi è infatti venuto fuori, in conseguenza delle misure sanitarie, che i sintomi di ansia e depressione “aumentavano notevolmente”: l’11% degli intervistati dichiarò di aver “preso seriamente in considerazione” il suicidio negli ultimi 30 giorni; tra i 18 ei 34 anni, il numero era più che raddoppiato, raggiungendo il 25%.

Continuare così significa spezzare in modo irreparabile la loro integrità, specie per i più fragili, i più svantaggiati, i disabili. Certo, non per tutti, per fortuna, ma nemmeno per pochi. Dobbiamo fare qualcosa, e subito, se abbiamo a cuore davvero la loro salute. Non possiamo fare finta di nulla; noi siamo i custodi del loro benessere. Gli adolescenti hanno bisogno di condividere i loro vissuti, di incontrare gli amici, di sentirsi parte attiva della società, di andare a scuola. L’attività fisica è per loro fondamentale e costituisce un potente antidoto alla depressione. Per questo, dopo aver lanciato in più occasioni un allarme (con il Comunicato degli psicologi e degli psichiatri, con una conferenza stampa alla Camera dei Deputati a settembre, con report periodici sui risultati delle ricerche scientifiche in corso), un gruppo di psicologi firmatari del Comunicato psi, riuniti sotto il nome di SinergEtica, sta pensando a come sostenere le risorse di resilienza dei ragazzi e aiutarli a incanalare le loro energie verso se stessi, verso gli altri, verso il futuro. Solidarietà, condivisione e gratuità sono ciò che ci serve per non lasciarci portare via la dignità umana e la capacità di aiutarci a vicenda. Chi vorrà partecipare al progetto (psicologi, studenti, educatori, giovani disposti a collaborare), potrà trovarne notizia nel sito http://sinergeticapsi.org

Articolo pubblicato su Sovranità popolare, anno 2, n° 9, dicembre 2020.


[1] Di Palma, D., Belfiore, P. (2020). Tecnologia e innovazione didattica nella scuola ai tempi del Covid-19: un’indagine valutativa dell’efficacia didattica nella prospettiva dello studente. Formazione e insegnamento, 18(2):169-179.

[2] Bzdok, D., Dunbar, R. I. M., (2020). The neurobiology of social distance. Trends in Cognitive Sciences, 24(9): 717-733.

[3] Czeisler, M. É., Lane, R. I., Petrosky, E. et al. (2020). Mental health, substance use, and suicidal ideation during the COVID-19 pandemic — United States, June 24–30. MMWR – Morbidity and Mortality Weekly Report 2020, 69:1049–1057.