Quando il privato governa il pubblico. La frontiera del corpo

Se la socialità, come già affermava Aristotele, è la qualità principale degli esseri umani e della loro intelligenza, il carattere antisociale del globalismo neoliberista, che ha predicato la competizione, il possesso, la prevaricazione, l’egoismo, la disuguaglianza, la privatizzazione di ciò che appartiene a tutti, ne fa indubbiamente una potente ideologia antiumanista e antiumana. Quando si sancisce nei fatti il diritto di pochi di possedere una fetta enorme dei beni del pianeta, di dirigerne le sorti, di decidere della vita o della morte di miliardi di persone, dettando legge anche agli Stati, è inevitabile che valori quali la solidarietà, la felicità, la crescita spirituale degli individui e delle comunità diventino carta straccia e l’essere umano, da copula mundi, ovvero punto di congiunzione fra spirituale e materiale, come lo definiva il dotto filosofo umanista Marsilio Ficino, si riduca alla mera dimensione corporea, a semplice strumento da lavoro, come una res, un oggetto, privo di diritti soggettivi. Così è in effetti per le moltitudini affamate e sfruttate di molti Paesi di questo mondo squilibrato, e così rischia di diventare anche per noi europei.

Ci siamo beati per decenni nella stolida illusione che i diritti civili, politici, sociali, conquistati con tante lotte, fossero un patrimonio acquisito una volta per tutte. Per questo, in base al principio della rana bollita di cui parlava Noam Chomsky, ci siamo lasciati portare via un pezzo dopo l’altro tutto ciò che avevamo conquistato e scritto nella nostra bella Costituzione: l’autodeterminazione, la moneta sovrana, il diritto al lavoro e alla dignità, la scuola (veramente) pubblica, la Sanità pubblica, lo Stato sociale, ora anche tutte le libertà personali, di espressione, di informazione, di movimento, di relazione, di manifestazione, di impresa, a cui abbiamo rinunciato, si spera solo temporaneamente (ma lo sperare è già segno che altri decideranno e concederanno), senza battere ciglio, perché terrorizzati da un sistema mediatico sadicamente allarmante e infantilizzante. Così, sotto il nostro sguardo distratto, in piena regressione da impotenza appresa, ci è forse sfuggito che è minacciata l’estrema libertà, quella di decidere per il proprio corpo.

“La politicizzazione della nuda vita come tale costituisce l’evento decisivo della modernità”, scrive Giorgio Agamben. Abbiamo accettato che, per tutelare la mera sopravvivenza fisica, che Aristotele chiamava zoé, da uno solo dei numerosissimi pericoli che la minacciano ogni giorno, abbiamo rinunciato a vivere una vita libera (bíos), ancorché esposta a rischi, e a preferirle un’ambigua sicurezza fornita dall’autorità e un’innaturale separazione fisica dai nostri affetti, dalle relazioni e dalle esperienze che ci rendono umani. Abbiamo cioè accettato l’estrema scissione, quella dentro noi stessi, fra anima e corpo, fra ragione ed emozione, fra spirituale e animale. Ridotti a corpi senz’anima e alla pura esistenza biologica, privati della nostra individualità da una mascherina anonimizzante, isolati e vessati da un arbitrio poliziesco inaudito alimentato da norme irrazionali, contraddittorie e confuse, reclusi in quarantena o in TSO, benché sani, ipnotizzati da una comunicazione mediatica scorretta e manipolativa, forse non abbiamo capito che è il nostro corpo l’ultima frontiera del controllo e che su di esso decine di multinazionali, fondi d’investimento, società private, enti sovranazionali privatizzati come l’OMS, GPPP (partnership globali pubblico-privato, come GAVI o GHSA), di cui ho parlato in articoli precedenti, da anni lavorano incessantemente per toglierci la sovranità, ovvero la possibilità di decidere liberamente per noi stessi.

Durante la crisi da coronavirus, gestita da un’inutile Task Force eterodiretta dai potentati (privati) internazionali e sottratta al controllo dei cittadini, sono improvvisamente saltati fuori da un cilindro inesauribile l’orwelliana Task Force contro le fake news , che prima si chiamava latinamente “censura” oppure italicamente “Santa Inquisizione” e la cui istituzione risulta davvero singolare in una situazione nella quale non pare esserci alcuna certezza; i droni per la sorveglianza dei bagnanti solitari; i caschi della polizia capaci di rilevare la temperatura; la app Immuni (sulla quale il Copasir ha sollevato non poche perplessità per il rischio di centralizzazione e controllo dei dati personali, in base al quale chiunque potrebbe essere internato con un pretesto); le vaccinazioni mediante tatuaggi a punti quantici; le telecamere a riconoscimento facciale, già attive da tempo, ma ora sempre di più, con il pretesto della sicurezza; il passaporto vaccinale (sul quale si lavora in Europa da un paio d’anni, in vista dell’applicazione dal 2022); il 5G, tanto spinto dalla Task Force per evidenti ragioni, con annessa strage di alberi secolari; i vaccini a RNA o a DNA che modificano il genoma con conseguenze ignote e non reversibili; i microchip iniettati sottopelle, in fase di autorizzazione in Italia, nel silenzio dei media; i braccialetti per il distanziamento sociale, che qualche mente criminale ha pensato di applicare anche ai bambini fra 2 e 6 anni; le petizioni per la scomparsa del denaro contante, con la scusa del contagio; perfino la criptovaluta che si produce tramite comportamenti ed emozioni e di cui va visibilmente fiero l’onnipresente e onnipotente Bill Gates, attivissimo su parecchi fronti della sorveglianza globale, come scrive con preoccupazione il senatore statunitense Bob Kennedy Jr.

Quest’ultima novità merita particolare attenzione. Nel loro senso di invincibilità, le élites lasciano dappertutto simboli più o meno trasparenti. Il 21 settembre 2018, la Microsoft di Bill Gates registra un brevetto , pubblicato sul portale https://ipportal.wipo.int  il 26 marzo 2020, dal titolo CRYPTOCURRENCY SYSTEM USING BODY ACTIVITY DATA,  con il numero inquietante WO/2020/060606. 666 è infatti conosciuto come il numero della Bestia nell’Apocalisse. Ma al di là delle suggestioni e della coincidenza con la scadenza di ID2020, il progetto globale di identità digitale associata al corpo, il brevetto è assai più inquietante per i contenuti. Prevede infatti un sistema di criptovaluta centralizzata, basata sulla tecnologia della blockchain e comunicante con il centro tramite un sensore impiantato nel corpo, che assegna denaro virtuale in base alle azioni effettuate o alle emozioni provate dal soggetto. Così si può essere condizionati a fare e a pensare le cose “giuste”, sempre connessi con la Matrix. Si tratta insomma di una tecnologia che permette un tipo altamente sofisticato di social rating, ovvero di “prezzatura” delle persone, anziché delle cose, alla quale potranno essere subordinati i diritti personali (viaggiare, compare, vendere, accedere al conto corrente, privacy, relazioni) e la dignità (una suoneria e cartelloni di gogna digitale potranno mettere in guardia i “buoni” cittadini dall’avvicinarsi). Che non si tratti di paranoia fantascientifica, lo dimostra il fatto che il social rating è tragicamente già in corso di sperimentazione da qualche anno in Cina. Si può ascoltare su Youtube  la testimonianza di due donne che hanno osato protestare per l’esproprio della loro casa.

In questo modo, la pandemia più annunciata della storia (da Jacques Attali nel 2009, dalla Fondazione Rockefeller nel 2010, dall’UE nel 2012, da Bill Gates nel 2015 e nel 2019, ecc.), in nome della nostra salute e, come per ID 2020, dei nostri diritti, ci sta togliendo la sovranità sul nostro corpo, espropriandoci di quella sulla mente, ovvero ci sta privando della libertà. E mentre il popolo, paralizzato dal panico, dalla confusione e dall’irrazionalità di norme insensate, fa la spia sul vicino di casa e ha il terrore del contagio e della socialità, un commando di personaggi non eletti e messi lì dall’estero, approfittando dell’emergenza, come insegna la più classica teoria economica dello shock, stanno delineando il nostro futuro secondo i loro progetti. Senza sovranità monetaria, poveri e in un Paese devastato dagli appetiti privati, non ci sarà facile reagire all’ulteriore misura già pronta: la vaccinazione obbligatoria di massa contro l’influenza, in attesa del salvifico vaccino anti Covid-19. Maria Stella Gelmini ha già prontamente presentato in Parlamento la mozione, sulla scia della fortunata iniziativa della Lorenzin, che ha aperto il varco con i più piccoli. Il nostro corpo sarà ancora meno nostro, perché la disobbedienza (non più chiamata “libera scelta”) ci costerà quasi certamente la riduzione dei diritti che abbiamo sempre ritenuto intangibili, come avviene già con i bambini privati della scuola, benché sanissimi. Anche questo, peraltro, era progettato almeno dalla riunione GHSA del 2014 a Washington, da cui la Lorenzin ci ha riportato l’obbligo per 10 vaccini. Ovviamente, per il nostro bene, che da soli non siamo in grado di perseguire.

Insomma, la nostra salute sta così a cuore ai miliardari filantropi e ai nostri politici disinteressati, che per imporcela sono disposti senza troppe remore a chiudere in casa per mesi in isolamento lavoratori, bambini e anziani, a creare le condizioni per enormi danni psichici e per l’aumento dei suicidi, a privarci del sole, del movimento, delle relazioni, del gioco e del contatto con la natura, a censurare come fake news i suggerimenti più ovvi di prevenzione, come l’uso delle vitamine e una vita sana all’aperto, a imporci il 5G (tecnologia militare di controllo), tentando anche di toglierci il diritto ad opporci all’installazione delle antenne (ci hanno provato nel decreto Cura Italia), a mantenerci nello stress dell’incertezza e delle sanzioni, inflitte senza motivo razionale a cittadini esausti, a imporci l’uso delle mascherine, che le autorità sanitarie, e perfino l’OMS, giudica inutili nella maggior parte dei casi, quando non pericolose per la salute e che in altri Paesi europei non si usano, ad accarezzare l’apertura agli OGM (anche qui Bill Gates ha lucrosi interessi: dalla culla alla tomba, si direbbe). Per non parlare dei danni economici, della rinuncia ad esercitare la sovranità monetaria, del MES e del fascicolo sanitario elettronico senza consenso, che segue alla cessione dei nostri dati sanitari a multinazionali straniere, già voluta dal governo Renzi, dell’intrusione nella famiglia e del delirio transumanista dell’ibrido uomo-macchina. Ci aspettano la privatizzazione dei servizi, come la scuola e la sanità, l’uso ubiquo della tecnologia, la “società del noleggio” e il “comunismo dei miliardari”, in cui i cittadini rinunciano a qualunque proprietà e prendono tutto in affitto.

La frattura fra cittadini e apparati dello Stato si sta allargando di giorno in giorno. Siamo in guerra, e non è un’iperbole. Lo siamo da decenni, anche se abbiamo dormito. Il progetto è chiaro e si chiama Nuovo Ordine Mondiale. Ha molti collaborazionisti e utili idioti, che finiranno stritolati pure loro, anche se si illudono di averne un vantaggio. Questa è una guerra senza reali vincitori. Coinvolge l’intero pianeta ed è il fine – o la fine – della globalizzazione neoliberista. Mira non al denaro, ma al depopolamento e al dominio sulle coscienze attraverso il controllo del corpo con la tecnologia. Tuttavia, l’esito è incerto e la Coscienza spirituale è imprevedibile. Tutti i sistemi totalitari hanno cercato di ridurre l’uomo ad insetto sociale, privo di individualità. Ma l’essere umano non è un insetto e il progetto biopolitico fallirà, semplicemente perché è impossibile. La tecnologia può schiacciare la Coscienza, ma non ucciderla, perché non è in grado di raggiungerla. E una Coscienza libera, responsabile, amorevole e giusta saprà sempre come fare per cambiare gli scenari distruttivi che dovrebbero fiaccarla. Perciò niente paura, pessimismo, scoramento o rinuncia. È ora di mettersi al lavoro. Ne vedremo delle belle.

Articolo pubblicato da Sovranità popolare, n° 4, 2020.

Trasformare la paura di morire per rinascere

Nella nostra memoria storica, i tre principali flagelli dell’umanità sono la guerra, la fame e la peste. Ce li portiamo dentro da generazioni innumerevoli, come fantasmi carichi di minacciosa sventura. La nostra memoria genetica è satura della violenza, della sopraffazione, della morte, del dolore e dell’impotenza vissute dai nostri antenati nelle infinite guerre da cui è funestato il nostro passato. Alla guerra, si associano nella nostra memoria, come gemelli maledetti, la carestia e la peste, con il loro spettrale e lugubre lascito di degradazione, di distruzione dei legami sociali, di sofferenza e di morte. È talmente pervasiva questa memoria, che non riusciamo a pensare a nessun grave problema collettivo senza incorniciarlo in un contesto di guerra, a cui associamo immediatamente la paura della fame e della malattia che non perdona.

L’arrivo del Covid-19, qualunque ne sia l’origine, naturale o artificiale, descritto come un nemico insidioso e invisibile, ci ha drammaticamente riattivato i vissuti delle generazioni passate. Ci ha messi rapidamente nella condizione di vittime inermi e di bambini impotenti e bisognosi dell’autorità paterna per scampare al pericolo. Memori del passato, biologico e storico, infatti, deleghiamo di solito all’autorità il potere di difenderci. La televisione completamente orientata all’emotività e una comunicazione politica terrorizzante e infantilizzante hanno creato potenti immagini collettive di morte, di guerra, di catastrofe. In guerra, si danno ogni giorno i bollettini dei morti e dei feriti, si sospende la normalità del vivere per fronteggiare la minaccia della morte incombente, si convertono le produzioni industriali, si denunciano i disertori e i disfattisti e si considera tale chiunque esprima qualche forma di dissenso. In guerra, ognuno pensa per sé, si preoccupa solo di salvare la pelle, e gli altri sono temibili concorrenti o, peggio, potenziali untori.

E noi ci siamo cascati. Lo scenario della guerra ci ha fatto regredire al livello del maschile animale, alla mera sopravvivenza biologica, al livello più primitivo e istintivo. A questo livello, l’emozione dominante è la paura: paura della malattia, paura della povertà, paura dell’ignoto, paura della perdita, paura della morte. A sua volta, la paura è potente generatore di azioni pericolose e irrazionali. Quando si ha paura, la mente prende scorciatoie insidiose, si perde lucidità, si prendono decisioni affrettate, illogiche, spesso dannose per se stessi e per gli altri. Se infatti la paura ci salva in situazioni di minaccia immediata, può non essere altrettanto efficiente quando la minaccia è sfuggente, complessa, collettiva. Due effetti della paura prolungata sono certi: l’abbassamento delle difese immunitarie per lo stress e l’aumento dell’influenzabilità. Quando siamo influenzabili, ci sentiamo deboli e impotenti e di fatto rinunciamo al nostro potere. Diventiamo pecore impaurite, docili e sottomesse. E poiché siamo i creatori della nostra realtà, ciò che ci aspettiamo che succeda succede effettivamente. In psicologia si parla della “profezia che si autoadempie”. Tutte le tecniche psicologiche di manipolazione mentale fanno leva sulla paura e i dittatori di ogni epoca lo sanno benissimo. Con la paura, si guidano le masse come il pastore guida il gregge.

La verità è che, sotto qualunque forma, abbiamo paura della morte. La medicina occidentale, frutto di questa società fondamentalmente materialista e de-sacralizzata, ha paura della morte, per questo usa continuamente la metafora bellica per parlare della malattia: “combattere”, “distruggere”, “debellare” il nemico, anzi, il Nemico, perché è la Morte che va sconfitta. Notevole che gli studi di psicologia sulla paura della morte abbiano mostrato come i medici più spaventati dalla morte siano anche i più propensi a trattamenti eroici per “salvare” i loro pazienti ad ogni costo. L’idea che il corpo abbia una sua saggezza evolutiva e risorse di guarigione e che la disposizione d’animo, la dieta, lo stile di vita sano, l’igiene dei pensieri e dell’ambiente possano semplicemente mantenere la salute a lungo, a molti sembra poco “scientifica”, almeno non tanto quanto l’arma ultimativa nella “guerra” senza fine, che sia il vaccino o la medicina salvifica, rigorosamente calate dall’alto dell’Autorità scientifica.

La consapevolezza, poi, che la morte possa essere benigna, che in realtà ci accompagni ogni giorno, a livello cellulare, mentale e spirituale, in tutti i cambiamenti quotidiani, che sono tante piccole morti, tanti distacchi dal passato, che solo accettando profondamente la nostra morte noi possiamo dare un senso compiuto alla vita e vivere felici, che morire bene è cosa profondamente saggia, è lontanissima dai pensieri di molte persone. Cotidie morimur diceva il filosofo Seneca: moriamo ogni giorno, e la lezione che le nostre piccole morti quotidiane dovrebbero lasciarci è che stiamo bene quando non ci identifichiamo troppo con i nostri problemi, con il nostro ego, con le preoccupazioni collettive, con la sofferenza senza tregua dell’umanità intera; quando riusciamo a sentire che c’è nel profondo di noi stessi un’essenza divina, una luce interiore che trascende le vicende del quotidiano e perfino la morte, quando siamo capaci di neutralizzare l’unico, insidiosissimo virus che ci distrugge, che è la paura stessa. La paura non si combatte con le azioni temerarie, ma si trasforma con l’amore per noi stessi e per gli altri. Chi ha paura non ama, o meglio, chi non riesce a prendere le distanze dalla sua paura (la paura è umana, e anche utile, a certe condizioni), non riesce ad amare, perché il suo cuore resta chiuso alla gioia. La paura è una saracinesca che ci imprigiona in una cella senza finestre e ci fa dimenticare chi siamo veramente. Ci muriamo vivi per paura di morire, così rinunciamo a vivere. Ma di questa cella le chiavi sono in nostro possesso.

Non siamo pecore. Abbiamo una natura spirituale, fatta di luce, di amore e di potere. Se ci lasciamo dominare dalla paura e da chi la usa per dominarci, stiamo rinunciando alla nostra responsabilità. Dobbiamo smettere di pensare di essere vittime del destino, fuscelli in balìa degli eventi. Molto di ciò che succede dipende anche da noi. Quanto ci prendiamo cura della nostra salute, invece di delegare? Che cosa mangiamo, come trattiamo il nostro corpo? Quanto ci rendiamo conto delle conseguenze delle nostre azioni, dei nostri pensieri, delle nostre parole? Quanto facciamo per dare senso alla vita? Quanto ci impegniamo per imparare e diventare più consapevoli? Quanta energia dedichiamo a migliorare il mondo in cui viviamo? Quanto ci spendiamo per opporci a ciò che è ingiusto? Quanto amiamo noi stessi (soprattutto noi stessi, completamente, senza riserve!) e gli altri? Quanto ci prendiamo la responsabilità del nostro contributo alla Coscienza collettiva? Quanto siamo capaci di nutrire e proteggere la gioia che è in noi, senza lasciarcela portare via dagli eventi?

L’epidemia di Coronavirus ci ha mostrato, come spesso accade nell’emergenza, il peggio e il meglio delle persone. Abbiamo visto azioni ripugnanti e inqualificabili e gesti meravigliosi di solidarietà e di dedizione: chi sceglie di amare, ha deciso di lasciare andare la paura e di agire responsabilmente. Abbiamo constatato i danni catastrofici di un intero sistema economico fatto di privatizzazioni e di gestione oligarchica e predatoria del bene pubblico, ma assistiamo anche al rinascere di iniziative, proposte, voglia di ricostruire una realtà diversa e migliore. Abbiamo dovuto misurarci con limitazioni impreviste, ma abbiamo anche avuto più tempo per riflettere e per osservare la follia dei nostri ritmi di vita. Il dramma di chi muore da solo per la malattia e di chi ha perso i mezzi di sussistenza perché bloccato in casa ci ha reso manifesti la disumanità e l’ingiustizia del sistema sociale in cui viviamo. La crisi planetaria ci ha messi di fronte ad un bivio: o riprenderci la nostra sovranità, ovvero la nostra responsabilità di decidere e la nostra consapevolezza di cittadini adulti e autonomi, oppure accettare di fare le pecore senza remissione, paurose e tremanti, dipendenti dall’Autorità sempre più dispotica che decide per noi. Non mancano le forze che spingono in questa seconda direzione e che ci hanno pilotati fino ad ora. Ma sta a noi pensare una realtà alternativa a questa e non perdere l’occasione per realizzarla. Ci servono la creatività, l’ispirazione e la morbidezza del Femminile spirituale. Non dobbiamo combattere, ma trasformare. Come diceva Einstein, “non si possono risolvere i problemi pensando nello stesso modo con cui si è giunti a crearli”.

Pubblicato su Rebis il 6 aprile 2020.

Via maschile e via femminile al potere

English Version

Esistono una via maschile e una femminile al potere? O il potere è neutro rispetto al genere?

Non è facile distinguere, in una società nella quale potere è spesso sinonimo di dominio, prevaricazione, esercizio della forza, quando non di abuso e violenza. Uomini e donne, quasi in egual misura, siamo tutti influenzati da questa modalità di rapporto con i nostri simili. Secoli di guerre, di trame politiche machiavelliche, di oppressione e di ingiustizia non hanno certo favorito la crescita di una visione più nobile del potere.

Anche se associamo facilmente il potere a chi occupa posizioni preminenti nella società, non dobbiamo dimenticare che, a diversi livelli e in diverse modalità, tutti esercitiamo un potere. Un genitore che sgrida il figlio, un automobilista che si prende la precedenza che non gli spetta, un commerciante che fissa un prezzo eccessivo per un bene poco disponibile, perfino una bimbetta che fa i capricci per un giocattolo esercitano un potere. Quando invece subiamo un torto o un’ingiustizia, spesso rinunciamo ad esercitare il nostro potere. Ci dimentichiamo di averlo ed entriamo nel ruolo della vittima.

Vittima e carnefice sono gli attori di un dramma archetipico, perché scritto nei nostri geni. Sono due facce della stessa medaglia, prodotta dall’esperienza della specie. Rappresentano le due modalità complementari con le quali si manifestano rispettivamente il femminile e il maschile interiore degli umani al livello della mente animale. Il carnefice esercita un potere arbitrario per trarre un vantaggio egoistico dalla vittima; la vittima a volte è realmente impotente e costretta a subire, a volte crede soltanto di essere impotente e si autocommisera, rinunciando a difendersi. Le credenze sono spesso profezie che si autoadempiono. Poiché ha il potere, ma non sa di averlo, capita che la vittima lo eserciti sotto forma di manipolazione, di colpevolizzazione, di risentimento, di vendetta o di rimprovero. Alzi la mano chi di noi non ha esercitato sia il potere maschile del carnefice sia quello femminile della vittima. Entrambi i ruoli di questo gioco ci sono molto familiari, in tutte le loro perverse declinazioni, e si richiamano a vicenda. Chi è stato vittima tende a diventare carnefice e chi ha avuto facile vittoria contro una vittima inerme può ritrovarsi vittima dei suoi stessi impulsi fuori controllo o della vendetta altrui.

Il grande sociologo Max Weber, che vedeva molto bene la natura violenta del potere politico, attribuiva allo Stato il monopolio della violenza legittima: pur sempre violenza, ma regolata da norme scritte e perciò meno arbitraria. Nello Stato moderno è infatti evidente la sproporzione di forza fra Stato e cittadini, che genera tensione e conflitto, perché di solito esso è governato da élites che mantengono il potere con ogni mezzo e si riformano ciclicamente come le teste mozzate dell’Idra di Lerna. Il campo della politica, nelle società statali, è il campo dell’astuzia e della forza, della golpe e del lione di cui parlava Machiavelli ne Il Principe. Ma anche quando regolato dalla legge e quindi legittimato, il potere a questo livello resta per lo più un potere basso, proprio della mente animale, e ripropone l’eterno schema carnefice/vittima.

Il neoliberismo ha sviluppato questo gioco fino al parossismo. Ci ha abituati alla legge della giungla, rendendoci familiari e pressoché “naturali” la competizione e la supremazia del più forte. Mors tua, vita mea. L’egoismo, l’assenza di empatia, l’ingiustizia e la disuguaglianza sono state elette a virtù sorelle della “libertà”, intesa come assenza di vincoli, regole e limiti alla smisurata ingordigia di ricchezza e soprattutto di potere da parte di pochi. La ricchezza ha valore in quanto dà potere. Ai soggetti antisociali dà un senso di ebbrezza la sensazione di avere in pugno la vita degli altri.

Ma una delle fonti culturali di questa attitudine rapace verso la natura e verso i propri simili va cercata nella mentalità razionalizzante e strumentale della scienza moderna, nata dall’idea del dominio sulla natura (“sapere è potere”, diceva Francesco Bacone, paragonando la Natura ad una donna da possedere con la forza) e sfociata nell’attuale predominio della tecnologia su ogni altra capacità umana. Si tratta di una micidiale fusione di due tendenze convergenti verso la disintegrazione e la disgregazione dell’unità fondamentale dell’essere umano e delle società umane, che porta la guerra non solo fra gli individui, ma anche negli individui, fra la loro parte animale e la loro sempre meno percettibile parte spirituale. Questo tipo di visione strumentale dell’uomo non potrà portare ad altro che al controllo totale e dispotico di pochi sugli altri, realizzato mediante la tecnologia e con l’ausilio delle vittime (noi tutti), inconsapevoli della propria forza di resistenza e di difesa, perché lontane dal contatto con la propria essenza spirituale, potente e creativa, l’unica in grado di frapporsi fra la nostra vita semilibera e l’imminente avvento dell’ibrido uomo/macchina, privo di consapevolezza e schiavo impotente di chi lo controlla. Il vero potere oscuro, quello assoluto e supremo, non è il denaro, ma il potere di annientare nell’altro la sua scintilla divina.

Anche al livello della mente animale, c’è comunque un potere costruttivo, finalizzato alla sopravvivenza, che nel suo lato maschile è capacità di difesa, orientamento al compito e spirito di iniziativa, mentre nel suo lato femminile è capacità di tenere insieme il gruppo, di prendersi cura della prole e placare le tensioni. Anche se le distinzioni sono sempre un po’ forzate, ci aiutano a comprendere che, a questo livello, non siamo particolarmente diversi da altri mammiferi sociali, se non per grado di complessità dei comportamenti.

Noi non siamo però solo degli animali, seppure di specie umana. Siamo molto di più e tutto congiura per farcelo dimenticare. Considerato dal punto di vista della coscienza spirituale, il potere è un’influenza che si esercita su se stessi e sugli altri al fine di accrescere la consapevolezza e le possibilità di agire. Questo potere si nutre di responsabilità e di rispetto, nel senso che è vigile, attento, accogliente, disposto a rimediare agli errori e a riparare ciò che si è guastato. Responsabilità è consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Rispetto è profondo riconoscimento della scintilla divina nell’altro. Questo tipo di potere non conosce manipolazione, prevaricazione, ingiustizia, egoismo, invidia e azioni scorrette. Nel suo lato maschile, è forza e armonia interiore, capacità di prendersi cura proteggendo, giustizia, chiarezza delle intenzioni e del volere, determinazione; nel suo lato femminile è Amore spirituale (scritto con la maiuscola per distinguerlo dall’amore umano, fatto di sentimenti e di attaccamenti), che prova gioia nel veder crescere gli altri; è creatività, equità (ovvero giustizia adattata alle circostanze), capacità di generare armonia sociale, di accogliere.

Se il potere a livello animale è controllo degli altri e dell’ambiente e strumento di sopravvivenza, a livello spirituale è servizio e strumento di crescita – individuale e sociale – e di elevazione della coscienza. Il fatto che ci sembri normale il potere del primo tipo non deve farci svalutare l’enorme potenziale del secondo. Il potere come servizio ha un impatto molto più grande ad ogni livello, perché è trasformativo, costruttivo, capace di creare connessioni e di concentrare e moltiplicare le forze. Richiede grande forza interiore e produce straordinari cambiamenti. Soprattutto, ci fa stare bene, perché questo sarebbe il livello di dignità al quale dovremmo stabilmente collocarci per essere felici.

Allora perché sottolineare il lato femminile del potere come servizio, se entrambe le energie che lo costituiscono sono necessarie per esprimerlo? Direi per una ragione squisitamente storica: perché in Occidente (e non solo) le vicende della storia hanno sviluppato negli umani il lato violento e maschile della mente animale e hanno costantemente avvilito l’aspetto creativo, generativo e armonioso della coscienza spirituale. Ce ne rendiamo conto guardando ai risultati: la distruzione dell’ambiente, la scienza senz’anima e asservita al denaro, l’economia che ignora bisogni e diritti della gente, enormi risorse finalizzate alla guerra e alla distruzione, gli infiniti regimi dispotici e violenti che hanno governato e governano questo sfortunato pianeta, la costante manipolazione della pubblica opinione mediante i media, la vita sociale improntata all’egoismo e alla competizione, anziché alla solidarietà e alla cooperazione, la millenaria svalutazione della donna e del femminile in generale.

Abbiamo bisogno di sviluppare la nostra parte migliore, di sperimentare un lato maschile costruttivo, anziché distruttivo e un lato femminile empatico e amorevole. Dobbiamo guarire le enormi ferite inferte al nostro Femminile interiore per risvegliare la forza potente del maschile autorevole e consapevole.

Non è un programma astratto né utopico, ma concretissimo, benché qui esposto in modo sintetico e solo teorico. Possiamo cominciare oggi stesso, lavorando sodo su noi stessi e insieme ad altri che ci sostengano. Nel gruppo Rebis ci stiamo dedicando con entusiasmo e con tutte le nostre risorse di conoscenza e di esperienza a questo fine. I primi risultati cominciano a vedersi. Aspettiamo anche voi. Ci trovate su www.grupporebis.org

Articolo pubblicato su Sovranità popolare, n° 9, dicembre 2019.

L’articolo si può ascoltare in podcast sul sito www.grupporebis.org

English Version

Risvegliare il Femminile per un popolo sovrano e consapevole

A guardarsi intorno e a leggere i giornali ogni giorno c’è da morire di rabbia e di sconforto. Il sistema neofeudale fondato sul liberismo economico si regge sull’ingiustizia, sul controllo e sulla menzogna sistematica. Solo così è stato possibile svuotare di contenuto la nostra Costituzione, impoverire i cittadini, svendere le imprese pubbliche, disattivare la sovranità monetaria (che continua ad esistere, benché deliberatamente ignorata dalla classe politica), inculcare a reti unificate e per decenni l’idea che lo stallo economico dell’Italia sia il colpevole risultato della spesa pubblica, anziché l’effetto voluto e perverso del tradimento di una classe politica asservita ad interessi privati e incompatibili con la Costituzione.

Lo sconforto viene dal vedere ogni giorno come le decisioni più importanti vengano prese al di fuori di ogni trasparenza o addirittura al di fuori delle sedi istituzionali, a cominciare dalla famosa lettera privata di Andreatta a Ciampi del 1981, con la quale è iniziata la rinuncia dello Stato alla sovranità monetaria, per arrivare fino alla catena cortissima del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), discusso al di fuori del Parlamento, mentre i media si occupano d’altro. Ma potremmo riferirci, per esempio, all’Eurogendfor, la polizia europea svincolata dalla legge, al patto con Obama e le multinazionali del farmaco per i vaccini nel 2014 (il GHSA, di cui nessuno conosce le clausole), all’imposizione del 5G, nonostante i pericoli accertati per la salute. A chi li osserva con sguardo critico, i mass-media (con pochissime e marginali eccezioni) appaiono niente più che casse di risonanza di poteri non istituzionali e di interessi privati, più forti di qualunque maggioranza politica, che regolarmente se ne fa interprete a danno dei cittadini.

Non credo che se ne esca semplicemente dando vita ad altri partiti o movimenti politici. La parabola del M5S è abbastanza istruttiva al riguardo. Nonostante le buone intenzioni, il meccanismo violento del potere schiaccia, espelle o ricatta chi accetta la sfida di portare istanze etiche nella politica. Siamo esseri piuttosto primitivi, da questo punto di vista. Il nostro mondo capitalista (che non è certo l’unico possibile, se si guarda ad altri tempi e ad altri luoghi), a parte la parentesi keynesiana, a cui è ispirata la nostra Costituzione del ’48, ha trasferito nei rapporti umani la legge della giungla, legittimandola come benefica e naturale. Non che prima del capitalismo in Occidente vigessero la giustizia e l’armonia (bisogna risalire al Neolitico, cioè a 8000 anni fa, per trovare una società fondata sul femminile, pacifica ed egualitaria, come sostiene Marija Gimbutas), però l’ideologia neoliberista è riuscita nell’impresa di portare la guerra, la divisione e la competizione dentro ciascuno di noi e di renderci schiavi a nostra insaputa.

La politica è così marcia e corrotta perché è nutrita da una visione animalesca dei rapporti umani. Noi umani siamo anche, benché non solo, animali – animali umani, appunto. In quanto animali, eredi delle esperienze spesso tragiche e violente dei nostri antenati, codificate nei nostri geni, abbiamo sviluppato una mente genetica, adatta alla sopravvivenza. E poiché ciascuno di noi ha dentro di sé una parte maschile e una femminile, in quanto discendente di un padre e di una madre, portiamo in noi un maschile e un femminile animale: il primo, orientato alla supremazia, alla lotta, alla competizione e al dominio; il secondo, alla cooperazione, alla cura della prole, alla relazione e alla pace. Questo almeno ci ha insegnato la nostra storia passata; non si tratta necessariamente di un destino scritto nel libro della natura.

Tuttavia, è presente in noi anche una coscienza spirituale, creativa e più elevata. Siamo esseri fatti di corpo, mente e spirito. Come uno schiacciasassi, il capitalismo neoliberista ha asfaltato la dimensione spirituale e ci ha ridotti a materia, a puri e semplici consumatori, quando non ad anonimi e smemorati sudditi, asserviti ad un sistema creato per drenare ricchezza dai poveri ai ricchi. Finché restiamo nel paradigma della mente animale e ignoriamo la nostra parte spirituale, non ne verremo fuori. Questo gioco non ammette outsiders e non lo si cambia rimanendoci dentro.

Dobbiamo ripristinare la nostra integrità perduta. Dobbiamo farlo per noi stessi, per ritrovare l’armonia interiore, e per il mondo in cui viviamo, prima che sia troppo tardi. Occorre uscire dallo schema predatorio, dal gioco a somma zero – mors tua, vita mea – e riscoprire in noi il senso della connessione con gli altri e con l’universo. Il trionfo del maschile animale, violento e predatorio, che ha comportato storicamente la repressione e la sottomissione dei valori femminili, ha danneggiato la nostra coscienza, la nostra vita associata e l’ambiente in cui viviamo. Come tutti i modelli unilaterali, ha prodotto squilibrio, dolore e morte. Dobbiamo rendercene conto e cambiare rotta.

L’unica strada percorribile, secondo me, è il risveglio del Femminile spirituale. L’essenza spirituale è unica, di per sé, e non ha genere. Comporta però caratteristiche complementari e nel nostro mondo quelle femminili (senso della connessione, amore spirituale, intuizione, creatività, bellezza eccetera) sono state particolarmente schiacciate, nell’uomo e nella donna. Non saremmo a questo punto se la nostra storia non avesse cancellato la presenza del femminile con sistematica ferocia. Maschile e femminile spirituali non sono opposti; lo sono il femminile spirituale e il maschile animale. Per questo occorre concentrarsi sul femminile spirituale, come sul naturale antidoto al male che ci affligge.

Abbiamo bisogno di un’economia al femminile (spirituale, non animale), di una politica al femminile, di una scienza al femminile, di una cultura al femminile, di mass-media al femminile. Non possiamo continuare a vivere per accumulare o per lasciarci sfruttare. Non basta far entrare le donne nella stanza dei bottoni. Non tutte le donne, come non tutti gli uomini, hanno sviluppato un femminile spirituale. Occorre molto di più. Occorre cambiare se stessi, tutti quanti, attraverso un percorso di consapevolezza, fatto di impegno, responsabilità, rispetto, etica e giustizia. Trasformare se stessi e la propria mente animale è l’impresa più difficile, ma anche la più necessaria ed entusiasmante. E non si fa da soli. Non è un semplice processo di conoscenza, ma un concretissimo lavoro quotidiano su noi stessi, sulle nostre emozioni, credenze ed eredità genetiche, per il quale serve l’aiuto di una rete di persone che apprendono insieme. Dobbiamo smettere di delegare a qualcun altro i nostri interessi e il nostro futuro e assumerci la responsabilità di risvegliarci alla nostra integrità e completezza.

Per questo è nato Rebis, un gruppo indipendente di confronto, di studio e di formazione senza scopo di lucro nel quale si può crescere insieme giorno per giorno nella consapevolezza della parte più elevata di noi stessi. Rebis è un gruppo pluralista, non confessionale, apolitico nel senso che non è schierato e non partecipa alla lotta politica, ma sommamente politico nel senso dell’impegno civile e della solidarietà sociale. Possono collaborare tutte le persone – uomini e donne, di ogni nazionalità, credo o fede politica – che ne condividono gli scopi, che intendono contribuire in qualche modo e che vogliono impegnarsi nella trasformazione della propria mente animale per risvegliare la coscienza spirituale e diventare cittadini sovrani e consapevoli. La sovranità, infatti, ci è stata tolta da un pezzo e solo con un duro lavoro su di noi saremo in grado di riprendercela.

Rebis ha un blog (www.grupporebis.org), con sezione in Inglese e Spagnolo, e una Pagina Facebook (Rebis – Il risveglio del Femminile per un popolo sovrano e consapevole), con relativo Gruppo di discussione. Nel sito di Sovranità popolare c’è uno spazio dedicato. Sabato 8 febbraio, a Milano, si svolgerà il primo seminario di Rebis aperto al pubblico e sarà possibile partecipare alla cena di gruppo. Chi vuole conoscerci o partecipare può scrivere a grupporebis@gmail.com

Articolo pubblicato su Sovranità popolare n° 7, novembre 2019

La vita sulla Terra è una trappola per la nostra essenza divina. Intervista a Fiorella Rustici

Intervista di Simona Valesi a Fiorella Rustici

Viviamo in una struttura artificiale creata apposta per intrappolare le parti divine sopravvissute al declassamento energetico della Terra e della razza precedente alla nostra, successi molto tempo fa. Questo è il risultato degli studi approfonditi che porta avanti la ricercatrice spirituale Fiorella Rustici da oltre quarant’anni.

La sua specialità è comprendere come funziona la mente in relazione alla coscienza, cioè capire perché, di fronte a delle possibili scelte, ci ritroviamo sempre a scoprire, col senno di poi, che abbiamo preso quella sbagliata, con le sue conseguenze negative nella vita. Quindi se avete mai pensato che fosse difficile agire per ottenere dei cambiamenti positivi nella vita e nella società, ora sapete che avete un nemico da combattere che da qualche eone vi lavora contro.

“Io ho avuto la mia prima crisi esistenziale a un anno e mezzo”, ci racconta la Rustici, “quando mia mamma mi ha fatto vedere allo specchio dopo avermi vestita da Pierrot. Come tutti i bambini piccoli il mio spirito era lontano dal corpo, ma era già consapevole perché veniva da altre vite dove avevo fatto percorsi spirituali in cui avevo acquisito conoscenze e saggezza. In quel momento, vedendo il mio corpo allo specchio, ho avuto un’intuizione che mi ha reso palese il livello di degrado dell’umanità e le difficoltà che avrebbero incontrato gli esseri spirituali che erano rimasti qui, per aiutare a recuperare l’essenza divina superstite e ancora recuperabile dall’ultimo declassamento della Terra e dei suoi abitanti, prima che subisse un altro declassamento dimensionale ed energetico”.

La Rustici vede questa progressiva caduta verso il basso del livello spirituale della razza umana e della Terra, e comprende allora che i percorsi spirituali precedenti non erano stati sufficienti per recuperare le parti divine che erano rimaste intrappolate su questo pianeta, e che uno studio che andasse più in profondità rispetto alle conoscenze già acquisite era necessario.

Infatti, dice, non tutti si erano evoluti, ed era indispensabile affinare la ricerca andando a uno strato più profondo dove poter risvegliare le consapevolezze e ridar loro quella dignità divina che ogni parte spirituale dovrebbe avere e si merita. Scopre così che l’energia mentale, tramite cui tutto si muove e esiste, è regolamentata da delle leggi che erano ancora sconosciute, e le ha chiamate Meccaniche Mentali.

“Le ho chiamate meccaniche mentali”, si ricorda la Rustici, “perché studiando le leggi dell’energia mentale ho scoperto che viviamo in una struttura creata artificialmente, quindi in una mente artificiale meccanica e tecnologica. Meccanica mentale deriva quindi proprio dalla conoscenza di questa mente meccanica tecnologica artificiale. A questo proposito sono molto contenta che recentemente le ricerche di molti scienziati quantistici e tradizionali stanno ipotizzando e verificando coi loro esperimenti che questa è la realtà in cui viviamo”.

La Rustici spiega che come ci sono tante leggi nell’ambito della fisica, chimica o biologia, anche le leggi dell’energia mentale sono numerose e si ripetono continuamente perché sono sempre attive, esattamente come la forza di gravità che ci tiene attaccati alla terra e la legge di Bernoulli che fa volare gli aerei.

Una di queste, ci porta ad esempio, è la legge, o meccanica mentale, del copiare. Nel 1978 quando la Rustici ha iniziato la sua ricerca a uno strato più profondo, ha scoperto che una delle principali meccaniche mentali presenti sul nostro pianeta è la capacità dell’energia mentale del nostro cervello di copiare non solo l’ambiente che ci circonda ma anche tutto ciò con cui veniamo in contatto.

“Questa meccanica diventa molto negativa nel momento in cui la nostra mente cerebrale non fa nessuna differenziazione fra ciò che siamo noi con le esperienze che noi viviamo come pensieri, emozioni, paure, desideri, e ciò che vivono gli altri e che noi copiamo. È ciò che la scienza tradizionale ha cominciato da diversi anni a studiare come il fenomeno dei neuroni-specchio, anche se non sono ancora riusciti a comprendere tutte le complicazioni ad esso collegate e le motivazioni per cui è stata creata questa legge mentale”.

Molte altre meccaniche mentali importanti, ci spiega Fiorella, derivano dalla mente genetica, cioè dalle memorie dei nostri avi materni e paterni che abbiamo registrato dentro la nostra mente, parzialmente riconosciuta anche dalla più nota legge dell’ereditarietà. Oltre a godere di tanta creatività e talenti che arrivano da queste memorie, dobbiamo però fare anche i conti con le loro coscienze che influiscono nella nostra vita creandoci sensi di colpa e auto-punizioni. Noi, infatti, ripetiamo quello che i nostri avi hanno vissuto nella loro premorte e morte perché il vissuto di quei momenti rimane registrato nella nostra mente, insieme ai contenuti della parte animale che ognuno di loro si porta dietro, essendo noi una specie animale umana.

Le meccaniche mentali sono uguali per tutti”, spiega Fiorella, “perché sono alla base della struttura artificiale che fa vivere a tutti le stesse cose. Noi possiamo credere di essere unici e diversi dagli altri, ma è un ‘illusione. La diversità viene percepita dalle esperienze che uno può fare, ma i pensieri, le sensazioni, le emozioni, i conflitti, le paure che viviamo sono sempre uguali per tutti”.

L’unicità si trova invece nella scintilla divina che ancora molti di noi hanno dentro e che, come ci rivela Fiorella, “quelli come me, sono venuti qui per recuperare. È una decisione presa da quelle parti che amano la vita, quella di rimanere ad aiutare le coscienze rimaste intrappolate. Siamo Esseri venuti al recupero delle varie scintille divine superstiti e ancora recuperabili. Secondo le mie ricerche, il degrado spirituale parte dalla mancanza di conoscenza della mente e delle varie trappole che contiene. In assenza di questa conoscenza l’individuo non può che ritrovarsi a vivere solo la sua umanità come specie animale umana, senza potersi riappropriare e vivere nelle sue qualità e poteri spirituali”.

Vale quindi la pena conoscere il funzionamento delle meccaniche mentali, ci dice la Rustici, “per comprenderle, osservarle, non caderne effetto e soprattutto non identificarcisi, perché la mente con le sue meccaniche mentali non ha consapevolezza e coscienza di sé. Solo una coscienza che ha sviluppato la propria spiritualità, comprendendo anche le meccaniche mentali, può uscire dalle identificazioni della mente stessa e collegarsi alle realtà non artificiali con le sue caratteristiche di amore, luce, gioia e vita puri, tipiche della propria parte divina”.

Quando la persona comprende le meccaniche mentali, sviluppa una coscienza con una propria scala di valori positiva, e diventerà una persona che rimedia ai propri errori, ricrea giustizia dove l’ha tolta, lotta per avere un mondo migliore dove ci sia amore, rispetto, etica e valori spirituali da inserire in tutte le aree della sua vita”.

Si sa che l’evoluzione spirituale individuale è intrinsecamente collegata a quella sociale. “Comprendere è vita!”, afferma Fiorella. “Essendo tutti collegati, siamo soggetti alla legge della massa critica. Quindi se tante persone lavorano sulla comprensione della struttura mentale artificiale in cui sono intrappolate e riescono a uscirne, aiutano anche gli altri a loro collegati. Questa comprensione passerà nella coscienza collettiva. Anche se non tutti intraprenderanno un percorso specifico, si troveranno comunque questa saggezza dentro di loro in modo naturale, come se fosse una loro caratteristica, ottenendo così contemporaneamente un’evoluzione spirituale individuale e sociale”.

Solo così, raggiungendo questo risultato desiderato, il nostro Pierrot potrà asciugarsi la sua eterna lacrima e ritrovare il sorriso della gioia spirituale.

Simona Valesi

EVOLUTION DAY by FIORELLA RUSTICI

Con questa aspettativa e speranza Fiorella Rustici ha istituito l’Evolution Day: un giorno l’anno in cui i suoi corsi, nei quali spiega il funzionamento delle meccaniche mentali e il conseguente comportamento della coscienza, sono accessibili a tutti.

Per avere informazioni sul prossimo Evolution Day chiamate il cell. 335-233018 o scrivete a corsi@fiorellarustici.com .

Rebis: il risveglio del Femminile spirituale

Articolo pubblicato l’8 ottobre 2019 su Olistic News.

Il Rebis (dal latino Res bina, cosa doppia), è il simbolo alchemico dell’unione degli opposti. Gruppo di studio informale, nato da un’idea di Patrizia Scanu, psicologa, Gestalt Counsellor e docente al liceo delle Scienze Umane di Alba in Piemonte, si propone di dare spazio alla riflessione sulla profonda crisi globale che sta attraversando questo mondo prodotto da decenni di ideologia neoliberista. Se ne ricercano le cause nel secolare squilibrio fra maschile e femminile, che ha prodotto una frattura nell’integrità della persona umana, fatta di corpo, mente e spirito, e ridotto al lumicino la componente spirituale.

Il gruppo di lavoro, assolutamente laico e dialogico, si propone di dare vita ad un vasto movimento di opinione che stimoli la presa di coscienza collettiva dei valori e delle qualità femminili, schiacciati e silenziati da secoli di repressione, soprattutto religiosa.

Rebis è un gruppo di persone, uomini e donne, che intendono riflettere sul modo in cui lo sviluppo di una spiritualità di qualità femminile possa contribuire ad elevare il livello delle coscienze e di conseguenza della vita civile. Il Femminile qui è da intendersi in senso energetico, come femminile interiore, presente sia nelle donne sia negli uomini.

“Siamo convinti che non si potrà cambiare nulla a livello politico finché le persone non matureranno una consapevolezza profonda della propria natura spirituale, intesa nel senso più alto e laico del termine. E dell’essenza spirituale, che in sé non è né maschile né femminile, una componente essenziale, quella femminile, è stata a lungo soffocata e repressa. Pensiamo ci sia bisogno di recuperare l’equilibrio perduto per ricostituire l’integrità dell’essere umano. Senza un riequilibrio fra le due energie, il maschile e il femminile spirituale, questo mondo è condannato. Solo ritrovando l’integrità della propria essenza si può pensare di costruire un mondo più evoluto, superando le bassezze dell’attuale contesto politico e le dolorose lacerazioni di una società costruita sulla competizione e sul possesso”.

Il gruppo di studio non ha niente a che fare con il movimento femminista né si propone di creare una “riserva” per sole donne. Qui le donne e gli uomini hanno un ruolo assolutamente paritario. Rebis dovrebbe essere la casa degli uomini che hanno fatto pace con il femminile e delle donne che, valorizzando il femminile, hanno fatto pace con il maschile. Tutti – uomini e donne – nel rispetto delle innegabili differenze, hanno da guadagnare dallo sviluppo integrale della propria coscienza spirituale.

Lo scopo del gruppo di studio è proporre modelli alternativi di comportamento personale, di gestione delle relazioni fra persone, di azione civile e politica che aiutino le persone a uscire dall’isolamento e dalla competizione neoliberista e a costruire una società migliore ed evoluta. Non si tratta solo di discutere, ma anche e soprattutto di agire e di imparare. Le attività si declinano in organizzazione di eventi, corsi, seminari e momenti d’incontro. Si prevede la promozione di iniziative sociali e politiche, intendendo per “politico” ciò che riguarda la polis, ovvero al vita della comunità dei cittadini. Si occuperà di formazione e informazione. Solo dallo sviluppo della consapevolezza dell’intero potenziale umano può nascere, infatti, una visione del futuro fondata sui valori autenticamente spirituali che ispirarono la Costituzione italiana del 1948.

A quei valori di uguaglianza sostanziale, solidarietà, partecipazione, cooperazione, bellezza, responsabilità, giustizia, traditi da decenni di politiche asservite all’interesse di pochi e subordinate al dogma dei mercati, Rebis s’ispira per dare sostanza civile agli argomenti scelti per la riflessione. Dimensione spirituale e dimensione politica sono interdipendenti, sebbene Rebis non sia né un movimento politico né un gruppo d’ispirazione religiosa.

È un gruppo aperto alla collaborazione di uomini e donne altamente motivati a compiere questo percorso personale e collettivo di trasformazione delle coscienze, che condividano questa visione di fondo e siano disponibili a dare un contributo di idee e di azione al lavoro del gruppo. Persone belle e validissime si stanno impegnando con entusiasmo a produrre idee e progetti per questo gruppo. Ne puoi far parte anche tu. Puoi iscriverti al Gruppo Rebis su fb oppure scrivere una mail a grupporebis chiocciola gmail.com.

Patrizia Scanu

Condizione femminile o condizione del femminile? Un cambiamento di prospettiva

Quando si parla di condizione femminile, sembra naturale pensare alle donne e alle loro battaglie secolari per ottenere pari dignità e diritti rispetto agli uomini. Senza scomodare le notizie a volte tremende che arrivano da Paesi lontani, nei quali l’integrità, la libertà, la salute e i diritti civili, politici e sociali delle donne vengono clamorosamente ignorati tuttora, è istruttivo ricordare come secoli di supremazia maschile abbiano costantemente relegato le donne in posizione subalterna anche qui in Europa. L’emancipazione femminile, faticosa, tardiva e mai completata, permise alle donne, prima equiparate ai bambini e ai deboli di mente, considerate emotive, volubili e inaffidabili ed escluse dai luoghi del potere, dai gradi più elevati dell’istruzione e dalle professioni “maschili”, di occupare nella società un posto meno marginale e ruoli più autonomi e significativi.

Gli infiniti abusi subiti dalle donne per millenni, il trattamento degradante a cui esse furono spesso sottoposte anche nei luoghi di lavoro, la privazione della libertà di scelta, la svalutazione del loro ruolo sociale e della loro intelligenza, le disuguaglianze di cui furono vittime, spesso vissute con senso di ingiustizia e di risentimento, la repressione delle loro qualità interiori, le umiliazioni continue, la costrizione all’obbedienza, al sacrificio e alla sottomissione in famiglia sono eredità pesanti e dannose, conservate e tramandate dalla memoria collettiva. Ce le portiamo dentro di noi, nessuno escluso, come memoria genetica, familiare, sociale. Tutti abbiamo alle spalle nonne, prozie, bisavole, antenate di innumerevoli generazioni dietro di noi che hanno vissuto stupri, violenze, soprusi di ogni tipo, che si sono sacrificate per i figli, che hanno rinunciato a se stesse, che hanno dovuto sottomettersi, adeguarsi, arrendersi, sopportare l’ingiustizia, lo svilimento, la sopraffazione, l’assenza di diritti.

E poiché, anche e soprattutto quando è inconsapevole, la memoria genetica agisce nel profondo di noi stessi e costituisce il patrimonio inconscio di esperienze con il quale veniamo al mondo e dal quale attingiamo ogni giorno per affrontare il quotidiano, delimitando il repertorio delle nostre azioni libere e volontarie, ad uno sguardo più attento la condizione femminile ci porta a riflettere sulla condizione del femminile. Non si tratta della stessa cosa: la condizione del femminile non coincide con la condizione delle donne, ma con lo stato di dolorosa repressione del principio spirituale femminile che affligge tutti, uomini e donne, anche emancipate e liberate, in quanto tutti discendenti da una linea genetica materna e membri di una cultura, dunque portatori dell’eredità del vissuto delle generazioni precedenti. Un’eredità gravosa ed opprimente, che ci rende deboli, squilibrati e ignari delle enormi potenzialità della nostra natura e ci fa perpetuare lo schema della scissione interiore, della contrapposizione fra maschio e femmina che è frattura fra le due parti della nostra Coscienza spirituale.

Anche se non vogliamo e non sappiamo, infatti, conserviamo in noi il senso di ingiustizia, di fallimento, di impotenza, di frustrazione, di rancore, di paura, di rabbia, di colpa e di sacrificio delle nostre antenate e sabotiamo in questo modo le nostre vite, impedendoci di realizzare la pienezza del nostro essere. Non importa se siamo maschi o femmine, perché tutti abbiamo una madre e ce la portiamo dentro. Anche se umiliato e schiacciato, il Femminile rimane dentro di noi e aspetta di essere liberato. La degradazione delle donne ha avuto come risultato la repressione del Femminile in ciascuno di noi e un enorme danno alla nostra integrità. Umiliando la donna, l’uomo ha assurdamente umiliato metà di se stesso. Umiliando il proprio femminile interiore, ha ulteriormente svalutato il femminile delle donne e creato un mondo invivibile. Molti uomini disprezzano nelle donne ciò che rinnegano in se stessi. Subendo questa umiliazione, le donne hanno perso il contatto con il loro Maschile spirituale e spento il loro Femminile interiore. La supremazia dell’uno sull’altro è un’inutile vittoria contro se stessi.

Abbiamo tutti bisogno di integrità, di essere interi, ciascuno a modo suo. Certamente le donne hanno un più facile accesso al Femminile (sempre che non sia stato completamente schiacciato) e gli uomini al Maschile, ma hanno bisogno dell’altra metà per essere se stessi, ovvero esseri divini, e non deboli e passivi epigoni del passato della stirpe. Ma poiché la condizione del Femminile spirituale è ora penosa per entrambi, da lì bisogna incominciare. Rebis nasce proprio con questa finalità: risvegliare e rigenerare il Femminile spirituale per rendere possibile a tutti noi il recupero di tutte le energie e le potenzialità smarrite in un assurdo e devastante conflitto, che ci degrada e ci consegna ai meccanismi della nostra mente animale. Dove non c’è Coscienza spirituale, infatti, resta attiva solo la nostra parte animale umana e vengono meno libertà e consapevolezza.

Che il risveglio del Femminile (spirituale, non animale) sia necessario per trasformare questo mondo in qualcosa di meglio, è palese in ogni ambito della vita associata: nella politica, dove vigono incontrastate le leggi della forza, della violenza e della sopraffazione, proprie del maschile animale; nell’economia, dove la diffusione dell’ideologia neoliberista, finalizzata alla lotta di classe dei ricchi e dei potenti, anziché al bene comune, ha infettato le menti con i germi dell’individualismo, della competizione, della legge del più forte, anch’essi propri del maschile animale; nella società, nei mass media, perfino nella scuola, dove ogni cura viene posta nel farcire le menti addormentate di un sapere standardizzato, funzionale al mantenimento di un basso livello di coscienza e a stili di comportamento opposti ai principi di etica, responsabilità e giustizia, propri della Coscienza spirituale.

In una società che dà valore al femminile spirituale, si dà spazio alla cooperazione, all’equità, all’integrità, al rispetto, alla consapevolezza, alla partecipazione, alla cultura, all’ambiente, al bene comune, alla bellezza, ai valori più elevati. Non è una prospettiva spiacevole né astratta, perché ciò che facciamo agli altri, lo facciamo a noi stessi, che ci piaccia o no. Si tratta solo di rendersene conto e di diventare esseri completi e cittadini sovrani e consapevoli. Tanto non ci salveremo altrimenti, né come individui né come umanità. Continuare a sabotare noi stessi ci porterà all’autodistruzione. Vale perciò la pena di darci da fare a ripulire le lordure del passato e a lasciarcelo definitivamente alle spalle. Rivitalizzare il Femminile vorrà dire allora ritrovare finalmente noi stessi e il sentiero smarrito del nostro ritorno a casa.

Oltre il neoliberismo. Dal darwinismo sociale alla società evoluta

Parlare di crisi della democrazia a livello globale significa parlare di neoliberismo. Come già avvertiva il sociologo ungherese Karl Polanyi negli anni ’40 (La grande trasformazione, 1944), infatti, il neoliberismo, con i suoi miti di libertà d’impresa, competizione, privatizzazione, deregolamentazione, non è compatibile con la democrazia in generale e, aggiungo io, con la Costituzione italiana in particolare, fondata com’è sui principi di sovranità popolare, di diritto al lavoro, di uguaglianza sostanziale, di partecipazione e di solidarietà.

Il neoliberismo ha fatto fortuna, anche nelle masse, equivocando sulla parola “libertà”. Chi non è sensibile alle infinite promesse di una parola tanto pregnante? Chi non vorrebbe essere libero? Il problema è però è duplice: quale libertà? E la libertà di chi? La visione liberale dello Stato si fonda sulla difesa delle libertà civili e politiche: libertà di coscienza, di riunione, di associazione, di espressione eccetera. Esistono, però, osserva Polanyi, anche le libertà negative: la libertà di sfruttare i propri simili, di sottrarre all’utilizzo comune scoperte tecnico-scientifiche per proteggere interessi privati, di trarre profitti da calamità collettive, di inquinare l’ambiente. Nell’economia capitalista, queste due forme di libertà sono i due lati della stessa medaglia.

Si potrebbe ipotizzare, continua Polanyi, una società futura nella quale le libertà “positive”, accompagnate da una regolamentazione adeguata, possano essere estese a tutti i cittadini. “Regolamentare” vuol dire porre limiti ai privilegi di una minoranza, proteggere i più deboli dal potere soverchiante di chi detiene la proprietà, correggere gli squilibri economici e sociali, controllare e sanzionare i comportamenti dannosi alla collettività, permettere a tutti i cittadini, anche a quelli svantaggiati, di esercitare le libertà “positive”. Questa società futura sarebbe libera e giusta insieme. Precisamente quello che intendeva Carlo Rosselli con la sua idea di “socialismo liberale”.

Ma ad impedire questo esito (la diffusione della libertà) è proprio l’”ostacolo morale” dell’utopismo liberale (quello che chiamiamo “neoliberismo”, appunto), di cui lui riconosceva il massimo esponente nell’economista Von Hayek. La visione neoliberista è utopica perché predica l’assenza del controllo e dell’intervento dello Stato in ambito economico e sociale, proprio mentre invoca l’esercizio della forza e anche della violenza dello Stato a difesa della proprietà. Detto in parole povere, per il neoliberismo lo Stato è al servizio della proprietà individuale e della libera impresa, cioè di quei pochi che non hanno bisogno di incrementare il proprio reddito, il proprio tempo libero e la propria sicurezza e agisce a svantaggio delle libertà di tutti gli altri. La libertà neoliberista è solo prerogativa dei ricchi (anche se a parole è disponibile a tutti) e non può essere estesa a tutti, perché questo minaccerebbe la proprietà. Chi è povero lo è per colpa sua ed è solo un perdente nella competizione per la ricchezza. La libertà è in sostanza la libertà di arricchirsi senza vincoli né regole.

Il neoliberismo (l’utopismo liberale), concludeva Polanyi, è intrinsecamente e incorreggibilmente antidemocratico e autoritario, perché piega lo Stato a difendere gli interessi di una minoranza a danno della maggioranza. Non per nulla il primo esperimento di Stato neoliberista fu il Cile di Augusto Pinochet, dove “libertà” significava azzeramento dei sindacati e dei diritti delle comunità, privatizzazioni selvagge, liberalizzazioni finanziarie e repressione delle libertà civili. Qui il neoliberismo si sposa con l’autoritarismo. 

Ma c’è anche un modo meno cruento per effettuare un colpo di Stato: corrodere un giorno dopo l’altro, per decenni, i diritti e i redditi dei cittadini, asservirli al potere finanziario, vincolarli a norme-capestro che li rendano schiavi di interessi estranei, modificare la Costituzione a danno della sovranità popolare, indebolire i lavoratori e i sindacati, assecondare gli interessi dei più forti, non intervenire a ridurre le disuguaglianze, privatizzare i beni pubblici, ridurre la spesa sociale, distrarre continuamente l’attenzione pubblica con falsi problemi e individuare sempre nuovi bersagli per la rabbia popolare, colpevolizzare i cittadini per la loro condizione e controllare i mass-media, in modo che veicolino continuamente la visione che più fa comodo ai manovratori (quella che Marcello Foa ha chiamato “il frame”, la cornice), martellare per anni e decenni i cittadini con un linguaggio economicista pieno di concetti come libertà d’impresa, debiti e crediti, competizione, flessibilità eccetera – insomma costruendo un’ideologia che giustifichi e renda accettabile la progressiva riduzione in schiavitù di interi popoli, tenendone a bada l’inevitabile scontento con il senso di colpa, la paura e la menzogna.

Questo è ciò che è successo da noi in questi ultimi decenni. Questo è l’imperdonabile tradimento della Costituzione e dei suoi valori realizzato da una classe politica avida e asservita a gruppi di potere nazionali e sovranazionali che l’hanno telecomandata a danno nostro. Il neoliberismo non è solo una teoria economica, ma un modello complessivo di società, sorretto da un poderoso e contraddittorio apparato ideologico, incompatibile con la democrazia, come sono incompatibili con la democrazia i monopoli privati di beni collettivi, la subordinazione degli Stati sovrani ai potentati economico-finanziari e al mercato, la distruzione dei diritti sociali, il gigantesco travaso di ricchezza dai poveri ai ricchi del pianeta in cui consiste di fatto questo modello di globalizzazione. Il filosofo John Rawls sosteneva che una disuguaglianza è accettabile solo se migliora anche le condizioni di chi ha di meno. La ricchezza non è un male, ma lo è l’ingiusta distribuzione di essa. La libertà senza giustizia sociale è solo un guscio vuoto e uno specchio per le allodole. Questo dice in sostanza la nostra Costituzione.

A questa ideologia competitiva, oligarchica, autoritaria e neofeudale costruita in gran parte a tavolino nel back office del potere, bisogna necessariamente contrapporre una visione del mondo e dell’uomo diversa e opposta, una nuova antropologia. L’ideologia neoliberista ha avvelenato le coscienze. Ci ha rappresentato un modello di uomo egoista, competitivo, materialista, cinico, aggressivo, prevaricatore, individualista e soprattutto isolato. Ci ha fatto perdere il senso dell’interconnessione e dell’interdipendenza fra di noi e con l’Universo e ci ha fatto credere che il denaro fosse il fine e il metro di giudizio di ogni attività umana. Ci ha colonizzato l’anima con un linguaggio arido e insensato, che sotto l’apparenza del rigore scientifico ha inquinato tutto ciò che di più sacro e sano abbia prodotto la coscienza umana. Sul piano politico, ci ha regalato questa Europa delle élites, anziché dei popoli, nella quale le decisioni più importanti sono prese da organi non elettivi e il Parlamento non ha potere di iniziativa legislativa; sul piano economico, ci ha costretti alle privatizzazioni, all’austerity e alla schiavitù di una moneta straniera sempre razionata, detenuta da enti sottratti al controllo democratico e legibus soluti quali la BCE; sul piano sociale ha compresso il Welfare e calpestato i diritti, prodotto un numero enorme di disoccupati e sottooccupati, impoverito e umiliato la scuola, subordinando l’istruzione all’impresa, aumentato ovunque la povertà, la fuga dei cervelli, la disgregazione del tessuto sociale.

L’ideologia neoliberista è la versione attuale del darwinismo sociale ottocentesco, cinico e reazionario, che trasferisce indebitamente all’ambito sociale la teoria biologica della selezione naturale, ovvero della sopravvivenza del più forte. Nella prospettiva del darwinismo sociale, le differenze sociali sono naturali e corrispondono a differenze di capacità e di qualità umana. Chi è ricco, lo è per suo merito e chi è povero lo è per suo demerito, perciò è giusto che chi è migliore abbia la meglio, nella lotta per la sopravvivenza, e che lo Stato si astenga dall’intervenire a correggere le disuguaglianze, anch’esse “naturali”. La società appare dunque il teatro di una competizione senza regole, nella quale vince il più adatto, abbandonando al proprio destino quelli che lo scrittore Giovanni Verga chiamava “i vinti”. Come ogni ideologia, il darwinismo sociale ha la funzione di legittimare interessi particolari e di mascherare una palese ingiustizia.

Per guardare oltre questa deriva antidemocratica, il cui prezzo altissimo è pagato dai poveri di tutto il mondo, bisogna guardare non solo a mezzi opportuni, come scelte economiche ispirate a teorie post-keynesiane, l’esercizio della sovranità monetaria, l’abolizione dell’equilibrio di bilancio in Costituzione, la creazione di banche pubbliche, ma anche e soprattutto a fini e a valori diversi.

Bisogna innanzitutto ricostituire un equilibrio fra energia maschile e femminile, dentro ciascuno di noi e nella società intera. Parlo del maschile e del femminile interiori, presenti in ogni individuo umano, a prescindere dal sesso. La logica della competizione spinta e del gioco a somma zero è l’esasperazione estrema dell’approccio maschile al mondo, fondato sul predominio, sulla logica del branco, sulla lotta per la supremazia e per il possesso, sulla violenza. Questa prospettiva unilaterale impoverisce l’essere umano, maschio o femmina che sia, e ne limita le potenzialità evolutive. Se c’è qualcosa di cui il nostro mondo attuale soffre, soprattutto in Occidente, ma non certo solo qui, data la millenaria repressione del femminile condotta con tutti i mezzi, cominciando dalla religione, è proprio la svalutazione dei valori femminili e la loro espunzione dall’orizzonte della politica e della cultura. Appartengono alla visione femminile del mondo l’empatia, i sentimenti profondi, la cura, la riparazione, la costruzione dell’armonia sociale, la sensibilità, la cooperazione, l’intuizione, la connessione con la natura, con il mistero della vita e con la trasformazione, la pace. Le ricchezze di un mondo che riscopre il femminile sono assai più preziose del denaro: sono le ricchezze delle relazioni umane autentiche e profonde, della salute come completo benessere psico-fisico, della bellezza dei tesori artistici e naturali, della condivisione e della cooperazione, della nostra crescita umana e spirituale, dell’agire costruttivo nel lavoro, nella famiglia e nelle attività sociali, dell’armonia di una società meno lacerata da disuguaglianze, egoismi e sopraffazione, di un ambiente naturale pulito e rispettato.

Per una società evoluta, che ci permetta di superare il darwinismo sociale e di evitare la distruzione del pianeta e della nostra specie, ci serve sviluppare una coscienza più ampia e integrata, aperta ai valori di libertà (di tutti, non solo di alcuni), solidarietà sociale, giustizia, bene comune, bellezza, felicità, conoscenza, saggezza, diritti, rispetto, consapevolezza, responsabilità, elevazione, cooperazione, creatività. Finché la politica li ignorerà, finché la dimensione spirituale, laicamente intesa, sarà esclusa dalle stanze del potere e la politica sarà solo “sangue e merda”, secondo le parole del socialista Rino Formica, continueremo a trovarci in fondo al sacco. Ma perché riescano ad arrivare nelle stanze del potere occorre un salto evolutivo della coscienza ed una pedagogia civile che lo renda possibile. Ci servono maestri, esempi e modelli coraggiosi e determinati. La rinascita del femminile non esclude affatto le qualità maschili di forza, coraggio, determinazione e lotta. Abbiamo davanti una fortezza che appare inespugnabile, fatta di controllo pressoché completo dei media, dell’economia, dell’istruzione, dell’università e della ricerca scientifica, ma che sente il bisogno di difendersi con la propaganda, la censura e il controllo autoritario. Questo è un segno di debolezza. Nessun regime è eterno, nemmeno il neoliberismo. Ma spesso ciò che appare un esercizio di forza si mostra anche come un punto debole. La legge del più forte è drammaticamente insufficiente per governare esseri multidimensionali che aspirano alla felicità. Perciò non bisogna mollare. Le vere rivoluzioni sono quelle che avvengono nelle coscienze e sono fatte di libero pensiero, di senso critico, di ostinata difesa dei valori più alti, di intelligenza e di tenacia.

A tutti i presenti, ai politici di ogni provenienza, ai cittadini desiderosi di un cambiamento radicale, rivolgo quindi l’invito a riflettere e poi a schierarsi, prendendosi la responsabilità di agire in prima persona. Non ci servono più le vecchie ideologie, gli “ismi” che hanno fatto il loro tempo. Ci servono invece una visione del futuro ed una profonda consapevolezza dei bisogni dell’essere umano. Non c’è azione politica senza dei fini chiari e meritevoli. E soprattutto, ci serve ancora quel miracolo di equilibrio democratico che è la nostra Costituzione del ’48, prima delle modifiche posticce che l’hanno sfigurata. Se Margaret Thatcher diceva che l’economia è il mezzo e che lo scopo è cambiare il cuore e l’anima, è dal cuore e dall’anima che dobbiamo cominciare per riprenderci, con l’espressione di Carlo Rosselli, giustizia e libertà.

Intervento presentato il 3 maggio 2019 al Convegno Nel segno di Olof Palme, Carlo Rosselli, Thomas Sankara e contro la crisi globale della democrazia, organizzato dal Movimento Roosevelt, di cui ero allora Segretaria Generale.

Link all’intervento videoregistrato da Radio Radicale: Oltre il neoliberismo. Dal darwinismo sociale alla società evoluta

Si può parlare di spiritualità (laica) in politica? Ovvero: come decolonizzare le menti dall’ideologia neoliberista.

Ambrogio Lorenzetti, “Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo” (1338-39), conservato nel Palazzo Pubblico di Siena.

Senza le strade interiori dello spirito non si può camminare eretti e con dignità sulle strade esteriori del mondo (Ernst Bloch).

La riflessione svolta nei due precedenti articoli (La perversione neoliberista e la legge della “Buona Scuola” e Ce lo chiede l’Europa? Le politiche scolastiche e la Costituzione neoliberista) su neoliberismo e riforme della scuola ha messo in luce il complesso retroterra ideologico che ha governato le riforme della scuola in Italia dagli anni ’90 in poi, così come il processo della globalizzazione, della formazione dell’UE, delle politiche economiche e sociali ispirate all’austerity, alle privatizzazioni e allo “Stato minimo”.

Considerata con il senno del poi, la cosiddetta “fine delle ideologie”, seguita al crollo del comunismo sovietico, sembra per certi versi presentarsi come la fine del pluralismo delle idee, nel nome di un pensiero unico tanto più insidioso quanto meno percepito come ideologico.

Proprio la capacità mimetica del neoliberismo, che si presentò dagli anni ’70 e ’80 come un sapere scientifico, esposto sotto forma di complesse e apparentemente indiscutibili dimostrazioni matematiche, ne ha garantito la diffusione come sapere “oggettivo” e neutrale. In un mondo nel quale, in assenza di altri validi punti di riferimento, la scienza appare (più o meno ragionevolmente) l’unico sapere certo e l’unica via di accesso alla verità, le brillanti teorizzazioni di Friedman e colleghi potevano passare per verità assiomatiche.

Non si deve mai sottovalutare il potere dell’ideologia, che, come ci ha insegnato Marx, altera la percezione stessa della realtà, distorcendone senso e contorni e producendo una falsa coscienza. Il neoliberismo ha fatto dell’economia il perno immobile intorno al quale girano tutte le altre attività umane e il metro di giudizio di tutti i valori. Quanto ciò sia assurdo, appare chiaro non appena ci si rifletta con mente distaccata, ma proprio questo distacco è la condizione psicologica difficile da conquistare, immersi come siamo in un mondo simbolico interamente dominato e colonizzato da questa unilaterale visione del mondo.

Come per un pesce è difficile riconoscere di essere immerso nell’acqua, perché non conosce altre condizioni, per noi è difficile riconoscere di avere interiorizzato in profondità una concezione tanto malata e maligna del mondo e dei rapporti umani, finché non ne immaginiamo altre possibili. Liberarsene è un lavoro autenticamente spirituale, che richiede capacità di distacco, come si è detto, senso critico e differenti valori di riferimento. Se, come disse Margaret Thatcher, “l’economia è il mezzo; l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima”, è proprio dai sentimenti e dall’anima che dobbiamo partire per invertire la rotta.

Guardare con distacco e senso critico la torsione neoliberista che ha sfigurato il nostro vivere civile, snaturando i valori democratici, solidaristici e partecipativi alla base della Costituzione italiana del ’48 (prima delle successive modifiche peggiorative) richiede prima di tutto l’attitudine a vedere che cosa è cambiato rispetto al testo del ’48 e come è stata svuotata di contenuti la nostra bella Carta fondamentale della Repubblica, per mezzo di un vero e proprio colpo di stato strisciante e subdolo.

Con l’aiuto del costituzionalista Mauro Scardovelli, possiamo provare a ricostruire i primi articoli della Costituzione neoliberista realmente vigente, che non è quella scritta, ma quella tacitamente presupposta negli interventi dei politici, della Commissione europea, nei mass media e propagandata da decenni con uniforme e concorde ripetitività. Vi invito a confrontarla con il testo costituzionale del ’48.

1. L’Italia è una Repubblica oligarchica, fondata sulla proprietà e sull’iniziativa privata. La sovranità appartiene ai mercati, che la esercitano nelle forme e nei limiti della Costituzione, adeguata e interpretata alla luce dei Trattati Europei.

2. La Repubblica, una e indivisibile, aderisce alla Comunità economica europea, e favorisce tutte le cessioni di sovranità, monetaria, economica e finanziaria, necessarie alla creazione del mercato comune e della moneta unica.

3. In armonia con i Trattati Europei, la Repubblica attua la libera circolazione di capitali, merci, persone e servizi, e promuove le condizioni che rendono effettiva un’economia di mercato fortemente competitiva, funzionale all’incremento e alla concentrazione di produzione e ricchezza.

4. Fatta salva la stabilità dei prezzi, ovvero la bassa inflazione, e il pareggio di bilancio, la Repubblica, in cooperazione con gli altri membri dell’Unione, mira a favorire la piena occupazione, il progresso sociale e la tutela dell’ambiente.

Commento: il forte contenimento dell’inflazione (non oltre l‘1,5% in più rispetto ai paesi economicamente più forti dell’Unione), è obiettivo primario e non derogabile. Il livello di piena occupazione va inteso nei limiti di questa prescrizione. Ogni anno la Commissione Europea, organo non elettivo, stabilisce il livello minimo di disoccupazione compatibile con il detto obiettivo (nel 2015 era il 12% per l’Italia e il 20% per la Spagna). In altri termini, il modello socioeconomico Keynesiano, previsto nell’originario modello costituzionale, è abbandonato e sostituito con il modello socioeconomico neoliberista, sul quale si fonda la Comunità Europea.

5. La pace e la giustizia tra le nazioni, la protezione dell’ambiente e della famiglia, il diritto alla salute, all’istruzione, alla pensione, il diritto al lavoro, la tutela del risparmio popolare, sono in ogni caso subordinati agli interessi commerciali e finanziari, così come pattuito nell’ordinamento internazionale vigente. Le norme della Costituzione originaria, con esso contrastanti, sono implicitamente abrogate.

6. La Repubblica promuove una forza lavoro flessibile, adattabile alle esigenze delle imprese, in grado di rispondere ai mutamenti economici, al fine di realizzare gli obiettivi di cui sopra.

Commento:

La flessibilizzazione e la precarizzazione del lavoro sono gli strumenti necessari a perseguire le finalità dell’Unione che, in deroga al modello originario di Costituzione, considera primaria la tutela dei capitali rispetto alla tutela del lavoro. Cioè la tutela delle cose e della proprietà privata, rispetto alla tutela delle persone e del bene comune. Secondo il modello mainstream, la trasformazione dell’originario modello socioeconomico costituzionale Keynesiano del 1948, che prevedeva lo stato sociale, la protezione del lavoro, della salute, la scuola gratuita, la previdenza, si rende necessaria per allineare l’Italia e renderla competitiva nell’ambito dell’odierna forma di globalizzazione neoliberista. Compito dell’Unione è liberare le Costituzioni del dopoguerra, dagli elementi di socialismo, adatte alle condizioni storiche di allora, ormai superate, e incompatibili con le attuali condizioni del mercato globale.

I promotori di queste riforme, a loro avviso indispensabili, hanno assunto (come è noto in base a loro recenti esplicite dichiarazioni), la grave responsabilità storica di compierle in modo graduale, con attendismo, al di fuori del processo elettorale, cioè al di fuori del processo democratico, ben consci che il popolo non le avrebbe consentite.

Per la stessa ragione, per ottenere l’approvazione dei parlamenti nazionali, la formulazione degli attuali trattati europei è complicata, oscura e contraddittoria, praticamente incomprensibile. Ai pochi giuristi, competenti anche nel settore dell’economia, è chiaro che non si tratta di un cambiamento costituzionale, ma di un vero e proprio colpo di stato. Le modifiche apportate alla Costituzione del 1948, avvenute di fatto senza alcun serio dibattito parlamentare e pubblico, corrispondono ad una sostanziale abrogazione dei suoi principi ispiratori. Ovvero ad una sua decostituzionalizzazione. È stata cambiata la forma di Stato repubblicana che, in base all’art. 139, non è soggetta a revisione da parte di nessuna maggioranza.

(Mauro Scardovelli, Essenza della Costituzione originaria ed essenza della Costituzione neoliberista a confronto)

Solo sullo sfondo di una Costituzione del genere ci si può trovare in Europa a difendere un miserabile 2,4% di rapporto deficit/PIL, mentre la Costituzione originaria, quella vera, ci parla di sovranità popolare (anche monetaria), di diritti inviolabili, di bene comune, di eguaglianza sostanziale, di lavoro dignitoso e giustamente retribuito per tutti. Appare evidente a qualunque osservatore onesto che il pareggio di bilancio (art. 81, votato all’unanimità da Centro-Sinistra e Centro-Destra nel 2012 durante il governo Monti) è incompatibile con i contenuti della Costituzione, così come lo sono alcuni altri articoli che ne hanno storpiato la fisionomia originaria.

Lasciando un momento da parte il perché di tale scempio (le cui origini lontane e prossime sono spiegate benissimo nel volume Massoni di Gioele Magaldi e sintetizzate qui), in un movimento politico che vuole invertire la rotta che ha fatto fin qui andare alla deriva il nostro Paese e distrutto intere economie sul pianeta, bisogna chiedersi come se ne esce. Esiste una via d’uscita dalla caverna platonica, nella quale siamo incatenati come schiavi a guardare le ombre che si muovono sul fondo? Possiamo prospettare altri modi di concepire il nostro destino e quello del pianeta, mentre i media mainstream, la scuola, l’Università, la politica e le istituzioni sono quasi completamente colonizzate dal pensiero unico neoliberista che ci proietta in un mondo artificiale e darwiniano fatto di egoismo, di lotta per la sopravvivenza, di competizione, di durezza del vivere, di scarsità, di ingiustizia, di subordinazione di ogni diritto al mercato e di giochi a somma zero? Bastano le misure economiche, il braccio di ferro (vero o fasullo) sui parametri imposti dall’UE o qualche timido accenno alla ripresa della spesa sociale per riprenderci ciò che una classe dirigente eversiva ci ha tolto in questi tre decenni?

Penso francamente di no. Le vere rivoluzioni cominciano nelle coscienze. La sublime perfidia del neoliberismo sta nel farci perdere il senso della connessione: dentro di noi, fra corpo, anima e spirito; fuori di noi, con i nostri simili e con l’intero Universo. Mentre assolutizzava l’economia, l’ideologia neoliberista ha deliberatamente e sistematicamente annullato la dimensione spirituale dell’uomo, riducendolo alla dimensione materiale del vivere o, peggio, ad asservirsi al denaro. Benché la parola “spirito” sia polisemica e si presti a diverse interpretazioni, è alla dimensione spirituale (laicamente intesa) che si riferiscono valori come “libertà”, “solidarietà sociale”, “giustizia”, “bene comune”, “bellezza”, “felicità”, “conoscenza”, “saggezza”, “diritti”, “rispetto”, “consapevolezza”, “responsabilità”, “elevazione”, “cooperazione”, “creatività” eccetera.

Concentrandosi sulla ricchezza materiale come unico fine dell’esistenza, per i pochi che la possono ottenere, ci ha fatto dimenticare che esistono altre forme di ricchezza, infinitamente più appaganti e capaci di rendere la vita degna di essere vissuta: la ricchezza delle relazioni umane autentiche e profonde, della salute come completo benessere psico-fisico, della bellezza dei tesori artistici e naturali, della condivisione e della cooperazione, della nostra crescita umana e spirituale, dell’agire costruttivo nel lavoro, nella famiglia e nelle attività sociali, dell’armonia di una società meno lacerata da disuguaglianze, egoismi e sopraffazione, di un ambiente naturale pulito e rispettato.

Lungi dall’essere l’utopia di anime belle, i valori spirituali sono in primo luogo il salvagente che ci permette di non sprofondare nella melma della disperazione, della rassegnazione, della rabbia, della paura e della colpa; poi sono i criteri che orientano parole, pensieri e azioni verso un obiettivo preciso: riprenderci la nostra dignità di esseri completi e multidimensionali. Non c’è bisogno di uscire misticamente dal mondo per realizzarli. Essi sono dentro di noi e nella nostra storia e li troviamo concentrati nella Costituzione e in altri documenti ispirati come la Dichiarazione Universale dei diritti umani. Essi si fondano su una visione dell’uomo come essere sociale, empatico, cooperativo, creativo, amorevole, libero, consapevole e degno di rispetto. Certamente gli esseri umani possono essere egoisti, ostili, individualisti, ottusi, servili, violenti e inconsapevoli, ma non si tratta dell’unica opzione disponibile. Come gli schiavi nella caverna platonica, possiamo scegliere se rimanere incatenati o liberarci dalla degradazione che ci abbrutisce.

Ritengo perciò che la politica non debba sentirsi troppo a disagio a parlare di spiritualità, intesa come la connessione verticale con la parte migliore di noi stessi e con le dimensioni superiori dell’essere. Il primo lavoro da fare per disintossicare le menti, nostre e altrui, è cambiare il linguaggio. Il linguaggio programma il pensiero, come ci ha magistralmente insegnato George Orwell in 1984. Dobbiamo riconoscere e rifiutare la neolingua neoliberista che infarcisce i testi delle leggi, i documenti sulla scuola, gli articoli giornalistici, i programmi televisivi, i dibattiti politici, i discorsi comuni. Dovremmo criticarla, contestarla, protestare quando la incontriamo (alla radio, alla TV, nei discorsi quotidiani) e difendere lo spirito della nostra Costituzione con le unghie e con i denti, ogni giorno.

Dobbiamo poi riconoscere la menzogna che ci rende schiavi da decenni: che, come Italiani, siamo poveri, spendaccioni, corrotti, inaffidabili, incapaci, soli, colpevoli. Disponiamo di tesori immensi di bellezza e di genialità, abbiamo molte risorse creative e imprenditoriali, abbiamo una tradizione di solidarietà e di Stato sociale e non siamo affatto soli, se smettiamo di crederlo e uniamo le forze per rovesciare l’oppressione oligarchica che ci schiaccia.

Bisogna ripartire dalla scuola e dalla cultura, i due capitoli più intenzionalmente e vergognosamente trascurati negli investimenti pubblici dai governi pilotati dalle élites neoaristocratiche, mentre costituirebbero la principale risorsa umana ed economica di questo straordinario Paese. Ci sono voluti più di trent’anni per asfaltare la scuola pubblica e trasformarla nel guscio vuoto che è l’istruzione privatizzata, standardizzata, aziendalizzata e senza cultura di adesso, che è il risultato della stagione interminabile di tagli e stravolgimenti sostanziali mascherati da riforme. Ce ne vorranno altrettanti per riportarla ai valori della Costituzione, ma si potrà farlo solo se si percepisce chiaramente il degrado che essa ha subito sotto lo sguardo distratto dei cittadini. Come Movimento metapartitico, dovremmo fare ciò che l’attuale governo non ha capito, forse per mancanza di acume analitico o per mancanza di autentica sostanza politica, e cioè riportare i bisogni veri della scuola e delle generazioni future in testa al dibattito pubblico, perché solo da lì passerà un cambiamento autentico di prospettiva.

Il nostro immenso patrimonio culturale merita ben altra considerazione e lungimiranza. Non è ammissibile che siano senza lavoro o in condizione di assurda precarietà tanti giovani preparati, creativi e amanti della bellezza che ci circonda ovunque, mentre la nostra più grande ricchezza degrada e va in rovina per mancanza di cura. Non ci sarà futuro per noi senza un’istruzione di qualità e senza un adeguato investimento in cultura.

Non basterà l’economia a salvarci, se perderemo di vista la nostra identità storica e il senso stesso del vivere civile. Ci servono perciò idee lungimiranti e uomini che le incarnino con passione disinteressata e profonda connessione spirituale con ciò che ci rende migliori. Come scrisse con ragione Max Weber (La politica come professione),

Si può dire che tre qualità sono soprattutto decisive per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, lungimiranza.

Dobbiamo riuscire a guardare lontano, nella direzione indicata da Max Weber, da Ernst Bloch e da tanti grandi uomini che, senza retorica, ma con grande consapevolezza, ci hanno già tracciato la strada.

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 28 febbraio 2019.