Quando il privato governa il pubblico (parte seconda). La GAVI Alliance e i bond vaccinali

Nel numero precedente di SP abbiamo approfondito il fenomeno della privatizzazione della governance globale, parlando dell’OMS e del fatto che riceveva nel 2017 l’87% dei fondi dai privati, risultandone così di fatto controllata, nonché del ruolo di Bill Gates e della sua fondazione, la Bill and Melinda Gates Foundation (patrimonio stimato di 40 miliardi di dollari), coinvolta attivamente in una miriade di GPPP o partnership globali pubblico-privato, fra cui la GAVI Alliance, ovvero l’Alleanza globale per i vaccini nei Paesi poveri, una fondazione privata che coinvolge governi, case farmaceutiche, organizzazioni filantropiche, enti sovranazionali come l’OMS e la Banca Mondiale e soprattutto l’onnipresente fondazione di Bill Gates.

GAVI è il secondo contributore non istituzionale dell’OMS dopo la Bill and Melinda Gates Foundation (insieme versavano nel 2017 il 22% circa dei fondi, più degli USA, per intenderci), nonché suo primo beneficiario. Perciò, quello che Bill Gates decide, ha la potenzialità di influire sulle iniziative dell’OMS, benché non coincida necessariamente con il bene pubblico. Come affermava in un’intervista al New York Times (4/09/2014) la direttrice generale dell’OMS Margaret Chan, “il mio budget è altamente vincolato da ciò che io chiamo gli interessi dei donatori”. Che non devono essere solo umanitari,  se lo stesso Bill Gates dichiarava alla CNBC il 23/01/2019 dal forum di Davos che “investire nelle organizzazioni per la salute globale finalizzate ad incrementare l’accesso ai vaccini ha prodotto un ritorno economico di oltre 20 ad 1”, ovvero che “i poco più di 10 miliardi di dollari” investiti negli ultimi 20 anni hanno reso 20 volte tanto dal punto di vista economico, oltre a salvare vite umane, naturalmente. Un ritorno di oltre 200 miliardi di dollari, quindi.

Per il GAVI, che, ricordiamolo, è una fondazione privata di diritto svizzero, sono stati istituiti strumenti finanziari particolari. Interessante capire come funzionano. Troviamo nel sito ufficiale della rappresentanza italiana all’ONU:

“Oltre alle donazioni dirette degli stati membri, l’Alleanza utilizza meccanismi di finanziamento innovativi che contribuiscono a garantire la sostenibilità delle sue attività, quali l’AMC (Advance Market Commitment) e l’IFFIm (International Finance Facility for Immunization)”.

Non è argomento di cui si parli alla TV. La trasparenza democratica qui non è di casa, anche perché alcune di queste voci di spesa, stando a quanto dice l’opuscolo di Action Aid citato in fondo, sono messe in penombra nel Bilancio dello Stato, nel senso che gli oneri derivanti all’Italia dall’IFFIm compaiono nel bilancio 2008 al capitolo “L’Italia in Europa e nel mondo (4)”, ma vengono poi omessi nella legge di stabilità degli anni successivi, in quanto impegni internazionali e pluriennali, mentre quelli relativi all’AMC sono inseriti nella legge finanziaria per il 2008, all’art. 2 comma 373, ma senza essere espressamente menzionati, e collocati nel capitolo 7182, nel paragrafo “Incentivi alle imprese per interventi di sostegno”, che non sembra granché pertinente. I cittadini, insomma, possono capirci ben poco.

L’AMC e l’IFFIm, ai quali si aggiunge il Gavi Matching Fund, sono strumenti finanziari con i quali GAVI raccoglie donazioni pubbliche, garantiti dagli Stati, per pagare alle aziende farmaceutiche a prezzi calmierati, ma solo per pochi anni, prima di passare il debito ai Paesi beneficiari, i vaccini che vuole distribuire nei Paesi in via di sviluppo, seguendo priorità decise dall’alto dagli stessi finanziatori. Gli AMC sono impegni a lungo termine presi dai Paesi donatori per l’acquisto di prodotti (nel caso specifico un vaccino anti-pneumococco) con limitata domanda sul mercato. Gli IFFIm sono bond vaccinali ideati nel 2003 da Goldman Sachs per il governo britannico (come spiega il sito della banca d’affari) che vengono venduti sui mercati finanziari internazionali e generano interessi cospicui agli investitori finanziari (pagati, si suppone, dai Paesi aderenti).

L’Italia è fra i fondatori dell’IFFIm e si è impegnata per 635 milioni di dollari in 20 anni, mentre per l’AMC, di cui è il principale donatore, ha impegnato altri 635 milioni di dollari da erogarsi in 12 anni (2008-2019)[1]. Inoltre, l’Italia ha contribuito direttamente al GAVI per 120 milioni di dollari nel quinquennio 2016-2020[2]. Si tratta di somme ingenti, per un Paese in difficoltà come il nostro, che taglia da anni su sanità e istruzione. In base ai dati presenti sul sito di GAVI, abbiamo versato 1 miliardo 150 milioni di dollari circa fra il 2000 e il 2020, il 5,5% del totale.

In totale, dalla sua creazione fino al 2034 sono stati impegnati dai sostenitori del GAVI 23,5 miliardi di dollari.[3]  […] In questo modo il GAVI è divenuto il terzo maggior finanziatore multilaterale in sanità, dopo il Fondo Globale per la lotta contro l’AIDS, la Malaria e la Tubercolosi e la Banca Mondiale.

Come venga spesa questa montagna di denaro, oltre che in lucrosissime commesse di lungo termine alle multinazionali del farmaco e in interessi agli investitori internazionali, è oggetto di serrate critiche sulla stampa internazionale. I manager di GAVI, che gestiscono la salute mondiale senza rendere conto a nessuno e pretendendo di dettare legge al di fuori di ogni investitura democratica, dopo aver ricevuti i fondi per i poveri dalle nostre tasse tramite i finanziamenti governativi, guadagnano infatti cifre favolose. Nel 2017 il direttore del GAVI, Seth Berkley, epidemiologo prima al CDC e poi presso la Rockefeller Foundation, chiedeva a gran voce che gli “antivaccinisti” fossero esclusi dai social media, intendendo proprio chiunque fosse critico del programma vaccinale sotto qualsiasi aspetto. Il vibrante appello non è risultato inascoltato, come sappiamo. Berkley però fu definito dal Daily Mail (31/12/2016) come “il più grasso tra i grassi gatti della carità” per il fatto di aver intascato, come CEO del GAVI, due milioni di sterline di stipendio nei quattro anni precedenti, un contributo per la casa in aggiunta alle 623.370 sterline del suo stipendio, più un sussidio per le spese scolastiche, più l’esenzione fiscale sui redditi in Svizzera, per un accordo fatto dall’organizzazione. Sarà autentica filantropia?

Somme esorbitanti ed altrettanto oltraggiose per i contribuenti e per i destinatari degli aiuti vengono elargite anche ad altri dirigenti del GAVI e delle maggiori fondazioni filantropiche dedite al soccorso dei Paesi poveri. “Certamente non c’è rischio di povertà fra i suoi personaggi di vertice. Secondo i dati più recenti del Modello 990 USA [dichiarazione dei redditi delle organizzazioni non-profit], il GAVI ha passato ai 12 dipendenti di vertice più di 188mila sterline nel pacchetto retributivo nel 2014”, scrive il Daily Mail. Certo una bella notizia per i tartassati contribuenti italiani.

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IFFIm è formalmente una società di diritto inglese particolare (che ha benefici fiscali): una charity company con sede in Gran Bretagna. Le sei persone che compongono il consiglio di amministrazione vantano una profonda esperienza nel settore bancario, finanziario, della salute e della “finanza sovranazionale di sviluppo”. Ha la forma di una partnership fra GAVI, gli Stati donatori (Regno Unito, Italia, Francia, Spagna, Svezia, Norvegia, Australia, Paesi Bassi e Sudafrica), gli investitori privati, la Banca Mondiale.

Ha lo scopo di rendere disponibili immediatamente per GAVI i soldi che gli stati sovrani si sono impegnati a donare a favore di GAVI nei prossimi anni, con lo scopo preciso di finanziare programmi di vaccinazioni nei paesi “poveri”. In parole povere, IFFIm trasforma i soldi futuri promessi dagli stati in soldi presenti, attraverso i “vaccine bonds”, emessi in collaborazione con la Banca Mondiale.

I vaccine bonds sono titoli obbligazionari che vengono venduti agli investitori privati internazionali, i quali ci guadagnano “an attractive rate of return”, come dice il sito (ovvero succosi interessi). La filantropia ha i suoi vantaggi, come abbiamo visto, fiscali e finanziari.

Gli AMC, introdotti nel 2007, servono a finanziare l’acquisto del costosissimo vaccino anti-pneumococco, che costituisce da solo il 44% della spesa di GAVI, data la diffusione delle malattie da pneumococco, come la polmonite, nei Paesi in via di sviluppo e dato il prezzo elevato del prodotto.

Medici senza Frontiere ha accusato più volte negli ultimi anni la Pfizer e la Glaxo, che vendono il vaccino antipneumococco in regime di duopolio mondiale, di imporre ai Paesi destinatari degli aiuti prezzi opachi, perché diversi per ogni Paese, ed artificiosamente gonfiati, addirittura più alti che nei Paesi occidentali, in ciò favoriti dal GAVI, che elargisce i fondi alle due multinazionali senza contrattare prezzi più ragionevoli. Il problema è serio, scriveva MSF nel 2015, perché, una volta cessato il finanziamento di GAVI, questi Paesi dovranno pagare cifre esorbitanti per quei vaccini, sottraendoli ai loro magri bilanci per la salute: 6 volte tanto in Tunisia e Marocco, dove il vaccino costa più che in Francia, per esempio, e 15 volte tanto in Angola e Indonesia. Ancora a fine 2019, nonostante le ingenti somme anticipate per lo sviluppo del vaccino antipneumococco (1,2 miliardi di dollari, oltre i 50 miliardi fruttati da questo solo vaccino), GSK e Pfizer ne tenevano alto il prezzo per il GAVI.[4] Come c’è da aspettarsi, le multinazionali perseguono il profitto, senza altre considerazioni. E qui i profitti sono da capogiro.

Nella seconda edizione (2016) del suo rapporto sui prezzi dei vaccini The right shot, MSF mostra come nei paesi più poveri vaccinare un bambino oggi sia 68 volte più costoso rispetto al 2001. Che la forsennata campagna mondiale per le vaccinazioni, di cui GAVI è paladina, abbia avuto un ruolo nel fare lievitare i prezzi? In Italia, per esempio, con l’entrata in vigore del decreto Lorenzin (2017), i prezzi dei vaccini era lievitato fra 2016 e 2017 del 62%, come osservava il quotidiano “La Verità” (17/01/2019), aumentando in un solo anno di 130 milioni di euro, ad esclusivo vantaggio delle aziende produttrici, che detengono i brevetti dei vaccini polivalenti, e a svantaggio della spesa sanitaria ed assistenziale per i cittadini, che viene sbilanciata da questa voce.

Ma perché tanto improvviso accanimento sui vaccini? Più in generale, quali sono le criticità di questo trasferimento di potere dal pubblico al privato? Quali conseguenze concrete ha per la nostra vita? Ne parleremo nel prossimo articolo. Il quadro comincerà a farsi interessante.

Ringrazio Guido Grossi per il suo contributo tecnico a questo articolo.

Per approfondire, si può leggere il documento online di V. Boggini e D. Sabuzi Giuliani, L’Italia e l’Alleanza Globale per le Vaccinazioni. Verso un nuovo approccio per la partecipazione italiana al GAVI, la partnership pubblico privata per l’immunizzazione, scritto per Action Aid, Aprile 2016.


[1] Fonte: Action Aid, L’Italia e l’Alleanza Globale per le Vaccinazioni. Verso un nuovo approccio per la partecipazione italiana al GAVI, la partnership pubblico privata per l’immunizzazione, Aprile 2016 (disponibile online al link https://www.actionaid.it/app/uploads/2016/04/AA_GAVI.pdf).

[2] Action Aid, L’Italia e l’Alleanza Globale, cit., p. 15.

[3] Action Aid, L’Italia e l’Alleanza Globale, cit., p. 8.

[4] https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/polmonite-il-nostro-appello-per-i-20-anni-del-gavi/

http://www.vita.it/it/article/2019/12/03/polmonite-msf-lalleanza-globale-per-i-vaccini-smetta-di-finanziare-pfi/153486/


Articolo pubblicato sul numero 11 (marzo 2020) di Sovranità popolare.

 

 

Quando il privato governa il pubblico: OMS e dintorni

Infografica pubblicata sul quotidiano La Verità del 10/12/2018.

Nell’enorme complessità del fenomeno mondiale che chiamiamo “globalizzazione”, un filo rosso sembra collegare fra loro eventi e processi diversissimi: la crescente e sempre più pervasiva commistione fra pubblico e privato. Palesemente guidata da un’ideologia neoliberista, orientata al ripristino del potere di classe delle élite, che nel secondo dopoguerra veniva eroso dall’avvento di democrazie partecipative e dalla crescita della consapevolezza dei diritti da parte dei popoli, la globalizzazione economica, dagli anni ’80, ha seguito la via delle privatizzazioni, della deregolamentazione, delle liberalizzazioni selvagge, al fine di tutelare la libertà di impresa delle multinazionali e il libero movimento dei capitali finanziari. Lo Stato, visto come intralcio alla ”libertà” dei mercati, anziché come espressione suprema della sovranità popolare e istituzione mediatrice fra i diversi interessi presenti nella società civile, diventa il bersaglio delle politiche mondialiste, che mirano a spostare la sovranità dai cittadini ai “mercati”, espressione degli interessi di pochi grandi gruppi familiari, bancari e finanziari.

Le partnership globali pubblico/privato. Uno degli strumenti più utilizzati a questo fine sono le cosiddette “partnership globali pubblico/privato” (GPPP), ovvero degli enti ibridi, dall’incerta natura giuridica e privi di qualsivoglia legittimazione popolare, che vedono alleati soggetti pubblici (i governi, spesso all’insaputa dei loro rappresentati) e soggetti privati, costituiti da multinazionali, banche, operatori finanziari (pressappoco gli stessi dovunque). Al di là delle intenzioni dichiarate, sempre filantropiche, benefiche e illuminate, in questo tipo di partnership spesso il pubblico mette il denaro e i privati godono dei vantaggi.

John Kenneth Galbraith, in  L’economia della truffa (RCS, 2004), descrive il fenomeno a proposito delle spese militari, per le quali pubblico è il denaro, ma privati i beneficiari, e  che influenzano pesantemente la spesa pubblica, spingendo all’acquisto di costosissimi armamenti dalle aziende private (il famigerato “complesso militare-industriale” di cui parlava il presidente Dwight D. Eisenhower nel 1961). Peter Buffett, figlio del più noto Warren, che nel 2017 era il secondo uomo più ricco al mondo, ne parla con cognizione di causa sul Washington Post (26 luglio 2013) a proposito del “complesso caritativo-industriale”, ovvero quel gigantesco intreccio di interessi che governa le politiche mondiali della salute e degli aiuti ai Paesi poveri, da lui definito anche “colonialismo filantropico”.

Sempre di colossale business si tratta, con aspetti perfino più inquietanti, perché i mercanti di morte sono identificati come tali, mentre qui i membri dell’élite si presentano con il volto angelico dei salvatori dell’umanità. Da anni, essi investono somme da capogiro nel settore non-profit: Buffett indicava per il 2012 un giro d’affari di 316 miliardi di dollari solo negli USA, con 9,4 milioni di addetti. Con il peso di somme così ingenti, i ricchi finanziatori, che incontrano nei meeting filantropici i capi di Stato e i dirigenti delle multinazionali, “cercano con la loro mano destra risposte ai problemi che altri nella stessa stanza hanno creato con la sinistra”. Ovvero, decidono soluzioni dall’alto per i problemi dell’umanità causati da quello smisurato travaso di ricchezza dai poveri ai ricchi in cui consiste la globalizzazione neoliberista. Donare lava la coscienza, ma non elimina la disuguaglianza, conclude Peter Buffett. Le soluzioni proposte, infatti, arricchiscono molte tasche, ma non modificano i rapporti di forza e le cause strutturali dei problemi globali. In questa ansia dirigistica, i grandi gruppi privati e i filantropi globali di fatto controllano le politiche di enti istituzionali come l’OMS, facendo perdere loro ogni terzietà.

L’OMS. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), organo delle Nazioni Unite, ha come scopo istituzionale la tutela della salute, intesa non come assenza di malattia, ma come “condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale”. È governata da 194 stati membri attraverso l’Assemblea mondiale della sanità ed è un soggetto di diritto internazionale, verso il quale gli Stati hanno l’obbligo di cooperare. Ha la fondamentale funzione di coordinare le politiche sanitarie dei Paesi membri, specie in presenza di gravi epidemie. Dovrebbe farlo in modo trasparente, dato il suo status di agenzia imparziale, che agisce nell’interesse pubblico.

Come per la Difesa, però, a fronte di un progressivo disinvestimento degli Stati, si sta verificando una progressiva occupazione dell’ente da parte delle aziende private, che hanno finanziato l’87% dei 4 miliardi e mezzo di dollari delle entrate OMS per il biennio 2016-17. Una fetta consistente dei 3 miliardi 900 milioni di dollari di provenienza privata è stata versata dalla Bill & Melinda Gates Foundation, seconda in classifica dopo gli USA[1]: ben 901 milioni di dollari, di cui quasi 434 vincolati a programmi specifici (earnmarked): il che vuol dire che le politiche sanitarie le decidono i finanziatori, sulla base di criteri diversi da quelli dell’interesse pubblico. Non certo per amore disinteressato. Si tratta infatti di un modello organizzativo intenzionalmente commerciale (business-like).

Il quotidiano “La Verità” (10/12/2018) cita i dati del British Medical Journal: “nel 2017 l’80% dei fondi ricevuti dall’ agenzia Onu era earmarked“. Come scrive il quotidiano Repubblica,

“Ormai l’OMS è costretta a tenere conto di quello che Gates ritiene prioritario, come nel caso della polio”, obietta il professor Flahault [direttore dell’Istituto di Sanità Globale della facoltà di medicina dell’Università di Ginevra.] […] Da sottolineare, pure, che mentre nel 1970 l’80% del bilancio dell’Oms era costituito dai contributi degli Stati membri e il 20% da quelli di privati, oggi il rapporto è l’esatto contrario. Con il risultato che interi dipartimenti dell’organizzazione sono finanziati, per intero, dalla fondazione Bill & Melinda Gates. “Questo ha, inevitabilmente, un impatto. Non tanto su quello che l’OMS dice ma, piuttosto, su quello che omette di dire”, ha dichiarato, alla TV pubblica elvetica, Nicoletta Dentico, direttrice della ONG di Ginevra, Health innovation in practice.

Fra le cose che l’OMS non dice si possono trovare, per esempio, i dati sui morti a causa dei farmaci, che secondo Peter Gøtzsche, Professore di Clinical Research Design and Analysis all’Università di Copenhagen e a lungo responsabile del Cochrane Institut (finché non l’ha comprato Bill Gates), è la terza causa di morte, dopo le patologie cardiovascolari e l’ictus, con una stima per difetto di 200mila morti all’anno sia negli USA che nell’UE (P. Gøtzsche, Medicine letali e crimine organizzato, G. Fioriti ed., p. 363-364), mentre sul sito OMS non vengono considerati nelle statistiche. Oppure i dati completi sui danni da vaccino o sul fenomeno del disease mongering [2] , cioè l’invenzione di malattie nuove per vendere farmaci a persone sane o informazioni sulle pressioni da parte delle aziende private per l’impiego  di farmaci, per la definizione dei valori soglia di diverse patologie, per le campagne di prevenzione da parte dell’OMS, che si trova nella posizione di controllore e controllato insieme. Soprattutto, sono dati per scontati gli obiettivi da raggiungere e gli strumenti da utilizzare, entrambi in gran parte decisi dai finanziatori, come insegna il caso delle campagne di vaccinazione antipolio in India, dove la malattia è quasi estinta e dovuta ormai solo ai vaccini, ma a cui Gates ha voluto destinare ben 894,5 milioni di dollari, 10 volte di più che alla prevenzione dell’Aids, la quarta causa di mortalità nei paesi poveri.

E chi sono i finanziatori privati? Oltre alla Bill & Melinda Gates Foundation (che vanta un patrimonio da 40 miliardi di dollari), soprattutto le multinazionali del farmaco (in testa Sanofi, Gilead Sciences, GlaxoSmithKline e Hoffmann-LaRoche, Bayer, Merck) e la GAVI Alliance (Alleanza globale per le vaccinazioni), a loro volta finanziata da un ventaglio di soggetti privati e pubblici.

La GAVI Alliance. La GAVI Alliance è una partnership pubblico-privato, emanazione anch’essa della Bill & Melinda Gates Foundation, che ha come finalità la diffusione delle campagne vaccinali, specie nei Paesi in via di sviluppo. Dal punto di vista giuridico, è una fondazione privata di diritto svizzero, non costituita in base ad un trattato internazionale. L’Italia è un Paese finanziatore del GAVI dal 2006, il terzo per entità delle donazioni, avendo promesso un contributo diretto al GAVI di 120 milioni di dollari per il periodo 2016-2020. Fanno parte della GAVI Alliance, come recita il sito della rappresentanza italiana all’ONU, “paesi e settore privato, come ad esempio la Fondazione Bill & Melinda Gates, produttori di vaccini sia dei paesi sviluppati che in via di sviluppo, istituti specializzati di ricerca, società civile e organizzazioni internazionali come OMS, UNICEF e Banca Mondiale”. A sua volta, GAVI Alliance è partner del GHSA (Global Health Security Agenda, che è un altro ente sovranazionale di natura incerta, nato negli USA nel 2009 per direttiva presidenziale al fine di contrastare le minacce di bioterrorismo, grazie al quale l’Italia ha introdotto nel 2017 l’obbligo vaccinale per 10 vaccini in assenza di epidemie) a cui concorrono governi e soggetti privati (sempre gli stessi).

I membri del GAVI, dal sito omonimo.

Quindi, GAVI finanzia l’OMS, che ha compiti di coordinamento, vigilanza e controllo, in quanto istituzione pubblica, ed è finanziata a sua volta anche dagli Stati, che versano denaro per le campagne vaccinali, che viene speso pagando le ditte produttrici (private). Le aziende farmaceutiche sono le destinatarie finali dei fondi. Verrebbe da pensare che, poiché le aziende farmaceutiche incassano il costo dei vaccini e contemporaneamente  finanziano l’OMS, l’OMS sia di fatto al loro servizio. Controllori e controllati, decisori e beneficiari coincidono, e la completa commistione è rafforzata dal fenomeno ormai fuori controllo delle sliding doors, delle porte girevoli fra sanità pubblica e industria farmaceutica che caratterizza le carriere di molti esperti in ambito medico, aziendale e politico.

E come funziona? Troviamo sempre nel sito ufficiale della rappresentanza italiana all’ONU:

“Oltre alle donazioni dirette degli stati membri, l’Alleanza utilizza meccanismi di finanziamento innovativi che contribuiscono a garantire la sostenibilità delle sue attività, quali l’AMC (Advance Market Commitment) e l’IFFIm (International Finance Facility for Immunization)”.

Approfondiremo il funzionamento di questi strumenti finanziari, nei quali l’Italia gioca un ruolo di primo piano per entità degli stanziamenti, e in generale la complessa galassia di enti di varia natura che si occupano della salute a livello globale in successivi articoli, sia nella rivista cartacea sia online. Non mancheranno le sorprese.

Articolo pubblicato sul numero 1/2020 della rivista Sovranità popolare.

[1] “Nel 2017 l’Italia è stata il 12esimo Paese donatore con un totale di contributi obbligatori e volontari pari a USD 27.153.812”. (https://italiarappginevra.esteri.it/rappginevra/it/italia_e_onu/san/san.html)

[2] Sul fenomeno del disease mongering è illuminante il documentario della RAI Inventori di malattie.

Via maschile e via femminile al potere

English Version

Esistono una via maschile e una femminile al potere? O il potere è neutro rispetto al genere?

Non è facile distinguere, in una società nella quale potere è spesso sinonimo di dominio, prevaricazione, esercizio della forza, quando non di abuso e violenza. Uomini e donne, quasi in egual misura, siamo tutti influenzati da questa modalità di rapporto con i nostri simili. Secoli di guerre, di trame politiche machiavelliche, di oppressione e di ingiustizia non hanno certo favorito la crescita di una visione più nobile del potere.

Anche se associamo facilmente il potere a chi occupa posizioni preminenti nella società, non dobbiamo dimenticare che, a diversi livelli e in diverse modalità, tutti esercitiamo un potere. Un genitore che sgrida il figlio, un automobilista che si prende la precedenza che non gli spetta, un commerciante che fissa un prezzo eccessivo per un bene poco disponibile, perfino una bimbetta che fa i capricci per un giocattolo esercitano un potere. Quando invece subiamo un torto o un’ingiustizia, spesso rinunciamo ad esercitare il nostro potere. Ci dimentichiamo di averlo ed entriamo nel ruolo della vittima.

Vittima e carnefice sono gli attori di un dramma archetipico, perché scritto nei nostri geni. Sono due facce della stessa medaglia, prodotta dall’esperienza della specie. Rappresentano le due modalità complementari con le quali si manifestano rispettivamente il femminile e il maschile interiore degli umani al livello della mente animale. Il carnefice esercita un potere arbitrario per trarre un vantaggio egoistico dalla vittima; la vittima a volte è realmente impotente e costretta a subire, a volte crede soltanto di essere impotente e si autocommisera, rinunciando a difendersi. Le credenze sono spesso profezie che si autoadempiono. Poiché ha il potere, ma non sa di averlo, capita che la vittima lo eserciti sotto forma di manipolazione, di colpevolizzazione, di risentimento, di vendetta o di rimprovero. Alzi la mano chi di noi non ha esercitato sia il potere maschile del carnefice sia quello femminile della vittima. Entrambi i ruoli di questo gioco ci sono molto familiari, in tutte le loro perverse declinazioni, e si richiamano a vicenda. Chi è stato vittima tende a diventare carnefice e chi ha avuto facile vittoria contro una vittima inerme può ritrovarsi vittima dei suoi stessi impulsi fuori controllo o della vendetta altrui.

Il grande sociologo Max Weber, che vedeva molto bene la natura violenta del potere politico, attribuiva allo Stato il monopolio della violenza legittima: pur sempre violenza, ma regolata da norme scritte e perciò meno arbitraria. Nello Stato moderno è infatti evidente la sproporzione di forza fra Stato e cittadini, che genera tensione e conflitto, perché di solito esso è governato da élites che mantengono il potere con ogni mezzo e si riformano ciclicamente come le teste mozzate dell’Idra di Lerna. Il campo della politica, nelle società statali, è il campo dell’astuzia e della forza, della golpe e del lione di cui parlava Machiavelli ne Il Principe. Ma anche quando regolato dalla legge e quindi legittimato, il potere a questo livello resta per lo più un potere basso, proprio della mente animale, e ripropone l’eterno schema carnefice/vittima.

Il neoliberismo ha sviluppato questo gioco fino al parossismo. Ci ha abituati alla legge della giungla, rendendoci familiari e pressoché “naturali” la competizione e la supremazia del più forte. Mors tua, vita mea. L’egoismo, l’assenza di empatia, l’ingiustizia e la disuguaglianza sono state elette a virtù sorelle della “libertà”, intesa come assenza di vincoli, regole e limiti alla smisurata ingordigia di ricchezza e soprattutto di potere da parte di pochi. La ricchezza ha valore in quanto dà potere. Ai soggetti antisociali dà un senso di ebbrezza la sensazione di avere in pugno la vita degli altri.

Ma una delle fonti culturali di questa attitudine rapace verso la natura e verso i propri simili va cercata nella mentalità razionalizzante e strumentale della scienza moderna, nata dall’idea del dominio sulla natura (“sapere è potere”, diceva Francesco Bacone, paragonando la Natura ad una donna da possedere con la forza) e sfociata nell’attuale predominio della tecnologia su ogni altra capacità umana. Si tratta di una micidiale fusione di due tendenze convergenti verso la disintegrazione e la disgregazione dell’unità fondamentale dell’essere umano e delle società umane, che porta la guerra non solo fra gli individui, ma anche negli individui, fra la loro parte animale e la loro sempre meno percettibile parte spirituale. Questo tipo di visione strumentale dell’uomo non potrà portare ad altro che al controllo totale e dispotico di pochi sugli altri, realizzato mediante la tecnologia e con l’ausilio delle vittime (noi tutti), inconsapevoli della propria forza di resistenza e di difesa, perché lontane dal contatto con la propria essenza spirituale, potente e creativa, l’unica in grado di frapporsi fra la nostra vita semilibera e l’imminente avvento dell’ibrido uomo/macchina, privo di consapevolezza e schiavo impotente di chi lo controlla. Il vero potere oscuro, quello assoluto e supremo, non è il denaro, ma il potere di annientare nell’altro la sua scintilla divina.

Anche al livello della mente animale, c’è comunque un potere costruttivo, finalizzato alla sopravvivenza, che nel suo lato maschile è capacità di difesa, orientamento al compito e spirito di iniziativa, mentre nel suo lato femminile è capacità di tenere insieme il gruppo, di prendersi cura della prole e placare le tensioni. Anche se le distinzioni sono sempre un po’ forzate, ci aiutano a comprendere che, a questo livello, non siamo particolarmente diversi da altri mammiferi sociali, se non per grado di complessità dei comportamenti.

Noi non siamo però solo degli animali, seppure di specie umana. Siamo molto di più e tutto congiura per farcelo dimenticare. Considerato dal punto di vista della coscienza spirituale, il potere è un’influenza che si esercita su se stessi e sugli altri al fine di accrescere la consapevolezza e le possibilità di agire. Questo potere si nutre di responsabilità e di rispetto, nel senso che è vigile, attento, accogliente, disposto a rimediare agli errori e a riparare ciò che si è guastato. Responsabilità è consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Rispetto è profondo riconoscimento della scintilla divina nell’altro. Questo tipo di potere non conosce manipolazione, prevaricazione, ingiustizia, egoismo, invidia e azioni scorrette. Nel suo lato maschile, è forza e armonia interiore, capacità di prendersi cura proteggendo, giustizia, chiarezza delle intenzioni e del volere, determinazione; nel suo lato femminile è Amore spirituale (scritto con la maiuscola per distinguerlo dall’amore umano, fatto di sentimenti e di attaccamenti), che prova gioia nel veder crescere gli altri; è creatività, equità (ovvero giustizia adattata alle circostanze), capacità di generare armonia sociale, di accogliere.

Se il potere a livello animale è controllo degli altri e dell’ambiente e strumento di sopravvivenza, a livello spirituale è servizio e strumento di crescita – individuale e sociale – e di elevazione della coscienza. Il fatto che ci sembri normale il potere del primo tipo non deve farci svalutare l’enorme potenziale del secondo. Il potere come servizio ha un impatto molto più grande ad ogni livello, perché è trasformativo, costruttivo, capace di creare connessioni e di concentrare e moltiplicare le forze. Richiede grande forza interiore e produce straordinari cambiamenti. Soprattutto, ci fa stare bene, perché questo sarebbe il livello di dignità al quale dovremmo stabilmente collocarci per essere felici.

Allora perché sottolineare il lato femminile del potere come servizio, se entrambe le energie che lo costituiscono sono necessarie per esprimerlo? Direi per una ragione squisitamente storica: perché in Occidente (e non solo) le vicende della storia hanno sviluppato negli umani il lato violento e maschile della mente animale e hanno costantemente avvilito l’aspetto creativo, generativo e armonioso della coscienza spirituale. Ce ne rendiamo conto guardando ai risultati: la distruzione dell’ambiente, la scienza senz’anima e asservita al denaro, l’economia che ignora bisogni e diritti della gente, enormi risorse finalizzate alla guerra e alla distruzione, gli infiniti regimi dispotici e violenti che hanno governato e governano questo sfortunato pianeta, la costante manipolazione della pubblica opinione mediante i media, la vita sociale improntata all’egoismo e alla competizione, anziché alla solidarietà e alla cooperazione, la millenaria svalutazione della donna e del femminile in generale.

Abbiamo bisogno di sviluppare la nostra parte migliore, di sperimentare un lato maschile costruttivo, anziché distruttivo e un lato femminile empatico e amorevole. Dobbiamo guarire le enormi ferite inferte al nostro Femminile interiore per risvegliare la forza potente del maschile autorevole e consapevole.

Non è un programma astratto né utopico, ma concretissimo, benché qui esposto in modo sintetico e solo teorico. Possiamo cominciare oggi stesso, lavorando sodo su noi stessi e insieme ad altri che ci sostengano. Nel gruppo Rebis ci stiamo dedicando con entusiasmo e con tutte le nostre risorse di conoscenza e di esperienza a questo fine. I primi risultati cominciano a vedersi. Aspettiamo anche voi. Ci trovate su www.grupporebis.org

Articolo pubblicato su Sovranità popolare, n° 9, dicembre 2019.

L’articolo si può ascoltare in podcast sul sito www.grupporebis.org

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Risvegliare il Femminile per un popolo sovrano e consapevole

A guardarsi intorno e a leggere i giornali ogni giorno c’è da morire di rabbia e di sconforto. Il sistema neofeudale fondato sul liberismo economico si regge sull’ingiustizia, sul controllo e sulla menzogna sistematica. Solo così è stato possibile svuotare di contenuto la nostra Costituzione, impoverire i cittadini, svendere le imprese pubbliche, disattivare la sovranità monetaria (che continua ad esistere, benché deliberatamente ignorata dalla classe politica), inculcare a reti unificate e per decenni l’idea che lo stallo economico dell’Italia sia il colpevole risultato della spesa pubblica, anziché l’effetto voluto e perverso del tradimento di una classe politica asservita ad interessi privati e incompatibili con la Costituzione.

Lo sconforto viene dal vedere ogni giorno come le decisioni più importanti vengano prese al di fuori di ogni trasparenza o addirittura al di fuori delle sedi istituzionali, a cominciare dalla famosa lettera privata di Andreatta a Ciampi del 1981, con la quale è iniziata la rinuncia dello Stato alla sovranità monetaria, per arrivare fino alla catena cortissima del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), discusso al di fuori del Parlamento, mentre i media si occupano d’altro. Ma potremmo riferirci, per esempio, all’Eurogendfor, la polizia europea svincolata dalla legge, al patto con Obama e le multinazionali del farmaco per i vaccini nel 2014 (il GHSA, di cui nessuno conosce le clausole), all’imposizione del 5G, nonostante i pericoli accertati per la salute. A chi li osserva con sguardo critico, i mass-media (con pochissime e marginali eccezioni) appaiono niente più che casse di risonanza di poteri non istituzionali e di interessi privati, più forti di qualunque maggioranza politica, che regolarmente se ne fa interprete a danno dei cittadini.

Non credo che se ne esca semplicemente dando vita ad altri partiti o movimenti politici. La parabola del M5S è abbastanza istruttiva al riguardo. Nonostante le buone intenzioni, il meccanismo violento del potere schiaccia, espelle o ricatta chi accetta la sfida di portare istanze etiche nella politica. Siamo esseri piuttosto primitivi, da questo punto di vista. Il nostro mondo capitalista (che non è certo l’unico possibile, se si guarda ad altri tempi e ad altri luoghi), a parte la parentesi keynesiana, a cui è ispirata la nostra Costituzione del ’48, ha trasferito nei rapporti umani la legge della giungla, legittimandola come benefica e naturale. Non che prima del capitalismo in Occidente vigessero la giustizia e l’armonia (bisogna risalire al Neolitico, cioè a 8000 anni fa, per trovare una società fondata sul femminile, pacifica ed egualitaria, come sostiene Marija Gimbutas), però l’ideologia neoliberista è riuscita nell’impresa di portare la guerra, la divisione e la competizione dentro ciascuno di noi e di renderci schiavi a nostra insaputa.

La politica è così marcia e corrotta perché è nutrita da una visione animalesca dei rapporti umani. Noi umani siamo anche, benché non solo, animali – animali umani, appunto. In quanto animali, eredi delle esperienze spesso tragiche e violente dei nostri antenati, codificate nei nostri geni, abbiamo sviluppato una mente genetica, adatta alla sopravvivenza. E poiché ciascuno di noi ha dentro di sé una parte maschile e una femminile, in quanto discendente di un padre e di una madre, portiamo in noi un maschile e un femminile animale: il primo, orientato alla supremazia, alla lotta, alla competizione e al dominio; il secondo, alla cooperazione, alla cura della prole, alla relazione e alla pace. Questo almeno ci ha insegnato la nostra storia passata; non si tratta necessariamente di un destino scritto nel libro della natura.

Tuttavia, è presente in noi anche una coscienza spirituale, creativa e più elevata. Siamo esseri fatti di corpo, mente e spirito. Come uno schiacciasassi, il capitalismo neoliberista ha asfaltato la dimensione spirituale e ci ha ridotti a materia, a puri e semplici consumatori, quando non ad anonimi e smemorati sudditi, asserviti ad un sistema creato per drenare ricchezza dai poveri ai ricchi. Finché restiamo nel paradigma della mente animale e ignoriamo la nostra parte spirituale, non ne verremo fuori. Questo gioco non ammette outsiders e non lo si cambia rimanendoci dentro.

Dobbiamo ripristinare la nostra integrità perduta. Dobbiamo farlo per noi stessi, per ritrovare l’armonia interiore, e per il mondo in cui viviamo, prima che sia troppo tardi. Occorre uscire dallo schema predatorio, dal gioco a somma zero – mors tua, vita mea – e riscoprire in noi il senso della connessione con gli altri e con l’universo. Il trionfo del maschile animale, violento e predatorio, che ha comportato storicamente la repressione e la sottomissione dei valori femminili, ha danneggiato la nostra coscienza, la nostra vita associata e l’ambiente in cui viviamo. Come tutti i modelli unilaterali, ha prodotto squilibrio, dolore e morte. Dobbiamo rendercene conto e cambiare rotta.

L’unica strada percorribile, secondo me, è il risveglio del Femminile spirituale. L’essenza spirituale è unica, di per sé, e non ha genere. Comporta però caratteristiche complementari e nel nostro mondo quelle femminili (senso della connessione, amore spirituale, intuizione, creatività, bellezza eccetera) sono state particolarmente schiacciate, nell’uomo e nella donna. Non saremmo a questo punto se la nostra storia non avesse cancellato la presenza del femminile con sistematica ferocia. Maschile e femminile spirituali non sono opposti; lo sono il femminile spirituale e il maschile animale. Per questo occorre concentrarsi sul femminile spirituale, come sul naturale antidoto al male che ci affligge.

Abbiamo bisogno di un’economia al femminile (spirituale, non animale), di una politica al femminile, di una scienza al femminile, di una cultura al femminile, di mass-media al femminile. Non possiamo continuare a vivere per accumulare o per lasciarci sfruttare. Non basta far entrare le donne nella stanza dei bottoni. Non tutte le donne, come non tutti gli uomini, hanno sviluppato un femminile spirituale. Occorre molto di più. Occorre cambiare se stessi, tutti quanti, attraverso un percorso di consapevolezza, fatto di impegno, responsabilità, rispetto, etica e giustizia. Trasformare se stessi e la propria mente animale è l’impresa più difficile, ma anche la più necessaria ed entusiasmante. E non si fa da soli. Non è un semplice processo di conoscenza, ma un concretissimo lavoro quotidiano su noi stessi, sulle nostre emozioni, credenze ed eredità genetiche, per il quale serve l’aiuto di una rete di persone che apprendono insieme. Dobbiamo smettere di delegare a qualcun altro i nostri interessi e il nostro futuro e assumerci la responsabilità di risvegliarci alla nostra integrità e completezza.

Per questo è nato Rebis, un gruppo indipendente di confronto, di studio e di formazione senza scopo di lucro nel quale si può crescere insieme giorno per giorno nella consapevolezza della parte più elevata di noi stessi. Rebis è un gruppo pluralista, non confessionale, apolitico nel senso che non è schierato e non partecipa alla lotta politica, ma sommamente politico nel senso dell’impegno civile e della solidarietà sociale. Possono collaborare tutte le persone – uomini e donne, di ogni nazionalità, credo o fede politica – che ne condividono gli scopi, che intendono contribuire in qualche modo e che vogliono impegnarsi nella trasformazione della propria mente animale per risvegliare la coscienza spirituale e diventare cittadini sovrani e consapevoli. La sovranità, infatti, ci è stata tolta da un pezzo e solo con un duro lavoro su di noi saremo in grado di riprendercela.

Rebis ha un blog (www.grupporebis.org), con sezione in Inglese e Spagnolo, e una Pagina Facebook (Rebis – Il risveglio del Femminile per un popolo sovrano e consapevole), con relativo Gruppo di discussione. Nel sito di Sovranità popolare c’è uno spazio dedicato. Sabato 8 febbraio, a Milano, si svolgerà il primo seminario di Rebis aperto al pubblico e sarà possibile partecipare alla cena di gruppo. Chi vuole conoscerci o partecipare può scrivere a grupporebis@gmail.com

Articolo pubblicato su Sovranità popolare n° 7, novembre 2019

Scuola, ultimo atto: quando la competenza scaccia la conoscenza

Dialogo (d)istruttivo fra Smarty, il Nuovo Docente Formato alla Didattica per Competenze, e Sofia, la Vecchia Docente da Rottamare, ancora ostinatamente attaccata alle sue polverose Conoscenze.

Smarty

La lezione frontale? Roba da vecchie aule polverose, una noia mortale… Lo studio sistematico della storia o della letteratura? E a che pro? I programmi non esistono più, nella scuola delle competenze. Qui si impara dall’esperienza, lavorando in gruppo, per via induttiva e affrontando compiti di realtà, ovvero problemi quotidiani. Basta con le lezioni dalla cattedra, in cui parla solo il docente! La scuola deve mettere gli studenti al centro!

Sofia

Ma guarda un po’… Sei appena arrivato, e parli come se avessi scoperto l’acqua calda. I pedagogisti discutono da decenni se sia meglio la didattica frontale, in cui il docente tiene la sua conferenza quotidiana, o quella attiva, con la quale sono gli studenti a lavorare in autonomia, guidati dal docente. È una questione vecchia come la pedagogia. In un certo senso, l’hanno pure risolta. Per fortuna, esistono le ricerche scientifiche. Ed hanno constatato che entrambi i metodi hanno pregi e difetti. Con il metodo frontale, si riesce a trasmettere una quantità molto maggiore di conoscenze, ordinate e di ottima qualità, ma se il docente non riesce a coinvolgere gli allievi e a stimolarne l’interesse, può risultare noioso, come dici tu, e libresco. Con il metodo attivo, gli studenti sono più coinvolti e memorizzano meglio ciò che hanno imparato attraverso la propria esperienza personale, ma si impara complessivamente molto meno, in modo più frammentario e meno solido dal punto di vista teorico. L’insegnamento migliore è quello che li usa entrambi, a seconda del contesto e degli argomenti. Ma ricorda che una lezione frontale ben fatta, fondata su domande stimolanti e vitali, può dare più soddisfazione agli studenti di un dispersivo lavoro di gruppo.

Smarty

Quello che dici tu andava bene per le generazioni passate. Oggi a scuola abbiamo i Millennials, i ragazzi che sono nati con lo smartphone in mano… Come si fa a catturare la loro attenzione con la vecchia lezione dalla cattedra? E poi con i new media si impara moltissimo… A che servono tutte ‘ste nozioni, se hai tutto a portata di click? Bisogna svecchiarsi, dài. Non si può fare lezione come nell’Ottocento!

Sofia

Hai ragione sui Millennials. Infatti i neuropsichiatri seri, come il tedesco Manfred Spitzer, sulla scorta di centinaia di studi scientifici condotti nelle migliori Università, sostengono che l’uso precoce di smartphone e PC sia causa di demenza digitale. Fra i tanti danni dei tuoi benedetti aggeggi digitali, infatti, ci sono la riduzione progressiva della capacità di attenzione, la mancata formazione delle vie neurali per lo sviluppo delle abilità linguistiche e matematiche, la dipendenza, il tempo sottratto alla lettura e alle amicizie, la sensazione di sapere, mentre si è ignoranti, per il semplice fatto di essere sempre connessi. Se diamo in mano agli studenti lo smartphone in classe, li faremo senz’altro smanettoni e magari pure divertiti, ma stupidi. E comunque informazioni e conoscenze non sono la stessa cosa. C’è la stessa differenza che c’è fra i mattoni accatastati alla rinfusa e l’edificio terminato, conforme ad un progetto.

Smarty

Si vede proprio che vivi in un altro mondo… In ogni caso, che ti piaccia o no, ce lo chiede l’Europa. Non hai letto i documenti europei che negli ultimi vent’anni hanno ribadito in ogni modo il ruolo delle competenze? E come lo trovi il lavoro, studiando Raffaello o Boccaccio? Carmina non dant panem…  Come fai ad essere competitivo, se non vai oltre le conoscenze e non impari ad essere autonomo, a sviluppare la capacità di lavorare in gruppo, se non sai usare le tecnologie digitali, se non hai le tue belle certificazioni linguistiche e non ti prepari per la formazione permanente? Non dico che un po’ di conoscenze non servano, ma senza le competenze i ragazzi saranno tagliati fuori dal mondo del lavoro.

Sofia

Ma da quando in qua il mondo del lavoro è il fine della scuola? E la competizione, poi? Dove l’hai vista nella Costituzione? Hai mai sentito parlare degli “inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2)? O del “pieno sviluppo della persona umana” e dell’ “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3)? Mi spieghi come faranno questi sventurati ragazzi, specie se non vengono da una famiglia ricca e istruita, a migliorare il proprio status senza un bagaglio di conoscenze ampie e ben strutturate? Non crederai mica che si possano acquisire le competenze vere, come il senso critico, la capacità di argomentare, di comprendere il senso di un’opera d’arte o di un testo letterario in autonomia, di difendere i propri diritti e di svolgere con coscienza i propri doveri di uomini e di cittadini solo sulla base della classe flippata*? Diceva don Milani che ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani. Quanto aveva ragione! Pensi davvero che con il lavoro di gruppo e procedure induttive si possano imparare tante parole quante ne fa apprendere la lezione frontale?

* [N. d. A: flipped classroom è la classe rovesciata, nella quale sono protagonisti gli allievi]

Smarty

Ma allora proprio non capisci. Qui nessuno ha detto che le conoscenze devono sparire. Devono soltanto essere subordinate alle competenze. Sono le competenze il nuovo scopo della didattica. Solo così avremo finalmente una didattica inclusiva, capace di accogliere tutti, anche gli studenti svantaggiati a cui sembri tenere tanto. La scuola delle competenze è innovativa perché permette di superare la demotivazione e l’estraneità della lezione frontale e il disamore per lo studio. Gli studenti verranno a scuola più volentieri e impareranno di più, perché saranno coinvolti in ciò che imparano. Ma hai letto l’elenco delle competenze definito dalla Raccomandazione del Parlamento europeo del 7 settembre 2006? Guarda che sono previste anche le conoscenze:

comunicazione nella madre lingua, comunicazione nelle lingue straniere, competenza matematica, competenze di base in scienza e tecnologia, competenza digitale, imparare ad imparare, competenze sociali e civiche, spirito di iniziativa e imprenditorialità, consapevolezza ed espressione culturale.

Sofia

Guarda che sei tu quello che non ha le idee chiare. Chiariamo subito una cosa: che un conto è il fine e un conto è il metodo. Il fine di sviluppare le competenze è sempre stato presente nella scuola. Conoscenze, abilità e competenze, o se preferisci sapere, saper fare e sapere essere sono da sempre il fine dell’istruzione. Quando frequentavo il mio austero liceo classico d’altri tempi, anche senza le classi flippate ho sviluppato competenze di valore inestimabile, che mi hanno permesso di formarmi una cultura ampia e solida anche se i miei genitori avevano la terza elementare e di essere qui adesso a discutere con te. Ma senza le conoscenze, senza le mie versioni dal greco e dal latino, non stringerei nulla. Pensa che perfino negli studi sull’intelligenza si è compreso che sono le conoscenze a renderci intelligenti e non le capacità grezze. Ma tu confondi il fine con il metodo: sembra che solo con il metodo attivo si possano conseguire le competenze, ed io te lo contesto fermamente. Ti assicuro che in 35 anni di insegnamento ho visto coorti di allievi altamente motivati e coinvolti anche nella lezione frontale. Non è il metodo che fa la differenza, ma l’energia coinvolgente dell’insegnante, se crede in quello che fa e trasmette passione per il sapere. E ho visto tante volte nei loro occhi la soddisfazione di aver espugnato un concetto difficile che mai avrebbero formulato da soli o di aver imparato a studiare molto in poco tempo.

In secondo luogo, chiedo io a te se quelle elencate sono le uniche competenze che la scuola deve fornire. Ma ti pare che non ce ne siano di più adatte al “pieno sviluppo della persona umana”? Per esempio, essere cittadini critici e consapevoli, conoscere se stessi e gli altri, avere sensibilità per la bellezza, saper essere mente, corpo e spirito, individui creativi e fruitori di cultura, saper essere membri attivi e responsabili di una comunità sociale, saper cooperare con altri in vista di un fine condiviso, sviluppando il senso del bene comune, la competenza emotiva e dialogica, la tolleranza delle opinioni che non si condividono, la disponibilità ad ascoltare e a difendere le proprie tesi in modo razionale e argomentato? Non vorrai dirmi che la deduzione trascendentale di Kant rientra da qualche parte nel tuo elenco? Con quelle competenze si allevano al più dei Monsù Travet, dei lavoratori non troppo critici.

E poi, sii onesto: al di là delle parole, come si fa a conservare le conoscenze in una didattica per competenze intesa come la intendi tu? Ti faccio un esempio concreto. Prendi un insegnante liceale di storia. Sviluppare il senso del divenire dei fenomeni umani e saperli collocare nello spazio e nel tempo non è una competenza fondamentale? Bene. Nel biennio, l’insegnante suddetto ha un’ora in meno di storia rispetto a 11 anni fa (dalla Riforma Gelmini del 2008) e deve condividere le ore con Geografia, che prima era materia a sé (ha anche un’ora in meno di Italiano, ma questa è un’altra faccenda). I suoi allievi sono molto più numerosi (intorno ai 30, di cui almeno 4 o 5 con BES o DSA) e arrivano da otto anni di scuola in cui la storia si è studiata poco o nulla, visto che si è abbandonato lo schema ciclico di Bruner, che prevedeva di riprendere l’intero percorso storico ad ogni nuovo ciclo didattico. Con le sue 66 ore annuali a disposizione, il nostro docente deve trattare in due anni tutta la storia antica e la geografia (le quattro nozioni che riesce a trasmettere) a studenti pressoché privi di nozioni di base. Il suo collega del triennio, che ha sempre due ore settimanali, 66 all’anno, deve arrivare in tre anni al Novecento…

Smarty

E vabbè, ma allora insisti… ti ho detto che non ci sono più i “programmi”. Parli tanto di libertà di insegnamento e poi non ti rendi conto che puoi scegliere tu che cosa insegnare. Mica sei obbligata a fare tutto… Sulla storia, poi, non hai nemmeno più il problema della prova scritta all’Esame di Stato. L’hanno tolta, tanto non la svolgeva nessuno.

Sofia

Ci stavo arrivando, appunto, se mi lasci finire il discorso. Supponi che il nostro bravo collega di Storia, con le sue 66 ore annue, decida di programmare, con ore e ore di lavoro extra non retribuito, un bel percorso interdisciplinare con i colleghi di Italiano e Storia dell’arte e una serie di moduli (pardon, di UDA, come si chiamano adesso) che prevedono alcune visite ai musei, l’analisi di documenti, la visione di un paio di film e qualche lezione in Inglese in modalità CLIL. Delle sue 66 ore, almeno un quarto circa se ne andrà fra assemblee studentesche, gite, progetti, alternanza scuola-lavoro, esperti esterni e altre interessanti attività consimili. Nelle 50 ore rimanenti, deve valutare i suoi 25-30 studenti almeno due volte al quadrimestre, altrimenti è fuori dalla legalità. Vorrà vedere come espongono la lezione? Se è molto esperto, se la cava con un quarto d’ora a studente. Moltiplicato 30 studenti per due volte al quadrimestre sono 60 quarti d’ora, 15 ore in tutto. Sempre che non si distragga un attimo e non si ammali. Poi però ci sono le prove di recupero, che sono tante, visto che gli studenti non studiano. Facciamo altre 5 ore? E sono 20. Da 50 siamo arrivati a 30…

Smarty

E chi ti dice che devi interrogarli? Anche quella è roba vecchia. Puoi valutarli molto più in fretta con un bel test! Così hai anche il vantaggio di monitorare tutti gli apprendimenti in modo strutturato.

Sofia

E tu credi che la capacità di esporre o di argomentare e l’attitudine al ragionamento storiografico si misurino con un test? Ma lasciami finire. Nelle sue 30 ore, il povero docente deve tentare la quadratura del cerchio: o trasmette le nozioni minime (in quinta, la storia dell’Ottocento e del Novecento) o fa i suoi lavori di gruppo. Ma per fare i lavori di gruppo deve rinunciare a trattare buona parte dell’Ottocento e del Novecento (in verità, al Novecento ci si arriva di striscio e solo fino alla seconda guerra mondiale, se si è proprio bravi). Un lavoro in modalità attiva, infatti, richiede molto più tempo e soffre delle continue interruzioni a fine ora di lezione. Per realizzarlo, occorrerebbe modificare l’organizzazione didattica e assegnare molte più ore alle lezioni. Perciò finirà come già verificato in altri Paesi: gli studenti sapranno tutto di un paio di argomenti (magari anche 5 o 6, non di più in 30 ore) e niente di tutto il resto. E secondo te questo è meglio?

Smarty

Meglio poche cose, ma fatte bene, almeno si impara ad imparare. Così almeno studieranno volentieri e saranno pronti per il mondo del lavoro.

Sofia

E qui ti sbagli di grosso. Negli Stati Uniti la didattica per competenze è stata introdotta nel 2001 con enfasi da una legge votata in maniera bipartisan dal Congresso, e con essa i test di verifica delle competenze in lettura e scrittura, ai quali erano subordinati i fondi alle scuole. Risultato: un disastro totale. Sono aumentate le disuguaglianze fra ricchi e poveri e peggiorate le abilità di comprensione dei testi. Leggere non è come andare in bicicletta. Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze. Inoltre, il sistema dei test ha introdotto la pratica perversa del teaching for testing. Si studia solo ciò che serve per superare il test, alla faccia delle sbandierate conoscenze, che finiscono nella spazzatura. La moneta cattiva scaccia quella buona e nella scuola sta avvenendo lo stesso.

Smarty

Come sei disfattista… Noi non siamo gli Stati Uniti. Da noi le conoscenze sono ancora ben presenti nei curricoli della scuola pubblica.

Sofia

Come sei ingenuo tu, invece! Quello che io vedo è che questa faccenda della didattica per competenze è l’ultima spallata neoliberista alla scuola della Costituzione. Non potendola eliminare del tutto, dopo averla strangolata economicamente, aver umiliato i suoi docenti, averla privata di tempo, risorse, edifici sicuri e di un numero ragionevole di alunni per classe, e dopo il tentativo di regionalizzarla per indebolirla ulteriormente, ora le danno la mazzata finale, sfilandole da sotto le conoscenze. Non ci sarà semplicemente più il tempo di trasmetterle! E chi lo farà sarà un vecchio arnese da rottamare quanto prima. Ma gli studenti, sicuramente saranno più sereni e felici a scuola e i genitori avranno meno crucci per i brutti voti degli insegnanti cattivoni. Felici e ignoranti. Ma competenti, e molto, molto smart.

Smarty

Sai che ti dico? Sei proprio una lagna. Sei troppo attaccata alle tue polverose Conoscenze. Non riesci proprio ad accettare il cambiamento…

Sofia

Avrei invece molto da insegnarti, caro collega sprovveduto. Ma continuerò a modo mio finché sarò nella scuola. La libertà di insegnamento me la tengo ben stretta e la difenderò con le unghie e con i denti. A differenza di molti esponenti della classe politica, sono ancora fedele alla Costituzione e non prenderò in giro i miei allievi con uno specchietto per le allodole. A proposito: dato che sulla pagina Facebook Dillo a Fioramonti, creata da La Tecnica della Scuola, sono arrivati moltissimi suggerimenti per il nuovo Ministro dell’Istruzione, mi aggiungo al coro con quattro richieste: Che cosa aspetta, egregio Ministro, a dare alla scuola le risorse economiche necessarie? Sarebbe più urgente che non ci cadessero gli edifici sulla testa e che avessimo uno stipendio dignitoso. Perché poi non ridare all’insegnamento della Storia lo spazio che merita? I nostri studenti sanno poco di tutto e niente del Novecento. Perché non fermarsi un momento a ripensare la didattica per competenze, dati i risultati degli USA e data la libertà di insegnamento? Anche Lei ha giurato fedeltà alla Costituzione. E soprattutto: perché non mi manda in pensione? Ne ho abbastanza di vedere l’istruzione pubblica svilita in questo modo. Grazie, Ministro. Chissà se almeno a Lei importa davvero della cultura nel nostro splendido e martoriato Paese. Si ricordi che è la scuola ad avere il compito di trasmetterla alle generazioni future, ma per poterlo fare non deve perderla per strada.

Articolo pubblicato il 16 ottobre 2019 sul sito di Sovranità Popolare.

Rebis: il risveglio del Femminile spirituale

Articolo pubblicato l’8 ottobre 2019 su Olistic News.

Il Rebis (dal latino Res bina, cosa doppia), è il simbolo alchemico dell’unione degli opposti. Gruppo di studio informale, nato da un’idea di Patrizia Scanu, psicologa, Gestalt Counsellor e docente al liceo delle Scienze Umane di Alba in Piemonte, si propone di dare spazio alla riflessione sulla profonda crisi globale che sta attraversando questo mondo prodotto da decenni di ideologia neoliberista. Se ne ricercano le cause nel secolare squilibrio fra maschile e femminile, che ha prodotto una frattura nell’integrità della persona umana, fatta di corpo, mente e spirito, e ridotto al lumicino la componente spirituale.

Il gruppo di lavoro, assolutamente laico e dialogico, si propone di dare vita ad un vasto movimento di opinione che stimoli la presa di coscienza collettiva dei valori e delle qualità femminili, schiacciati e silenziati da secoli di repressione, soprattutto religiosa.

Rebis è un gruppo di persone, uomini e donne, che intendono riflettere sul modo in cui lo sviluppo di una spiritualità di qualità femminile possa contribuire ad elevare il livello delle coscienze e di conseguenza della vita civile. Il Femminile qui è da intendersi in senso energetico, come femminile interiore, presente sia nelle donne sia negli uomini.

“Siamo convinti che non si potrà cambiare nulla a livello politico finché le persone non matureranno una consapevolezza profonda della propria natura spirituale, intesa nel senso più alto e laico del termine. E dell’essenza spirituale, che in sé non è né maschile né femminile, una componente essenziale, quella femminile, è stata a lungo soffocata e repressa. Pensiamo ci sia bisogno di recuperare l’equilibrio perduto per ricostituire l’integrità dell’essere umano. Senza un riequilibrio fra le due energie, il maschile e il femminile spirituale, questo mondo è condannato. Solo ritrovando l’integrità della propria essenza si può pensare di costruire un mondo più evoluto, superando le bassezze dell’attuale contesto politico e le dolorose lacerazioni di una società costruita sulla competizione e sul possesso”.

Il gruppo di studio non ha niente a che fare con il movimento femminista né si propone di creare una “riserva” per sole donne. Qui le donne e gli uomini hanno un ruolo assolutamente paritario. Rebis dovrebbe essere la casa degli uomini che hanno fatto pace con il femminile e delle donne che, valorizzando il femminile, hanno fatto pace con il maschile. Tutti – uomini e donne – nel rispetto delle innegabili differenze, hanno da guadagnare dallo sviluppo integrale della propria coscienza spirituale.

Lo scopo del gruppo di studio è proporre modelli alternativi di comportamento personale, di gestione delle relazioni fra persone, di azione civile e politica che aiutino le persone a uscire dall’isolamento e dalla competizione neoliberista e a costruire una società migliore ed evoluta. Non si tratta solo di discutere, ma anche e soprattutto di agire e di imparare. Le attività si declinano in organizzazione di eventi, corsi, seminari e momenti d’incontro. Si prevede la promozione di iniziative sociali e politiche, intendendo per “politico” ciò che riguarda la polis, ovvero al vita della comunità dei cittadini. Si occuperà di formazione e informazione. Solo dallo sviluppo della consapevolezza dell’intero potenziale umano può nascere, infatti, una visione del futuro fondata sui valori autenticamente spirituali che ispirarono la Costituzione italiana del 1948.

A quei valori di uguaglianza sostanziale, solidarietà, partecipazione, cooperazione, bellezza, responsabilità, giustizia, traditi da decenni di politiche asservite all’interesse di pochi e subordinate al dogma dei mercati, Rebis s’ispira per dare sostanza civile agli argomenti scelti per la riflessione. Dimensione spirituale e dimensione politica sono interdipendenti, sebbene Rebis non sia né un movimento politico né un gruppo d’ispirazione religiosa.

È un gruppo aperto alla collaborazione di uomini e donne altamente motivati a compiere questo percorso personale e collettivo di trasformazione delle coscienze, che condividano questa visione di fondo e siano disponibili a dare un contributo di idee e di azione al lavoro del gruppo. Persone belle e validissime si stanno impegnando con entusiasmo a produrre idee e progetti per questo gruppo. Ne puoi far parte anche tu. Puoi iscriverti al Gruppo Rebis su fb oppure scrivere una mail a grupporebis chiocciola gmail.com.

Patrizia Scanu

Condizione femminile o condizione del femminile? Un cambiamento di prospettiva

Quando si parla di condizione femminile, sembra naturale pensare alle donne e alle loro battaglie secolari per ottenere pari dignità e diritti rispetto agli uomini. Senza scomodare le notizie a volte tremende che arrivano da Paesi lontani, nei quali l’integrità, la libertà, la salute e i diritti civili, politici e sociali delle donne vengono clamorosamente ignorati tuttora, è istruttivo ricordare come secoli di supremazia maschile abbiano costantemente relegato le donne in posizione subalterna anche qui in Europa. L’emancipazione femminile, faticosa, tardiva e mai completata, permise alle donne, prima equiparate ai bambini e ai deboli di mente, considerate emotive, volubili e inaffidabili ed escluse dai luoghi del potere, dai gradi più elevati dell’istruzione e dalle professioni “maschili”, di occupare nella società un posto meno marginale e ruoli più autonomi e significativi.

Gli infiniti abusi subiti dalle donne per millenni, il trattamento degradante a cui esse furono spesso sottoposte anche nei luoghi di lavoro, la privazione della libertà di scelta, la svalutazione del loro ruolo sociale e della loro intelligenza, le disuguaglianze di cui furono vittime, spesso vissute con senso di ingiustizia e di risentimento, la repressione delle loro qualità interiori, le umiliazioni continue, la costrizione all’obbedienza, al sacrificio e alla sottomissione in famiglia sono eredità pesanti e dannose, conservate e tramandate dalla memoria collettiva. Ce le portiamo dentro di noi, nessuno escluso, come memoria genetica, familiare, sociale. Tutti abbiamo alle spalle nonne, prozie, bisavole, antenate di innumerevoli generazioni dietro di noi che hanno vissuto stupri, violenze, soprusi di ogni tipo, che si sono sacrificate per i figli, che hanno rinunciato a se stesse, che hanno dovuto sottomettersi, adeguarsi, arrendersi, sopportare l’ingiustizia, lo svilimento, la sopraffazione, l’assenza di diritti.

E poiché, anche e soprattutto quando è inconsapevole, la memoria genetica agisce nel profondo di noi stessi e costituisce il patrimonio inconscio di esperienze con il quale veniamo al mondo e dal quale attingiamo ogni giorno per affrontare il quotidiano, delimitando il repertorio delle nostre azioni libere e volontarie, ad uno sguardo più attento la condizione femminile ci porta a riflettere sulla condizione del femminile. Non si tratta della stessa cosa: la condizione del femminile non coincide con la condizione delle donne, ma con lo stato di dolorosa repressione del principio spirituale femminile che affligge tutti, uomini e donne, anche emancipate e liberate, in quanto tutti discendenti da una linea genetica materna e membri di una cultura, dunque portatori dell’eredità del vissuto delle generazioni precedenti. Un’eredità gravosa ed opprimente, che ci rende deboli, squilibrati e ignari delle enormi potenzialità della nostra natura e ci fa perpetuare lo schema della scissione interiore, della contrapposizione fra maschio e femmina che è frattura fra le due parti della nostra Coscienza spirituale.

Anche se non vogliamo e non sappiamo, infatti, conserviamo in noi il senso di ingiustizia, di fallimento, di impotenza, di frustrazione, di rancore, di paura, di rabbia, di colpa e di sacrificio delle nostre antenate e sabotiamo in questo modo le nostre vite, impedendoci di realizzare la pienezza del nostro essere. Non importa se siamo maschi o femmine, perché tutti abbiamo una madre e ce la portiamo dentro. Anche se umiliato e schiacciato, il Femminile rimane dentro di noi e aspetta di essere liberato. La degradazione delle donne ha avuto come risultato la repressione del Femminile in ciascuno di noi e un enorme danno alla nostra integrità. Umiliando la donna, l’uomo ha assurdamente umiliato metà di se stesso. Umiliando il proprio femminile interiore, ha ulteriormente svalutato il femminile delle donne e creato un mondo invivibile. Molti uomini disprezzano nelle donne ciò che rinnegano in se stessi. Subendo questa umiliazione, le donne hanno perso il contatto con il loro Maschile spirituale e spento il loro Femminile interiore. La supremazia dell’uno sull’altro è un’inutile vittoria contro se stessi.

Abbiamo tutti bisogno di integrità, di essere interi, ciascuno a modo suo. Certamente le donne hanno un più facile accesso al Femminile (sempre che non sia stato completamente schiacciato) e gli uomini al Maschile, ma hanno bisogno dell’altra metà per essere se stessi, ovvero esseri divini, e non deboli e passivi epigoni del passato della stirpe. Ma poiché la condizione del Femminile spirituale è ora penosa per entrambi, da lì bisogna incominciare. Rebis nasce proprio con questa finalità: risvegliare e rigenerare il Femminile spirituale per rendere possibile a tutti noi il recupero di tutte le energie e le potenzialità smarrite in un assurdo e devastante conflitto, che ci degrada e ci consegna ai meccanismi della nostra mente animale. Dove non c’è Coscienza spirituale, infatti, resta attiva solo la nostra parte animale umana e vengono meno libertà e consapevolezza.

Che il risveglio del Femminile (spirituale, non animale) sia necessario per trasformare questo mondo in qualcosa di meglio, è palese in ogni ambito della vita associata: nella politica, dove vigono incontrastate le leggi della forza, della violenza e della sopraffazione, proprie del maschile animale; nell’economia, dove la diffusione dell’ideologia neoliberista, finalizzata alla lotta di classe dei ricchi e dei potenti, anziché al bene comune, ha infettato le menti con i germi dell’individualismo, della competizione, della legge del più forte, anch’essi propri del maschile animale; nella società, nei mass media, perfino nella scuola, dove ogni cura viene posta nel farcire le menti addormentate di un sapere standardizzato, funzionale al mantenimento di un basso livello di coscienza e a stili di comportamento opposti ai principi di etica, responsabilità e giustizia, propri della Coscienza spirituale.

In una società che dà valore al femminile spirituale, si dà spazio alla cooperazione, all’equità, all’integrità, al rispetto, alla consapevolezza, alla partecipazione, alla cultura, all’ambiente, al bene comune, alla bellezza, ai valori più elevati. Non è una prospettiva spiacevole né astratta, perché ciò che facciamo agli altri, lo facciamo a noi stessi, che ci piaccia o no. Si tratta solo di rendersene conto e di diventare esseri completi e cittadini sovrani e consapevoli. Tanto non ci salveremo altrimenti, né come individui né come umanità. Continuare a sabotare noi stessi ci porterà all’autodistruzione. Vale perciò la pena di darci da fare a ripulire le lordure del passato e a lasciarcelo definitivamente alle spalle. Rivitalizzare il Femminile vorrà dire allora ritrovare finalmente noi stessi e il sentiero smarrito del nostro ritorno a casa.

L’autonomia differenziata: come dare un altro colpo alla scuola della Costituzione

Quando il Padre Costituente Piero Calamandrei definiva la scuola pubblica come “organo costituzionale” intendeva dire che essa è un’istituzione dello Stato alla pari con il Parlamento, il Governo o la Magistratura. Nell’architettura della Costituzione italiana del ’48 la scuola assume un ruolo fondamentale: quello di realizzare l’uguaglianza sostanziale fra i cittadini e di formare la classe dirigente, permettendo a tutti di accedere ai gradi più alti dell’istruzione.

Secondo Calamandrei, paragonando lo Stato al corpo umano, il ruolo della scuola è quello degli organi che producono il sangue. L’immagine è chiarissima: la democrazia senza la scuola pubblica è dissanguata. Il sangue si può perdere goccia dopo goccia, ma se non si ricostituisce alla fine si muore.

Le oligarchie sovranazionali che fra gli anni ’70 e ’80 del ‘900 decisero di porre termine all’eccesso di democrazia nel nostro Paese e al suo tumultuoso sviluppo economico e sociale lo avevano compreso benissimo. Con la complicità di una classe politica nostrana collaborazionista e infedele alla Costituzione che a parole difendeva, decisero che ad un colpo di stato violento fosse preferibile un colpo di Stato strisciante. Invece di abolire la Costituzione, bastava ignorarla, modificarla, ritoccarne qua e là i contenuti e svuotarla dall’interno. Un pezzetto alla volta, con paziente metodicità. Così il popolo sovrano non si accorge che la sovranità dell’articolo 1 gli viene sottratta sotto il naso giorno dopo giorno.

La scuola è fastidiosamente l’unica istituzione che mantiene unita la Nazione intorno ai valori fondanti della Costituzione. Il Parlamento già da tempo ha perso centralità e potere, grazie all’abuso dei decreti-legge e alle leggi elettorali cooptative che assegnano la scelta degli eletti ai dirigenti di soggetti privati, quali sono i partiti. Dopo le grandi svendite di aziende e beni pubblici negli anni ’90 e i trattati europei, i Governi formati e disfatti senza passaggio parlamentare o elettorale sono stati sempre più frequenti, mentre quelli che mantengono le promesse elettorali sono estinti da tempo. Siamo ormai assuefatti ad essere eterodiretti. La Magistratura, spesso delegittimata, ha perso una parte di credibilità per i suoi legami con la politica.

Perciò sulla scuola bisognava accanirsi. In vent’anni, ci hanno tolto tutto: fondi, prestigio, qualità, docenti, serietà, contenuti, ore di lezione. In apparenza, nulla è cambiato; nella sostanza, niente è come prima. Come ho spiegato ampiamente altrove, non c’è stato Governo negli ultimi decenni che non abbia dato il suo colpo di piccone in un’unica direzione: smantellare la scuola come organo costituzionale al servizio della democrazia e della mobilità sociale e produrre la scuola-azienda neoliberista, che parla il linguaggio dell’economia e compete sul mercato alla pari con una ditta qualunque o al più come un servizio a domanda, che sopravvive con finanziamenti privati (la Buona Scuola di Renzi).

L’ultimo passaggio era abolire l’unitarietà del sistema scolastico. Un Paese senza un sistema scolastico forte è debole e privo di coesione, specie se storicamente è già afflitto da disuguaglianze e disomogeneità territoriali come il nostro. Ci stanno provando con grande accanimento in questi mesi, con la proposta assurda e incostituzionale dell’autonomia differenziata. Concepita nelle stanze di un Ministero senza alcuna trasparenza fin dal Governo Gentiloni (tanto per dire come sia unanime l’intento), il progetto avanza a singhiozzo con il solito teatrino fra favorevoli (Lega) e contrari (M5S). Ovviamente una modifica così radicale dell’ordinamento dello Stato (ripeto: la scuola pubblica è ORGANO COSTITUZIONALE) richiederebbe prima di tutto una motivazione evidente e poi una procedura complessa, come avviene per le norme di rango costituzionale, che definiscono le regole democratiche, poi un’ampia e onesta discussione pubblica e una pianificazione politica ed economica.

Invece, si discute come se fosse una questione contingente, da sbrigar su due piedi con qualche firmetta fra un Ministro e qualche governatore regionale e ignorando del tutto la contrarietà della stragrande maggioranza dei docenti. Del resto, chi non ricorda che il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia avvenne mediante una lettera privata di Andreatta a Ciampi? Non c’è nemmeno più la finzione che il popolo sovrano conti qualche cosa.

Non si prova nemmeno a spiegare che cosa significhi una scuola regionalizzata secondo le intenzioni fin qui espresse: gabbie salariali sugli stipendi, possibilità per le Regioni di definire i contratti secondo regole autonome e di decidere quanti soldi dare alle scuole private (immagino quanto questo sia allettante per i politici regionali), influenza sui contenuti dell’insegnamento, impossibilità di trasferirsi da una regione all’altra per i docenti. Soprattutto, sarebbe la fine della libertà di insegnamento prevista dalla Costituzione, del prestigio del docente come pubblico ufficiale e rappresentante dello Stato, della scuola delle pari opportunità per tutti i cittadini e dell’uniformità dell’istruzione sul territorio nazionale. Insomma, la fine dell’articolo 3 della Costituzione, il più fastidioso di tutti. Vantaggi: nessuno, almeno per i cittadini e per la democrazia, a parte le generiche promesse sui miracoli dell’autonomia, che ricordano le altrettanto generiche previsioni sui miracoli delle privatizzazioni negli anni ’90, espresse con le stesse parole (Salvini: «Autonomia significa incentivare a migliorare, tagliare, crescere, offrire servizi migliori…»). Ma questo non lo dicono. I mali della scuola si risolvono con altre ricette. A patto che della scuola importi davvero qualcosa alla classe politica.

Articolo pubblicato nel miniblog di Sovranità popolare a luglio 2019

Oltre il neoliberismo. Dal darwinismo sociale alla società evoluta

Parlare di crisi della democrazia a livello globale significa parlare di neoliberismo. Come già avvertiva il sociologo ungherese Karl Polanyi negli anni ’40 (La grande trasformazione, 1944), infatti, il neoliberismo, con i suoi miti di libertà d’impresa, competizione, privatizzazione, deregolamentazione, non è compatibile con la democrazia in generale e, aggiungo io, con la Costituzione italiana in particolare, fondata com’è sui principi di sovranità popolare, di diritto al lavoro, di uguaglianza sostanziale, di partecipazione e di solidarietà.

Il neoliberismo ha fatto fortuna, anche nelle masse, equivocando sulla parola “libertà”. Chi non è sensibile alle infinite promesse di una parola tanto pregnante? Chi non vorrebbe essere libero? Il problema è però è duplice: quale libertà? E la libertà di chi? La visione liberale dello Stato si fonda sulla difesa delle libertà civili e politiche: libertà di coscienza, di riunione, di associazione, di espressione eccetera. Esistono, però, osserva Polanyi, anche le libertà negative: la libertà di sfruttare i propri simili, di sottrarre all’utilizzo comune scoperte tecnico-scientifiche per proteggere interessi privati, di trarre profitti da calamità collettive, di inquinare l’ambiente. Nell’economia capitalista, queste due forme di libertà sono i due lati della stessa medaglia.

Si potrebbe ipotizzare, continua Polanyi, una società futura nella quale le libertà “positive”, accompagnate da una regolamentazione adeguata, possano essere estese a tutti i cittadini. “Regolamentare” vuol dire porre limiti ai privilegi di una minoranza, proteggere i più deboli dal potere soverchiante di chi detiene la proprietà, correggere gli squilibri economici e sociali, controllare e sanzionare i comportamenti dannosi alla collettività, permettere a tutti i cittadini, anche a quelli svantaggiati, di esercitare le libertà “positive”. Questa società futura sarebbe libera e giusta insieme. Precisamente quello che intendeva Carlo Rosselli con la sua idea di “socialismo liberale”.

Ma ad impedire questo esito (la diffusione della libertà) è proprio l’”ostacolo morale” dell’utopismo liberale (quello che chiamiamo “neoliberismo”, appunto), di cui lui riconosceva il massimo esponente nell’economista Von Hayek. La visione neoliberista è utopica perché predica l’assenza del controllo e dell’intervento dello Stato in ambito economico e sociale, proprio mentre invoca l’esercizio della forza e anche della violenza dello Stato a difesa della proprietà. Detto in parole povere, per il neoliberismo lo Stato è al servizio della proprietà individuale e della libera impresa, cioè di quei pochi che non hanno bisogno di incrementare il proprio reddito, il proprio tempo libero e la propria sicurezza e agisce a svantaggio delle libertà di tutti gli altri. La libertà neoliberista è solo prerogativa dei ricchi (anche se a parole è disponibile a tutti) e non può essere estesa a tutti, perché questo minaccerebbe la proprietà. Chi è povero lo è per colpa sua ed è solo un perdente nella competizione per la ricchezza. La libertà è in sostanza la libertà di arricchirsi senza vincoli né regole.

Il neoliberismo (l’utopismo liberale), concludeva Polanyi, è intrinsecamente e incorreggibilmente antidemocratico e autoritario, perché piega lo Stato a difendere gli interessi di una minoranza a danno della maggioranza. Non per nulla il primo esperimento di Stato neoliberista fu il Cile di Augusto Pinochet, dove “libertà” significava azzeramento dei sindacati e dei diritti delle comunità, privatizzazioni selvagge, liberalizzazioni finanziarie e repressione delle libertà civili. Qui il neoliberismo si sposa con l’autoritarismo. 

Ma c’è anche un modo meno cruento per effettuare un colpo di Stato: corrodere un giorno dopo l’altro, per decenni, i diritti e i redditi dei cittadini, asservirli al potere finanziario, vincolarli a norme-capestro che li rendano schiavi di interessi estranei, modificare la Costituzione a danno della sovranità popolare, indebolire i lavoratori e i sindacati, assecondare gli interessi dei più forti, non intervenire a ridurre le disuguaglianze, privatizzare i beni pubblici, ridurre la spesa sociale, distrarre continuamente l’attenzione pubblica con falsi problemi e individuare sempre nuovi bersagli per la rabbia popolare, colpevolizzare i cittadini per la loro condizione e controllare i mass-media, in modo che veicolino continuamente la visione che più fa comodo ai manovratori (quella che Marcello Foa ha chiamato “il frame”, la cornice), martellare per anni e decenni i cittadini con un linguaggio economicista pieno di concetti come libertà d’impresa, debiti e crediti, competizione, flessibilità eccetera – insomma costruendo un’ideologia che giustifichi e renda accettabile la progressiva riduzione in schiavitù di interi popoli, tenendone a bada l’inevitabile scontento con il senso di colpa, la paura e la menzogna.

Questo è ciò che è successo da noi in questi ultimi decenni. Questo è l’imperdonabile tradimento della Costituzione e dei suoi valori realizzato da una classe politica avida e asservita a gruppi di potere nazionali e sovranazionali che l’hanno telecomandata a danno nostro. Il neoliberismo non è solo una teoria economica, ma un modello complessivo di società, sorretto da un poderoso e contraddittorio apparato ideologico, incompatibile con la democrazia, come sono incompatibili con la democrazia i monopoli privati di beni collettivi, la subordinazione degli Stati sovrani ai potentati economico-finanziari e al mercato, la distruzione dei diritti sociali, il gigantesco travaso di ricchezza dai poveri ai ricchi del pianeta in cui consiste di fatto questo modello di globalizzazione. Il filosofo John Rawls sosteneva che una disuguaglianza è accettabile solo se migliora anche le condizioni di chi ha di meno. La ricchezza non è un male, ma lo è l’ingiusta distribuzione di essa. La libertà senza giustizia sociale è solo un guscio vuoto e uno specchio per le allodole. Questo dice in sostanza la nostra Costituzione.

A questa ideologia competitiva, oligarchica, autoritaria e neofeudale costruita in gran parte a tavolino nel back office del potere, bisogna necessariamente contrapporre una visione del mondo e dell’uomo diversa e opposta, una nuova antropologia. L’ideologia neoliberista ha avvelenato le coscienze. Ci ha rappresentato un modello di uomo egoista, competitivo, materialista, cinico, aggressivo, prevaricatore, individualista e soprattutto isolato. Ci ha fatto perdere il senso dell’interconnessione e dell’interdipendenza fra di noi e con l’Universo e ci ha fatto credere che il denaro fosse il fine e il metro di giudizio di ogni attività umana. Ci ha colonizzato l’anima con un linguaggio arido e insensato, che sotto l’apparenza del rigore scientifico ha inquinato tutto ciò che di più sacro e sano abbia prodotto la coscienza umana. Sul piano politico, ci ha regalato questa Europa delle élites, anziché dei popoli, nella quale le decisioni più importanti sono prese da organi non elettivi e il Parlamento non ha potere di iniziativa legislativa; sul piano economico, ci ha costretti alle privatizzazioni, all’austerity e alla schiavitù di una moneta straniera sempre razionata, detenuta da enti sottratti al controllo democratico e legibus soluti quali la BCE; sul piano sociale ha compresso il Welfare e calpestato i diritti, prodotto un numero enorme di disoccupati e sottooccupati, impoverito e umiliato la scuola, subordinando l’istruzione all’impresa, aumentato ovunque la povertà, la fuga dei cervelli, la disgregazione del tessuto sociale.

L’ideologia neoliberista è la versione attuale del darwinismo sociale ottocentesco, cinico e reazionario, che trasferisce indebitamente all’ambito sociale la teoria biologica della selezione naturale, ovvero della sopravvivenza del più forte. Nella prospettiva del darwinismo sociale, le differenze sociali sono naturali e corrispondono a differenze di capacità e di qualità umana. Chi è ricco, lo è per suo merito e chi è povero lo è per suo demerito, perciò è giusto che chi è migliore abbia la meglio, nella lotta per la sopravvivenza, e che lo Stato si astenga dall’intervenire a correggere le disuguaglianze, anch’esse “naturali”. La società appare dunque il teatro di una competizione senza regole, nella quale vince il più adatto, abbandonando al proprio destino quelli che lo scrittore Giovanni Verga chiamava “i vinti”. Come ogni ideologia, il darwinismo sociale ha la funzione di legittimare interessi particolari e di mascherare una palese ingiustizia.

Per guardare oltre questa deriva antidemocratica, il cui prezzo altissimo è pagato dai poveri di tutto il mondo, bisogna guardare non solo a mezzi opportuni, come scelte economiche ispirate a teorie post-keynesiane, l’esercizio della sovranità monetaria, l’abolizione dell’equilibrio di bilancio in Costituzione, la creazione di banche pubbliche, ma anche e soprattutto a fini e a valori diversi.

Bisogna innanzitutto ricostituire un equilibrio fra energia maschile e femminile, dentro ciascuno di noi e nella società intera. Parlo del maschile e del femminile interiori, presenti in ogni individuo umano, a prescindere dal sesso. La logica della competizione spinta e del gioco a somma zero è l’esasperazione estrema dell’approccio maschile al mondo, fondato sul predominio, sulla logica del branco, sulla lotta per la supremazia e per il possesso, sulla violenza. Questa prospettiva unilaterale impoverisce l’essere umano, maschio o femmina che sia, e ne limita le potenzialità evolutive. Se c’è qualcosa di cui il nostro mondo attuale soffre, soprattutto in Occidente, ma non certo solo qui, data la millenaria repressione del femminile condotta con tutti i mezzi, cominciando dalla religione, è proprio la svalutazione dei valori femminili e la loro espunzione dall’orizzonte della politica e della cultura. Appartengono alla visione femminile del mondo l’empatia, i sentimenti profondi, la cura, la riparazione, la costruzione dell’armonia sociale, la sensibilità, la cooperazione, l’intuizione, la connessione con la natura, con il mistero della vita e con la trasformazione, la pace. Le ricchezze di un mondo che riscopre il femminile sono assai più preziose del denaro: sono le ricchezze delle relazioni umane autentiche e profonde, della salute come completo benessere psico-fisico, della bellezza dei tesori artistici e naturali, della condivisione e della cooperazione, della nostra crescita umana e spirituale, dell’agire costruttivo nel lavoro, nella famiglia e nelle attività sociali, dell’armonia di una società meno lacerata da disuguaglianze, egoismi e sopraffazione, di un ambiente naturale pulito e rispettato.

Per una società evoluta, che ci permetta di superare il darwinismo sociale e di evitare la distruzione del pianeta e della nostra specie, ci serve sviluppare una coscienza più ampia e integrata, aperta ai valori di libertà (di tutti, non solo di alcuni), solidarietà sociale, giustizia, bene comune, bellezza, felicità, conoscenza, saggezza, diritti, rispetto, consapevolezza, responsabilità, elevazione, cooperazione, creatività. Finché la politica li ignorerà, finché la dimensione spirituale, laicamente intesa, sarà esclusa dalle stanze del potere e la politica sarà solo “sangue e merda”, secondo le parole del socialista Rino Formica, continueremo a trovarci in fondo al sacco. Ma perché riescano ad arrivare nelle stanze del potere occorre un salto evolutivo della coscienza ed una pedagogia civile che lo renda possibile. Ci servono maestri, esempi e modelli coraggiosi e determinati. La rinascita del femminile non esclude affatto le qualità maschili di forza, coraggio, determinazione e lotta. Abbiamo davanti una fortezza che appare inespugnabile, fatta di controllo pressoché completo dei media, dell’economia, dell’istruzione, dell’università e della ricerca scientifica, ma che sente il bisogno di difendersi con la propaganda, la censura e il controllo autoritario. Questo è un segno di debolezza. Nessun regime è eterno, nemmeno il neoliberismo. Ma spesso ciò che appare un esercizio di forza si mostra anche come un punto debole. La legge del più forte è drammaticamente insufficiente per governare esseri multidimensionali che aspirano alla felicità. Perciò non bisogna mollare. Le vere rivoluzioni sono quelle che avvengono nelle coscienze e sono fatte di libero pensiero, di senso critico, di ostinata difesa dei valori più alti, di intelligenza e di tenacia.

A tutti i presenti, ai politici di ogni provenienza, ai cittadini desiderosi di un cambiamento radicale, rivolgo quindi l’invito a riflettere e poi a schierarsi, prendendosi la responsabilità di agire in prima persona. Non ci servono più le vecchie ideologie, gli “ismi” che hanno fatto il loro tempo. Ci servono invece una visione del futuro ed una profonda consapevolezza dei bisogni dell’essere umano. Non c’è azione politica senza dei fini chiari e meritevoli. E soprattutto, ci serve ancora quel miracolo di equilibrio democratico che è la nostra Costituzione del ’48, prima delle modifiche posticce che l’hanno sfigurata. Se Margaret Thatcher diceva che l’economia è il mezzo e che lo scopo è cambiare il cuore e l’anima, è dal cuore e dall’anima che dobbiamo cominciare per riprenderci, con l’espressione di Carlo Rosselli, giustizia e libertà.

Intervento presentato il 3 maggio 2019 al Convegno Nel segno di Olof Palme, Carlo Rosselli, Thomas Sankara e contro la crisi globale della democrazia, organizzato dal Movimento Roosevelt, di cui ero allora Segretaria Generale.

Link all’intervento videoregistrato da Radio Radicale: Oltre il neoliberismo. Dal darwinismo sociale alla società evoluta

Quale scuola per l’Europa che verrà?

Questo è il testo del mio intervento al convegno di Londra “Un New Deal rooseveltiano per l’Italia e per l’Europa”, svoltosi il 30 marzo 2019.

Ci sarebbero tanti aspetti del nuovo corso dell’Europa che mi piacerebbe trattare con voi, ma alla fine, come capita spesso (deformazione professionale!) ho deciso di parlare di scuola. Non solo e non tanto perché insegno da oltre tre decenni e perché riesco ancora ad appassionarmi quando ne parlo, ma soprattutto perché in Italia se ne parla ancora troppo poco e in modo poco incisivo. Alla nostra classe dirigente i problemi della scuola tradizionalmente non stanno a cuore. Altrimenti non l’avrebbero devastata con tagli dissennati e farebbero qualcosa per ascoltare i suoi bisogni. E anche questo è un segnale che bisogna cambiare mentalità e cominciare a guardare al futuro.

Senza una scuola nuova, non ci sarà un’Europa dei popoli, quella che la mia generazione ha sognato negli anni ’80. Ma come deve essere una scuola nuova, una scuola del futuro? Direi così, di slancio, l’opposto della scuola vecchia, o, meglio, l’opposto di ciò che ha portato la scuola attuale al degrado e l’ha allontanata dalla sua missione altissima di formare teste pensanti e cittadini consapevoli.

Nei primi anni ’80, mentre noi studenti liceali partecipavamo ai concorsi scolastici banditi dalla Comunità Europea e scrivevamo entusiasti quanto fosse straordinario costruire una casa comune per chi viveva nel Vecchio Continente, dopo secoli di rivalità e guerre, a Parigi si riuniva per la prima volta, nell’aprile del 1983, la Tavola Rotonda Europea degli Industriali (ERTI). L’iniziativa – molto in linea con il credo neoliberista che in quegli anni ci veniva propagandato da Ronald Reagan e Margaret Thatcher – era di Pehr G. Gyllenhammar, l’amministratore delegato di Volvo, che radunò 17 grandi imprenditori europei per discutere di quanto fosse necessario modernizzare l’industria europea per aumentarne la competitività internazionale. Facciamo qualche nome? Peter Brabeck (Nestlé), Paolo Fresco (Fiat), Leif Johansson (Volvo), Thomas Middelhoff (Bertelsmann), Peter Sutherland (BP) o Jürgen Weber (Lufthansa). L’ERTI, da allora, cominciò ad interessarsi della scuola. Gli industriali europei volevano una scuola su misura per le esigenze delle aziende. Inizia di qui la colonizzazione ininterrotta della scuola da parte delle industrie private, che è riuscita a plasmare tutte le riforme scolastiche italiane degli ultimi vent’anni.

Nascono da quelle riunioni l’idea del partnerariato scuola/impresa (ispiratore dell’alternanza scuola/lavoro); l’idea che la scuola debba fornire competenze, anziché conoscenze, visto che alle aziende interessa o il lavoratore già altamente specializzato, che così costa meno formare, oppure quello non specializzato e disposto ad accettare salari sempre più bassi, entrambi possibilmente non troppo istruiti, quindi più docili; l’insistenza sulle tecnologie informatiche, sull’inglese e sullo spirito imprenditoriale, che verrà sintetizzata dalle patetiche “tre i” della Ministra Moratti (Inglese, Informatica, Impresa); l’idea della formazione permanente, in un mondo del lavoro che veniva pensato sempre più precario, instabile e “flessibile”; l’idea che occorra standardizzare la formazione a livello europeo, ottima soluzione per avere abbondanza di manodopera molto mobile e per ridurre gli spazi di autonomia dei docenti; soprattutto, l’idea che la scuola debba essere privatizzata, sottratta al potere nefasto dello Stato, e soggetta all’influenza delle aziende, tanto che la legge sulla Buona scuola di Renzi parla di scuole come fondazioni (vi leggo la formulazione: dopo la premessa che “Le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola” e che “Vale per la scuola quanto è ormai ovvio per moltissimi altri ambiti, a partire dalla ricerca: sommare risorse pubbliche a interventi dei privati è l’unico modo per tornare a competere”, si arriva a dire che “per le scuole deve essere facile, facilissimo ricevere risorse. La costituzione in una Fondazione, o in un ente con autonomia patrimoniale, per la gestione di risorse provenienti dall’esterno, deve essere priva di appesantimenti burocratici.” Ecco quindi la scuola-azienda che deve reperire risorse sul mercato).

“Deregolamentazione” e “decentramento” diventano le parole d’ordine: meno regole, meno Stato, meno centralizzazione dei sistemi scolastici, diversificazione dell’offerta formativa, apertura dell’istruzione al mercato sono le parole d’ordine degli industriali europei. Comincia di qui l’uso assurdo del lessico economico nella scuola: Dirigenti scolastici, anziché Presidi; offerta formativa; debiti e crediti formativi; competenze più nel senso del verbo inglese to compete che di quello latino cum-petere; portfolio delle competenze; successo formativo, piani e pianificazione, innovazione e imprenditorialità, certificazioni e test oggettivi e standardizzati, fino ad arrivare a quella incredibile formulazione che si trova dal 2017 nella valutazione finale in uscita dalla scuola primaria (a 10 anni!): l’allievo deve mostrare una qualità comportamentale che si chiama “Spirito di iniziativa ed imprenditorialità” (Decreto Legislativo 62/2017, art. 2. Valutazione nel primo ciclo).

E l’Europa dov’è in queste politiche scolastiche?

Fino al 1986, le istituzioni europee si disinteressano dell’istruzione. Dal 1986, l’articolo 149 dell’Atto unico europeo sostiene che « La Comunità contribuisce allo sviluppo di una educazione di qualità », ma in ogni modo « rispettando appieno la responsabilità degli Stati membri quanto al contenuto dell’insegnamento e all’organizzazione del sistema educativo ». A ciascuno la sua scuola, quindi. A partire dal Trattato di Maastricht del 1992, sarà la Commissione europea – organo non elettivo – che, andando ben al di là dell’articolo 149, detterà le linee di un’educazione europea. E queste linee, curiosamente, ricalcano esattamente il solco tracciato dalla Tavola Europea degli Industriali. Ne vogliamo un esempio?

L’insegnamento superiore incrementa il potenziale individuale e deve dotare i diplomati delle conoscenze e delle competenze trasferibili essenziali che consentiranno loro di riuscire ad ottenere posti altamente qualificati. Tuttavia, i programmi d’insegnamento reagiscono spesso con lentezza all’evoluzione delle esigenze dell’economia in generale e non riescono ad anticipare le carriere del futuro, né a contribuire a modellarle; i diplomati fanno fatica a trovare un impiego di qualità che sia conforme ai loro studi. Associare i datori di lavoro e le istituzioni del mercato del lavoro alla definizione e alla realizzazione dei programmi, sostenere gli scambi di personale e introdurre l’esperienza pratica nei corsi può aiutare ad adattare i programmi di studio alle necessità attuali e future del mercato del lavoro, favorendo l’occupabilità e lo spirito imprenditoriale. Un migliore controllo da parte degli istituti d’istruzione dei percorsi di carriera dei loro ex studenti può fornire importanti informazioni sull’elaborazione dei programmi e migliorare la loro pertinenza.
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX:52011DC0567

Questa è la scuola vecchia che dobbiamo lasciarci alle spalle. Una scuola-azienda, sfigurata dall’ideologia neoliberista che ha prodotto questa Europa della finanza e delle disuguaglianze, che ha subordinato tutto – la cultura, i diritti, la felicità e il benessere di milioni di europei – alle spietate leggi di un mercato drogato da interessi privati non trasparenti. Bisogna studiare la storia delle politiche scolastiche per capire come attraverso il monopolio ideologico dell’istruzione e dell’università si sia prodotta una visione del mondo misera e distorta che, insieme al controllo ideologico dei media, ha indottrinato un’intera generazione e le ha fatto perdere la consapevolezza del suo potere e dei suoi diritti. Non è vero che non ci sono risorse per la scuola, non è vero che la scuola ha come scopo formare lavoratori, non è vero che deve insegnare a competere.

Il compito primario della scuola pubblica, come ci indicano gli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione italiana del ’48, che era assai più avanzata delle miserabili politiche neoliberiste, è formare cittadini, elevare le coscienze, educare al senso critico e alla bellezza, trasmettere, custodire e rinnovare continuamente un immenso patrimonio culturale, permettere a tutti coloro che ne sono in grado di dare il meglio di sé nell’interesse del Paese e di diventare classe dirigente, aumentare la prosperità della società, favorire la solidarietà sociale, l’inclusione, la crescita umana e intellettuale, valorizzare gli infiniti talenti che il nostro Paese ha sempre sfornato e continua nonostante tutto a sfornare. La scuola della Costituzione è pubblica, aperta a tutti e oggetto di particolare cura da parte dello Stato, perché mantiene viva la democrazia. Abbiamo sotto gli occhi lo stato di asfissia in cui versa la democrazia in Italia e che è il prodotto intenzionale delle politiche neoliberiste. Una scuola nuova che guardi all’Europa che verrà non potrà che essere allineata con questi obiettivi, volutamente oscurati da vent’anni di perversa subordinazione dell’istruzione e della cultura alle esigenze dell’economia finanziarizzata.

Per questo, non sono d’accordo (con dispiacere, devo dire) con la proposta di un grande economista e politico come Paolo Savona, che stimo moltissimo, il quale ha detto, in un comunicato apparso su Scenari economici, che occorre “creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l’affermarsi di consenso alla nascita di un’unione politica”. E nemmeno sono d’accordo con il progetto di regionalizzare a macchia di leopardo la scuola, messo in atto senza troppa pubblicità dal governo Gentiloni e proseguito con l’attuale governo, in base a quel pateracchio che è la riforma del Titolo V della Costituzione, attuata nel 2001. Pur comprendendo, infatti, le ragioni che vengono addotte a favore di queste due proposte, non ritengo che risolvano il problema di migliorare la scuola. La complessità del sistema di istruzione è tale che le soluzioni all’apparenza più semplici possono non essere quelle giuste. E queste, purtroppo, sono entrambe in linea con il progetto neoliberista di indebolire la sovranità dello Stato, l’una da sopra, per così dire, affidando le politiche scolastiche ad un’entità sovranazionale, l’altra da sotto, indebolendo l’unitarietà del sistema scolastico sul territorio nazionale.

L’idea di una scuola europea potrebbe avere senso se l’Europa fosse politicamente unita e avesse una legislazione comune, specie in materia fiscale, e una comune politica di Welfare. Ma ora ne siamo assai lontani, data la notevole disparità di norme, tradizioni e valori, nonché la perenne rivalità fra gli Stati dell’UE. Ogni sistema scolastico è un mondo a sé e rispecchia la storia, la mentalità, il contesto sociale di un Paese. Vivere a Oslo o a Scampia non è la stessa cosa ed è impensabile che si possano insegnare le stesse materie allo stesso modo. Le spese per l’istruzione sono assai diversificate fra Paesi e, detto per inciso, vedono l’Italia all’ultimo posto. D’altra parte, il nostro liceo classico in altri Paesi (in Germania, per esempio) se lo sognano. Nella sua rigidità d’altri tempi, il sistema scolastico italiano ha conservato punte di eccellenza assolute. Non è annullando le differenze che si crea una coscienza europea (questo è ciò che vorrebbero i vati della flessibilità assoluta), ma facendole dialogare. La scuola del futuro è una scuola dove i docenti sono formati ad altissimi livelli e vanno in missione in altri Paesi per studiare le eccellenze educative e per confrontare esperienze, dove gli investimenti sono massicci e maggiori nei contesti più problematici, dove la scuola è aperta al mondo e costruisce cultura, dove le aziende fanno le aziende e lasciano ai docenti la loro piena libertà di insegnamento, dove i più giovani possono crescere sviluppando al meglio i propri talenti e maturando una consapevolezza civile. Si può imparare a sentirsi europei anche senza avere una scuola europea, ma prima occorre che l’Europa sia un sogno credibile. Ma questo non dipende dalla scuola. E dalle ricerche sui sistemi scolastici si evince che l’innovazione tecnologica è favorita nei Paesi in cui la scuola ha orientamento formativo-generale, anziché tecnico-professionale. Il che può apparire un paradosso, rispetto all’idea della scuola per il lavoro.

D’altra parte, regionalizzare il reclutamento dei docenti e dei dirigenti e creare una specie di gabbia salariale su base regionale non risolve gli annosi problemi della scuola italiana, che ho provato a sviscerare nel Documento programmatico, pubblicato sul sito del MR, e ne crea di nuovi. Soprattutto, non rimedia ai danni prodotti da decenni di mala politica: un pessimo sistema di reclutamento dei docenti, la continua creazione di sacche di precariato, l’insufficiente investimento nel sistema scolastico nel suo complesso, la carenza di dirigenti adeguatamente formati, istituti scolastici troppo grandi, classi troppo affollate, edifici scolastici insicuri e inadatti, programmi al ribasso, discontinuità fra ordini di scuola, dispersione scolastica in aumento, frequenza scolastica discontinua, specie nelle aree disagiate, risultati disomogenei su base territoriale, assenza di attenzione per la salute psicofisica dei docenti, i più anziani d’Europa, tanto per citarne alcuni. Norberto Bottani, noto studioso svizzero esperto in sistemi scolastici, sostiene che, a fronte della costante indifferenza dei politici italiani verso la scuola, l’unica soluzione sia la riforma dal basso, a partire dalle singole scuole. Ma le singole scuole sono gestite dai docenti, anche se l’autonomia dei collegi docenti è sempre più minacciata da ogni parte, a cominciare dalla carenza dei fondi di Istituto. E’ questa l’autonomia che serve, non quella che espone le scuole al controllo variamente declinato delle giunte regionali e che risponde all’esigenza di avvicinare le scuola alle richieste delle aziende o di reclutare i docenti su base territoriale. Non ci serve accentuare le differenze fra Nord e Sud, fra insegnanti regionali e statali, fra scuole ricche e scuole povere. Ci serve una scuola pubblica espressione della democrazia, della Costituzione, della sovranità popolare, come ci serve una moneta della sovranità per realizzarla – la moneta non a debito di cui parla il nostro Nino Galloni. Questa scuola è unitaria, perché espressione di un grande Paese afflitto da ingiustificati sensi di colpa e di inferiorità. È una scuola che investe di più dove c’è più bisogno e che dà dignità ai docenti e all’educazione, facendoli sentire non impiegati qualunque, dipendenti di una Regione e soggetti alle decisioni delle maggioranze politiche locali, ma intellettuali e professionisti dello Stato, che hanno fatto della cultura e dell’educazione il loro fondamentale compito civile e che lo Stato valorizza come pubblici ufficiali.

Regionalizzare la scuola è un modo per gettare la spugna, per rinunciare a realizzare una volta per tutte la scuola degli Italiani e per gettare definitivamente nel cestino i principi fondamentali della Costituzione, dichiarandoli lettera morta, primo fra tutti l’uguaglianza delle opportunità sancita dall’articolo 3. Abbiamo visto nella Sanità com’è andata a finire, con le palesi differenze di qualità fra una regione e l’altra. Vogliamo lo stesso per la scuola? E come faremo a sentirci europei se non riusciamo nemmeno a sentirci italiani?

E poi basta con le riforme fatte umma umma nei club privati e nelle stanze del potere. La scuola è l’istituzione che il compito sociale di garantire niente di meno che la continuità della società nel tempo e di emancipare i giovani dall’ignoranza e dalla povertà. Non appartiene a nessuna maggioranza politica, a nessuna giunta regionale. La scuola è dei cittadini ed è ora che si apra una stagione di dibattito pubblico serio e approfondito sui bisogni presenti e futuri della scuola italiana. Ci vuole uno sguardo ampio e lungimirante. Ricordiamoci che il bersaglio del modello neoliberista è la democrazia. E che nella nostra Costituzione, quanto mai keynesiana, e quindi incompatibile con tale modello, nel primo articolo, comma 2 si dice che la sovranità appartiene al popolo. Vogliamo riprendercela, la nostra sovranità, per costruire l’Europa che sognavamo trent’anni fa?

“La difficoltà non sta nello sviluppare idee nuove, ma nel liberarsi di quelle vecchie” (J. M. Keynes).

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 28 febbraio 2019.

Si può leggere qui le Proposte per una scuola democratica, documento di analisi e proposta politica per la scuola italiana.