Scuola, ultimo atto: quando la competenza scaccia la conoscenza

Dialogo (d)istruttivo fra Smarty, il Nuovo Docente Formato alla Didattica per Competenze, e Sofia, la Vecchia Docente da Rottamare, ancora ostinatamente attaccata alle sue polverose Conoscenze.

Smarty

La lezione frontale? Roba da vecchie aule polverose, una noia mortale… Lo studio sistematico della storia o della letteratura? E a che pro? I programmi non esistono più, nella scuola delle competenze. Qui si impara dall’esperienza, lavorando in gruppo, per via induttiva e affrontando compiti di realtà, ovvero problemi quotidiani. Basta con le lezioni dalla cattedra, in cui parla solo il docente! La scuola deve mettere gli studenti al centro!

Sofia

Ma guarda un po’… Sei appena arrivato, e parli come se avessi scoperto l’acqua calda. I pedagogisti discutono da decenni se sia meglio la didattica frontale, in cui il docente tiene la sua conferenza quotidiana, o quella attiva, con la quale sono gli studenti a lavorare in autonomia, guidati dal docente. È una questione vecchia come la pedagogia. In un certo senso, l’hanno pure risolta. Per fortuna, esistono le ricerche scientifiche. Ed hanno constatato che entrambi i metodi hanno pregi e difetti. Con il metodo frontale, si riesce a trasmettere una quantità molto maggiore di conoscenze, ordinate e di ottima qualità, ma se il docente non riesce a coinvolgere gli allievi e a stimolarne l’interesse, può risultare noioso, come dici tu, e libresco. Con il metodo attivo, gli studenti sono più coinvolti e memorizzano meglio ciò che hanno imparato attraverso la propria esperienza personale, ma si impara complessivamente molto meno, in modo più frammentario e meno solido dal punto di vista teorico. L’insegnamento migliore è quello che li usa entrambi, a seconda del contesto e degli argomenti. Ma ricorda che una lezione frontale ben fatta, fondata su domande stimolanti e vitali, può dare più soddisfazione agli studenti di un dispersivo lavoro di gruppo.

Smarty

Quello che dici tu andava bene per le generazioni passate. Oggi a scuola abbiamo i Millennials, i ragazzi che sono nati con lo smartphone in mano… Come si fa a catturare la loro attenzione con la vecchia lezione dalla cattedra? E poi con i new media si impara moltissimo… A che servono tutte ‘ste nozioni, se hai tutto a portata di click? Bisogna svecchiarsi, dài. Non si può fare lezione come nell’Ottocento!

Sofia

Hai ragione sui Millennials. Infatti i neuropsichiatri seri, come il tedesco Manfred Spitzer, sulla scorta di centinaia di studi scientifici condotti nelle migliori Università, sostengono che l’uso precoce di smartphone e PC sia causa di demenza digitale. Fra i tanti danni dei tuoi benedetti aggeggi digitali, infatti, ci sono la riduzione progressiva della capacità di attenzione, la mancata formazione delle vie neurali per lo sviluppo delle abilità linguistiche e matematiche, la dipendenza, il tempo sottratto alla lettura e alle amicizie, la sensazione di sapere, mentre si è ignoranti, per il semplice fatto di essere sempre connessi. Se diamo in mano agli studenti lo smartphone in classe, li faremo senz’altro smanettoni e magari pure divertiti, ma stupidi. E comunque informazioni e conoscenze non sono la stessa cosa. C’è la stessa differenza che c’è fra i mattoni accatastati alla rinfusa e l’edificio terminato, conforme ad un progetto.

Smarty

Si vede proprio che vivi in un altro mondo… In ogni caso, che ti piaccia o no, ce lo chiede l’Europa. Non hai letto i documenti europei che negli ultimi vent’anni hanno ribadito in ogni modo il ruolo delle competenze? E come lo trovi il lavoro, studiando Raffaello o Boccaccio? Carmina non dant panem…  Come fai ad essere competitivo, se non vai oltre le conoscenze e non impari ad essere autonomo, a sviluppare la capacità di lavorare in gruppo, se non sai usare le tecnologie digitali, se non hai le tue belle certificazioni linguistiche e non ti prepari per la formazione permanente? Non dico che un po’ di conoscenze non servano, ma senza le competenze i ragazzi saranno tagliati fuori dal mondo del lavoro.

Sofia

Ma da quando in qua il mondo del lavoro è il fine della scuola? E la competizione, poi? Dove l’hai vista nella Costituzione? Hai mai sentito parlare degli “inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2)? O del “pieno sviluppo della persona umana” e dell’ “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3)? Mi spieghi come faranno questi sventurati ragazzi, specie se non vengono da una famiglia ricca e istruita, a migliorare il proprio status senza un bagaglio di conoscenze ampie e ben strutturate? Non crederai mica che si possano acquisire le competenze vere, come il senso critico, la capacità di argomentare, di comprendere il senso di un’opera d’arte o di un testo letterario in autonomia, di difendere i propri diritti e di svolgere con coscienza i propri doveri di uomini e di cittadini solo sulla base della classe flippata*? Diceva don Milani che ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani. Quanto aveva ragione! Pensi davvero che con il lavoro di gruppo e procedure induttive si possano imparare tante parole quante ne fa apprendere la lezione frontale?

* [N. d. A: flipped classroom è la classe rovesciata, nella quale sono protagonisti gli allievi]

Smarty

Ma allora proprio non capisci. Qui nessuno ha detto che le conoscenze devono sparire. Devono soltanto essere subordinate alle competenze. Sono le competenze il nuovo scopo della didattica. Solo così avremo finalmente una didattica inclusiva, capace di accogliere tutti, anche gli studenti svantaggiati a cui sembri tenere tanto. La scuola delle competenze è innovativa perché permette di superare la demotivazione e l’estraneità della lezione frontale e il disamore per lo studio. Gli studenti verranno a scuola più volentieri e impareranno di più, perché saranno coinvolti in ciò che imparano. Ma hai letto l’elenco delle competenze definito dalla Raccomandazione del Parlamento europeo del 7 settembre 2006? Guarda che sono previste anche le conoscenze:

comunicazione nella madre lingua, comunicazione nelle lingue straniere, competenza matematica, competenze di base in scienza e tecnologia, competenza digitale, imparare ad imparare, competenze sociali e civiche, spirito di iniziativa e imprenditorialità, consapevolezza ed espressione culturale.

Sofia

Guarda che sei tu quello che non ha le idee chiare. Chiariamo subito una cosa: che un conto è il fine e un conto è il metodo. Il fine di sviluppare le competenze è sempre stato presente nella scuola. Conoscenze, abilità e competenze, o se preferisci sapere, saper fare e sapere essere sono da sempre il fine dell’istruzione. Quando frequentavo il mio austero liceo classico d’altri tempi, anche senza le classi flippate ho sviluppato competenze di valore inestimabile, che mi hanno permesso di formarmi una cultura ampia e solida anche se i miei genitori avevano la terza elementare e di essere qui adesso a discutere con te. Ma senza le conoscenze, senza le mie versioni dal greco e dal latino, non stringerei nulla. Pensa che perfino negli studi sull’intelligenza si è compreso che sono le conoscenze a renderci intelligenti e non le capacità grezze. Ma tu confondi il fine con il metodo: sembra che solo con il metodo attivo si possano conseguire le competenze, ed io te lo contesto fermamente. Ti assicuro che in 35 anni di insegnamento ho visto coorti di allievi altamente motivati e coinvolti anche nella lezione frontale. Non è il metodo che fa la differenza, ma l’energia coinvolgente dell’insegnante, se crede in quello che fa e trasmette passione per il sapere. E ho visto tante volte nei loro occhi la soddisfazione di aver espugnato un concetto difficile che mai avrebbero formulato da soli o di aver imparato a studiare molto in poco tempo.

In secondo luogo, chiedo io a te se quelle elencate sono le uniche competenze che la scuola deve fornire. Ma ti pare che non ce ne siano di più adatte al “pieno sviluppo della persona umana”? Per esempio, essere cittadini critici e consapevoli, conoscere se stessi e gli altri, avere sensibilità per la bellezza, saper essere mente, corpo e spirito, individui creativi e fruitori di cultura, saper essere membri attivi e responsabili di una comunità sociale, saper cooperare con altri in vista di un fine condiviso, sviluppando il senso del bene comune, la competenza emotiva e dialogica, la tolleranza delle opinioni che non si condividono, la disponibilità ad ascoltare e a difendere le proprie tesi in modo razionale e argomentato? Non vorrai dirmi che la deduzione trascendentale di Kant rientra da qualche parte nel tuo elenco? Con quelle competenze si allevano al più dei Monsù Travet, dei lavoratori non troppo critici.

E poi, sii onesto: al di là delle parole, come si fa a conservare le conoscenze in una didattica per competenze intesa come la intendi tu? Ti faccio un esempio concreto. Prendi un insegnante liceale di storia. Sviluppare il senso del divenire dei fenomeni umani e saperli collocare nello spazio e nel tempo non è una competenza fondamentale? Bene. Nel biennio, l’insegnante suddetto ha un’ora in meno di storia rispetto a 11 anni fa (dalla Riforma Gelmini del 2008) e deve condividere le ore con Geografia, che prima era materia a sé (ha anche un’ora in meno di Italiano, ma questa è un’altra faccenda). I suoi allievi sono molto più numerosi (intorno ai 30, di cui almeno 4 o 5 con BES o DSA) e arrivano da otto anni di scuola in cui la storia si è studiata poco o nulla, visto che si è abbandonato lo schema ciclico di Bruner, che prevedeva di riprendere l’intero percorso storico ad ogni nuovo ciclo didattico. Con le sue 66 ore annuali a disposizione, il nostro docente deve trattare in due anni tutta la storia antica e la geografia (le quattro nozioni che riesce a trasmettere) a studenti pressoché privi di nozioni di base. Il suo collega del triennio, che ha sempre due ore settimanali, 66 all’anno, deve arrivare in tre anni al Novecento…

Smarty

E vabbè, ma allora insisti… ti ho detto che non ci sono più i “programmi”. Parli tanto di libertà di insegnamento e poi non ti rendi conto che puoi scegliere tu che cosa insegnare. Mica sei obbligata a fare tutto… Sulla storia, poi, non hai nemmeno più il problema della prova scritta all’Esame di Stato. L’hanno tolta, tanto non la svolgeva nessuno.

Sofia

Ci stavo arrivando, appunto, se mi lasci finire il discorso. Supponi che il nostro bravo collega di Storia, con le sue 66 ore annue, decida di programmare, con ore e ore di lavoro extra non retribuito, un bel percorso interdisciplinare con i colleghi di Italiano e Storia dell’arte e una serie di moduli (pardon, di UDA, come si chiamano adesso) che prevedono alcune visite ai musei, l’analisi di documenti, la visione di un paio di film e qualche lezione in Inglese in modalità CLIL. Delle sue 66 ore, almeno un quarto circa se ne andrà fra assemblee studentesche, gite, progetti, alternanza scuola-lavoro, esperti esterni e altre interessanti attività consimili. Nelle 50 ore rimanenti, deve valutare i suoi 25-30 studenti almeno due volte al quadrimestre, altrimenti è fuori dalla legalità. Vorrà vedere come espongono la lezione? Se è molto esperto, se la cava con un quarto d’ora a studente. Moltiplicato 30 studenti per due volte al quadrimestre sono 60 quarti d’ora, 15 ore in tutto. Sempre che non si distragga un attimo e non si ammali. Poi però ci sono le prove di recupero, che sono tante, visto che gli studenti non studiano. Facciamo altre 5 ore? E sono 20. Da 50 siamo arrivati a 30…

Smarty

E chi ti dice che devi interrogarli? Anche quella è roba vecchia. Puoi valutarli molto più in fretta con un bel test! Così hai anche il vantaggio di monitorare tutti gli apprendimenti in modo strutturato.

Sofia

E tu credi che la capacità di esporre o di argomentare e l’attitudine al ragionamento storiografico si misurino con un test? Ma lasciami finire. Nelle sue 30 ore, il povero docente deve tentare la quadratura del cerchio: o trasmette le nozioni minime (in quinta, la storia dell’Ottocento e del Novecento) o fa i suoi lavori di gruppo. Ma per fare i lavori di gruppo deve rinunciare a trattare buona parte dell’Ottocento e del Novecento (in verità, al Novecento ci si arriva di striscio e solo fino alla seconda guerra mondiale, se si è proprio bravi). Un lavoro in modalità attiva, infatti, richiede molto più tempo e soffre delle continue interruzioni a fine ora di lezione. Per realizzarlo, occorrerebbe modificare l’organizzazione didattica e assegnare molte più ore alle lezioni. Perciò finirà come già verificato in altri Paesi: gli studenti sapranno tutto di un paio di argomenti (magari anche 5 o 6, non di più in 30 ore) e niente di tutto il resto. E secondo te questo è meglio?

Smarty

Meglio poche cose, ma fatte bene, almeno si impara ad imparare. Così almeno studieranno volentieri e saranno pronti per il mondo del lavoro.

Sofia

E qui ti sbagli di grosso. Negli Stati Uniti la didattica per competenze è stata introdotta nel 2001 con enfasi da una legge votata in maniera bipartisan dal Congresso, e con essa i test di verifica delle competenze in lettura e scrittura, ai quali erano subordinati i fondi alle scuole. Risultato: un disastro totale. Sono aumentate le disuguaglianze fra ricchi e poveri e peggiorate le abilità di comprensione dei testi. Leggere non è come andare in bicicletta. Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze. Inoltre, il sistema dei test ha introdotto la pratica perversa del teaching for testing. Si studia solo ciò che serve per superare il test, alla faccia delle sbandierate conoscenze, che finiscono nella spazzatura. La moneta cattiva scaccia quella buona e nella scuola sta avvenendo lo stesso.

Smarty

Come sei disfattista… Noi non siamo gli Stati Uniti. Da noi le conoscenze sono ancora ben presenti nei curricoli della scuola pubblica.

Sofia

Come sei ingenuo tu, invece! Quello che io vedo è che questa faccenda della didattica per competenze è l’ultima spallata neoliberista alla scuola della Costituzione. Non potendola eliminare del tutto, dopo averla strangolata economicamente, aver umiliato i suoi docenti, averla privata di tempo, risorse, edifici sicuri e di un numero ragionevole di alunni per classe, e dopo il tentativo di regionalizzarla per indebolirla ulteriormente, ora le danno la mazzata finale, sfilandole da sotto le conoscenze. Non ci sarà semplicemente più il tempo di trasmetterle! E chi lo farà sarà un vecchio arnese da rottamare quanto prima. Ma gli studenti, sicuramente saranno più sereni e felici a scuola e i genitori avranno meno crucci per i brutti voti degli insegnanti cattivoni. Felici e ignoranti. Ma competenti, e molto, molto smart.

Smarty

Sai che ti dico? Sei proprio una lagna. Sei troppo attaccata alle tue polverose Conoscenze. Non riesci proprio ad accettare il cambiamento…

Sofia

Avrei invece molto da insegnarti, caro collega sprovveduto. Ma continuerò a modo mio finché sarò nella scuola. La libertà di insegnamento me la tengo ben stretta e la difenderò con le unghie e con i denti. A differenza di molti esponenti della classe politica, sono ancora fedele alla Costituzione e non prenderò in giro i miei allievi con uno specchietto per le allodole. A proposito: dato che sulla pagina Facebook Dillo a Fioramonti, creata da La Tecnica della Scuola, sono arrivati moltissimi suggerimenti per il nuovo Ministro dell’Istruzione, mi aggiungo al coro con quattro richieste: Che cosa aspetta, egregio Ministro, a dare alla scuola le risorse economiche necessarie? Sarebbe più urgente che non ci cadessero gli edifici sulla testa e che avessimo uno stipendio dignitoso. Perché poi non ridare all’insegnamento della Storia lo spazio che merita? I nostri studenti sanno poco di tutto e niente del Novecento. Perché non fermarsi un momento a ripensare la didattica per competenze, dati i risultati degli USA e data la libertà di insegnamento? Anche Lei ha giurato fedeltà alla Costituzione. E soprattutto: perché non mi manda in pensione? Ne ho abbastanza di vedere l’istruzione pubblica svilita in questo modo. Grazie, Ministro. Chissà se almeno a Lei importa davvero della cultura nel nostro splendido e martoriato Paese. Si ricordi che è la scuola ad avere il compito di trasmetterla alle generazioni future, ma per poterlo fare non deve perderla per strada.

Articolo pubblicato il 16 ottobre 2019 sul sito di Sovranità Popolare.

La vita sulla Terra è una trappola per la nostra essenza divina. Intervista a Fiorella Rustici

Intervista di Simona Valesi a Fiorella Rustici

Viviamo in una struttura artificiale creata apposta per intrappolare le parti divine sopravvissute al declassamento energetico della Terra e della razza precedente alla nostra, successi molto tempo fa. Questo è il risultato degli studi approfonditi che porta avanti la ricercatrice spirituale Fiorella Rustici da oltre quarant’anni.

La sua specialità è comprendere come funziona la mente in relazione alla coscienza, cioè capire perché, di fronte a delle possibili scelte, ci ritroviamo sempre a scoprire, col senno di poi, che abbiamo preso quella sbagliata, con le sue conseguenze negative nella vita. Quindi se avete mai pensato che fosse difficile agire per ottenere dei cambiamenti positivi nella vita e nella società, ora sapete che avete un nemico da combattere che da qualche eone vi lavora contro.

“Io ho avuto la mia prima crisi esistenziale a un anno e mezzo”, ci racconta la Rustici, “quando mia mamma mi ha fatto vedere allo specchio dopo avermi vestita da Pierrot. Come tutti i bambini piccoli il mio spirito era lontano dal corpo, ma era già consapevole perché veniva da altre vite dove avevo fatto percorsi spirituali in cui avevo acquisito conoscenze e saggezza. In quel momento, vedendo il mio corpo allo specchio, ho avuto un’intuizione che mi ha reso palese il livello di degrado dell’umanità e le difficoltà che avrebbero incontrato gli esseri spirituali che erano rimasti qui, per aiutare a recuperare l’essenza divina superstite e ancora recuperabile dall’ultimo declassamento della Terra e dei suoi abitanti, prima che subisse un altro declassamento dimensionale ed energetico”.

La Rustici vede questa progressiva caduta verso il basso del livello spirituale della razza umana e della Terra, e comprende allora che i percorsi spirituali precedenti non erano stati sufficienti per recuperare le parti divine che erano rimaste intrappolate su questo pianeta, e che uno studio che andasse più in profondità rispetto alle conoscenze già acquisite era necessario.

Infatti, dice, non tutti si erano evoluti, ed era indispensabile affinare la ricerca andando a uno strato più profondo dove poter risvegliare le consapevolezze e ridar loro quella dignità divina che ogni parte spirituale dovrebbe avere e si merita. Scopre così che l’energia mentale, tramite cui tutto si muove e esiste, è regolamentata da delle leggi che erano ancora sconosciute, e le ha chiamate Meccaniche Mentali.

“Le ho chiamate meccaniche mentali”, si ricorda la Rustici, “perché studiando le leggi dell’energia mentale ho scoperto che viviamo in una struttura creata artificialmente, quindi in una mente artificiale meccanica e tecnologica. Meccanica mentale deriva quindi proprio dalla conoscenza di questa mente meccanica tecnologica artificiale. A questo proposito sono molto contenta che recentemente le ricerche di molti scienziati quantistici e tradizionali stanno ipotizzando e verificando coi loro esperimenti che questa è la realtà in cui viviamo”.

La Rustici spiega che come ci sono tante leggi nell’ambito della fisica, chimica o biologia, anche le leggi dell’energia mentale sono numerose e si ripetono continuamente perché sono sempre attive, esattamente come la forza di gravità che ci tiene attaccati alla terra e la legge di Bernoulli che fa volare gli aerei.

Una di queste, ci porta ad esempio, è la legge, o meccanica mentale, del copiare. Nel 1978 quando la Rustici ha iniziato la sua ricerca a uno strato più profondo, ha scoperto che una delle principali meccaniche mentali presenti sul nostro pianeta è la capacità dell’energia mentale del nostro cervello di copiare non solo l’ambiente che ci circonda ma anche tutto ciò con cui veniamo in contatto.

“Questa meccanica diventa molto negativa nel momento in cui la nostra mente cerebrale non fa nessuna differenziazione fra ciò che siamo noi con le esperienze che noi viviamo come pensieri, emozioni, paure, desideri, e ciò che vivono gli altri e che noi copiamo. È ciò che la scienza tradizionale ha cominciato da diversi anni a studiare come il fenomeno dei neuroni-specchio, anche se non sono ancora riusciti a comprendere tutte le complicazioni ad esso collegate e le motivazioni per cui è stata creata questa legge mentale”.

Molte altre meccaniche mentali importanti, ci spiega Fiorella, derivano dalla mente genetica, cioè dalle memorie dei nostri avi materni e paterni che abbiamo registrato dentro la nostra mente, parzialmente riconosciuta anche dalla più nota legge dell’ereditarietà. Oltre a godere di tanta creatività e talenti che arrivano da queste memorie, dobbiamo però fare anche i conti con le loro coscienze che influiscono nella nostra vita creandoci sensi di colpa e auto-punizioni. Noi, infatti, ripetiamo quello che i nostri avi hanno vissuto nella loro premorte e morte perché il vissuto di quei momenti rimane registrato nella nostra mente, insieme ai contenuti della parte animale che ognuno di loro si porta dietro, essendo noi una specie animale umana.

Le meccaniche mentali sono uguali per tutti”, spiega Fiorella, “perché sono alla base della struttura artificiale che fa vivere a tutti le stesse cose. Noi possiamo credere di essere unici e diversi dagli altri, ma è un ‘illusione. La diversità viene percepita dalle esperienze che uno può fare, ma i pensieri, le sensazioni, le emozioni, i conflitti, le paure che viviamo sono sempre uguali per tutti”.

L’unicità si trova invece nella scintilla divina che ancora molti di noi hanno dentro e che, come ci rivela Fiorella, “quelli come me, sono venuti qui per recuperare. È una decisione presa da quelle parti che amano la vita, quella di rimanere ad aiutare le coscienze rimaste intrappolate. Siamo Esseri venuti al recupero delle varie scintille divine superstiti e ancora recuperabili. Secondo le mie ricerche, il degrado spirituale parte dalla mancanza di conoscenza della mente e delle varie trappole che contiene. In assenza di questa conoscenza l’individuo non può che ritrovarsi a vivere solo la sua umanità come specie animale umana, senza potersi riappropriare e vivere nelle sue qualità e poteri spirituali”.

Vale quindi la pena conoscere il funzionamento delle meccaniche mentali, ci dice la Rustici, “per comprenderle, osservarle, non caderne effetto e soprattutto non identificarcisi, perché la mente con le sue meccaniche mentali non ha consapevolezza e coscienza di sé. Solo una coscienza che ha sviluppato la propria spiritualità, comprendendo anche le meccaniche mentali, può uscire dalle identificazioni della mente stessa e collegarsi alle realtà non artificiali con le sue caratteristiche di amore, luce, gioia e vita puri, tipiche della propria parte divina”.

Quando la persona comprende le meccaniche mentali, sviluppa una coscienza con una propria scala di valori positiva, e diventerà una persona che rimedia ai propri errori, ricrea giustizia dove l’ha tolta, lotta per avere un mondo migliore dove ci sia amore, rispetto, etica e valori spirituali da inserire in tutte le aree della sua vita”.

Si sa che l’evoluzione spirituale individuale è intrinsecamente collegata a quella sociale. “Comprendere è vita!”, afferma Fiorella. “Essendo tutti collegati, siamo soggetti alla legge della massa critica. Quindi se tante persone lavorano sulla comprensione della struttura mentale artificiale in cui sono intrappolate e riescono a uscirne, aiutano anche gli altri a loro collegati. Questa comprensione passerà nella coscienza collettiva. Anche se non tutti intraprenderanno un percorso specifico, si troveranno comunque questa saggezza dentro di loro in modo naturale, come se fosse una loro caratteristica, ottenendo così contemporaneamente un’evoluzione spirituale individuale e sociale”.

Solo così, raggiungendo questo risultato desiderato, il nostro Pierrot potrà asciugarsi la sua eterna lacrima e ritrovare il sorriso della gioia spirituale.

Simona Valesi

EVOLUTION DAY by FIORELLA RUSTICI

Con questa aspettativa e speranza Fiorella Rustici ha istituito l’Evolution Day: un giorno l’anno in cui i suoi corsi, nei quali spiega il funzionamento delle meccaniche mentali e il conseguente comportamento della coscienza, sono accessibili a tutti.

Per avere informazioni sul prossimo Evolution Day chiamate il cell. 335-233018 o scrivete a corsi@fiorellarustici.com .

Rebis: il risveglio del Femminile spirituale

Articolo pubblicato l’8 ottobre 2019 su Olistic News.

Il Rebis (dal latino Res bina, cosa doppia), è il simbolo alchemico dell’unione degli opposti. Gruppo di studio informale, nato da un’idea di Patrizia Scanu, psicologa, Gestalt Counsellor e docente al liceo delle Scienze Umane di Alba in Piemonte, si propone di dare spazio alla riflessione sulla profonda crisi globale che sta attraversando questo mondo prodotto da decenni di ideologia neoliberista. Se ne ricercano le cause nel secolare squilibrio fra maschile e femminile, che ha prodotto una frattura nell’integrità della persona umana, fatta di corpo, mente e spirito, e ridotto al lumicino la componente spirituale.

Il gruppo di lavoro, assolutamente laico e dialogico, si propone di dare vita ad un vasto movimento di opinione che stimoli la presa di coscienza collettiva dei valori e delle qualità femminili, schiacciati e silenziati da secoli di repressione, soprattutto religiosa.

Rebis è un gruppo di persone, uomini e donne, che intendono riflettere sul modo in cui lo sviluppo di una spiritualità di qualità femminile possa contribuire ad elevare il livello delle coscienze e di conseguenza della vita civile. Il Femminile qui è da intendersi in senso energetico, come femminile interiore, presente sia nelle donne sia negli uomini.

“Siamo convinti che non si potrà cambiare nulla a livello politico finché le persone non matureranno una consapevolezza profonda della propria natura spirituale, intesa nel senso più alto e laico del termine. E dell’essenza spirituale, che in sé non è né maschile né femminile, una componente essenziale, quella femminile, è stata a lungo soffocata e repressa. Pensiamo ci sia bisogno di recuperare l’equilibrio perduto per ricostituire l’integrità dell’essere umano. Senza un riequilibrio fra le due energie, il maschile e il femminile spirituale, questo mondo è condannato. Solo ritrovando l’integrità della propria essenza si può pensare di costruire un mondo più evoluto, superando le bassezze dell’attuale contesto politico e le dolorose lacerazioni di una società costruita sulla competizione e sul possesso”.

Il gruppo di studio non ha niente a che fare con il movimento femminista né si propone di creare una “riserva” per sole donne. Qui le donne e gli uomini hanno un ruolo assolutamente paritario. Rebis dovrebbe essere la casa degli uomini che hanno fatto pace con il femminile e delle donne che, valorizzando il femminile, hanno fatto pace con il maschile. Tutti – uomini e donne – nel rispetto delle innegabili differenze, hanno da guadagnare dallo sviluppo integrale della propria coscienza spirituale.

Lo scopo del gruppo di studio è proporre modelli alternativi di comportamento personale, di gestione delle relazioni fra persone, di azione civile e politica che aiutino le persone a uscire dall’isolamento e dalla competizione neoliberista e a costruire una società migliore ed evoluta. Non si tratta solo di discutere, ma anche e soprattutto di agire e di imparare. Le attività si declinano in organizzazione di eventi, corsi, seminari e momenti d’incontro. Si prevede la promozione di iniziative sociali e politiche, intendendo per “politico” ciò che riguarda la polis, ovvero al vita della comunità dei cittadini. Si occuperà di formazione e informazione. Solo dallo sviluppo della consapevolezza dell’intero potenziale umano può nascere, infatti, una visione del futuro fondata sui valori autenticamente spirituali che ispirarono la Costituzione italiana del 1948.

A quei valori di uguaglianza sostanziale, solidarietà, partecipazione, cooperazione, bellezza, responsabilità, giustizia, traditi da decenni di politiche asservite all’interesse di pochi e subordinate al dogma dei mercati, Rebis s’ispira per dare sostanza civile agli argomenti scelti per la riflessione. Dimensione spirituale e dimensione politica sono interdipendenti, sebbene Rebis non sia né un movimento politico né un gruppo d’ispirazione religiosa.

È un gruppo aperto alla collaborazione di uomini e donne altamente motivati a compiere questo percorso personale e collettivo di trasformazione delle coscienze, che condividano questa visione di fondo e siano disponibili a dare un contributo di idee e di azione al lavoro del gruppo. Persone belle e validissime si stanno impegnando con entusiasmo a produrre idee e progetti per questo gruppo. Ne puoi far parte anche tu. Puoi iscriverti al Gruppo Rebis su fb oppure scrivere una mail a grupporebis chiocciola gmail.com.

Patrizia Scanu

Condizione femminile o condizione del femminile? Un cambiamento di prospettiva

Quando si parla di condizione femminile, sembra naturale pensare alle donne e alle loro battaglie secolari per ottenere pari dignità e diritti rispetto agli uomini. Senza scomodare le notizie a volte tremende che arrivano da Paesi lontani, nei quali l’integrità, la libertà, la salute e i diritti civili, politici e sociali delle donne vengono clamorosamente ignorati tuttora, è istruttivo ricordare come secoli di supremazia maschile abbiano costantemente relegato le donne in posizione subalterna anche qui in Europa. L’emancipazione femminile, faticosa, tardiva e mai completata, permise alle donne, prima equiparate ai bambini e ai deboli di mente, considerate emotive, volubili e inaffidabili ed escluse dai luoghi del potere, dai gradi più elevati dell’istruzione e dalle professioni “maschili”, di occupare nella società un posto meno marginale e ruoli più autonomi e significativi.

Gli infiniti abusi subiti dalle donne per millenni, il trattamento degradante a cui esse furono spesso sottoposte anche nei luoghi di lavoro, la privazione della libertà di scelta, la svalutazione del loro ruolo sociale e della loro intelligenza, le disuguaglianze di cui furono vittime, spesso vissute con senso di ingiustizia e di risentimento, la repressione delle loro qualità interiori, le umiliazioni continue, la costrizione all’obbedienza, al sacrificio e alla sottomissione in famiglia sono eredità pesanti e dannose, conservate e tramandate dalla memoria collettiva. Ce le portiamo dentro di noi, nessuno escluso, come memoria genetica, familiare, sociale. Tutti abbiamo alle spalle nonne, prozie, bisavole, antenate di innumerevoli generazioni dietro di noi che hanno vissuto stupri, violenze, soprusi di ogni tipo, che si sono sacrificate per i figli, che hanno rinunciato a se stesse, che hanno dovuto sottomettersi, adeguarsi, arrendersi, sopportare l’ingiustizia, lo svilimento, la sopraffazione, l’assenza di diritti.

E poiché, anche e soprattutto quando è inconsapevole, la memoria genetica agisce nel profondo di noi stessi e costituisce il patrimonio inconscio di esperienze con il quale veniamo al mondo e dal quale attingiamo ogni giorno per affrontare il quotidiano, delimitando il repertorio delle nostre azioni libere e volontarie, ad uno sguardo più attento la condizione femminile ci porta a riflettere sulla condizione del femminile. Non si tratta della stessa cosa: la condizione del femminile non coincide con la condizione delle donne, ma con lo stato di dolorosa repressione del principio spirituale femminile che affligge tutti, uomini e donne, anche emancipate e liberate, in quanto tutti discendenti da una linea genetica materna e membri di una cultura, dunque portatori dell’eredità del vissuto delle generazioni precedenti. Un’eredità gravosa ed opprimente, che ci rende deboli, squilibrati e ignari delle enormi potenzialità della nostra natura e ci fa perpetuare lo schema della scissione interiore, della contrapposizione fra maschio e femmina che è frattura fra le due parti della nostra Coscienza spirituale.

Anche se non vogliamo e non sappiamo, infatti, conserviamo in noi il senso di ingiustizia, di fallimento, di impotenza, di frustrazione, di rancore, di paura, di rabbia, di colpa e di sacrificio delle nostre antenate e sabotiamo in questo modo le nostre vite, impedendoci di realizzare la pienezza del nostro essere. Non importa se siamo maschi o femmine, perché tutti abbiamo una madre e ce la portiamo dentro. Anche se umiliato e schiacciato, il Femminile rimane dentro di noi e aspetta di essere liberato. La degradazione delle donne ha avuto come risultato la repressione del Femminile in ciascuno di noi e un enorme danno alla nostra integrità. Umiliando la donna, l’uomo ha assurdamente umiliato metà di se stesso. Umiliando il proprio femminile interiore, ha ulteriormente svalutato il femminile delle donne e creato un mondo invivibile. Molti uomini disprezzano nelle donne ciò che rinnegano in se stessi. Subendo questa umiliazione, le donne hanno perso il contatto con il loro Maschile spirituale e spento il loro Femminile interiore. La supremazia dell’uno sull’altro è un’inutile vittoria contro se stessi.

Abbiamo tutti bisogno di integrità, di essere interi, ciascuno a modo suo. Certamente le donne hanno un più facile accesso al Femminile (sempre che non sia stato completamente schiacciato) e gli uomini al Maschile, ma hanno bisogno dell’altra metà per essere se stessi, ovvero esseri divini, e non deboli e passivi epigoni del passato della stirpe. Ma poiché la condizione del Femminile spirituale è ora penosa per entrambi, da lì bisogna incominciare. Rebis nasce proprio con questa finalità: risvegliare e rigenerare il Femminile spirituale per rendere possibile a tutti noi il recupero di tutte le energie e le potenzialità smarrite in un assurdo e devastante conflitto, che ci degrada e ci consegna ai meccanismi della nostra mente animale. Dove non c’è Coscienza spirituale, infatti, resta attiva solo la nostra parte animale umana e vengono meno libertà e consapevolezza.

Che il risveglio del Femminile (spirituale, non animale) sia necessario per trasformare questo mondo in qualcosa di meglio, è palese in ogni ambito della vita associata: nella politica, dove vigono incontrastate le leggi della forza, della violenza e della sopraffazione, proprie del maschile animale; nell’economia, dove la diffusione dell’ideologia neoliberista, finalizzata alla lotta di classe dei ricchi e dei potenti, anziché al bene comune, ha infettato le menti con i germi dell’individualismo, della competizione, della legge del più forte, anch’essi propri del maschile animale; nella società, nei mass media, perfino nella scuola, dove ogni cura viene posta nel farcire le menti addormentate di un sapere standardizzato, funzionale al mantenimento di un basso livello di coscienza e a stili di comportamento opposti ai principi di etica, responsabilità e giustizia, propri della Coscienza spirituale.

In una società che dà valore al femminile spirituale, si dà spazio alla cooperazione, all’equità, all’integrità, al rispetto, alla consapevolezza, alla partecipazione, alla cultura, all’ambiente, al bene comune, alla bellezza, ai valori più elevati. Non è una prospettiva spiacevole né astratta, perché ciò che facciamo agli altri, lo facciamo a noi stessi, che ci piaccia o no. Si tratta solo di rendersene conto e di diventare esseri completi e cittadini sovrani e consapevoli. Tanto non ci salveremo altrimenti, né come individui né come umanità. Continuare a sabotare noi stessi ci porterà all’autodistruzione. Vale perciò la pena di darci da fare a ripulire le lordure del passato e a lasciarcelo definitivamente alle spalle. Rivitalizzare il Femminile vorrà dire allora ritrovare finalmente noi stessi e il sentiero smarrito del nostro ritorno a casa.

L’autonomia differenziata: come dare un altro colpo alla scuola della Costituzione

Quando il Padre Costituente Piero Calamandrei definiva la scuola pubblica come “organo costituzionale” intendeva dire che essa è un’istituzione dello Stato alla pari con il Parlamento, il Governo o la Magistratura. Nell’architettura della Costituzione italiana del ’48 la scuola assume un ruolo fondamentale: quello di realizzare l’uguaglianza sostanziale fra i cittadini e di formare la classe dirigente, permettendo a tutti di accedere ai gradi più alti dell’istruzione.

Secondo Calamandrei, paragonando lo Stato al corpo umano, il ruolo della scuola è quello degli organi che producono il sangue. L’immagine è chiarissima: la democrazia senza la scuola pubblica è dissanguata. Il sangue si può perdere goccia dopo goccia, ma se non si ricostituisce alla fine si muore.

Le oligarchie sovranazionali che fra gli anni ’70 e ’80 del ‘900 decisero di porre termine all’eccesso di democrazia nel nostro Paese e al suo tumultuoso sviluppo economico e sociale lo avevano compreso benissimo. Con la complicità di una classe politica nostrana collaborazionista e infedele alla Costituzione che a parole difendeva, decisero che ad un colpo di stato violento fosse preferibile un colpo di Stato strisciante. Invece di abolire la Costituzione, bastava ignorarla, modificarla, ritoccarne qua e là i contenuti e svuotarla dall’interno. Un pezzetto alla volta, con paziente metodicità. Così il popolo sovrano non si accorge che la sovranità dell’articolo 1 gli viene sottratta sotto il naso giorno dopo giorno.

La scuola è fastidiosamente l’unica istituzione che mantiene unita la Nazione intorno ai valori fondanti della Costituzione. Il Parlamento già da tempo ha perso centralità e potere, grazie all’abuso dei decreti-legge e alle leggi elettorali cooptative che assegnano la scelta degli eletti ai dirigenti di soggetti privati, quali sono i partiti. Dopo le grandi svendite di aziende e beni pubblici negli anni ’90 e i trattati europei, i Governi formati e disfatti senza passaggio parlamentare o elettorale sono stati sempre più frequenti, mentre quelli che mantengono le promesse elettorali sono estinti da tempo. Siamo ormai assuefatti ad essere eterodiretti. La Magistratura, spesso delegittimata, ha perso una parte di credibilità per i suoi legami con la politica.

Perciò sulla scuola bisognava accanirsi. In vent’anni, ci hanno tolto tutto: fondi, prestigio, qualità, docenti, serietà, contenuti, ore di lezione. In apparenza, nulla è cambiato; nella sostanza, niente è come prima. Come ho spiegato ampiamente altrove, non c’è stato Governo negli ultimi decenni che non abbia dato il suo colpo di piccone in un’unica direzione: smantellare la scuola come organo costituzionale al servizio della democrazia e della mobilità sociale e produrre la scuola-azienda neoliberista, che parla il linguaggio dell’economia e compete sul mercato alla pari con una ditta qualunque o al più come un servizio a domanda, che sopravvive con finanziamenti privati (la Buona Scuola di Renzi).

L’ultimo passaggio era abolire l’unitarietà del sistema scolastico. Un Paese senza un sistema scolastico forte è debole e privo di coesione, specie se storicamente è già afflitto da disuguaglianze e disomogeneità territoriali come il nostro. Ci stanno provando con grande accanimento in questi mesi, con la proposta assurda e incostituzionale dell’autonomia differenziata. Concepita nelle stanze di un Ministero senza alcuna trasparenza fin dal Governo Gentiloni (tanto per dire come sia unanime l’intento), il progetto avanza a singhiozzo con il solito teatrino fra favorevoli (Lega) e contrari (M5S). Ovviamente una modifica così radicale dell’ordinamento dello Stato (ripeto: la scuola pubblica è ORGANO COSTITUZIONALE) richiederebbe prima di tutto una motivazione evidente e poi una procedura complessa, come avviene per le norme di rango costituzionale, che definiscono le regole democratiche, poi un’ampia e onesta discussione pubblica e una pianificazione politica ed economica.

Invece, si discute come se fosse una questione contingente, da sbrigar su due piedi con qualche firmetta fra un Ministro e qualche governatore regionale e ignorando del tutto la contrarietà della stragrande maggioranza dei docenti. Del resto, chi non ricorda che il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia avvenne mediante una lettera privata di Andreatta a Ciampi? Non c’è nemmeno più la finzione che il popolo sovrano conti qualche cosa.

Non si prova nemmeno a spiegare che cosa significhi una scuola regionalizzata secondo le intenzioni fin qui espresse: gabbie salariali sugli stipendi, possibilità per le Regioni di definire i contratti secondo regole autonome e di decidere quanti soldi dare alle scuole private (immagino quanto questo sia allettante per i politici regionali), influenza sui contenuti dell’insegnamento, impossibilità di trasferirsi da una regione all’altra per i docenti. Soprattutto, sarebbe la fine della libertà di insegnamento prevista dalla Costituzione, del prestigio del docente come pubblico ufficiale e rappresentante dello Stato, della scuola delle pari opportunità per tutti i cittadini e dell’uniformità dell’istruzione sul territorio nazionale. Insomma, la fine dell’articolo 3 della Costituzione, il più fastidioso di tutti. Vantaggi: nessuno, almeno per i cittadini e per la democrazia, a parte le generiche promesse sui miracoli dell’autonomia, che ricordano le altrettanto generiche previsioni sui miracoli delle privatizzazioni negli anni ’90, espresse con le stesse parole (Salvini: «Autonomia significa incentivare a migliorare, tagliare, crescere, offrire servizi migliori…»). Ma questo non lo dicono. I mali della scuola si risolvono con altre ricette. A patto che della scuola importi davvero qualcosa alla classe politica.

Articolo pubblicato nel miniblog di Sovranità popolare a luglio 2019

Oltre il neoliberismo. Dal darwinismo sociale alla società evoluta

Parlare di crisi della democrazia a livello globale significa parlare di neoliberismo. Come già avvertiva il sociologo ungherese Karl Polanyi negli anni ’40 (La grande trasformazione, 1944), infatti, il neoliberismo, con i suoi miti di libertà d’impresa, competizione, privatizzazione, deregolamentazione, non è compatibile con la democrazia in generale e, aggiungo io, con la Costituzione italiana in particolare, fondata com’è sui principi di sovranità popolare, di diritto al lavoro, di uguaglianza sostanziale, di partecipazione e di solidarietà.

Il neoliberismo ha fatto fortuna, anche nelle masse, equivocando sulla parola “libertà”. Chi non è sensibile alle infinite promesse di una parola tanto pregnante? Chi non vorrebbe essere libero? Il problema è però è duplice: quale libertà? E la libertà di chi? La visione liberale dello Stato si fonda sulla difesa delle libertà civili e politiche: libertà di coscienza, di riunione, di associazione, di espressione eccetera. Esistono, però, osserva Polanyi, anche le libertà negative: la libertà di sfruttare i propri simili, di sottrarre all’utilizzo comune scoperte tecnico-scientifiche per proteggere interessi privati, di trarre profitti da calamità collettive, di inquinare l’ambiente. Nell’economia capitalista, queste due forme di libertà sono i due lati della stessa medaglia.

Si potrebbe ipotizzare, continua Polanyi, una società futura nella quale le libertà “positive”, accompagnate da una regolamentazione adeguata, possano essere estese a tutti i cittadini. “Regolamentare” vuol dire porre limiti ai privilegi di una minoranza, proteggere i più deboli dal potere soverchiante di chi detiene la proprietà, correggere gli squilibri economici e sociali, controllare e sanzionare i comportamenti dannosi alla collettività, permettere a tutti i cittadini, anche a quelli svantaggiati, di esercitare le libertà “positive”. Questa società futura sarebbe libera e giusta insieme. Precisamente quello che intendeva Carlo Rosselli con la sua idea di “socialismo liberale”.

Ma ad impedire questo esito (la diffusione della libertà) è proprio l’”ostacolo morale” dell’utopismo liberale (quello che chiamiamo “neoliberismo”, appunto), di cui lui riconosceva il massimo esponente nell’economista Von Hayek. La visione neoliberista è utopica perché predica l’assenza del controllo e dell’intervento dello Stato in ambito economico e sociale, proprio mentre invoca l’esercizio della forza e anche della violenza dello Stato a difesa della proprietà. Detto in parole povere, per il neoliberismo lo Stato è al servizio della proprietà individuale e della libera impresa, cioè di quei pochi che non hanno bisogno di incrementare il proprio reddito, il proprio tempo libero e la propria sicurezza e agisce a svantaggio delle libertà di tutti gli altri. La libertà neoliberista è solo prerogativa dei ricchi (anche se a parole è disponibile a tutti) e non può essere estesa a tutti, perché questo minaccerebbe la proprietà. Chi è povero lo è per colpa sua ed è solo un perdente nella competizione per la ricchezza. La libertà è in sostanza la libertà di arricchirsi senza vincoli né regole.

Il neoliberismo (l’utopismo liberale), concludeva Polanyi, è intrinsecamente e incorreggibilmente antidemocratico e autoritario, perché piega lo Stato a difendere gli interessi di una minoranza a danno della maggioranza. Non per nulla il primo esperimento di Stato neoliberista fu il Cile di Augusto Pinochet, dove “libertà” significava azzeramento dei sindacati e dei diritti delle comunità, privatizzazioni selvagge, liberalizzazioni finanziarie e repressione delle libertà civili. Qui il neoliberismo si sposa con l’autoritarismo. 

Ma c’è anche un modo meno cruento per effettuare un colpo di Stato: corrodere un giorno dopo l’altro, per decenni, i diritti e i redditi dei cittadini, asservirli al potere finanziario, vincolarli a norme-capestro che li rendano schiavi di interessi estranei, modificare la Costituzione a danno della sovranità popolare, indebolire i lavoratori e i sindacati, assecondare gli interessi dei più forti, non intervenire a ridurre le disuguaglianze, privatizzare i beni pubblici, ridurre la spesa sociale, distrarre continuamente l’attenzione pubblica con falsi problemi e individuare sempre nuovi bersagli per la rabbia popolare, colpevolizzare i cittadini per la loro condizione e controllare i mass-media, in modo che veicolino continuamente la visione che più fa comodo ai manovratori (quella che Marcello Foa ha chiamato “il frame”, la cornice), martellare per anni e decenni i cittadini con un linguaggio economicista pieno di concetti come libertà d’impresa, debiti e crediti, competizione, flessibilità eccetera – insomma costruendo un’ideologia che giustifichi e renda accettabile la progressiva riduzione in schiavitù di interi popoli, tenendone a bada l’inevitabile scontento con il senso di colpa, la paura e la menzogna.

Questo è ciò che è successo da noi in questi ultimi decenni. Questo è l’imperdonabile tradimento della Costituzione e dei suoi valori realizzato da una classe politica avida e asservita a gruppi di potere nazionali e sovranazionali che l’hanno telecomandata a danno nostro. Il neoliberismo non è solo una teoria economica, ma un modello complessivo di società, sorretto da un poderoso e contraddittorio apparato ideologico, incompatibile con la democrazia, come sono incompatibili con la democrazia i monopoli privati di beni collettivi, la subordinazione degli Stati sovrani ai potentati economico-finanziari e al mercato, la distruzione dei diritti sociali, il gigantesco travaso di ricchezza dai poveri ai ricchi del pianeta in cui consiste di fatto questo modello di globalizzazione. Il filosofo John Rawls sosteneva che una disuguaglianza è accettabile solo se migliora anche le condizioni di chi ha di meno. La ricchezza non è un male, ma lo è l’ingiusta distribuzione di essa. La libertà senza giustizia sociale è solo un guscio vuoto e uno specchio per le allodole. Questo dice in sostanza la nostra Costituzione.

A questa ideologia competitiva, oligarchica, autoritaria e neofeudale costruita in gran parte a tavolino nel back office del potere, bisogna necessariamente contrapporre una visione del mondo e dell’uomo diversa e opposta, una nuova antropologia. L’ideologia neoliberista ha avvelenato le coscienze. Ci ha rappresentato un modello di uomo egoista, competitivo, materialista, cinico, aggressivo, prevaricatore, individualista e soprattutto isolato. Ci ha fatto perdere il senso dell’interconnessione e dell’interdipendenza fra di noi e con l’Universo e ci ha fatto credere che il denaro fosse il fine e il metro di giudizio di ogni attività umana. Ci ha colonizzato l’anima con un linguaggio arido e insensato, che sotto l’apparenza del rigore scientifico ha inquinato tutto ciò che di più sacro e sano abbia prodotto la coscienza umana. Sul piano politico, ci ha regalato questa Europa delle élites, anziché dei popoli, nella quale le decisioni più importanti sono prese da organi non elettivi e il Parlamento non ha potere di iniziativa legislativa; sul piano economico, ci ha costretti alle privatizzazioni, all’austerity e alla schiavitù di una moneta straniera sempre razionata, detenuta da enti sottratti al controllo democratico e legibus soluti quali la BCE; sul piano sociale ha compresso il Welfare e calpestato i diritti, prodotto un numero enorme di disoccupati e sottooccupati, impoverito e umiliato la scuola, subordinando l’istruzione all’impresa, aumentato ovunque la povertà, la fuga dei cervelli, la disgregazione del tessuto sociale.

L’ideologia neoliberista è la versione attuale del darwinismo sociale ottocentesco, cinico e reazionario, che trasferisce indebitamente all’ambito sociale la teoria biologica della selezione naturale, ovvero della sopravvivenza del più forte. Nella prospettiva del darwinismo sociale, le differenze sociali sono naturali e corrispondono a differenze di capacità e di qualità umana. Chi è ricco, lo è per suo merito e chi è povero lo è per suo demerito, perciò è giusto che chi è migliore abbia la meglio, nella lotta per la sopravvivenza, e che lo Stato si astenga dall’intervenire a correggere le disuguaglianze, anch’esse “naturali”. La società appare dunque il teatro di una competizione senza regole, nella quale vince il più adatto, abbandonando al proprio destino quelli che lo scrittore Giovanni Verga chiamava “i vinti”. Come ogni ideologia, il darwinismo sociale ha la funzione di legittimare interessi particolari e di mascherare una palese ingiustizia.

Per guardare oltre questa deriva antidemocratica, il cui prezzo altissimo è pagato dai poveri di tutto il mondo, bisogna guardare non solo a mezzi opportuni, come scelte economiche ispirate a teorie post-keynesiane, l’esercizio della sovranità monetaria, l’abolizione dell’equilibrio di bilancio in Costituzione, la creazione di banche pubbliche, ma anche e soprattutto a fini e a valori diversi.

Bisogna innanzitutto ricostituire un equilibrio fra energia maschile e femminile, dentro ciascuno di noi e nella società intera. Parlo del maschile e del femminile interiori, presenti in ogni individuo umano, a prescindere dal sesso. La logica della competizione spinta e del gioco a somma zero è l’esasperazione estrema dell’approccio maschile al mondo, fondato sul predominio, sulla logica del branco, sulla lotta per la supremazia e per il possesso, sulla violenza. Questa prospettiva unilaterale impoverisce l’essere umano, maschio o femmina che sia, e ne limita le potenzialità evolutive. Se c’è qualcosa di cui il nostro mondo attuale soffre, soprattutto in Occidente, ma non certo solo qui, data la millenaria repressione del femminile condotta con tutti i mezzi, cominciando dalla religione, è proprio la svalutazione dei valori femminili e la loro espunzione dall’orizzonte della politica e della cultura. Appartengono alla visione femminile del mondo l’empatia, i sentimenti profondi, la cura, la riparazione, la costruzione dell’armonia sociale, la sensibilità, la cooperazione, l’intuizione, la connessione con la natura, con il mistero della vita e con la trasformazione, la pace. Le ricchezze di un mondo che riscopre il femminile sono assai più preziose del denaro: sono le ricchezze delle relazioni umane autentiche e profonde, della salute come completo benessere psico-fisico, della bellezza dei tesori artistici e naturali, della condivisione e della cooperazione, della nostra crescita umana e spirituale, dell’agire costruttivo nel lavoro, nella famiglia e nelle attività sociali, dell’armonia di una società meno lacerata da disuguaglianze, egoismi e sopraffazione, di un ambiente naturale pulito e rispettato.

Per una società evoluta, che ci permetta di superare il darwinismo sociale e di evitare la distruzione del pianeta e della nostra specie, ci serve sviluppare una coscienza più ampia e integrata, aperta ai valori di libertà (di tutti, non solo di alcuni), solidarietà sociale, giustizia, bene comune, bellezza, felicità, conoscenza, saggezza, diritti, rispetto, consapevolezza, responsabilità, elevazione, cooperazione, creatività. Finché la politica li ignorerà, finché la dimensione spirituale, laicamente intesa, sarà esclusa dalle stanze del potere e la politica sarà solo “sangue e merda”, secondo le parole del socialista Rino Formica, continueremo a trovarci in fondo al sacco. Ma perché riescano ad arrivare nelle stanze del potere occorre un salto evolutivo della coscienza ed una pedagogia civile che lo renda possibile. Ci servono maestri, esempi e modelli coraggiosi e determinati. La rinascita del femminile non esclude affatto le qualità maschili di forza, coraggio, determinazione e lotta. Abbiamo davanti una fortezza che appare inespugnabile, fatta di controllo pressoché completo dei media, dell’economia, dell’istruzione, dell’università e della ricerca scientifica, ma che sente il bisogno di difendersi con la propaganda, la censura e il controllo autoritario. Questo è un segno di debolezza. Nessun regime è eterno, nemmeno il neoliberismo. Ma spesso ciò che appare un esercizio di forza si mostra anche come un punto debole. La legge del più forte è drammaticamente insufficiente per governare esseri multidimensionali che aspirano alla felicità. Perciò non bisogna mollare. Le vere rivoluzioni sono quelle che avvengono nelle coscienze e sono fatte di libero pensiero, di senso critico, di ostinata difesa dei valori più alti, di intelligenza e di tenacia.

A tutti i presenti, ai politici di ogni provenienza, ai cittadini desiderosi di un cambiamento radicale, rivolgo quindi l’invito a riflettere e poi a schierarsi, prendendosi la responsabilità di agire in prima persona. Non ci servono più le vecchie ideologie, gli “ismi” che hanno fatto il loro tempo. Ci servono invece una visione del futuro ed una profonda consapevolezza dei bisogni dell’essere umano. Non c’è azione politica senza dei fini chiari e meritevoli. E soprattutto, ci serve ancora quel miracolo di equilibrio democratico che è la nostra Costituzione del ’48, prima delle modifiche posticce che l’hanno sfigurata. Se Margaret Thatcher diceva che l’economia è il mezzo e che lo scopo è cambiare il cuore e l’anima, è dal cuore e dall’anima che dobbiamo cominciare per riprenderci, con l’espressione di Carlo Rosselli, giustizia e libertà.

Intervento presentato il 3 maggio 2019 al Convegno Nel segno di Olof Palme, Carlo Rosselli, Thomas Sankara e contro la crisi globale della democrazia, organizzato dal Movimento Roosevelt, di cui ero allora Segretaria Generale.

Link all’intervento videoregistrato da Radio Radicale: Oltre il neoliberismo. Dal darwinismo sociale alla società evoluta

Quale scuola per l’Europa che verrà?

Questo è il testo del mio intervento al convegno di Londra “Un New Deal rooseveltiano per l’Italia e per l’Europa”, svoltosi il 30 marzo 2019.

Ci sarebbero tanti aspetti del nuovo corso dell’Europa che mi piacerebbe trattare con voi, ma alla fine, come capita spesso (deformazione professionale!) ho deciso di parlare di scuola. Non solo e non tanto perché insegno da oltre tre decenni e perché riesco ancora ad appassionarmi quando ne parlo, ma soprattutto perché in Italia se ne parla ancora troppo poco e in modo poco incisivo. Alla nostra classe dirigente i problemi della scuola tradizionalmente non stanno a cuore. Altrimenti non l’avrebbero devastata con tagli dissennati e farebbero qualcosa per ascoltare i suoi bisogni. E anche questo è un segnale che bisogna cambiare mentalità e cominciare a guardare al futuro.

Senza una scuola nuova, non ci sarà un’Europa dei popoli, quella che la mia generazione ha sognato negli anni ’80. Ma come deve essere una scuola nuova, una scuola del futuro? Direi così, di slancio, l’opposto della scuola vecchia, o, meglio, l’opposto di ciò che ha portato la scuola attuale al degrado e l’ha allontanata dalla sua missione altissima di formare teste pensanti e cittadini consapevoli.

Nei primi anni ’80, mentre noi studenti liceali partecipavamo ai concorsi scolastici banditi dalla Comunità Europea e scrivevamo entusiasti quanto fosse straordinario costruire una casa comune per chi viveva nel Vecchio Continente, dopo secoli di rivalità e guerre, a Parigi si riuniva per la prima volta, nell’aprile del 1983, la Tavola Rotonda Europea degli Industriali (ERTI). L’iniziativa – molto in linea con il credo neoliberista che in quegli anni ci veniva propagandato da Ronald Reagan e Margaret Thatcher – era di Pehr G. Gyllenhammar, l’amministratore delegato di Volvo, che radunò 17 grandi imprenditori europei per discutere di quanto fosse necessario modernizzare l’industria europea per aumentarne la competitività internazionale. Facciamo qualche nome? Peter Brabeck (Nestlé), Paolo Fresco (Fiat), Leif Johansson (Volvo), Thomas Middelhoff (Bertelsmann), Peter Sutherland (BP) o Jürgen Weber (Lufthansa). L’ERTI, da allora, cominciò ad interessarsi della scuola. Gli industriali europei volevano una scuola su misura per le esigenze delle aziende. Inizia di qui la colonizzazione ininterrotta della scuola da parte delle industrie private, che è riuscita a plasmare tutte le riforme scolastiche italiane degli ultimi vent’anni.

Nascono da quelle riunioni l’idea del partnerariato scuola/impresa (ispiratore dell’alternanza scuola/lavoro); l’idea che la scuola debba fornire competenze, anziché conoscenze, visto che alle aziende interessa o il lavoratore già altamente specializzato, che così costa meno formare, oppure quello non specializzato e disposto ad accettare salari sempre più bassi, entrambi possibilmente non troppo istruiti, quindi più docili; l’insistenza sulle tecnologie informatiche, sull’inglese e sullo spirito imprenditoriale, che verrà sintetizzata dalle patetiche “tre i” della Ministra Moratti (Inglese, Informatica, Impresa); l’idea della formazione permanente, in un mondo del lavoro che veniva pensato sempre più precario, instabile e “flessibile”; l’idea che occorra standardizzare la formazione a livello europeo, ottima soluzione per avere abbondanza di manodopera molto mobile e per ridurre gli spazi di autonomia dei docenti; soprattutto, l’idea che la scuola debba essere privatizzata, sottratta al potere nefasto dello Stato, e soggetta all’influenza delle aziende, tanto che la legge sulla Buona scuola di Renzi parla di scuole come fondazioni (vi leggo la formulazione: dopo la premessa che “Le risorse pubbliche non saranno mai sufficienti a colmare le esigenze di investimenti nella nostra scuola” e che “Vale per la scuola quanto è ormai ovvio per moltissimi altri ambiti, a partire dalla ricerca: sommare risorse pubbliche a interventi dei privati è l’unico modo per tornare a competere”, si arriva a dire che “per le scuole deve essere facile, facilissimo ricevere risorse. La costituzione in una Fondazione, o in un ente con autonomia patrimoniale, per la gestione di risorse provenienti dall’esterno, deve essere priva di appesantimenti burocratici.” Ecco quindi la scuola-azienda che deve reperire risorse sul mercato).

“Deregolamentazione” e “decentramento” diventano le parole d’ordine: meno regole, meno Stato, meno centralizzazione dei sistemi scolastici, diversificazione dell’offerta formativa, apertura dell’istruzione al mercato sono le parole d’ordine degli industriali europei. Comincia di qui l’uso assurdo del lessico economico nella scuola: Dirigenti scolastici, anziché Presidi; offerta formativa; debiti e crediti formativi; competenze più nel senso del verbo inglese to compete che di quello latino cum-petere; portfolio delle competenze; successo formativo, piani e pianificazione, innovazione e imprenditorialità, certificazioni e test oggettivi e standardizzati, fino ad arrivare a quella incredibile formulazione che si trova dal 2017 nella valutazione finale in uscita dalla scuola primaria (a 10 anni!): l’allievo deve mostrare una qualità comportamentale che si chiama “Spirito di iniziativa ed imprenditorialità” (Decreto Legislativo 62/2017, art. 2. Valutazione nel primo ciclo).

E l’Europa dov’è in queste politiche scolastiche?

Fino al 1986, le istituzioni europee si disinteressano dell’istruzione. Dal 1986, l’articolo 149 dell’Atto unico europeo sostiene che « La Comunità contribuisce allo sviluppo di una educazione di qualità », ma in ogni modo « rispettando appieno la responsabilità degli Stati membri quanto al contenuto dell’insegnamento e all’organizzazione del sistema educativo ». A ciascuno la sua scuola, quindi. A partire dal Trattato di Maastricht del 1992, sarà la Commissione europea – organo non elettivo – che, andando ben al di là dell’articolo 149, detterà le linee di un’educazione europea. E queste linee, curiosamente, ricalcano esattamente il solco tracciato dalla Tavola Europea degli Industriali. Ne vogliamo un esempio?

L’insegnamento superiore incrementa il potenziale individuale e deve dotare i diplomati delle conoscenze e delle competenze trasferibili essenziali che consentiranno loro di riuscire ad ottenere posti altamente qualificati. Tuttavia, i programmi d’insegnamento reagiscono spesso con lentezza all’evoluzione delle esigenze dell’economia in generale e non riescono ad anticipare le carriere del futuro, né a contribuire a modellarle; i diplomati fanno fatica a trovare un impiego di qualità che sia conforme ai loro studi. Associare i datori di lavoro e le istituzioni del mercato del lavoro alla definizione e alla realizzazione dei programmi, sostenere gli scambi di personale e introdurre l’esperienza pratica nei corsi può aiutare ad adattare i programmi di studio alle necessità attuali e future del mercato del lavoro, favorendo l’occupabilità e lo spirito imprenditoriale. Un migliore controllo da parte degli istituti d’istruzione dei percorsi di carriera dei loro ex studenti può fornire importanti informazioni sull’elaborazione dei programmi e migliorare la loro pertinenza.
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX:52011DC0567

Questa è la scuola vecchia che dobbiamo lasciarci alle spalle. Una scuola-azienda, sfigurata dall’ideologia neoliberista che ha prodotto questa Europa della finanza e delle disuguaglianze, che ha subordinato tutto – la cultura, i diritti, la felicità e il benessere di milioni di europei – alle spietate leggi di un mercato drogato da interessi privati non trasparenti. Bisogna studiare la storia delle politiche scolastiche per capire come attraverso il monopolio ideologico dell’istruzione e dell’università si sia prodotta una visione del mondo misera e distorta che, insieme al controllo ideologico dei media, ha indottrinato un’intera generazione e le ha fatto perdere la consapevolezza del suo potere e dei suoi diritti. Non è vero che non ci sono risorse per la scuola, non è vero che la scuola ha come scopo formare lavoratori, non è vero che deve insegnare a competere.

Il compito primario della scuola pubblica, come ci indicano gli articoli 3, 33 e 34 della Costituzione italiana del ’48, che era assai più avanzata delle miserabili politiche neoliberiste, è formare cittadini, elevare le coscienze, educare al senso critico e alla bellezza, trasmettere, custodire e rinnovare continuamente un immenso patrimonio culturale, permettere a tutti coloro che ne sono in grado di dare il meglio di sé nell’interesse del Paese e di diventare classe dirigente, aumentare la prosperità della società, favorire la solidarietà sociale, l’inclusione, la crescita umana e intellettuale, valorizzare gli infiniti talenti che il nostro Paese ha sempre sfornato e continua nonostante tutto a sfornare. La scuola della Costituzione è pubblica, aperta a tutti e oggetto di particolare cura da parte dello Stato, perché mantiene viva la democrazia. Abbiamo sotto gli occhi lo stato di asfissia in cui versa la democrazia in Italia e che è il prodotto intenzionale delle politiche neoliberiste. Una scuola nuova che guardi all’Europa che verrà non potrà che essere allineata con questi obiettivi, volutamente oscurati da vent’anni di perversa subordinazione dell’istruzione e della cultura alle esigenze dell’economia finanziarizzata.

Per questo, non sono d’accordo (con dispiacere, devo dire) con la proposta di un grande economista e politico come Paolo Savona, che stimo moltissimo, il quale ha detto, in un comunicato apparso su Scenari economici, che occorre “creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l’affermarsi di consenso alla nascita di un’unione politica”. E nemmeno sono d’accordo con il progetto di regionalizzare a macchia di leopardo la scuola, messo in atto senza troppa pubblicità dal governo Gentiloni e proseguito con l’attuale governo, in base a quel pateracchio che è la riforma del Titolo V della Costituzione, attuata nel 2001. Pur comprendendo, infatti, le ragioni che vengono addotte a favore di queste due proposte, non ritengo che risolvano il problema di migliorare la scuola. La complessità del sistema di istruzione è tale che le soluzioni all’apparenza più semplici possono non essere quelle giuste. E queste, purtroppo, sono entrambe in linea con il progetto neoliberista di indebolire la sovranità dello Stato, l’una da sopra, per così dire, affidando le politiche scolastiche ad un’entità sovranazionale, l’altra da sotto, indebolendo l’unitarietà del sistema scolastico sul territorio nazionale.

L’idea di una scuola europea potrebbe avere senso se l’Europa fosse politicamente unita e avesse una legislazione comune, specie in materia fiscale, e una comune politica di Welfare. Ma ora ne siamo assai lontani, data la notevole disparità di norme, tradizioni e valori, nonché la perenne rivalità fra gli Stati dell’UE. Ogni sistema scolastico è un mondo a sé e rispecchia la storia, la mentalità, il contesto sociale di un Paese. Vivere a Oslo o a Scampia non è la stessa cosa ed è impensabile che si possano insegnare le stesse materie allo stesso modo. Le spese per l’istruzione sono assai diversificate fra Paesi e, detto per inciso, vedono l’Italia all’ultimo posto. D’altra parte, il nostro liceo classico in altri Paesi (in Germania, per esempio) se lo sognano. Nella sua rigidità d’altri tempi, il sistema scolastico italiano ha conservato punte di eccellenza assolute. Non è annullando le differenze che si crea una coscienza europea (questo è ciò che vorrebbero i vati della flessibilità assoluta), ma facendole dialogare. La scuola del futuro è una scuola dove i docenti sono formati ad altissimi livelli e vanno in missione in altri Paesi per studiare le eccellenze educative e per confrontare esperienze, dove gli investimenti sono massicci e maggiori nei contesti più problematici, dove la scuola è aperta al mondo e costruisce cultura, dove le aziende fanno le aziende e lasciano ai docenti la loro piena libertà di insegnamento, dove i più giovani possono crescere sviluppando al meglio i propri talenti e maturando una consapevolezza civile. Si può imparare a sentirsi europei anche senza avere una scuola europea, ma prima occorre che l’Europa sia un sogno credibile. Ma questo non dipende dalla scuola. E dalle ricerche sui sistemi scolastici si evince che l’innovazione tecnologica è favorita nei Paesi in cui la scuola ha orientamento formativo-generale, anziché tecnico-professionale. Il che può apparire un paradosso, rispetto all’idea della scuola per il lavoro.

D’altra parte, regionalizzare il reclutamento dei docenti e dei dirigenti e creare una specie di gabbia salariale su base regionale non risolve gli annosi problemi della scuola italiana, che ho provato a sviscerare nel Documento programmatico, pubblicato sul sito del MR, e ne crea di nuovi. Soprattutto, non rimedia ai danni prodotti da decenni di mala politica: un pessimo sistema di reclutamento dei docenti, la continua creazione di sacche di precariato, l’insufficiente investimento nel sistema scolastico nel suo complesso, la carenza di dirigenti adeguatamente formati, istituti scolastici troppo grandi, classi troppo affollate, edifici scolastici insicuri e inadatti, programmi al ribasso, discontinuità fra ordini di scuola, dispersione scolastica in aumento, frequenza scolastica discontinua, specie nelle aree disagiate, risultati disomogenei su base territoriale, assenza di attenzione per la salute psicofisica dei docenti, i più anziani d’Europa, tanto per citarne alcuni. Norberto Bottani, noto studioso svizzero esperto in sistemi scolastici, sostiene che, a fronte della costante indifferenza dei politici italiani verso la scuola, l’unica soluzione sia la riforma dal basso, a partire dalle singole scuole. Ma le singole scuole sono gestite dai docenti, anche se l’autonomia dei collegi docenti è sempre più minacciata da ogni parte, a cominciare dalla carenza dei fondi di Istituto. E’ questa l’autonomia che serve, non quella che espone le scuole al controllo variamente declinato delle giunte regionali e che risponde all’esigenza di avvicinare le scuola alle richieste delle aziende o di reclutare i docenti su base territoriale. Non ci serve accentuare le differenze fra Nord e Sud, fra insegnanti regionali e statali, fra scuole ricche e scuole povere. Ci serve una scuola pubblica espressione della democrazia, della Costituzione, della sovranità popolare, come ci serve una moneta della sovranità per realizzarla – la moneta non a debito di cui parla il nostro Nino Galloni. Questa scuola è unitaria, perché espressione di un grande Paese afflitto da ingiustificati sensi di colpa e di inferiorità. È una scuola che investe di più dove c’è più bisogno e che dà dignità ai docenti e all’educazione, facendoli sentire non impiegati qualunque, dipendenti di una Regione e soggetti alle decisioni delle maggioranze politiche locali, ma intellettuali e professionisti dello Stato, che hanno fatto della cultura e dell’educazione il loro fondamentale compito civile e che lo Stato valorizza come pubblici ufficiali.

Regionalizzare la scuola è un modo per gettare la spugna, per rinunciare a realizzare una volta per tutte la scuola degli Italiani e per gettare definitivamente nel cestino i principi fondamentali della Costituzione, dichiarandoli lettera morta, primo fra tutti l’uguaglianza delle opportunità sancita dall’articolo 3. Abbiamo visto nella Sanità com’è andata a finire, con le palesi differenze di qualità fra una regione e l’altra. Vogliamo lo stesso per la scuola? E come faremo a sentirci europei se non riusciamo nemmeno a sentirci italiani?

E poi basta con le riforme fatte umma umma nei club privati e nelle stanze del potere. La scuola è l’istituzione che il compito sociale di garantire niente di meno che la continuità della società nel tempo e di emancipare i giovani dall’ignoranza e dalla povertà. Non appartiene a nessuna maggioranza politica, a nessuna giunta regionale. La scuola è dei cittadini ed è ora che si apra una stagione di dibattito pubblico serio e approfondito sui bisogni presenti e futuri della scuola italiana. Ci vuole uno sguardo ampio e lungimirante. Ricordiamoci che il bersaglio del modello neoliberista è la democrazia. E che nella nostra Costituzione, quanto mai keynesiana, e quindi incompatibile con tale modello, nel primo articolo, comma 2 si dice che la sovranità appartiene al popolo. Vogliamo riprendercela, la nostra sovranità, per costruire l’Europa che sognavamo trent’anni fa?

“La difficoltà non sta nello sviluppare idee nuove, ma nel liberarsi di quelle vecchie” (J. M. Keynes).

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 28 febbraio 2019.

Si può leggere qui le Proposte per una scuola democratica, documento di analisi e proposta politica per la scuola italiana.

Una scuola da rifare. Riparare i danni delle riforme neoliberiste con la moneta della sovranità

Mentre nei palazzi del potere si parla di regionalizzare in ordine sparso il sistema scolastico, completando dal basso quel lavoro di destrutturazione della scuola della Costituzione che è stato iniziato negli anni ’80 nei circoli europei degli industriali per realizzare la mutazione neoliberista della società italiana ed europea, di cui ho parlato nel numero precedente, nessuno sembra chiedersi che cosa servirebbe davvero alla scuola italiana. Ma per rispondere a questa domanda, occorre partire dall’analisi dei danni prodotti da decenni di mancate riforme o di riforme sbagliate. Prescrivere ricette senza aver fatto una diagnosi non cambierà certamente le cose in meglio.

Come uno tsunami, la stagione buia e distruttiva delle riforme neoliberiste attuate negli ultimi 20 anni ha lasciato dietro di sé danni e macerie. La scuola italiana aveva bisogno di riforme, ma di tutt’altro segno, per realizzare le finalità previste dalla Costituzione. Ora con questi danni e con le relative disfunzioni si deve fare i conti. Possiamo riassumerli così: mancanza di risorse adeguate, degrado dei contenuti dell’insegnamento, assenza di partecipazione democratica al processo riformatore, perdita di dignità e di ruolo sociale dei docenti, destrutturazione delle esperienze didattiche più riuscite realizzate in precedenza (come la scuola elementare a moduli e a tempo pieno e le sperimentazioni nei licei), discontinuità fra ordini di scuola, inadeguato sistema di reclutamento degli insegnanti, subordinazione della scuola al mondo del lavoro (con la riduzione al minimo del fondamentale ruolo emancipante dell’istruzione), insufficienti investimenti negli edifici e nelle strutture scolastiche (palestre, laboratori, biblioteche), dimensioni eccessive degli istituti scolastici, spesso pure privi di dirigente, eccessivo affollamento delle aule, riduzione delle ore di lezione per materie fondamentali come Italiano e Storia, compressione degli spazi di autonomia professionale dei docenti, aumento della dispersione scolastica, diminuzione dei livelli di preparazione in uscita, introduzione assurda dei licei quadriennali e abolizione quasi completa delle bocciature nelle scuole primarie e secondarie inferiori (ulteriori fonti di risparmio), ingresso dei privati nella scuola pubblica, fuga dei cervelli.

Il tutto, in un contesto nazionale che vanta il tristissimo primato di un 70% di adulti analfabeti funzionali, come rilevava il linguista Tullio De Mauro (Storia linguistica dell’Italia repubblicana, Laterza, Bari 2014) che faticano a comprendere un semplice testo e che risultano del tutto impreparati alla comprensione della complessità enorme della società contemporanea.

Preso atto che questa operazione sciagurata e intenzionale si inquadra nel più generale processo di asservimento economico-politico del nostro Paese e di svendita delle nostre ricchezze che ha preso l’avvio dagli anni ’80 e che si continua a chiamare falsamente “crisi”, come se ne esce?

Non esistono certo ricette semplici per problemi così complessi. Il faro, come sempre, è la Costituzione. E la nostra è una Costituzione di ispirazione keynesiana, che mette nell’articolo 1 il diritto al lavoro e la sovranità popolare e nell’articolo 3 il principio dell’uguaglianza sostanziale, da realizzarsi con l’intervento dello Stato. L’articolo 34 ci ricorda che la scuola è aperta a tutti e che tocca allo Stato permettere ai capaci e ai meritevoli di raggiungere i gradi più alti dell’istruzione.

La prima riforma da attuare è perciò investire massicciamente nella scuola. Nessuna ripresa, nessuna crescita è possibile senza partire da qui. Anche se ci è stato raccontato falsamente che non ci sono i soldi e che occorre “razionalizzare” (cioè tagliare) la spesa pubblica, ci sarebbe il modo di ridare subito ossigeno alla scuola pubblica e di restituirle le risorse indispensabili per qualunque cambiamento positivo. Lo ha spiegato l’economista Nino Galloni.

Basterebbe ricorrere alla moneta della sovranità, quella moneta che lo Stato può emettere quando vuole e di cui il Paese ha bisogno come un assetato nel deserto, dato che la famosa crisi non è certo crisi di scarsità di beni, ma di scarsità di denaro circolante. Se invece di realizzare una sorta di gabbia salariale su base regionale, come ipotizza l’accordo stretto dal governo Gentiloni con le regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, si concludesse con il comparto scuola un contratto collettivo nazionale finalmente dignitoso, con il quale gli aumenti consistenti di stipendio e i fondi alle scuole fossero pagati in Stato-note o biglietti di Stato validi solo sul territorio nazionale, emessi a costo zero, avremmo una serie di cospicui vantaggi per tutti: avremmo finalmente i mezzi per valorizzare l’autonomia scolastica e migliorare la qualità della scuola; ridaremmo dignità ai docenti ormai impoveriti da 10 anni di blocco stipendiale; faremmo “girare l’economia”, visto che un reddito maggiore si tradurrebbe in maggiore capacità di spesa e infine lo Stato ridurrebbe il debito pubblico, perché la moneta della sovranità è moneta non a debito.

Poiché questa è cosa nota e ciononostante nessun governo la realizza, la domanda iniziale va perciò riformulata: chi non vuole che l’Italia eserciti la sua sovranità monetaria e decide che debba morire di asfissia? perché? e quando aspettiamo a riprendercela, sulla base dell’articolo 1 della Costituzione? La nostra scuola – e con essa il futuro dei nostri figli – è ormai al lumicino. Dobbiamo esserne consapevoli e prenderci le nostre responsabilità.

Articolo pubblicato su Sovranità popolare, n° 2 (2019).

No alla regionalizzazione della scuola: la scuola della Costituzione è unitaria

Se i Padri costituenti leggessero il testo degli accordi fra Stato italiano e Regioni Lombardia, Veneto ed (in misura minore) Emilia Romagna, con i quali oltre un quinto del personale scolastico e tutti i Dirigenti in blocco passerebbero dallo Stato alle Regioni, sono ragionevolmente sicura che si rivolterebbero nella tomba. Il Governo Gentiloni, in perfetta linea con la Buona scuola di Renzi, che era perfettamente allineato con la scuola-azienda delle Ministre Moratti e Gelmini, nel 2018 quatto quatto, secondo lo stile antidemocratico al quale ci siamo ormai assuefatti, anche di fronte alle questioni di maggiore rilevanza pubblica, sottoscriveva questi accordi che pongono fine alla scuola della Repubblica.

Come sempre avviene, la polpetta avvelenata viene cosparsa di zucchero, facendo balenare ai docenti delle regioni interessate, ormai sulla soglia della povertà, con lo stipendio fermo da 10 anni, un modesto aumento di stipendio. Come la Gelmini, che prometteva falsamente di reinvestire nella scuola le risorse tagliate dalla Finanziaria 2008.

Si tratta di una misura politica priva di senso dal punto di vista della qualità del sistema di istruzione e della sua conformità ai principi costituzionali, per cui la prima osservazione da fare è che non se vede il motivo, almeno in apparenza. Intendiamoci: la scuola pubblica così com’è adesso non funziona come dovrebbe, anzi, a considerare la cura da cavallo a cui è stata sottoposta per vent’anni è un miracolo che esista ancora. Ma è tutto da discutere che questa sia la soluzione giusta, mentre è proprio certo che questo non è il metodo giusto. E in democrazia le questioni di metodo riguardano sempre il merito.

Quello che forse non è chiaro ai non addetti ai lavori è però l’insieme delle implicazioni che questa decisione politica si porta dietro. Proviamo ad analizzarle:

1) La Costituzione italiana, agli articoli 3, 33 e 34, individua come scopo fondamentale della scuola pubblica la formazione del cittadino, l’elevazione culturale del Paese, l’emancipazione sociale dei meno abbienti, la formazione di una classe dirigente di livello elevato e la realizzazione delle pari opportunità nell’accesso alle cariche pubbliche. Il padre costituente Piero Calamandrei, le cui parole non hanno mai perso di attualità, diceva che la scuola pubblica è organo costituzionale e fondamento della democrazia.

 “La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti.”

Regionalizzare la scuola mette in discussione l’unitarietà dell’istruzione nel Paese, genera un sistema scolastico differenziato che riproduce, invece di colmare le disuguaglianze culturali e di opportunità, in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione e fa perdere di vista la necessità che lo Stato garantisca un’istruzione di livello elevato sull’intero territorio nazionale. In questo modo, lo Stato potrebbe di fatto sottrarsi all’obbligo previsto dall’articolo 33 Cost. Già ora l’autonomia scolastica consente di adattare il percorso di studi ad esigenze locali, senza bisogno di regionalizzare la scuola. Con questo accordo, la cui costituzionalità è tutta da verificare, si crea surrettiziamente un federalismo fiscale che non c’è nella Carta del ’48 e che viene realizzato a partire dalla discutibile modifica del Titolo V, fatta nel 2001.

2) Gli accordi con le regioni Lombardia e Veneto prevedono che i Dirigenti scolastici siano di nomina regionale e che i docenti, se vogliono usufruire del modesto aumento di stipendio (che potrebbe essere solo temporaneo; in altri comparti, il passaggio alle Regioni ha spesso comportato riduzioni di stipendio), passino all’amministrazione regionale.

Questo vuol dire che le scuole saranno più strettamente controllate dalle maggioranze politiche regionali, cosa che potrebbe limitare la libertà di insegnamento dei docenti, imporre materie non previste dagli ordinamenti nazionali o depotenziarne altre ora previste, disapplicare normative nazionali (per esempio in materia di disabilità, come è già successo nella provincia autonoma di Trento, dove abbiamo già denunciato per esempio l’utilizzo di assistenti alle autonomie – non qualificati per insegnare – al posto dei docenti di sostegno per tagliare i costi) e rendere inutilmente difficile il trasferimento dei docenti da una regione all’altra, vanificando di fatto il valore nazionale dell’abilitazione all’insegnamento e vincolando i docenti al territorio (questa, probabilmente, è una delle ragioni non dichiarate, ma più sentite dalla Lega).

I dirigenti di nomina regionale sono assai preoccupanti, stante la funzione sempre meno didattica e sempre più aziendale che ha assunto nel tempo la funzione dirigenziale. Come verranno selezionati? Da chi prenderanno ordini? A chi risponderanno? Chi li controllerà? Che ruolo avrà il Ministero nel seguirne l’attività? Diventeranno come i dirigenti delle ASL? E come si giustifica la differenza di accesso, di nomina e di carriera fra docenti e dirigenti di regioni diverse, alcuni dipendenti dallo Stato, altri dalle Regioni, per quella che secondo Calamandrei è l’istituzione centrale della Repubblica? E che rapporto si instaurerà fra i docenti ancora alle dipendenze dello Stato e i Dirigenti di nomina regionale? E fra colleghi con diversi rapporti di lavoro? L’art. 151 della Costituzione recita: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”.

3) Il fatto che l’iniziativa sia partita dal governo Gentiloni non deve far perdere di vista che regionalizzare la scuola è un’ulteriore modalità per depotenziare la scuola di Stato, indebolirne le fondamenta democratiche e subordinarla a scopi diversi da quelli indicati dalla Costituzione del ’48, in piena continuità con le politiche neoliberiste che hanno ispirato le pseudoriforme degli ultimi vent’anni e che sono state dettate dalla Tavola rotonda degli industriali europei, dalla Commissione europea (organo non elettivo) e dalle associazioni private di banche, imprenditori e altri soggetti che con la scuola non c’entrano nulla, come l’Associazione Treellle, molto influente nel nostro Paese (come ha spiegato bene il prof. Pietro Ratto).

Come ho ampiamente spiegato in altri articoli (La perversione neoliberista e la legge della “Buona Scuola” e Ce lo chiede l’Europa? Le politiche scolastiche e la Costituzione neoliberista), in base a queste politiche il fine della scuola ha cessato di essere la cultura, la cittadinanza, la solidarietà, l’unità nazionale ed è diventato la formazione del lavoratore flessibile, non troppo istruito, pronto a rispondere alle esigenze delle aziende. Di pari passo, l’insegnante ha cessato di essere l’intellettuale e il professionista autonomo, che forma al senso critico e costruisce cultura ed è diventato sempre di più il semplice impiegato-esecutore di ordini, tenuto sotto scacco e subordinato ad entità esterne, che ne dirigono l’azione.

In questa direzione vanno le misure previste dalla Buona Scuola, che ha depotenziato i Collegi docenti, imposto anche all’esame di Stato i test INVALSI, introdotto la valutazione degli studenti da parte delle aziende attraverso l’alternanza scuola-lavoro, introdotto i finanziamenti privati nella scuola pubblica. L’accordo con le Regioni Veneto e Lombardia assegna alle Regioni anche la valutazione dei docenti e questo rappresenta un pessimo segnale rispetto all’autonomia della funzione docente, prevista dalla Costituzione (“valutazione”, infatti, può indicare cose assai diverse e non tutte positive).

4) Infine, per rimanere sui principi generali, questa autonomia differenziata, oltre a generare caos normativo e organizzativo, creerà ufficialmente e dichiaratamente scuole di serie A e scuole di serie B, scuole ricche e scuole povere, perché nella superficialità della norma non sono previsti livelli minimi né di prestazione né di tutela giuridica del personale. Ad essere minato sarà quindi lo stesso principio di unità nazionale, cosa tanto più odiosa quanto più lontana dallo spirito della Costituzione e tanto più vicina all’interesse di chi, anche al di fuori del nostro Paese, vuole indebolirne l’integrità e la tenuta democratica.

Per questo motivo, il fronte contrario è assai ampio e comprende (fra gli altri) i sindacati della scuola (Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola Rua, Gilda Unams, Snals Confsal, Anief, Cobas, Unicobas Scuola e Università) e le associazioni, da Associazione Nazionale Scuola per la Repubblica, Aimc, Cidi, Mce, Uciim, Irase, Irsef Irfed, Proteo Fare Sapere, Associazione Docenti Art. 33, Cesp, Associazione Unicorno-L’altra Scuola, Link, Lip scuola, Manifesto dei 500. Anche il mondo studentesco protesta con la Rete degli studenti medi, Rete della conoscenza, Unione degli Studenti, Uds, Udu.

Credo di esprimere un sentire diffuso nel Movimento Roosevelt esprimendo la più completa contrarietà a questa misura devastante per la scuola pubblica e invitando i partiti di Governo a fermarsi in tempo. La scuola ha bisogno di altro: di fondi (tanti, data la gravità dell’impoverimento generale, anche dei docenti), di cura, di una riflessione profonda e di ampio respiro, di lungimiranza, di un vasto dibattito pubblico, di una radicale marcia indietro rispetto alla perversa torsione neoliberista che l’ha sfigurata negli ultimi vent’anni. Noi nel MR abbiamo proposto uno spunto di riflessione, per indicare una direzione possibile, che non è l’autonomia differenziata.

La scuola della Costituzione è la scuola di tutti ed è questa che dobbiamo realizzare. Come scrisse Piero Calamandrei,

“La Costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo.”

“Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà “.

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 28 febbraio 2019.

La scuola spolpata: il bilancio di vent’anni di riforme neoliberiste

Era il lontano 1999. Entrava in vigore la famosa legge n.59, che riformava la Pubblica amministrazione e introduceva anche l’autonomia scolastica, poi realizzata con il D.P.R. n. 275/1999. Vedeva la luce il Preside-Dirigente e le scuole acquisivano personalità giuridica. Possiamo collocare qui il punto di partenza di un percorso riformatore che, attraverso diversi governi, di centro-destra e di centro-sinistra, porta la scuola italiana al punto in cui si trova adesso.

In questi 20 anni, nessuna riforma complessiva è stata realizzata. Solo una serie di interventi slegati fra loro, ma accomunati tutti da un unico fil rouge: impoverire la scuola, togliendole mezzi, ore, risorse umane, qualità; metterla in concorrenza con l’istruzione privata, orientare la didattica all’inserimento nel mondo del lavoro e alle richieste delle aziende, anziché alla formazione del cittadino consapevole; mettere ai margini la funzione emancipante della scuola, prevista dalla Costituzione, svilire il ruolo sociale dei docenti, degradati da professionisti preparati e autonomi, come li intende la Costituzione, a impiegati obbedienti e proletarizzati, anche attraverso una politica di assunzioni per lo meno discutibile e a retribuzioni inadeguate all’importanza del loro ruolo sociale.

Attraverso le riforme Moratti e Gelmini e infine con la Buona Scuola di Renzi siamo passati dalla scuola depositaria di cultura e promotrice di conoscenza e pensiero critico alla scuola smart, luccicante di tecnologie all’avanguardia, di progetti di ogni genere e di metodi di insegnamento accattivanti, ma sempre più priva di contenuti essenziali, priva di mezzi e di locali adeguati, attentamente depurata da ogni sapere capace di favorire la consapevolezza critica, la comprensione del presente, l’attitudine a pensare in modo complesso. Una scuola che istruisce senza educare e che parla il linguaggio dell’economia, anziché quello dei valori civili di solidarietà, partecipazione, democrazia, bene comune, libertà di pensiero.

Non ci si deve consolare con il fatto che questi valori, benché disanimati e residuali, siano ancora presenti nel lavoro quotidiano di un certo numero di docenti. Si tratta di epigoni, ultracinquantenni che hanno assistito impotenti allo sfascio della loro scuola e che, come i militari giapponesi dopo la fine della guerra mondiale, combattono sul loro atollo una guerra ormai persa. Fra pochi anni, la classe docente più anziana d’Europa andrà in pensione in massa e della scuola della Costituzione non resterà nemmeno il ricordo.

La neolingua neoliberista, che ha intossicato le menti di un’intera generazione di studenti e di giovani insegnanti, ci ha abituati a dare per scontate cose che non lo sono affatto e che fanno a pugni con la scuola della Costituzione: che la scuola sia un’azienda, in competizione con altre per accaparrarsi clienti attraverso l’offerta formativa; che le valutazioni siano debiti o crediti, come in banca; che lo studio abbia come fine trovare un posto di lavoro e che quindi debba fornire saperi utili alle aziende (le patetiche “tre ‘i’ della Ministra berlusconiana Letizia Moratti: Inglese, Informatica, Impresa), anziché alla crescita personale; che il Dirigente sia un manager, anziché un educatore più esperto; che la scuola debba orientarsi alle competenze, anziché alle conoscenze, perché il fine è la competizione sul mercato, non il sapere, e l’acquiescenza ai capi, non l’autonomia del pensiero; che il destino delle scuole pubbliche sia trasformarsi in fondazioni private (questo prevede la Buona Scuola), dove lo Stato investe sempre meno e tutto è certificato e standardizzato, per cancellare ogni residuo di autonomia didattica del docente e di capacità della scuola di ridurre le disuguaglianze sociali e territoriali; che nella valutazione finale in uscita dalla scuola primaria (a 10 anni!) venga richiesta una qualità comportamentale che si chiama “Spirito di iniziativa ed imprenditorialità” (Decreto Legislativo 62/2017, art. 2. Valutazione nel primo ciclo).

La scuola neoliberista è una scuola duale: un sistema privato che forma figure di eccellenza e un sistema pubblico che fornisce un’alfabetizzazione di base, ma poco approfondita e a basso costo per lo Stato. Per questo il primo impegno del modello neoliberista della scuola è tagliare i fondi all’istruzione, cosa fatta con spietata e meticolosa determinazione dalla Ministra Gelmini, che nel 2008 amputò il 20% dei fondi all’istruzione da un giorno all’altro.

Ma sbaglieremmo se imputassimo queste politiche scellerate all’incapacità dei nostri governanti. La scuola neoliberista è nata nei circoli degli industriali europei negli anni ’80 che volevano una scuola su misura per loro ed ha trovato progressiva esplicazione nei documenti della Commissione europea che indirizzano le politiche scolastiche dei governi, nonostante l’autonomia ad essi riconosciuta dai Trattati europei (Articolo 165 del TFUE ). Essa è pienamente in linea con il progetto, enucleato dalle oligarchie apolidi che governano l’Europa e la cui natura è dettagliatamente descritta nel volume di Gioele Magaldi, Massoni, di destrutturare la democrazia europea. Indebolire l’istruzione in un Paese con una Carta costituzionale così democratica come quella italiana del ’48 vuol dire indebolire dall’interno la sovranità popolare, di cui si parla all’articolo 1. Un popolo che non ha gli strumenti intellettuali che vengono dal sapere non ha mezzi per esercitare la propria sovranità e i propri diritti ed è pronto per la schiavitù. Questo le politiche neoliberiste della scuola stanno togliendo ai nostri figli. E questa è la deriva che, con l’indignazione che viene dalla conoscenza e lo slancio che deriva dall’amore per il nostro bellissimo Paese, vogliamo e dobbiamo fermare ad ogni costo.

Articolo pubblicato sul n° 1 (2019) della rivista mensile a proprietà diffusa Sovranità popolare.