Senza storia non c’è memoria. Salviamo l’insegnamento della storia

Uno degli effetti più dannosi e inavvertiti della riforma Gelmini, voluta e attuata con spietata determinazione dal secondo governo Berlusconi nel 2008, è il depotenziamento dell’insegnamento della storia in tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Fino alla riforma Gelmini la storia, secondo il modello del pedagogista Jerome Bruner, veniva insegnata in modo circolare, riprendendola daccapo e in modo completo in ogni ciclo scolastico (elementari, medie, superiori). La ragione era semplice e sensata: man mano che il bambino cresce, aumenta la sua capacità di afferrare la complessità degli eventi umani e la ripetizione consente di approfondire progressivamente la conoscenza della disciplina, sedimentandola sempre meglio.

Ora invece i bambini italiani incontrano gli eventi storici una sola volta nel loro percorso scolastico di otto anni fra elementari e medie. Se hanno fortuna, nel migliore dei casi hanno a 14 anni nozioni vaghe o elementari dei processi storici; se per sfortuna imbroccano nell’insegnante sbagliato, possono ignorare completamente interi pezzi del passato.

Arrivano così spesso alle superiori con un enorme buco nero alle spalle. Pochi di loro sanno che cosa sia la Rivoluzione francese, la formazione degli Stati assoluti, il Risorgimento o la seconda guerra mondiale. Figuriamoci la storia antica e medioevale.

In più, la riforma ha fatto ulteriori “regali” agli studenti delle superiori: ha tolto un’ora alla disciplina nel biennio, aggiungendole però anche la geografia nell’orario ridotto (si tratta di quell’ibrido sconcertante che si chiama “geostoria”); ha rimodulato la distribuzione del programma di storia in modo che, invece di cominciare dalla metà del Trecento, in terza si cominci da Carlo Magno (cinque secoli prima); ha creato classi di 27-30 alunni. Risultato: il Novecento resta per forza fuori dalle scuole italiane, se non trattato di corsa e solo fino ad una sintesi estrema della seconda guerra mondiale; il numero eccessivo di alunni impedisce sia di verificare oralmente la loro conoscenza in modo adeguato sia di proporre qualunque approfondimento; l’insegnamento di questa fondamentale materia si è ridotto a poche nozioni, prive di ogni inquadramento critico o di ogni valenza educativa. Poche informazioni, da mandare a memoria con fastidio e senza comprenderle, dato anche il progressivo e inesorabile scadimento dei manuali scolastici e dato il buco nero di conoscenze alle spalle.

Perciò non stupisce che gli studenti italiani non scelgano il tema di storia all’esame di Stato. Soltanto che il Ministro, invece di toglierlo dalla prova conclusiva, sancendo così la definitiva marginalità della storia nel curriculum formativo degli studenti italiani, dovrebbe chiedersi perché il tema di storia ha così poco appeal. E se fosse saggio, correrebbe ai ripari.

Un’intera generazione di studenti che non conosce la storia se non in modo superficiale e che ignora tutte le vicende salienti del Novecento è pronto per qualunque regime che si fondi sull’ignoranza della gente. Che lo abbiano fatto apposta può apparire tutt’altro che un’idea stravagante, come ho spiegato in altri articoli. È un pezzo della strategia neoliberista di impoverire e depotenziare la scuola pubblica, fondamentale organo costituzionale, secondo la definizione del Padre costituente Piero Calamandrei.

Per questo, tornare ad un insegnamento vivo, approfondito, critico della storia è fondamentale. Si tratta di una delle principali proposte contenute del Documento Programmatico per una scuola davvero democratica che avevo scritto nel 2017 per il Movimento Roosevelt.

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 28 febbraio 2019.

Fabbricare il consenso cancellando i fatti. Tre notizie clamorose ignorate dai media

Ci sono almeno quattro modi per mentire: produrre dati falsi, interpretare in modo tendenzioso i dati disponibili, ingigantire fatti irrilevanti o sminuire dati rilevanti e omettere in tutto o in parte informazioni indispensabili a formarsi una visione attendibile dei fatti. Nella stampa italiana (e certo non solo in quella, come spiegò magistralmente già nel 1988 Noam Chomsky, con il libro Manufacturing Consent, ma da noi con esiti drammatici) non è raro imbattersi in tutti e quattro, e su molte materie. Diventa difficile formarsi un’opinione ragionata, quando sono truccati i dati di fatto.

Da cane da guardia della democrazia, la stampa nazionale e la televisione appaiono spesso trasformate in cani da guardia del potere. Che il potere (politico, economico, finanziario, militare) da sempre sfrutti a proprio vantaggio il controllo dell’informazione e il conformismo della gente è cosa risaputa e perfino teorizzata dai regimi totalitari, come fece Joseph Goebbels nella Germania nazista; per questo in democrazia hanno tanta rilevanza l’autonomia e il pluralismo nell’informazione.

Se i giornalisti sono minacciati, economicamente deboli, ricattati, influenzati o finanziati da portatori di interessi privati (partiti, organizzazioni criminali, banche, aziende, potenze straniere o individui potenti) viene lesa non solo la libertà di stampa, ma anche il diritto essenziale dei cittadini ad un’informazione seria e attendibile e di conseguenza viene minacciata la democrazia o vengono calpestati dei diritti. E se la stampa appare inattendibile e asservita, il discredito che ricade sui giornalisti rende ancora più velenoso e irrespirabile il clima sociale. Un giornalista tutto sommato onesto, ma sotto pressione, se non si sente un eroe, può preferire una sicura reticenza ad una pericolosa verità e scegliere l’autocensura come compromesso accettabile per tutelare la carriera, la vita familiare o la propria incolumità personale. Risulta difficile dire quindi di volta in volta se le menzogne dell’informazione “ufficiale” siano deliberate o meno, ma restano menzogne (o fake news, come si usa adesso) pericolose per la democrazia, ed è di questo che intendo parlare qui.

Qualche mese fa, mettevamo in luce come, nel dibattito pubblico sulla legge Lorenzin, che imponeva di punto in bianco un obbligo vaccinale molto rigido per un numero elevato di malattie, la stampa italiana avesse mostrato una preoccupante tendenza a rinunciare al proprio ruolo critico di fronte a palesi falsità enunciate e ripetute pubblicamente dal Ministro della Salute sui giornali e in TV a proposito dell’elevato numero di bambini morti per morbillo in Inghilterra nel 2013 (270 secondo il Ministro; pari a zero, in realtà), sotto lo sguardo compiaciuto delle autorità sanitarie. Lasciar passare una menzogna così grave nella sostanza (si trattava delle massime autorità sanitarie nazionali!) e nei suoi effetti persuasivi su una questione così delicata per la tutela dei cittadini più indifesi rimarrà nella storia nazionale come un atto vergognoso e imperdonabile, un vero e proprio tradimento del proprio ruolo istituzionale a difesa della verità.

Tralasciando altre gravi falsificazioni sull’argomento e il clima intimidatorio e diffamatorio messo in piedi dalla stampa cartacea, radiofonica e televisiva mainstream verso qualunque voce di dissenso, sebbene proveniente dallo stesso mondo scientifico (compresi virologi di fama mondiale, premi Nobel e scienziati blasonatissimi), osservammo, a febbraio 2018, come fosse stata passata sotto universale ed unanime silenzio dei media la conclusione sconvolgente dei lavori della IV Commissione Difesa (che aveva coinvolto un certo numero di esperti medici e non solo) sul ruolo determinante della profilassi vaccinale nelle gravi patologie che avevano colpito oltre 7000 militari italiani in servizio. Indipendentemente dalla conclusività di quel lungo lavoro di indagine, che poteva e doveva essere discusso in sede scientifica, il fatto stesso di aver tenuto all’oscuro i cittadini dei contenuti più scottanti di un fondamentale atto parlamentare appare una manipolazione della verità di dimensione inaudita. L’omissione è una menzogna non meno grave della produzione di dati falsi, perché i suoi effetti sono identici, ovvero impedire la formazione di un’opinione fondata e la tutela dei propri diritti.

Ma nelle ultime settimane siamo giunti all’apoteosi della menzogna. La sociologa Elizabeth Noelle-Neumann chiamava “spirale del silenzio” il grave fenomeno per il quale i media, rappresentando come unica l’opinione prevalente o più gradita al potere, condannano al silenzio le opinioni dissenzienti, orientando così la gente a ritenerle inesistenti o poco diffuse, anche quando sono maggioritarie o assai rilevanti, e spingendola a conformarsi all’opinione dominante. La questione dell’obbligo vaccinale ne è un esempio lampante. Al di là delle opinioni personali sulla bontà e sulla sicurezza dei vaccini, il silenziamento o la demonizzazione di un punto di vista, specie se critico, nel pubblico dibattito si configura come una manipolazione inaccettabile del consenso. E il consenso si manipola quando la verità non è presentabile. Succede così che tre notizie clamorose e di grandissima rilevanza per milioni di genitori italiani possano passare sotto quasi unanime silenzio. Parliamo di tre fatti, non di tre opinioni, in crescendo di gravità.

La prima viene dalla Puglia. Virtuosamente, l’Osservatorio Epidemiologico Regionale, pungolato dalle critiche arrivate attraverso una trasmissione televisiva (non tutta l’informazione è da buttare), ha deciso di avviare un progetto di vaccinovigilanza attiva per 12 mesi nel 2017, con il quale un certo numero di bambini vaccinati contro morbillo, parotite, rosolia e varicella (MPRV) è stato seguito per un anno per verificare, con la collaborazione dei genitori, tutti gli eventuali effetti avversi. La vigilanza attiva sugli effetti avversi, tutt’altro che diffusa in Italia, è una delle principali richieste fatte allo Stato dai genitori preoccupati. Si sa infatti che solo la minima parte degli effetti avversi viene segnalata spontaneamente alle autorità, tanto più da quando i medici che osano fare qualunque obiezione vengono sanzionati dalla pubblica riprovazione dei colleghi e minacciati di espulsione dall’Ordine.

Leggendo l’introduzione del report, dal titolo Sorveglianza degli eventi avversi a vaccino in Puglia. Report 2013-2017, si viene a sapere che i vaccini sono sicuri e che si può stare tranquilli; si può poi leggere su Quotidiano Sanità in un’intervista ad un membro del gruppo di lavoro, Silvio Tafuri, che sono “solo 56 gli eventi avversi gravi correlabili alle vaccinazioni a fronte di quasi 900 eventi segnalati e analizzati dagli esperti regionali”. Il titolo dell’articolo è solo relativamente rassicurante: Il primo report sugli eventi avversi da vaccino: 56 quelli gravi su quasi 7 milioni di vaccinazioni effettuate.

Se però si leggono (ma chi lo fa?) i dati presentati in fondo al report (pp. 26 e seguenti), sui quali peraltro non vengono tratte le dovute conclusioni, si osserva uno scenario completamente diverso. Mi limito perciò a fare copia e incolla:

Nello studio sono stati coinvolti 12 Centri vaccinali che hanno coperto tutte le Aziende Sanitarie della Regione Puglia. Nei Centri vaccinali aderenti, complessivamente nel periodo dello studio considerato (12 mesi) sono state somministrate 3.936 prime dosi di vaccino anti-MPRV e sono stati reclutati 1.672 soggetti (42,5% dei soggetti che hanno ricevuto la prima dose di vaccino MPRV). […]

Nell’ambito del progetto di sorveglianza attiva sono stati segnalati 656 eventi avversi (reporting rate = 392,34×1.000 dosi) mentre le attività di sorveglianza passiva comprendono 112 segnalazioni (reporting rate = 0,42×1.000 dosi).

Mi fermo. Calcolatrice alla mano, verifico di aver capito bene. Su 1672 soggetti inclusi nel progetto di vigilanza attiva, sono 656 le segnalazioni di eventi avversi, esattamente il 39,23% del totale! Ma non ci avevano detto a reti unificate che erano uno su un milione? O addirittura, come aveva affermato Alberto Villani, Presidente dell’Associazione Italiana di Pediatria, 3 o 4 negli ultimi vent’anni? Ma qui significa 392.300 su un milione! Per di più, nei quattro anni precedenti, con la sorveglianza passiva, risultavano solo lo 0,04%, circa mille volte di meno (ma sempre molto più di uno su un milione: 420, per l’esattezza)! Allora era fondata la preoccupazione dei genitori somari e ignoranti! E se la vaccinovigilanza attiva venisse condotta in tutte le ASL d’Italia, quanti casi verrebbero fuori? E su tutti i vaccini, anziché sul solo MPRV? E se si prolungasse oltre i 12 mesi di questo studio? E se si studiassero gli effetti a lungo termine?

Proseguo e leggo:

Nel periodo in esame, 68/656 (10,4%) eventi segnalati nell’ambito della sorveglianza attiva sono stati classificati come gravi (reporting rate = 40,67×1.000 dosi); tale proporzione è pari a 32/112 (28,6%) eventi nell’ambito della sorveglianza passiva (reporting rate = 0,12×1.000 dosi).

Mi fermo di nuovo. Su 656 segnalazioni di effetti avversi, 68 (il 10,4%) sono classificate come gravi. Significa che per il 4,07% (40,67 su mille, 40.670 su un milione) dei bambini che ha ricevuto il vaccino MPRV è stato segnalato un effetto avverso grave. Ma che cosa vuol dire “grave”? Ce lo dice lo stesso report a pagina 19:

Un evento avverso a vaccino o farmaco viene classificato come grave ove abbia determinato:

- decesso
- pericolo di vita
- invalidità grave o permanente
- anomalie congenite/deficit del neonato
- ospedalizzazione o prolungamento dell'ospedalizzazione
- altra condizione clinicamente rilevante

Ma sono tantissimi! Quanti allora in tutta Italia? Appare chiaro che con la vigilanza passiva si scoprono sono una minima parte dei casi gravi, ma gli altri (molti di più) passano sotto silenzio, forse perché i danni non vengono correlati al vaccino né dai pediatri né dai genitori. Era un problema già rilevato negli anni ’90 da un esperto della FDA statunitense. Ma quante segnalazioni vengono confermate con criteri validati dall’OMS? Insomma, quanti sono i casi documentati di effetti avversi in Puglia, per i quali si è stabilita la relazione causale con il vaccino? Il 73,1% del totale delle segnalazioni, ovvero 49 su 67 con la vigilanza attiva e il 36,4%, ovvero 8 su 22 per quella passiva.

E veniamo al dato fuorviante e tendenzioso fornito dal titolo dell’intervista. I casi accertati di effetti avversi gravi sono 57 (non 56, ovvero 49 con la vigilanza attiva e 8 con quella passiva, ma vabbè), ma il denominatore non sono i 7 milioni di bambini vaccinati in Puglia (col che saremmo comunque a ben più di uno su un milione), bensì solo i bambini vaccinati con MPRV, solo in 12 mesi, solo quelli partecipanti allo studio (1672, si è detto), più un certo numero di bambini sottoposti a vigilanza passiva negli anni 2013-2017. Una presentazione sorprendente dei dati, perché viene taciuto il dato assai allarmante del 4% dei casi con effetti gravi (il 2,93% accertati), che, se confermato da altri studi analoghi su campioni più ampi, darebbe 40.670 casi (29.306 accertati) su un milione per la prima dose di un solo vaccino! Se fosse stato riportato il dato corretto, quanto il titolo dell’articolo avrebbe rassicurato i genitori? Proviamo a leggerlo: Il primo report sugli eventi avversi da vaccino: 49 quelli gravi accertati su 1672 vaccinazioni effettuate in un anno per la prima dose dell’MPRV (2,93% , 29.306 su un milione).

Si scopre poi che nel 91,2% delle segnalazioni gli effetti avversi sono correlati alla somministrazione di due vaccini virali insieme, l’MPRV e l’HAV (antiepatite A) e che la stragrande maggioranza dei casi (81,8% del totale) riguarda bambini di età inferiore ai due anni. Ohibò, e se avesse avuto ragione quel pazzo di Andrew Wakefield a suggerire di non vaccinare contro morbillo, parotite e rosolia prima dei due anni, per ridurre gli effetti avversi? E se non fossero poi così dementi i genitori a chiedere che non vengano iniettati troppi vaccini contemporaneamente, specie antivirali?

Si può leggere qui:

Per quanto concerne la sorveglianza attiva, 6/68 (8,8%) segnalazioni sono relative a somministrazione di singolo vaccino anti-MPRV e 62/68 (91,2%) a co-somministrazione di due vaccini (MPRV + HAV in tutti i casi). Per 67/68 (98,5%) segnalazioni di evento avverso grave pervenute nell’ambito della sorveglianza attiva è stato possibile effettuare il causality assessment, mentre questa operazione è stata effettuata per 22/32 (68,8%) segnalazioni pervenute nella sorveglianza passiva.

Nel periodo in esame, 49/67 (73,1%) eventi avversi gravi segnalati nell’ambito della sorveglianza attiva sono stati classificati come correlabili a vaccino anti-MPRV (reporting rate = 29,31×1.000 dosi); per la sorveglianza passiva, sono correlabili 8/22 (36,4%) eventi gravi segnalati (reporting rate = 0,03×1.000 dosi). […]

Delle segnalazioni di evento avverso grave correlabile alla vaccinazione, 30/56 (53,6%) sono relative a vaccinati di genere femminile. Per 55/56 (98,2%) è nota l’età al momento della vaccinazione, con 45/55 (81,8%) casi in età <2 anni, 7/55 (12,7%) tra 2 e 11 anni e 3/55 (5,5%) tra 18 e 64 anni.

Qualcuno, nel report della regione Puglia, commenta questi sconvolgenti risultati? No, assolutamente. Va tutto bene, madama la marchesa. Nessun commento, nessuna conclusione. Quasi il 40% dei bambini vaccinati con MPRV denuncia un effetto avverso, in 4 casi su 5 sotto i due anni di età; il 10,4% dei casi denunciati è grave e il 73% di essi accertato e la cosa non fa notizia? Certo, si dice che l’83,7% dei casi di effetti gravi risulta guarito dopo un anno, ma un certo numero di bambini (circa uno su cinque) non lo è affatto. Quanti sono i danneggiati gravi che non guariscono moltiplicati per tutte le dosi di tutti i vaccini di tutti i bambini italiani? Sono di più o di meno dei danneggiati dalle malattie per le quali si vaccina? Come si fa a dire che questo vaccino è assolutamente sicuro a fronte di questi dati? Non si sente la necessità di approfondire, visto che si tratta di un vaccino obbligatorio e che la Corte Costituzionale ha specificato che si può obbligare solo se il danno è minimo e transitorio? E i giornalisti, lo hanno letto il report? Lo hanno diffuso e commentato? Hanno notato la discrepanza fra il testo introduttivo, tanto rassicurante, e i dati effettivi, pubblicati in bella vista, ma occultati ai lettori distratti da un silenzio tombale sul loro significato? E le autorità sanitarie? Hanno commentato? Assolutamente nessuno lo ha fatto. Lo ha scoperto un gruppo di genitori del MOIGE, auditi dalla Commissione Sanità in Senato il 20 novembre scorso. Poi, come sempre, è calato il silenzio, a parte il rimbalzo su Internet.

E veniamo alla seconda notizia, ancora più sconvolgente. Il Corvelva, associazione veneta di genitori contrari all’obbligo vaccinale, dopo aver letto la relazione della IV Commissione Difesa, in cui si parla di gravi impurità nei vaccini, commissiona a diversi laboratori certificati alcune analisi sulla composizione dei vaccini attualmente usati come obbligatori, ricevendo un piccolo contributo (10.000 euro) anche dall’Ordine dei Biologi. Ne parla pure la rivista Nature e un solo giornale italiano, Il Tempo, vi dedica ampio spazio. Gli altri tutti zitti. Si leva subito il coro unanime delle Vestali della Scienza, che, senza aver verificato, si stracciano le vesti gridando alla bufala e all’ignoranza dei temerari esperti dei laboratori coinvolti. Repubblica parla addirittura di 130 scienziati, pezzi grossi delle Università italiane, dell’ISS, e di ben 15 istituzioni straniere, senza però elencarne i nomi, a parte 3 o 4. Il tono, come sempre, è sprezzante e mira a screditare i dati di Corvelva, ricorrendo alla solita fallacia ad personam (poiché sono dei no-vax, le loro informazioni sono “carenti e fallate” a prescindere). Risponde alle critiche una degli autori delle analisi, la dott.sa Loretta Bolgan, dottorata in Scienze farmaceutiche ad Harvard e Vincenzo D’Anna, il Presidente dell’ordine dei Biologi, ne difende il lavoro.

Ma perché tanta sdegnosa riprovazione? Perché dal laboratorio vengono fuori risultati agghiaccianti, benché del tutto provvisori, e soprattutto perché la notizia è trapelata, rompendo la spirale del silenzio. A luglio, l’analisi di due campioni di vaccino MPRV (lo stesso della Puglia) mostra almeno quattro inaccettabili non conformità: una quantità insufficiente di antigene del virus della rosolia (quindi l’inefficacia assai probabile del vaccino per questa malattia), una quantità impressionante di materiale genomico di diversa provenienza, con frammenti e intere sequenze di DNA umano (da cellule fetali necessarie per la coltivazione dei virus, una linea cellulare usata da 50 anni) e non umano (virus e retrovirus nocivi, batteri, vermi), un numero elevato (115) di sostanze chimiche estranee, fra le quali farmaci, antibiotici, diserbanti, erbicidi, acaricidi e metaboliti della morfina, benché singolarmente in minime quantità, e infine una mancanza di corrispondenza fra le varietà virali dichiarate e quelle realmente presenti, con l’eccezione del virus del morbillo, cosa che potrebbe pregiudicare sia l’efficacia sia la sicurezza dei composti. Inoltre, palesi differenze fra i lotti e una quantità molto elevata di composti non identificabili. Le analisi di altri vaccini presenta risultati ancora più sconcertanti. L’intera documentazione (ancora molto parziale) si può trovare qui.

Ma leggiamo alcuni passi della relazione sulle analisi metagenomiche di secondo livello, che sostanzialmente confermano quelle di primo livello:

Il Priorix Tetra è il vaccino con più alta quantità di DNA estraneo contaminante (DNA totale estratto da 3.7 μg a 1.7 μg, di cui il 88% è umano, quindi proveniente dalle cellule MRC-5, e il restante 12% proviene da microorganismi avventizi, quali virus, batteri, vermi).

Il DNA genomico umano è ad alto peso molecolare sopra i 60.000 bp. e la totale copertura in sequenza dell’intero genoma umano di riferimento (HG-19) dimostra che è l’intero genoma delle cellule fetali utilizzate per la coltura dei virus vaccinici ad essere presente e non solo porzioni di esso .

Dalla risposta dell’EMA al nostro quesito sui limiti imposti ai residui di materiale genetico estraneo nei vaccini risulta che di fatto non ci sono dei limiti per ciascun vaccino ma solo per alcuni, riportati nelle monografie del prodotto; il limite massimo previsto varia da 10 pg a 10 ng , sulla base del calcolo teorico della possibilità da parte del DNA genomico estraneo di causare mutazioni oncogeniche.

È da notare che le autorità regolatorie non richiedono che queste contaminazioni vengono testate nel prodotto finale, ma solo nella fase di preparazione iniziale, e che per i vaccini a virus attenuati la purificazione di queste contaminazioni sono un passaggio critico. L’EMA non ha fornito studi specifici sulla pericolosità del DNA residuo fetale, che consentano di valutare il rischio per la salute umana di queste contaminazioni, perciò tale limite rimane ad oggi arbitrario.

Ne segue che per questi due lotti di Priorix Tetra risulta circa 140 volte superiore al limite massimo di 10 ng e ben 140.000 volte superiore al limite minimo di 10 pg. […]

1. Il genoma del virus del morbillo contenuto nel vaccino è identico alla sequenza del ceppo Edmonston Schwartz depositato nelle banche dati avente numero di accessione AF266291. Il numero di varianti rilevate è stato infatti pari a 0;

2. Il genoma del virus della parotite contenuto nel vaccino ha mostrato una singola mutazione rispetto al ceppo virale Jeryl-Lynn presente nelle banche dati pubbliche con il numero di accessione AF338106.1;

3. Il genoma del virus della rosolia non è stato rilevato;

4. Il genoma del virus della varicella contenuto nel vaccino ha mostrato quattro mutazioni rispetto al Human herpesvirus 3 presente nelle banche dati pubbliche con il numero di accessione AB097932.1.

La sequenza degli antigeni/genomi virali è un dato strettamente confidenziale che non viene fornito dall’EMA. Non sono disponibili linee guida che regolamentano l’analisi delle mutazioni genetiche e lo studio degli effetti sulla salute umana.

L’elevata frequenza di mutazioni genetiche nei virus e nei batteri, nonché nel DNA delle linee cellulari in coltura, è un problema di grande rilevanza per quanto concerne la sicurezza, in quanto non è noto come le varianti eventualmente riscontrate possano modificare la capacità infettiva e la stimolazione del sistema immunitario verso reazioni autoimmuni.

È certamente possibile che le analisi siano incomplete, come peraltro dichiarato dal Corvelva, che vadano integrate, approfondite o migliorate, come rilevato dagli esperti che hanno criticato la metodologia di analisi o le conclusioni, ma il punto non sta nella correttezza delle analisi, quanto nell’assenza di risposta delle autorità di vigilanza sui vaccini, Ministero, AIFA e ISS in testa, che avrebbero prima di tutto dovuto rispondere con un minimo di preoccupazione, anziché con il silenzio alle missive del Corvelva che presentavano i primi risultati provvisori (si tratterebbe infatti come minimo di una frode e di una minaccia alla salute pubblica, se le cose stessero così; materia penale, insomma, alla quale le grandi multinazionali farmaceutiche non sono certo nuove) e avrebbero dovuto presentare subito al pubblico i risultati delle analisi effettuate nei propri laboratori, a smentita di quanto divulgato dall’associazione veneta, e predisporre subito delle controanalisi degli stessi lotti vaccinali. Ma ci sono queste analisi, effettuate da istituzioni pubbliche e non solo dai produttori di vaccini? Qualcuno le vuole mostrare e mettere così a tacere subito il Corvelva? C’è qualcuno che si preoccupi della salute dei bambini e che controlli i singoli lotti di prodotto finito in un laboratorio pubblico? Questo il Corvelva vuole sapere, e questo vorrebbero sapere molti cittadini, se la stampa facesse il suo dovere. Invece di affermare indignati che le analisi non sono valide, senza nemmeno averle verificate, occorre mostrare che non lo sono, presentando quelle valide. E c’è una bella differenza. Non si risponde chiedendo un atto di fiducia, quando le accuse sono così gravi; si danno prove scientifiche, ovvero i report delle analisi effettuate nei laboratori pubblici. La ragione di questa richiesta è semplice, e ci porta alla terza gravissima questione sulla quale la stampa tace.

Negli Stati Uniti, nel 1986, sotto la presidenza Reagan, venne approvato il Vaccine Injury Compensation Act, spesso ricordato con la sigla VICA. La legge era richiesta a gran voce dalle aziende produttrici di vaccini, a causa del sempre più elevato numero di cause legali loro intentate dai danneggiati da vaccino (tanto numerosi da costituire una minaccia seria per i profitti dei produttori). Così la legge stabilì che le aziende farmaceutiche non dovessero rispondere legalmente per i danni da vaccino. Il Presidente e il Congresso erano consapevoli del fatto che questo anomalo privilegio avrebbe potuto costituire un pericolo per la salute delle persone, disincentivando di fatto le aziende dal garantire la qualità e la sicurezza dei vaccini; per questo, sulla base del principio checks and balances imposero dei vincoli e dei controlli, e stabilirono che lo Health and Human Services Department (il Ministero federale per la salute) costituisse una task force insieme al NIH (National Institute of Health) per garantire due obiettivi fondamentali: favorire la produzione di vaccini sempre migliori e ridurre al minimo i danni da vaccino. Il compito della task force era

“make or insure improvements in and otherwise use the authority of the secretary with respect to the licensing, manufacturing, processing, testing, labeling, warning, use instructions, distribution, storage, administration, field surveillance, adverse reaction reporting, and recall of reactegenetic lots , or batches of vaccines, or research on vaccines in order to reduce the risk of adverse reactions to vaccines.”

Doveva, insomma, controllare, come organo pubblico, che ogni singolo preparato vaccinale fosse sicuro. La legge stabilì perciò che ogni due anni l’HHS dovesse consegnare al Congresso il report completo di tutte le azioni di sorveglianza e controllo effettuate nei due anni precedenti. Si trattava di un importante strumento di tutela della salute pubblica, uno degli atti più importanti di un Dipartimento federale per la Salute.

“Within two years after this signing declaration on December 22, 1987, and periodically thereafter, the Secretary shall transmit to the Committee on Energy and Commerce of the House of Representatives, and the Committee on Labor and Human Resources of the United States Senate, a report describing the actions taken pursuant to section A during the preceding two year period.”

Robert Kennedy Jr, rampollo della nota famiglia e affermato avvocato, critico nei confronti delle politiche vaccinali, decide di fare richiesta all’HHS di questi documenti, dal 1987 ad oggi, avvalendosi della legge sulla libertà di informazione, che stabilisce 20 giorni come termine per la risposta (Freedom of Information Act o FOIA). Non avendo avuto alcuna risposta dopo un anno, nonostante numerosi solleciti, Robert Kennedy e la sua associazione decidono di rivolgersi al giudice. E finalmente la risposta arriva: non esiste alcun report sulla sicurezza dei vaccini, dal 1987 ad oggi. Punto. 

“The department’s search for records did not locate any records responsive to your request. The Department of Health and Human Services (HHS), Immediate Office of the Secretary (IOS) conducted a thorough search of its document tracking system and the Department also conducted a comprehensive review of all relevant indexes of HHS Secretarial correspondence records maintained at federal record centers that remain in the custody of HHS. These searches did not locate records responsive to your request, or indicate that records responsive to your request and in the custody of HHS are located at federal records center.”

[qui il testo in Italiano, con il commento di Robert Kennedy Jr]

E allora chi li fa questi controlli sulla sicurezza? Nessuno, risponde l’avvocato Kennedy. Da 32 anni nessuno controlla in modo indipendente dalle aziende la sicurezza dei preparati vaccinali, mentre per tutti gli altri farmaci i controlli sono molto stretti e vincolanti. E poiché negli USA le segnalazioni di danni da vaccino furono 59.711 solo nel 2016, di cui 432 morti, se si prende per buona la parola dell’HHS che sono l’1% di quelli reali, per via dell’assenza di una vaccinovigilanza attiva, questo significa che potrebbero essere 5,9 milioni i danneggiati da vaccino in un solo anno; 43.200 i morti, dice Robert Kennedy.

Potrebbe interessare ai cittadini italiani una notizia di questo genere? Perché allora la stampa nostrana la passa sotto silenzio, invece di approfondirla e magari smentirla con altri dati, se ci sono? Che quanto dice Robert Kennedy sia vero o falso tocca alla stampa verificarlo. Ma non può ignorare un fatto così dirompente. Come mai l’AIFA non ha presentato il giorno dopo l’articolo su Il Tempo i report di sicurezza a sua disposizione su quei lotti per rassicurare l’opinione pubblica? Sarebbe così semplice smentire il Corvelva… E perché Repubblica non sollecita la pubblicazione di questi documenti, anziché screditare le analisi del Corvelva? Tocca allo Stato e all’AIFA e all’ISS che ne sono espressione garantire la sicurezza dei vaccini e produrre prove dei controlli effettuati, non ai cittadini fornire prove della loro eventuale dannosità o della correttezza delle proprie analisi. Non è questo il loro compito istituzionale? Si tratta di un trattamento sanitario obbligatorio, per di più pagato con denaro dei contribuenti, e le aziende produttrici sono private, per di più pluricondannate in passato! Con il precedente americano, non è che si possa stare troppo tranquilli; inoltre, detto per inciso, nemmeno da noi le aziende rispondono dei danni da vaccino e a pagare siamo noi cittadini (con gli esigui fondi appositamente stanziati dallo Stato), per i pochi danneggiati che riescono a spuntarla contro l’Avvocatura dello Stato e che possono permettersi il costo di una causa spesso pluridecennale (pochi danneggiati riconosciuti dai tribunali rispetto al totale, ma molti in cifra assoluta).

Invece di fornire dati, questa è stata la risposta pubblica dell’AIFA, commentata dal giornalista Franco Bechis, autore dell’articolo de Il Tempo.

Le autorità preposte effettuano controlli durante tutto il ciclo produttivo del vaccino. Inoltre, prima della distribuzione sul mercato, ogni singolo lotto è sottoposto a un ulteriore doppio controllo effettuato, in modo indipendente, sia dall’azienda produttrice che da una rete internazionale di laboratori accreditati, a loro volta controllati da altri enti (in Italia l’Istituto Superiore di Sanità). Solo i lotti che superano positivamente tali controlli possono essere commercializzati.

e questa la risposta di Vincenzo D’Anna:

“Nel confermare la bontà dell’iniziativa scientifica sostenuta dall’ONB – aggiunge il presidente dei Biologi – formalmente e pubblicamente invito uno o più sottoscrittori del documento di censura ad esibire, ad horas, le analisi sui vaccini in uso così come prescritto dalla norma riguardante le autorizzazioni per l’immissione in commercio dei farmaci. Analisi che ovviamente non siano state esibite dagli stessi produttori o da laboratori accreditati finanziati da quegli stessi produttori”. Insomma, precisa il senatore “analisi che siano eseguite da quelle istituzioni pubbliche preposte al controllo di qualità ed alla farmacovigilanza prevista dalla legge”.

Questa invece la risposta di Loretta Bolgan all’AIFA:

Quanto al fatto che l’EMA abbia risposto a luglio 2018 faccio presente che l’EMA [l’Agenzia europea del farmaco] ha sottolineato che è di competenza dell’AIFA rispondere alle nostre domande per quanto riguarda il Priorix tetra perchè di registrazione nazionale. E l’AIFA risponde non con i dati analitici fatti sui lotti e studi di sicurezza alla mano (visto che come da loro asserito i controlli sono già stati effettuati dai produttori, dai laboratori accreditati, pagati dai produttori, e dall’ISS, spero non pagati anche questi dai produttori), ma dicendo che l’EMA ci ha già risposto e che non prenderanno in considerazione i nostri dati finchè non pubblicheremo.

Questo infine il carteggio fra Corvelva e ISS (Istituto Superiore di Sanità).

Come ho sempre sostenuto nei miei precedenti articoli sull’obbligo vaccinale, qui non siamo di fronte ad una questione scientifica, ma ad una questione politica, etico-giuridica e di libertà dell’informazione; alla fine, forse anche penale (ancora un volta, come spesso in passato), se le analisi di Corvelva avessero ragione. Non si può obbligare nessuno ad un trattamento medico non necessario alla sopravvivenza, né per il proprio né per l’altrui vantaggio, perché il corpo è inviolabile e superare la barriera con i vaccini apre ad altre e più pericolose violazioni; né si può limitare l’esercizio di un diritto civile come il diritto all’istruzione per costringere a compiere un’azione contraria alla propria volontà e di dubbia sicurezza per la propria incolumità. Nemmeno un solo danno grave e permanente da vaccino è eticamente giustificabile se la vaccinazione è obbligatoria, e il report della Regione Puglia apre scenari davvero inquietanti al proposito. In ogni caso, non è una decisione medica stabilire la soglia del sacrificio accettabile.

Ma che la stampa continui a fare propaganda, anziché informazione, e a nascondere informazioni determinanti per la pubblica opinione è insopportabile e pericoloso. Non si tratta qui di diffondere bufale, come si dice ovunque sui media nazionali con beffarda e falsa indignazione, ma di riferire ai cittadini informazioni fondamentali e dovute che provengono da atti pubblici (relazione della IV Commissione parlamentare della Difesa, report della Regione Puglia, report di sicurezza di AIFA, risposta sconvolgente del HHS statunitense) o rendere palesi manifeste falsità provenienti da istituzioni e personaggi pubblici, come le affermazioni inaccettabili del Ministro Lorenzin sui presunti 270 morti per morbillo in Inghilterra e del presidente dei Pediatri italiani sui 3 o 4 casi di effetti avversi ogni 20 anni.

Se non altro, le analisi del Corvelva hanno il merito di aver rotto il muro di fallacie propagandistiche e di affermazioni dogmatiche (e dogmaticamente false) con le quali si è finora impedito un dibattito serio sulle vaccinazioni obbligatorie. Su Internet e sui social network molti esperti hanno dovuto entrare nel merito, anche solo per criticare. Questo è sano e rende onore alla scienza e alla democrazia, mentre le disonorano l’espellere dall’Ordine i medici che presentano dati scomodi o l’insultare qualunque voce critica. Ma, ripeto, occorre alzare lo sguardo: il problema – gravissimo e gravemente minaccioso per tutti noi – è quello dell’informazione manipolata, non la falsa e artificiosa contrapposizione pro-vax/no-vax.

I giornalisti onesti e coraggiosi sono il sale della democrazia costituzionale; è di essi che abbiamo assolutamente bisogno. Per questo il MR ne sosterrà sempre l’autonomia e la giusta tutela sul piano giuridico ed economico. E se ce ne sono, com’è certo, che si facciano avanti.

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 28 febbraio 2019.