No alla regionalizzazione della scuola: la scuola della Costituzione è unitaria

Se i Padri costituenti leggessero il testo degli accordi fra Stato italiano e Regioni Lombardia, Veneto ed (in misura minore) Emilia Romagna, con i quali oltre un quinto del personale scolastico e tutti i Dirigenti in blocco passerebbero dallo Stato alle Regioni, sono ragionevolmente sicura che si rivolterebbero nella tomba. Il Governo Gentiloni, in perfetta linea con la Buona scuola di Renzi, che era perfettamente allineato con la scuola-azienda delle Ministre Moratti e Gelmini, nel 2018 quatto quatto, secondo lo stile antidemocratico al quale ci siamo ormai assuefatti, anche di fronte alle questioni di maggiore rilevanza pubblica, sottoscriveva questi accordi che pongono fine alla scuola della Repubblica.

Come sempre avviene, la polpetta avvelenata viene cosparsa di zucchero, facendo balenare ai docenti delle regioni interessate, ormai sulla soglia della povertà, con lo stipendio fermo da 10 anni, un modesto aumento di stipendio. Come la Gelmini, che prometteva falsamente di reinvestire nella scuola le risorse tagliate dalla Finanziaria 2008.

Si tratta di una misura politica priva di senso dal punto di vista della qualità del sistema di istruzione e della sua conformità ai principi costituzionali, per cui la prima osservazione da fare è che non se vede il motivo, almeno in apparenza. Intendiamoci: la scuola pubblica così com’è adesso non funziona come dovrebbe, anzi, a considerare la cura da cavallo a cui è stata sottoposta per vent’anni è un miracolo che esista ancora. Ma è tutto da discutere che questa sia la soluzione giusta, mentre è proprio certo che questo non è il metodo giusto. E in democrazia le questioni di metodo riguardano sempre il merito.

Quello che forse non è chiaro ai non addetti ai lavori è però l’insieme delle implicazioni che questa decisione politica si porta dietro. Proviamo ad analizzarle:

1) La Costituzione italiana, agli articoli 3, 33 e 34, individua come scopo fondamentale della scuola pubblica la formazione del cittadino, l’elevazione culturale del Paese, l’emancipazione sociale dei meno abbienti, la formazione di una classe dirigente di livello elevato e la realizzazione delle pari opportunità nell’accesso alle cariche pubbliche. Il padre costituente Piero Calamandrei, le cui parole non hanno mai perso di attualità, diceva che la scuola pubblica è organo costituzionale e fondamento della democrazia.

 “La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti.”

Regionalizzare la scuola mette in discussione l’unitarietà dell’istruzione nel Paese, genera un sistema scolastico differenziato che riproduce, invece di colmare le disuguaglianze culturali e di opportunità, in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione e fa perdere di vista la necessità che lo Stato garantisca un’istruzione di livello elevato sull’intero territorio nazionale. In questo modo, lo Stato potrebbe di fatto sottrarsi all’obbligo previsto dall’articolo 33 Cost. Già ora l’autonomia scolastica consente di adattare il percorso di studi ad esigenze locali, senza bisogno di regionalizzare la scuola. Con questo accordo, la cui costituzionalità è tutta da verificare, si crea surrettiziamente un federalismo fiscale che non c’è nella Carta del ’48 e che viene realizzato a partire dalla discutibile modifica del Titolo V, fatta nel 2001.

2) Gli accordi con le regioni Lombardia e Veneto prevedono che i Dirigenti scolastici siano di nomina regionale e che i docenti, se vogliono usufruire del modesto aumento di stipendio (che potrebbe essere solo temporaneo; in altri comparti, il passaggio alle Regioni ha spesso comportato riduzioni di stipendio), passino all’amministrazione regionale.

Questo vuol dire che le scuole saranno più strettamente controllate dalle maggioranze politiche regionali, cosa che potrebbe limitare la libertà di insegnamento dei docenti, imporre materie non previste dagli ordinamenti nazionali o depotenziarne altre ora previste, disapplicare normative nazionali (per esempio in materia di disabilità, come è già successo nella provincia autonoma di Trento, dove abbiamo già denunciato per esempio l’utilizzo di assistenti alle autonomie – non qualificati per insegnare – al posto dei docenti di sostegno per tagliare i costi) e rendere inutilmente difficile il trasferimento dei docenti da una regione all’altra, vanificando di fatto il valore nazionale dell’abilitazione all’insegnamento e vincolando i docenti al territorio (questa, probabilmente, è una delle ragioni non dichiarate, ma più sentite dalla Lega).

I dirigenti di nomina regionale sono assai preoccupanti, stante la funzione sempre meno didattica e sempre più aziendale che ha assunto nel tempo la funzione dirigenziale. Come verranno selezionati? Da chi prenderanno ordini? A chi risponderanno? Chi li controllerà? Che ruolo avrà il Ministero nel seguirne l’attività? Diventeranno come i dirigenti delle ASL? E come si giustifica la differenza di accesso, di nomina e di carriera fra docenti e dirigenti di regioni diverse, alcuni dipendenti dallo Stato, altri dalle Regioni, per quella che secondo Calamandrei è l’istituzione centrale della Repubblica? E che rapporto si instaurerà fra i docenti ancora alle dipendenze dello Stato e i Dirigenti di nomina regionale? E fra colleghi con diversi rapporti di lavoro? L’art. 151 della Costituzione recita: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”.

3) Il fatto che l’iniziativa sia partita dal governo Gentiloni non deve far perdere di vista che regionalizzare la scuola è un’ulteriore modalità per depotenziare la scuola di Stato, indebolirne le fondamenta democratiche e subordinarla a scopi diversi da quelli indicati dalla Costituzione del ’48, in piena continuità con le politiche neoliberiste che hanno ispirato le pseudoriforme degli ultimi vent’anni e che sono state dettate dalla Tavola rotonda degli industriali europei, dalla Commissione europea (organo non elettivo) e dalle associazioni private di banche, imprenditori e altri soggetti che con la scuola non c’entrano nulla, come l’Associazione Treellle, molto influente nel nostro Paese (come ha spiegato bene il prof. Pietro Ratto).

Come ho ampiamente spiegato in altri articoli (La perversione neoliberista e la legge della “Buona Scuola” e Ce lo chiede l’Europa? Le politiche scolastiche e la Costituzione neoliberista), in base a queste politiche il fine della scuola ha cessato di essere la cultura, la cittadinanza, la solidarietà, l’unità nazionale ed è diventato la formazione del lavoratore flessibile, non troppo istruito, pronto a rispondere alle esigenze delle aziende. Di pari passo, l’insegnante ha cessato di essere l’intellettuale e il professionista autonomo, che forma al senso critico e costruisce cultura ed è diventato sempre di più il semplice impiegato-esecutore di ordini, tenuto sotto scacco e subordinato ad entità esterne, che ne dirigono l’azione.

In questa direzione vanno le misure previste dalla Buona Scuola, che ha depotenziato i Collegi docenti, imposto anche all’esame di Stato i test INVALSI, introdotto la valutazione degli studenti da parte delle aziende attraverso l’alternanza scuola-lavoro, introdotto i finanziamenti privati nella scuola pubblica. L’accordo con le Regioni Veneto e Lombardia assegna alle Regioni anche la valutazione dei docenti e questo rappresenta un pessimo segnale rispetto all’autonomia della funzione docente, prevista dalla Costituzione (“valutazione”, infatti, può indicare cose assai diverse e non tutte positive).

4) Infine, per rimanere sui principi generali, questa autonomia differenziata, oltre a generare caos normativo e organizzativo, creerà ufficialmente e dichiaratamente scuole di serie A e scuole di serie B, scuole ricche e scuole povere, perché nella superficialità della norma non sono previsti livelli minimi né di prestazione né di tutela giuridica del personale. Ad essere minato sarà quindi lo stesso principio di unità nazionale, cosa tanto più odiosa quanto più lontana dallo spirito della Costituzione e tanto più vicina all’interesse di chi, anche al di fuori del nostro Paese, vuole indebolirne l’integrità e la tenuta democratica.

Per questo motivo, il fronte contrario è assai ampio e comprende (fra gli altri) i sindacati della scuola (Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola Rua, Gilda Unams, Snals Confsal, Anief, Cobas, Unicobas Scuola e Università) e le associazioni, da Associazione Nazionale Scuola per la Repubblica, Aimc, Cidi, Mce, Uciim, Irase, Irsef Irfed, Proteo Fare Sapere, Associazione Docenti Art. 33, Cesp, Associazione Unicorno-L’altra Scuola, Link, Lip scuola, Manifesto dei 500. Anche il mondo studentesco protesta con la Rete degli studenti medi, Rete della conoscenza, Unione degli Studenti, Uds, Udu.

Credo di esprimere un sentire diffuso nel Movimento Roosevelt esprimendo la più completa contrarietà a questa misura devastante per la scuola pubblica e invitando i partiti di Governo a fermarsi in tempo. La scuola ha bisogno di altro: di fondi (tanti, data la gravità dell’impoverimento generale, anche dei docenti), di cura, di una riflessione profonda e di ampio respiro, di lungimiranza, di un vasto dibattito pubblico, di una radicale marcia indietro rispetto alla perversa torsione neoliberista che l’ha sfigurata negli ultimi vent’anni. Noi nel MR abbiamo proposto uno spunto di riflessione, per indicare una direzione possibile, che non è l’autonomia differenziata.

La scuola della Costituzione è la scuola di tutti ed è questa che dobbiamo realizzare. Come scrisse Piero Calamandrei,

“La Costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo.”

“Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà “.

La scuola spolpata: il bilancio di vent’anni di riforme neoliberiste

Era il lontano 1999. Entrava in vigore la famosa legge n.59, che riformava la Pubblica amministrazione e introduceva anche l’autonomia scolastica, poi realizzata con il D.P.R. n. 275/1999. Vedeva la luce il Preside-Dirigente e le scuole acquisivano personalità giuridica. Possiamo collocare qui il punto di partenza di un percorso riformatore che, attraverso diversi governi, di centro-destra e di centro-sinistra, porta la scuola italiana al punto in cui si trova adesso.

In questi 20 anni, nessuna riforma complessiva è stata realizzata. Solo una serie di interventi slegati fra loro, ma accomunati tutti da un unico fil rouge: impoverire la scuola, togliendole mezzi, ore, risorse umane, qualità; metterla in concorrenza con l’istruzione privata, orientare la didattica all’inserimento nel mondo del lavoro e alle richieste delle aziende, anziché alla formazione del cittadino consapevole; mettere ai margini la funzione emancipante della scuola, prevista dalla Costituzione, svilire il ruolo sociale dei docenti, degradati da professionisti preparati e autonomi, come li intende la Costituzione, a impiegati obbedienti e proletarizzati, anche attraverso una politica di assunzioni per lo meno discutibile e a retribuzioni inadeguate all’importanza del loro ruolo sociale.

Attraverso le riforme Moratti e Gelmini e infine con la Buona Scuola di Renzi siamo passati dalla scuola depositaria di cultura e promotrice di conoscenza e pensiero critico alla scuola smart, luccicante di tecnologie all’avanguardia, di progetti di ogni genere e di metodi di insegnamento accattivanti, ma sempre più priva di contenuti essenziali, priva di mezzi e di locali adeguati, attentamente depurata da ogni sapere capace di favorire la consapevolezza critica, la comprensione del presente, l’attitudine a pensare in modo complesso. Una scuola che istruisce senza educare e che parla il linguaggio dell’economia, anziché quello dei valori civili di solidarietà, partecipazione, democrazia, bene comune, libertà di pensiero.

Non ci si deve consolare con il fatto che questi valori, benché disanimati e residuali, siano ancora presenti nel lavoro quotidiano di un certo numero di docenti. Si tratta di epigoni, ultracinquantenni che hanno assistito impotenti allo sfascio della loro scuola e che, come i militari giapponesi dopo la fine della guerra mondiale, combattono sul loro atollo una guerra ormai persa. Fra pochi anni, la classe docente più anziana d’Europa andrà in pensione in massa e della scuola della Costituzione non resterà nemmeno il ricordo.

La neolingua neoliberista, che ha intossicato le menti di un’intera generazione di studenti e di giovani insegnanti, ci ha abituati a dare per scontate cose che non lo sono affatto e che fanno a pugni con la scuola della Costituzione: che la scuola sia un’azienda, in competizione con altre per accaparrarsi clienti attraverso l’offerta formativa; che le valutazioni siano debiti o crediti, come in banca; che lo studio abbia come fine trovare un posto di lavoro e che quindi debba fornire saperi utili alle aziende (le patetiche “tre ‘i’ della Ministra berlusconiana Letizia Moratti: Inglese, Informatica, Impresa), anziché alla crescita personale; che il Dirigente sia un manager, anziché un educatore più esperto; che la scuola debba orientarsi alle competenze, anziché alle conoscenze, perché il fine è la competizione sul mercato, non il sapere, e l’acquiescenza ai capi, non l’autonomia del pensiero; che il destino delle scuole pubbliche sia trasformarsi in fondazioni private (questo prevede la Buona Scuola), dove lo Stato investe sempre meno e tutto è certificato e standardizzato, per cancellare ogni residuo di autonomia didattica del docente e di capacità della scuola di ridurre le disuguaglianze sociali e territoriali; che nella valutazione finale in uscita dalla scuola primaria (a 10 anni!) venga richiesta una qualità comportamentale che si chiama “Spirito di iniziativa ed imprenditorialità” (Decreto Legislativo 62/2017, art. 2. Valutazione nel primo ciclo).

La scuola neoliberista è una scuola duale: un sistema privato che forma figure di eccellenza e un sistema pubblico che fornisce un’alfabetizzazione di base, ma poco approfondita e a basso costo per lo Stato. Per questo il primo impegno del modello neoliberista della scuola è tagliare i fondi all’istruzione, cosa fatta con spietata e meticolosa determinazione dalla Ministra Gelmini, che nel 2008 amputò il 20% dei fondi all’istruzione da un giorno all’altro.

Ma sbaglieremmo se imputassimo queste politiche scellerate all’incapacità dei nostri governanti. La scuola neoliberista è nata nei circoli degli industriali europei negli anni ’80 che volevano una scuola su misura per loro ed ha trovato progressiva esplicazione nei documenti della Commissione europea che indirizzano le politiche scolastiche dei governi, nonostante l’autonomia ad essi riconosciuta dai Trattati europei (Articolo 165 del TFUE ). Essa è pienamente in linea con il progetto, enucleato dalle oligarchie apolidi che governano l’Europa e la cui natura è dettagliatamente descritta nel volume di Gioele Magaldi, Massoni, di destrutturare la democrazia europea. Indebolire l’istruzione in un Paese con una Carta costituzionale così democratica come quella italiana del ’48 vuol dire indebolire dall’interno la sovranità popolare, di cui si parla all’articolo 1. Un popolo che non ha gli strumenti intellettuali che vengono dal sapere non ha mezzi per esercitare la propria sovranità e i propri diritti ed è pronto per la schiavitù. Questo le politiche neoliberiste della scuola stanno togliendo ai nostri figli. E questa è la deriva che, con l’indignazione che viene dalla conoscenza e lo slancio che deriva dall’amore per il nostro bellissimo Paese, vogliamo e dobbiamo fermare ad ogni costo.

Articolo pubblicato sul n° 1 (2019) della rivista mensile a proprietà diffusa Sovranità popolare.