Scienza o ideologia? Il fondamento “scientifico” delle terapie di affermazione di genere [Parte 3]

Parte 3. Le revisioni critiche dei SOC-8 di Hilary Cass e di Zhang e colleghi

[Parte 1] [Parte 2] [Parte 4] [Parte 5] [Parte 6] [Parte 7] [Parte 8]

Questa immagine rappresenta il collegamento fra tutte le linee guida e mostra come ci sia un rimando autoreferenziale da una all’altra, senza nessuna valutazione indipendente. Si trova in J. Taylor et al. (2024), Clinical guidelines for children and adolescents experiencing gender dysphoria or incongruence: a systematic review of guideline quality (part 1), figura 3D.

La Cass Review è un’indagine indipendente commissionata dal sistema sanitario inglese (NHS) per analizzare i servizi di identità di genere destinati a bambini e adolescenti. Il rapporto, pubblicato nel 2024, si basa su diverse revisioni sistematiche condotte dall’Università di York, che hanno valutato la qualità metodologica delle prove e delle linee guida esistenti.  Il rapporto finale, guidato dalla dottoressa Hilary Cass, evidenzia una grave carenza di prove scientifiche a supporto dei trattamenti farmacologici, portando al blocco della prescrizione di bloccanti della pubertà per i minori nel Regno Unito. Lo studio raccomanda un approccio terapeutico più olistico e multidisciplinare, che includa valutazioni per la salute mentale e il neurosviluppo. Il Rapporto è stato criticato dal WPATH e da alcune associazioni mediche e sono già state valutate e criticate come infondate le contestazioni presentate. Al momento, sono in corso numerosi studi di approfondimento.

La differenza fondamentale fra il modello affermativo del WPATH e il modello Biopsicosociale Olistico di Hilary Cass risiede nello scontro tra due paradigmi: un approccio basato sui diritti e sull’affermazione immediata (rights-based) promosso da WPATH, e un approccio rigorosamente guidato dalle prove scientifiche (evidence-based) adottato dalla Cass Review, che ha come obiettivo la massima tutela della salute e del benessere dei minori.

Nella EBM (Evidence Based Medicine, medicina basata sulle prove) la qualità degli studi viene misurata sulla base di una piramide delle prove, al cui vertice (massima qualità) vengono collocate le revisioni sistematiche e le meta-analisi, che sintetizzano criticamente gli studi primari e valutano il rischio di errore sistematico (risk of bias). Al secondo posto si trovano gli RCT, gli studi controllati e randomizzati, ovvero studi sperimentali progettati per minimizzare i fattori di confondimento. Al terzo posto si trovano gli studi di coorte e casi-controllo, che sono studi osservazionali, maggiormente esposti a bias. Al quarto posto i resoconti clinici descrittivi. Al quinto e ultimo l’opinione degli esperti, classificata come prova di “bassissima qualità”. La metodologia EBM è nata proprio dalla consapevolezza che l’opinione degli esperti è intrinsecamente “suscettibile a bias e può essere obsoleta”, non potendo pertanto costituire la base per raccomandazioni cliniche forti in assenza di dati empirici.

In questo quadro, le Linee Guida di Pratica Clinica (CPG) sono definite dall’Institute of Medicine (IOM) come dichiarazioni sviluppate sistematicamente per assistere medici e pazienti. Esse rappresentano la “punta di diamante” dell’EBM solo se conformi a standard di trasparenza e rigore. Proprio questo è l’oggetto della valutazione della Cass Review: i SOC-7 e i SOC-8 possono essere considerati linee guida rigorose?

Pur soppesando attentamente e con equilibrio ogni singolo aspetto e mettendo in luce anche alcuni punti di forza dei SOC della WPATH, la risposta è negativa. La Cass Review nella sintesi finale riporta questi risultati:

Debolezza delle prove scientifiche.

Le prove scientifiche a sostegno dell’efficacia e della sicurezza sia dei trattamenti endocrini (bloccanti della pubertà e ormoni cross-sex) sia di quelli non endocrini sono descritte come estremamente deboli e prive di prove consolidate sugli esiti a lungo termine.

I bloccanti della pubertà non offrono “tempo per pensare”.

Il rapporto evidenzia che la quasi totalità dei pazienti (oltre il 95%) che inizia la soppressione puberale prosegue successivamente con gli ormoni cross-sex, suggerendo che il trattamento possa influenzare attivamente lo sviluppo dell’identità invece di essere neutrale.

La transizione sociale come intervento attivo.

La transizione sociale nell’infanzia non è considerata un’azione neutrale, ma un intervento attivo che può cambiare e cristallizzare la traiettoria dello sviluppo dell’identità di genere del bambino.

Mancanza di rigore nelle linee guida esistenti.

La maggior parte delle linee guida internazionali (comprese quelle WPATH e della Endocrine Society) mancano di rigore metodologico e indipendenza editoriale, influenzandosi a vicenda in modo circolare senza poggiare su reali evidenze primarie robuste. Questo fenomeno viene chiamato citation laundering, “riciclaggio delle citazioni”: l’apparente “consenso internazionale” sui protocolli di transizione medica dei minori non poggia su prove empiriche primarie solide e condotte in modo indipendente, ma è il risultato di un circuito chiuso e autoreferenziale in cui diversi documenti nazionali e regionali si influenzano, si copiano e si legittimano a vicenda.

È interessante comprendere il meccanismo di questa circolarità, che si articola attraverso tre fasi principali:

  1. I documenti originari e la sovrapposizione degli autori

All’origine di quasi tutte le linee guida nazionali e regionali nel mondo si collocano solo due testi internazionali: le linee guida della WPATH (in particolare la versione Standards of Care 7 del 2012) e le linee guida della Endocrine Society del 2009.

Questi due documenti originari sono strettamente interconnessi. I rispettivi gruppi di sviluppo hanno collaborato a stretto contatto, mostrando una marcata sovrapposizione di autori e forti legami di co-sponsorizzazione: WPATH ha adottato direttamente le raccomandazioni della Endocrine Society, agendo al contempo come co-sponsor e fornendo input diretti per la stesura delle linee guida di quest’ultima. Invece di basarsi su revisioni sistematiche rigorose, entrambi i comitati hanno formulato raccomandazioni cliniche forti poggiando principalmente su opinioni consensuali soggettive condivise all’interno di un ristretto gruppo di specialisti del settore.

  1. L’adozione locale e la moltiplicazione delle linee guida. In un secondo momento, le società mediche nazionali e le associazioni locali di diversi paesi hanno redatto i propri protocolli clinici. Tuttavia, anziché condurre revisioni indipendenti e sistematiche della letteratura scientifica primaria, la quasi totalità di queste associazioni ha semplicemente citato le raccomandazioni WPATH e Endocrine Society come prova scientifica per giustificare l’erogazione dei trattamenti medici nel proprio contesto locale.

Questo passaggio ha generato un effetto di sdoppiamento: raccomandazioni nate come mere opinioni consensuali di esperti sono state presentate a livello locale come se fossero “evidenze cliniche corroborate da un solido consenso internazionale”. Si hanno quindi raccomandazioni forti fondate su prove deboli (Inappropriate Discordant Recommendation).

  1. La chiusura del cerchio autoreferenziale (il loop di WPATH SOC-8)

Il cerchio si chiude definitivamente con la pubblicazione delle linee guida WPATH più recenti, gli Standards of Care 8 (SOC-8) nel 2022. Per dimostrare la validità e la diffusione globale delle proprie tesi, WPATH SOC-8 cita come prove a sostegno delle proprie raccomandazioni le linee guida nazionali e regionali dei vari paesi.

Si tratta di un perfetto loop autoreferenziale: WPATH cita i documenti dei singoli paesi, i quali a loro volta erano stati scritti basandosi quasi esclusivamente sulla precedente versione delle linee guida di WPATH (SOC-7). Questo meccanismo impedisce l’ingresso di valutazioni scientifiche esterne e neutrali, proteggendo il protocollo clinico da qualsiasi processo di falsificazione empirica. Una vera e propria camera dell’eco.

Le conseguenze sulla salute pubblica del falso consenso medico.

La circolarità metodologica spiega perché per lungo tempo sia esistito un apparente e vasto consenso globale sulla medicina di genere pediatrica, nonostante la debolezza intrinseca delle prove cliniche.

Quando istituzioni e agenzie sanitarie interamente indipendenti e prive di legami pregressi con il settore (come l’Università di York per la Cass Review, l’SBU svedese o il PALKO finlandese) hanno eseguito revisioni sistematiche della letteratura applicando rigorosi criteri metodologici (come GRADE o ROBIS), il loop si è interrotto. Queste valutazioni esterne hanno costantemente riscontrato che la certezza delle prove scientifiche a sostegno dei benefici della transizione medica nei minori è estremamente bassa o del tutto insufficiente, smentendo la solidità del consenso promosso da WPATH. Ad eccezione dei documenti svedesi e finlandesi, quasi tutte le linee guida esaminate a livello mondiale hanno mostrato un’elevata presenza di circular referencing e una grave mancanza di rigore scientifico nello sviluppo.

Ostruzionismo scientifico e mancanza di dati.

Le cliniche di genere per adulti hanno rifiutato di cooperare nel condividere i dati di follow-up a lungo termine di circa 9.000 giovani passati attraverso il servizio pediatrico GIDS (Tavistock Clinic), ostacolando la ricerca sui tassi di detransizione e sulle complicanze a lungo termine. Questo ostruzionismo impedisce di avere dati affidabili.

Il fenomeno del diagnostic overshadowing

Il fenomeno del diagnostic overshadowing, cioè dell’occultamento delle altre patologie psichiche sotto l’ombrello della diagnosi di disforia di genere.

La valutazione AGREE II.

La valutazione dei SOC-8 è stata condotta secondo il protocollo AGREE II  (Appraisal of Guidelines for Research & Evaluation II), che è la metodologia standardizzata e validata a livello internazionale più utilizzata per valutare la qualità scientifica e l’affidabilità delle Linee Guida di Pratica Clinica (CPG). La valutazione di una linea guida attraverso lo strumento AGREE II si basa sull’analisi di 23 criteri dettagliati, raggruppati all’interno di 6 domini qualitativi principali:

  1. Ambito e scopo: Valuta se gli obiettivi generali della linea guida, le domande cliniche coperte e la popolazione di pazienti target siano descritti chiaramente;
  2. Coinvolgimento delle parti interessate: Esamina se la linea guida sia stata sviluppata dai professionisti di tutti i gruppi clinici rilevanti e se siano stati presi in considerazione i punti di vista e le preferenze dei pazienti/destinatari;
  3. Rigore dello sviluppo: È considerato uno dei due domini più importanti. Valuta se gli sviluppatori abbiano utilizzato ricerche bibliografiche sistematiche, se abbiano descritto chiaramente i criteri per selezionare le prove e se vi sia un collegamento logico ed esplicito tra le prove scientifiche e le raccomandazioni formulate;
  4. Chiarezza di presentazione: Analizza se le raccomandazioni siano precise, non ambigue e facilmente identificabili per l’uso clinico;
  5. Applicabilità: Valuta se la linea guida fornisca strumenti pratici, risorse, criteri di monitoraggio e indicatori clinici (audit) per facilitare la sua reale applicazione nella pratica medica quotidiana;
  6. Indipendenza editoriale: È l’altro dominio chiave insieme al rigore dello sviluppo. Valuta se il processo sia stato isolato da influenze ideologiche o finanziarie dell’ente finanziatore e se i conflitti di interesse dei membri del gruppo di sviluppo siano stati registrati e gestiti in modo rigoroso).

Gli esperti (Hoffman-Esser et al., 2018) concordano sul fatto che il Rigore dello Sviluppo (3) e l’Indipendenza Editoriale (6) pesano più degli altri indicatori. Se questi domini presentano punteggi bassi, l’intero documento perde di credibilità clinica, indipendentemente dalla sua diffusione.

Il sistema di punteggio e la raccomandazione d’uso

Per applicare lo strumento AGREE II, un gruppo di valutatori indipendenti (di norma clinici e metodologi esperti) analizza i documenti della linea guida seguendo questo processo:

  • Punteggio dei singoli criteri: Ogni valutatore assegna autonomamente un punteggio a ciascuno dei 23 item su una scala che va da 1 (fortemente in disaccordo / qualità minima) a 7 (fortemente d’accordo / qualità massima).
  • Punteggi percentuali dei domini: I punteggi dei singoli valutatori vengono combinati per calcolare un punteggio finale per ciascuno dei sei domini, espresso in percentuale da 0% a 100%.
  • Soglie di qualità: Sebbene non esista un valore magico per decretare la validità assoluta, la comunità scientifica concorda sul fatto che un punteggio di dominio pari o superiore al 60% (o al 70% secondo i criteri più restrittivi) indichi che quel dominio è stato trattato in modo adeguato. Come dicevamo, i domini relativi al Rigore dello sviluppo e all’Indipendenza editoriale sono considerati i principali predittori della reale affidabilità di una linea guida.
  • Valutazione e raccomandazione complessiva: Alla fine, i valutatori sintetizzano i punteggi in un giudizio globale e formulano una raccomandazione sull’opportunità di applicare la linea guida nella pratica clinica reale, classificandola in tre opzioni: “Sì” (raccomandata), “Sì, previa modifica” o “No” (non raccomandata).

Il team dell’Università di York che ha contribuito alla Cass Review ha valutato la versione aggiornata di WPATH registrando punteggi che rimangono al di sotto della soglia minima di affidabilità del 60% nei domini metodologici critici:

  • Ambito e scopo: 83%
  • Coinvolgimento delle parti interessate: 63%
  • Rigore dello sviluppo: 35%
  • Chiarezza di presentazione: 56%
  • Applicabilità: 24%
  • Indipendenza editoriale: 39%

Il rapporto finale ha concluso che anche SOC-8 “manca di rigore nello sviluppo e di trasparenza”.

Lo Studio Zhang et al. (2026), una valutazione indipendente effettuata da un team internazionale di sei clinici e due metodologi di linee guida, ha analizzato sei capitoli cruciali di SOC-8 (adolescenti, bambini, terapia ormonale, salute mentale, cure primarie e chirurgia):

  • Ambito e scopo: 58% – 69%
  • Coinvolgimento delle parti interessate: 49% – 60%
  • Rigore dello sviluppo: 39% – 47%
  • Chiarezza di presentazione: 52% – 64%
  • Applicabilità clinica: 28% – 40% (il punteggio più basso in assoluto, per l’assenza totale di strumenti pratici per l’implementazione e di criteri strutturati di monitoraggio)
  • Indipendenza editoriale: 43% – 44% (per l’assenza di procedure trasparenti e tracciabili per registrare e gestire i conflitti di interesse)

Valutazione e raccomandazione d’uso complessiva (SOC-8): Su una scala di qualità da 1 a 7, la qualità mediana complessiva di tutti i capitoli di SOC-8 è stata valutata tra 3.5 e 4.0. Tre valutatori su otto hanno sconsigliato di utilizzare le linee guida per la pratica clinica, tre ne hanno raccomandato l’uso solo previa profonda modifica metodologica e soltanto due le hanno ritenute idonee all’uso senza modifiche.

Gli esperti hanno rilevato che la formulazione delle raccomandazioni cliniche ha spesso seguito logiche di consenso d’opinione o politico, anziché basarsi sui dati scientifici reali. I SOC-8 sono stati giudicati carenti nell’offrire strumenti pratici per i clinici (Item 19) e criteri di monitoraggio o audit, per esempio sugli esiti delle terapie di affermazione di genere o sui detransitioners.

È emersa una grave mancanza di meccanismi trasparenti per registrare e mitigare i conflitti di interesse (COI) finanziari, professionali e intellettuali dei membri dei sottocomitati della WPATH, molti dei quali traggono diretto profitto o prestigio professionale dalle terapie raccomandate. Lo studio di Zhang 2026 conclude che l’adozione o l’approvazione acritica delle linee guida WPATH SOC-8 potrebbe tradursi in un cattivo servizio clinico o addirittura causare danni fisici e psicologici a una popolazione di pazienti vulnerabile.

Non prendiamo qui in considerazione la valutazione dei SOC-7, che hanno conseguito punteggi estremamente bassi nei domini fondamentali. La stessa Dr.ssa Asa Radix, co-chair di SOC-8, ha dichiarato nel 2019 che la versione 8 sarebbe stata la “prima basata sulle prove”. Per implicazione logica, la WPATH ammette che il SOC-7, su cui Kaiser Permanente[1] ha basato anni di pratica clinica, era privo di fondamento scientifico rigoroso.

Tuttavia, possiamo confrontare in una tabella la qualità scientifica delle linee guida SOC-7 e quelle della Endocrine Society rispetto ai due parametri fondamentali, sulla base delle revisioni sistematiche di Taylor et al. (2024) e di Dahlen et al. (2021).

Parametro AGREE II / Valutazione WPATH SOC-7 Endocrine Society (ES-2009)
Rigore dello Sviluppo 🔴 20-26% 🟡 44%
Indipendenza Editoriale 🔴 15-17% 🟡 31%
Overall Quality Assessment (OQA) 🔴 Bassa (Nessuna raccomandazione) 🟡 2-3 / 7 (Raccomandata solo se modificata)

Legenda: 🔴 (<30%), 🟡 (31-69%), 🟢 (>70%). Scala OQA: 0-7.

Nella parte 4 parleremo dello scandalo dei WPATH files e dei procedimenti legali.

[continua]


[1] Kaiser Permanente è un consorzio sanitario integrato statunitense con sede ad Oakland, in California, fondato nel 1945 da Henry J. Kaiser e Sidney R. Garfield.  È riconosciuto come la più grande organizzazione di assistenza sanitaria gestita (managed care) negli Stati Uniti, servendo oltre 12 milioni di membri in otto stati e nel Distretto di Columbia. Kaiser Permanente è stata coinvolta in una controversia legale sull’applicazione del protocollo WPATH SOC-7 da parte di Kaiser Permanente da Kayla Lovdahl, nota in diversi atti anche come Layla Jane, che fece causa all’organizzazione sanitaria in conseguenza di una doppia mastectomia subita nel 2017, all’età di soli tredici anni, dopo un affrettato indirizzamento alla transizione di genere. I medici e il consorzio sanitario si sono difesi sostenendo di aver agito in conformità con lo standard terapeutico vigente all’epoca, rappresentato appunto dal protocollo WPATH SOC-7, mentre la tesi accusatoria sostiene che le raccomandazioni cliniche del SOC-7 fossero caratterizzate da una qualità metodologica così modesta da non soddisfare neppure i criteri di attendibilità scientifica stabiliti internamente dalla stessa Kaiser Permanente per la validazione delle proprie linee guida cliniche.

Scienza o ideologia? Il fondamento “scientifico” delle terapie di affermazione di genere [Parte 2]

Parte 2. Quali sono i punti deboli degli Standard of Care 8 (SOC-8) del WPATH (World Professional Association for Transgender Health)

[Parte 1] [Parte 3] [Parte 4] [Parte 5] [Parte 6] [Parte 7] [Parte 8]

E-mail di risposta (positiva) del WPATH alla richiesta dell’assistente al Segretario della Salute USA Rachel Levine di rimuovere i limiti di età per i trattamenti ormonali e chirurgici sui minori dal SOC-8. Il documento è stato pubblicato dal giornalista Benjamin Ryan.

Non sono standard di cura.

Innanzitutto, nonostante il nome, gli Standard of Care del WPATH non sono standard di cura.  Lo standard di cura è un termine strettamente medico-legale e non è affatto sinonimo di linea guida clinica (CPG). Esso definisce il livello di assistenza, di competenza e di condotta prudente che un professionista sanitario è legalmente tenuto a prestare nell’esercizio della sua attività clinica. Sono indicatori di performance oggettivi che definiscono la qualità dell’assistenza, ovvero i livelli di soglia minima e di eccellenza nel trattamento. Servono come riferimento per misurare il rendimento professionale. Le linee guida sono invece documenti più flessibili e adattabili al caso concreto e contengono raccomandazioni cliniche sviluppate mediante una revisione sistematica della letteratura. Supportano i professionisti nelle decisioni di cura. Sebbene una linea guida di pratica clinica possa riflettere o essere integrata all’interno di uno standard di cura (e viceversa), i due concetti rimangono distinti nell’ordinamento giuridico e sanitario.

La scelta della WPATH potrebbe essere stata compiuta in modo deliberato al fine di garantire alle proprie raccomandazioni un’immediata deferenza nei tribunali e nelle controversie legali in cui lo standard di cura è oggetto di dibattito giudiziario. Tuttavia, nel 2020 la stessa WPATH ha dovuto chiarire formalmente che il proprio documento SOC-7 è in realtà una “linea guida di pratica” (practice guideline), confermando di fatto che non si tratta di uno standard di cura legale vincolante.

Nessuna revisione sistematica indipendente ha giudicato adeguati gli standard scientifici dei SOC-7 e dei SOC-8.

Diverse revisioni sistematiche della letteratura scientifica posta a giustificazione dei SOC-7 e dei SOC-8 hanno messo in luce una evidente debolezza scientifica delle prove e una preoccupante assenza di indipendenza, nonché la presenza di conflitti di interesse. Nessuna di esse ha giudicato adeguati gli standard scientifici del SOC-7 e del SOC-8 né del Protocollo olandese su cui si fondano.  Approfondiremo i punti critici nel prossimo articolo. In particolare, segnalo:

  • NICE (2020): Nel 2020, il National Institute for Health and Care Excellence (NICE) britannico ha esaminato le prove relative ai bloccanti della pubertà e agli ormoni sessuali nei bambini. La conclusione è stata devastante: qualità delle prove molto bassa, nessun effetto convincente e alto rischio di bias. Il NICE è un istituto con autorità globale nella medicina basata sull’evidenza, eppure è stato tenuto fuori dal dibattito politico per quattro anni dal settore delle azioni positive. Solo la Cass Review ha imposto questo riconoscimento. 
  • COHERE Finlandia (2020): Il Consiglio per le scelte in materia di assistenza sanitaria (COHERE Finlandia) è l’organismo consultivo ufficiale del Ministero degli Affari Sociali e della Salute finlandese. Nel giugno 2020, COHERE ha pubblicato una linea guida sulla disforia di genere nei minori: per la prima volta in un contesto occidentale, una linea guida che non raccomandava automaticamente la terapia ormonale, secondo il Protocollo olandese e il SOC-7, ma si basava sui propri dati clinici. La Finlandia è diventata il primo Paese occidentale a emanare una nuova linea guida: la psicoterapia è il trattamento primario per la disforia di genere giovanile; i bloccanti e gli ormoni sono l’eccezione. Riittakerttu Kaltiala-Heino, responsabile del team per la disforia di genere di Tampere, ha pubblicato una propria ricerca che dimostrava che: (a) la disforia di genere nei giovani spesso migliorava senza intervento medico, (b) la comorbilità era predominante, (c) la popolazione finlandese differiva significativamente dalla vecchia coorte olandese su cui si basava l’intero Protocollo olandese .
  • Studio Dahlen et al. (2021)[1]: revisione sistematica e valutazione della qualità delle linee guida di pratica clinica (CPG) pubblicate riguardanti l’assistenza sanitaria delle persone appartenenti a minoranze di genere/trans utilizzando AGREE II (strumento di valutazione delle linee guida per la ricerca e la valutazione di cui parleremo nel prossimo articolo). Conclusione: “Esiste una scarsità di orientamenti di alta qualità per le minoranze di genere/persone trans, in gran parte limitati all’HIV e alla transizione, ma non ad aspetti più ampi dell’assistenza sanitaria, della mortalità o della qualità della vita”.
  • Studio Ziegler et al. (2021)[2]:  analisi critica con il protocollo AGREE II delle linee guida internazionali sulla pratica clinica (CPG) relative alla fornitura di assistenza primaria agli adulti transgender per valutarne l’applicabilità alla pratica. Conclusione: pure nell’utilità di alcune indicazioni, “il rigore metodologico complessivo nello sviluppo delle linee guida è stato scarso”.
  • SBU Svezia (2022): Lo Statens beredning för medicinsk och social utvärdering (SBU) ha esaminato tutti gli studi disponibili secondo la metodologia GRADE[3]. Conclusioni: le prove sull’efficacia dei bloccanti e degli ormoni nella disforia di genere nei bambini sono insufficienti; il potenziale rischio di danni è una delle principali preoccupazioni: il trattamento non è adatto alla routine psichiatrica infantile; il trattamento deve rientrare nel protocollo di ricerca ed essere soggetto a una rigorosa valutazione etica.
  • Florida (2022): La Florida Agency for Health Care Administration (AHCA) è l’ente principale per la politica e la pianificazione sanitaria nello stato della Florida. La revisione è stata realizzata per supportare la Rule 59G-1.018, Florida Administrative Code, riguardante la copertura Medicaid per i trattamenti di affermazione di genere. Punti-chiave: la transizione sociale di genere non dovrebbe essere un’opzione terapeutica per bambini o adolescenti; a chiunque abbia meno di 18 anni non dovrebbero essere prescritti bloccanti della pubertà o terapia ormonale; l’intervento chirurgico di riassegnazione di genere non dovrebbe essere un’opzione terapeutica per bambini o adolescenti.
  • Danimarca (2023): Il Sundhedsstyrelsen (il servizio sanitario danese) riconosce che l’aumento esponenziale delle richieste di assistenza medica da parte dei giovani, come del resto anche altrove, non può essere spiegato da fattori biologici. Pertanto, la politica sulle transizioni di genere nei minori è stata inasprita e l’approccio psicoterapeutico diventa la prima scelta. I giovani danesi che si sono rivolti alle cliniche di genere hanno mostrato lo stesso profilo riscontrato altrove: alta prevalenza di disturbo dello spettro autistico, depressione, ansia e disturbi alimentari, in linea con quanto riportato da Cass in merito alla comorbilità , con l’SBU in Svezia e con il lavoro di Lisa Littman sulla ROGD (disforia di genere a insorgenza rapida). Il modello è coerente a livello mondiale: non si tratta di “disforia biologica”, bensì di una presentazione clinica sorprendentemente nuova in cui i fattori sociali e psichiatrici sono predominanti. 
  • Norvegia (2023): Ukom è l’autorità norvegese per la sicurezza dei pazienti in ambito sanitario, paragonabile alla CQC britannica o all’IGJ olandese. Non si tratta di un organismo di attivismo, bensì di un organo di vigilanza. Su richiesta delle autorità, Ukom ha valutato se l’assistenza ai bambini con disforia di genere fosse conforme agli standard normativi norvegesi in materia di sicurezza dei pazienti. La risposta: no. È emerso che la linea guida della Nasjonal behandlingstjeneste for kjønnsinkongruens (NBTK) non si basava su una ricerca sistematica della letteratura scientifica, ma su una forma metodologica di ragionamento circolare in cui le linee guida si richiamano a vicenda senza un fondamento scientifico. Stesso difetto che la Cass Review ravvisa nelle linee guida di WPATH ed Endocrine Society [cfr. il prossimo articolo, Parte 3].
  • La Cass Review (Studio Taylor 1)[4]. La Cass Review, pubblicata ad aprile 2024 e presieduta dalla pediatra Hilary Cass, è una revisione indipendente sui servizi d’identità di genere per bambini e giovani commissionata dall’NHS England. Il rapporto si basa su diverse revisioni sistematiche condotte dall’Università di York, che hanno valutato la qualità metodologica delle prove e delle linee guida esistenti. La conclusione: la medicina di genere è “costruita su fondamenta traballanti”.
  • Il comitato editoriale del BMJ (British Medical Journal)(2024) ha pubblicato un editoriale durissimo, affermando che “degli oltre 100 studi che esaminavano il ruolo dei bloccanti della pubertà e del trattamento ormonale nella transizione di genere, solo due erano di qualità passabile”.
  • La valutazione indipendente di Zhang et al. (2026)[5] sulla qualità del SOC-8 del WPATH utilizzando lo strumento di valutazione delle linee guida per la ricerca e la valutazione AGREE II. Lo studio ha reclutato un gruppo eterogeneo di professionisti sanitari internazionali come valutatori, tra cui sei medici e due metodologi delle linee guida. Conclusione: “le linee guida SOC-8 di WPATH presentano limitazioni in termini di rigore scientifico e metodologico, applicabilità e trasparenza nella gestione degli interessi concorrenti”.
  • La valutazione di esperti di Evidence-Based Medicine (come McDeavitt, Levine e Cohn[6]) sugli articoli critici relativi alla Cass Review. Gli autori hanno ribadito che la pretesa di WPATH di considerare i propri protocolli “medicalmente necessari” non è supportata da alcuna prova robusta e che la priorità bioetica di “non nuocere” (non-maleficence) impone di preferire la psicoterapia esplorativa e neutrale rispetto a interventi fisici irreversibili e sperimentali dai tassi di rimpianto e detransizione non ancora quantificabili.
  • Altre rassegne sistematiche e metanalisi arrivano agli stessi risultati. Per esempio, qui, qui e qui. L’American College of Pediatricians, sulla base di questi studi, si è dichiarato contrario all’affermazione di genere nei minori: “Non esistono studi a lungo termine che dimostrino benefici né studi che valutino i rischi associati agli interventi medici e chirurgici forniti a questi adolescenti.  Non ci sono prove a lungo termine che i problemi di salute mentale diminuiscano o si alleviino dopo “la terapia di affermazione di genere.”
  • USA (2026). Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti (HHS) denuncia come numerose cliniche e ospedali pediatrici abbiano utilizzato intenzionalmente codici assicurativi e diagnostici fuorvianti o errati per fatturare alle compagnie assicurative pubbliche e private i trattamenti per la transizione di genere nei giovani anche negli Stati in cui sono proibiti. L’HHS ha commissionato il rapporto Lupi in camice bianco: come medici e ospedali hanno promosso e tratto profitto dalla frode della ‘medicina di genere’ a 10 autori, tra cui il dottor Eithan Haim, chirurgo traumatologo che ha denunciato il programma clandestino per la transizione di genere del Texas Children’s Hospital, e l’endocrinologo pediatrico Quentin Van Meter. Il Rapporto denuncia un sistema di finanziamento privo di etica, in cui gli ospedali avrebbero creato le condizioni per assicurarsi “pazienti vincolati” medicalizzati a vita per garantirsi così una fatturazione stabile. Dal 2019 ospedali e cliniche avrebbero fatturato quasi 120 milioni di dollari per oltre 5.500 interventi chirurgici e 8.500 cicli di terapia ormonale o bloccanti della pubertà destinati a minori. Questo documento non consiste in una rassegna metodologica, ma apre uno squarcio su una pratica altamente discutibile, come la prescrizione di ormoni cross-sex nello stesso giorno della diagnosi di disforia di genere (p. 62).

L’unica revisione sistematica commissionata dal WPATH non evidenziava benefici significativi.

L’unica revisione sistematica commissionata dal WPATH alla Johns Hopkins University è rimasta non pubblicata per decisione dei committenti, perché i risultati della ricerca non evidenziavano benefici significativi della transizione medica sui minori. Nel timore che tali dati potessero compromettere l’accesso ai trattamenti a livello globale, WPATH ha esercitato pressioni e imposto un “voto di approvazione” interno sui manoscritti già pronti per la pubblicazione. Successivamente, WPATH ha imposto una politica interna di approvazione preventiva dei risultati (un diritto di veto sugli articoli da pubblicare) per assicurarsi che gli studi scientifici pubblicati “contribuissero positivamente” alla promozione dei trattamenti e non ne ostacolassero l’accesso a livello globale.

L’unica revisione favorevole era debole e frutto di pressioni del WPATH.

Di tutte le revisioni commissionate dal WPATH, solo una è stata effettivamente pubblicata (Baker et al., 2021) dopo aver subito pesanti modifiche. Il testo pubblicato conteneva la dichiarazione formale che la WPATH non aveva avuto alcun ruolo nella stesura (una clausola ironicamente imposta dalla stessa WPATH), ma le sue conclusioni favorevoli alla transizione medica contraddicevano clamorosamente i deboli dati effettivi raccolti (che includevano solo tre studi sugli adolescenti per un campione totale inferiore a 200 persone, senza alcun beneficio statistico rilevato sulla qualità della vita).

I limiti di età sono stati rimossi per pressioni politiche.

Sui SOC-8 ci sono stati pesanti interventi politici da parte dell’assistente al sottosegretario alla Salute Rachel Levine sotto l’amministrazione Biden per eliminare dal documento i limiti di età per gli interventi ormonali e chirurgici che pure il WPATH aveva fissato nel documento originale (tolto dal sito dopo poche ore dalla pubblicazione e modificato come richiesto) e che inizialmente prevedevano 14 anni per gli ormoni e 15-16 anni per la chirurgia. Si può leggere qui la mail di Levine. Inoltre, l’American Academy of Pediatrics fece pressione nella stessa direzione, per evitare che limiti rigidi potessero indebolire le difese legali nei tribunali americani contro le leggi restrittive statali. (qui il documento).

Il WPATH ha ricevuto consistenti finanziamenti privati dalla Tawani Foundation.

Il WPATH ha ricevuto consistenti finanziamenti privati dalla la Tawani Foundation (creata dalla miliardaria transgender Jennifer Pritzker) con donazioni di circa $400.000 dal 2018, una parte dei quali (250 mila dollari) espressamente dedicati alla stesura dei SOC-8. La famiglia Pritzker (fondatrice della catena Hyatt Hotel, con un patrimonio stimato di circa 29 miliardi di dollari) ha investito massicciamente nel settore medico-industriale e nella promozione della transizione di genere. Jennifer (James) Pritzker, finanzia con milioni di dollari la WPATH, l’ACLU, Planned Parenthood e numerose cliniche pediatriche per il genere e scuole di medicina. Tra queste spicca la Pritzker School of Medicine dell’Università di Chicago, che ha offerto corsi accademici favorevoli all’uso precoce dei bloccanti della pubertà (GnRHa). La sua holding, la Tawani Enterprises, collabora strettamente con la Squadron Capital, un fondo di acquisizione focalizzato su dispositivi medici, protesi ortopediche e tecnologie sanitarie. Suo cugino Jay Robert Pritzker, governatore dell’Illinois e co-fondatore del Pritzker Group (che investe in aziende tecnologiche e mediche come Clinical Innovations), ha introdotto nei programmi scolastici dello Stato l’insegnamento secondo cui i bambini possono trascendere il proprio sesso, rendendo l’Illinois uno “Stato santuario” per le transizioni dei minori.

I SOC-8 appaiono viziati da pregiudizi ideologici.

I SOC-8, secondo gran parte degli studi citati, appaiono viziati da pregiudizi ideologici e non prendono in considerazione aspetti fondamentali della questione, come i detransitioner, ovvero le persone che si pentono della transizione e desiderano tornare indietro, o la ROGD (disforia di genere a insorgenza rapida) (Littman, 2018), che sembra avere origine dal contagio sociale e che non viene fatta oggetto di approfondimento scientifico.

 Gli estensori del documento non sono esenti da conflitti di interesse.

Gli estensori del documento non sono esenti da conflitti di interesse. La maggior parte degli autori dei SOC presentava significativi conflitti di interesse legati alle proprie cariche accademiche e affiliazioni organizzative, che sono stati interamente omessi nei documenti. Ad esempio, il Dr. Eli Coleman, autore principale e coordinatore della stesura di SOC-7, ricopriva una cattedra presso l’istituto per la salute sessuale dell’Università del Minnesota, un programma che a partire dal 2007 ha ricevuto oltre 6,5 milioni di dollari dalla Tawani Foundation (con la stessa Pritzker inserita nel consiglio direttivo dell’istituto). Tale relazione finanziaria e d’influenza non è stata minimamente dichiarata in SOC-7, così come sono state omesse le affiliazioni di altri tre co-autori (Robinson, Feldman e Bockting) allo stesso programma finanziato dal principale donatore di WPATH.

Assenza di procedure tracciabili e di isolamento dai bias professionali.

Assenza di procedure tracciabili e di isolamento dai bias professionali: Valutazioni sistematiche condotte da metodologi indipendenti (come lo studio di Zhang et al. del 2026 su SOC-8) hanno rilevato la totale assenza di procedure trasparenti e tracciabili per registrare e gestire i conflitti di interesse all’interno del comitato. I valutatori AGREE II hanno evidenziato l’incapacità dell’organizzazione di isolare il processo di stesura dalle influenze personali, professionali e ideologiche dei suoi membri. Trattandosi prevalentemente di clinici attivi nell’erogazione di terapie di genere, essi presentavano un forte conflitto d’interesse intellettuale e accademico, che li ha portati a formulare raccomandazioni forti a favore di interventi medici anche a fronte di prove scientifiche deboli o nulle.

Discutevano internamente i rischi e i danni, ma li tacevano o li minimizzavano con le famiglie.

La documentazione interna (i famosi WPATH files, di cui parleremo nella Parte 4) ha svelato che, mentre pubblicamente la WPATH difendeva la sicurezza e la necessità medica immediata dei trattamenti per minori, privatamente i suoi membri condividevano profonde incertezze e timori clinici su gravi danni fisici a lungo termine, inclusi i rischi oncologici (come il tumore al fegato indotto da terapie ormonali prolungate), che venivano sistematicamente omessi o minimizzati nei colloqui di consenso informato con le famiglie.

Il giornalista Benjamin Ryan ha illustrato molti dettagli della questione in un lungo articolo online di aprile 2026 dal titolo How Gender Medicine Set Itself Up for Disaster. Si può leggere l’articolo qui.

Analizzeremo meglio questi aspetti nei prossimi articoli: Le revisioni critiche dei SOC-8 di Hilary Cass e di Zhang e colleghi e Lo scandalo dei WPATH files e i procedimenti legali.

[continua]

[1] Dahlen, S., Connolly, D., Arif, I., Junejo, M. H., Bewley, S., & Meads, C. (2021). International clinical practice guidelines for gender minority/trans people: Systematic review and quality assessment. BMJ Open, 11(4), e048943. https://doi.org/10.1136/bmjopen-2021-048943

[2] Ziegler, E., Carroll, B., & Charnish, E. (2021). Review and Analysis of International Transgender Adult Primary Care Guidelines. Transgender Health, 6(3), 139–147. https://doi.org/10.1089/trgh.2020.0043

[3] La metodologia GRADE (Grading of Recommendations Assessment, Development and Evaluation) è un approccio sistematico per valutare la certezza delle evidenze e la forza delle raccomandazioni in ambito sanitario. Essa mira a fornire un metodo trasparente e rigoroso per migliorare la qualità delle decisioni basate su evidenze scientifiche: a raccomandazioni forti devono corrispondere prove solide.

[4] Taylor, J.,  Hall, R., Heathcote, C., Hewitt, C. E.,  Langton, T., Fraser. L., Clinical guidelines for children and adolescents experiencing gender dysphoria or incongruence: a systematic review of guideline quality (part 1), Archives of Disease in Childhood.  9 Aprile 2024 (pubblicato online) / 30 Ottobre 2024 (stampa), Volume 109, Supplemento 2, Pagine s65–s72. 10.1136/archdischild-2023-326499

[5] Zhang, Y., Januś, D.,  Kaltiala, R., Karvonen, M., Ptak, J. J.,  Yepes-Nuñez, J. J., Quality of the World Professional Association for Transgender Health Guideline Standards of Care 8: An Appraisal Using the AGREE II Instrument.Archives of Sexual Behavior,  Aprile 2026 (pubblicato online in anteprima il 19 febbraio 2026), Volume 55, Fascicolo 4, Pagine 1845–1857. 10.1007/s10508-025-03399-6

[6] McDeavitt, K., Cohn, J., Levine, S. B., Critiques of the Cass Review: Fact-Checking the Peer-Reviewed and Grey Literature, Journal of Sex & Marital Therapy,  2025, Volume 51, Fascicolo 2, Pagine 175–199 (pubblicato in anteprima online il 4 febbraio 2025). 10.1080/0092623X.2025.2455133

Scienza o ideologia? Il fondamento “scientifico” delle terapie di affermazione di genere [Parte 1]

Questa serie di articoli costituisce una sintesi critica, ma quanto mai provvisoria e aperta, di alcune questioni assai complesse e dibattute, spesso con foga polemica e attacchi personali, relative alla transizione di genere di bambini e adolescenti, e in particolare ai trattamenti ormonali e chirurgici. Non è oggetto di questa riflessione la transizione degli adulti. Esistono molti siti di approfondimento assai ricchi e documentati sul tema, primo fra tutti GenerazioneD, curato da un gruppo di genitori di ragazzi con disforia di genere. Qui semplicemente provo a esporre – per chi volesse andare più a fondo – la risposta che ho trovato ad alcune domande che mi sono posta da psicologa, da insegnante, da mamma e da cittadina: qual è il fondamento scientifico del trattamento affermativo, così com’è stato codificato dal Protocollo olandese e dagli Standard of Care del WPATH? Esistono linee guida validate? Qual è il confine fra scienza e ideologia su questo argomento? La domanda non è accademica, ma sostanziale, perché si tratta di tutelare la salute psicofisica dei soggetti coinvolti, i quali hanno diritto a ricevere trattamenti validati e non dannosi, motivati unicamente dalla effettiva potenzialità di incidere positivamente sul loro sviluppo. Credo che questa sia peraltro l’aspirazione di tutti coloro che, professionisti e comuni cittadini, hanno a cuore il benessere a lungo termine dei minori. Credo, infine, che su questo argomento così delicato, le domande contino più ancora delle risposte e la responsabilità più delle proprie convinzioni. Primum non nocēre.

Parte 1. In che cosa consiste l’approccio affermativo nel trattamento della disforia di genere?

Parte 2. Quali sono i punti deboli degli Standard of Care 8 del WPATH?

Parte 3. Le revisioni critiche dei SOC 8 di Hilary Cass (2024) e di Zhang e colleghi (2026)

Parte 4. Lo scandalo dei WPATH files e i procedimenti legali.

Parte 5. Finanziamenti e conflitti di interesse.

Parte 6. La questione dei detransitioner.

Parte 7. Esistono trattamenti validati per i minori?

Parte 8. Scienza o ideologia? La situazione negli USA, nel Nord Europa e in Italia.

Parte 1. In che cosa consiste l’approccio affermativo nel trattamento della disforia di genere?

La storia della disforia di genere. La classificazione medica e psichiatrica della varianza di genere ha subito una profonda evoluzione nel corso degli ultimi decenni, passando da un inquadramento strettamente psicopatologico a un paradigma orientato alla salute sessuale e alla de-psicopatologizzazione. Il percorso prende avvio dalla concettualizzazione dello psichiatra Norman Fisk e del chirurgo plastico Donald Laub, che nel 1974  introdussero il termine “Gender Dysphoria Syndrome” per ampliare i criteri diagnostici oltre la rigida categoria del transessualismo classico, consentendo a un gruppo più eterogeneo di pazienti di accedere a ormoni sostitutivi (HRT) e chirurgia di riassegnazione sessuale (SRS).

Questa traiettoria nosografica si è sviluppata principalmente attraverso i due sistemi di riferimento internazionali: il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) dell’American Psychiatric Association (APA) e la Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS/WHO). Si è passati da un inquadramento strettamente psicopatologico a un paradigma orientato alla salute sessuale e alla de-psicopatologizzazione.

Di seguito vengono riassunte le tappe principali di questa evoluzione:

1. Il modello del disturbo psicosessuale e della personalità (Anni ‘80 e ‘90). Il DSM-III (1980) introduce per la prima volta la diagnosi formale di “transessualismo” (Transsexualism), inserendola nel capitolo dei Disturbi Psicosessuali. Il presupposto clinico considerava la mancata corrispondenza tra sesso biologico ed espressione come una patologia dello sviluppo sessuale. Negli stessi anni, l’ICD-9 (1979-1998) include la categoria dei “Disturbi dell’Identità Sessuale e di Genere”, che racchiudeva il transessualismo e il disturbo dell’identità di genere nell’infanzia insieme a feticismo, travestitismo, esibizionismo e pedofilia.

L’ICD-10 (1990/1999) mantiene la varianza di genere all’interno dei disturbi mentali (capitolo “Disturbi della Personalità e del Comportamento”), codificando il “Transessualismo” e il “Disturbo dell’identità di genere nell’infanzia”. Nello stesso periodo, il DSM-IV (1994) sostituisce il termine transessualismo con “Disturbo dell’Identità di Genere” (Gender Identity Disorder – GID), inserendolo tra i “Disturbi Sessuali e dell’Identità di Genere”. Nonostante l’intento di ridurre lo stigma sociale, la persistenza del termine “disturbo” continuava a inquadrare la varianza di genere come una psicopatologia intrinseca dello sviluppo cognitivo ed emotivo. Il DIG (o GID) viene definito come “un’intensa e persistente identificazione con l’altro sesso”.

2. La focalizzazione sulla sofferenza: la Disforia di Genere (2013)

Il DSM-5 (2013) elimina definitivamente il concetto di “Disturbo dell’Identità di Genere” per introdurre la categoria di “Disforia di Genere” (Gender Dysphoria), a cui viene dedicato un capitolo autonomo. Questo mutamento clinico ridefinisce l’oggetto della diagnosi: la varianza di genere in quanto tale non è più considerata una malattia mentale (specificando che la non-conformità di genere non è di per sé un disturbo). L’attenzione si focalizza esclusivamente sulla sofferenza profonda (distress) prodotta dal disallineamento tra il genere percepito/esperito e il sesso biologico assegnato. La diagnosi mantiene un ruolo “abilitante” (consente l’accesso ai percorsi medici di transizione e alla rimborsabilità assicurativa delle cure), ma continua a collocare tale sofferenza all’interno dei disturbi psichiatrici, agendo come una “lama a doppio taglio” per lo stigma sociale.

La DdG viene definita come “Una condizione di grande sofferenza psichica caratterizzata da una marcata e persistente sensazione di incongruenza tra il genere percepito e il proprio sesso biologico”. Come spiega uno studio del 2017 (Zucker, 2017), “sebbene la prevalenza della disforia di genere […] rimanga una diagnosi relativamente ‘rara’ o ‘non comune’, ci sono prove che è aumentata negli ultimi due decenni”[1]. Inoltre, la popolazione di riferimento è cambiata: da un numero molto esiguo di maschi che manifestano disforia già nei primi anni di vita si è passati a un numero crescente e preponderante di femmine adolescenti, tanto che la dott.sa Lisa Littman (2018) ha introdotto la nozione di ROGD (Rapid Onset Gender Dysphoria) per le adolescenti sempre più numerose che si dichiarano improvvisamente transgender, spesso insieme alle coetanee del gruppo, e per la quale ha ipotizzato il contagio sociale tramite social media come innesco.

Per rilasciare una diagnosi di disforia di genere il DSM-5 prevede la sussistenza di una marcata incongruenza di genere della durata di almeno sei mesi, accompagnata da un forte desiderio di appartenere al sesso opposto e da una sofferenza clinicamente significativa o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altra area.

3. La de-patologizzazione definitiva: l’Incongruenza di Genere (2019-2022)

L’ICD-11 (adottato nel 2019, in vigore dal 2022) rimuove del tutto le vecchie etichette diagnostiche di “transessualismo” e “disturbo dell’identità di genere nell’infanzia” dal capitolo dei disturbi mentali e comportamentali. Al loro posto, istituisce la categoria di “Incongruenza di Genere” (Gender Incongruence), che viene ricollocata nel capitolo 17 relativo alle “Condizioni correlate alla salute sessuale”. Questa transizione nosografica ridefinisce ufficialmente la varianza di genere come una normale espressione della diversità umana, spostando l’inquadramento clinico dall’ambito psichiatrico a quello della salute sessuale e riproduttiva.

“L’incongruenza di genere è caratterizzata da una marcata e persistente incongruenza tra il genere vissuto da un individuo e il sesso assegnato. Il comportamento e le preferenze della variante di genere da soli non sono una base per l’assegnazione delle diagnosi in questo gruppo”.

L’ICD-11 opera una distinzione fra l’incongruenza di genere in età adolescenziale e adulta (categoria HA60) e l’incongruenza di genere nell’infanzia (HA61), per la cui diagnosi richiede una persistenza di circa 2 anni.

Si può approfondire l’argomento qui e qui.

La diagnosi come “arma a doppio taglio” (Double-Edged Sword)

I cambiamenti di prospettiva sulla codifica diagnostica della “varianza di genere” costituisce un paradosso etico fondamentale per i clinici e i pazienti:

  • Accesso terapeutico vs. Stigmatizzazione: Da un lato, l’inclusione di categorie come il “Disturbo dell’Identità di Genere” (DSM-IV) o la “Disforia di Genere” (DSM-5) fornisce un codice clinico “abilitante” indispensabile per legittimare i percorsi di transizione e assicurare la rimborsabilità delle cure mediche e chirurgiche da parte dei sistemi sanitari o delle assicurazioni, specie negli USA. Dall’altro lato, la classificazione all’interno dei disturbi mentali ha storicamente patologizzato le identità transgender, etichettando le persone come affette da disturbi psichiatrici e alimentando lo stigma sociale.
  • L’onere della “sofferenza” obbligatoria: Con la riformulazione in “Disforia di Genere” operata dal DSM-5, la patologia è stata spostata dall’identità personale in sé alla sofferenza (distress) causata dal disallineamento tra mente e corpo. Sul piano etico, questo inquadramento clinico ha continuato a vincolare l’accesso ai diritti e alle terapie di transizione alla dimostrazione di un dolore psicologico profondo, perpetuando l’idea che la sofferenza e la disperazione siano elementi intrinseci ed essenziali dell’esperienza transgender.

L’approccio affermativo (o modello genere-affermativo), nato a partire dal Protocollo Olandese[2] del 1996 e i cui standard globali di riferimento sono codificati in particolare negli Standards of Care della WPATH (come la versione SOC-8 del 2022), postula che l’identità di genere manifestata da un individuo di qualsiasi età debba essere accolta, validata e supportata senza essere subordinata a test clinici di validazione o a tentativi di psicoterapia volti a esplorare percorsi alternativi alla transizione. La psicoterapia esplorativa viene vista come un’azione di gatekeeping, cioè di terapia correttiva (o di conversione), volta a far desistere il ragazzo/a dalla transizione di genere.

Questo approccio si basa sull’assunto che l’identità di genere sia una dimensione stabile (o sufficientemente stabile da giustificare trattamenti permanenti) e che il disagio derivi principalmente da un disallineamento tra il sesso biologico alla nascita e l’identità di genere percepita. Tale disallineamento giustifica un intervento medico precoce volto ad adattare il corpo al genere percepito, poiché la percezione soggettiva è vista come predominante rispetto al sesso biologico.

Il modello si sviluppa tradizionalmente lungo un percorso clinico a fasi, adattato alle diverse età dello sviluppo:

  • In età pre-puberale: si focalizza sul supporto psicosociale e sulla transizione sociale (cambio di nome, pronomi, abbigliamento e adattamento degli spazi sociali come scuole, documenti o bagni), considerata un intervento positivo precoce da facilitare attivamente. Si tratta della ormai nota carriera alias.
  • In adolescenza: prevede la somministrazione di bloccanti della pubertà (agonisti del GnRH come la triptorelina) a partire dallo stadio puberale Tanner 2 (che consiste nell’inizio clinico della pubertà e segna il passaggio dalla fase prepuberale allo sviluppo dei caratteri sessuali secondari). Questi farmaci, considerati completamente reversibili all’interno di questo modello, vengono utilizzati per arrestare lo sviluppo dei caratteri sessuali secondari indesiderati e offrire al minore il tempo di esplorare la propria identità in una transizione sociale anticipata.
  • Viene poi introdotta la terapia ormonale cross sex (GAHT) con testosterone per le femmine o estrogeni per i maschi per indurre lo sviluppo dei caratteri sessuali del genere percepito. Rispetto alle edizioni passate, nei SOC-8 sono stati rimossi i limiti raccomandati di età minima per l’accesso ai trattamenti medici ormonali e chirurgici.
  • Infine in adolescenza o in età adulta si giunge all’erogazione di interventi chirurgici ricostruttivi e demolitivi (come la mastectomia bilaterale, l’isterectomia, la vaginoplastica o la falloplastica). 

Un elemento cardine del modello affermativo è la forte spinta alla depatologizzazione e alla de-psichiatrizzazione. Essendo un approccio basato sui diritti (rights-based), esso incentra la presa in carico sull’autonomia, sul consenso informato e sull’autodeterminazione della persona. Di conseguenza, rifiuta il ruolo della valutazione medica o psicologica come filtro di sbarramento o controllo (gatekeeping) e ritiene che il professionista deputato all’assessment non debba necessariamente essere uno psichiatra, giudicando sufficiente una laurea o iscrizione all’albo con specifica formazione clinica ed esperienza sul campo.

Sostiene inoltre che la presenza di eventuali comorbilità psicologiche (ansia, depressione, ideazione suicidaria o disturbi alimentari) o di condizioni neurodivergenti (come l’autismo o l’ADHD) non debba costituire un ostacolo o un blocco all’accesso ai trattamenti medici di affermazione. Viceversa, il mancato indirizzamento verso il trattamento affermativo viene descritto come la lesione di un diritto di autodeterminazione del bambino o dell’adolescente e una fonte di gravi problemi futuri, fra cui il suicidio. Le patologie associate alla disforia di genere vengono in molti casi considerate un effetto della disforia o slegate da essa. Sebbene ne raccomandino la presa in carico clinica, i SOC-8 specificano che non è necessario che tali problematiche concomitanti siano interamente risolte per poter avviare la terapia ormonale o chirurgica.

I SOC-8 dedicano specifiche raccomandazioni alle identità non binarie (inclusi soggetti fluidi, agender, bigender o eunuchi). Per queste persone, l’approccio affermativo prevede percorsi terapeutici flessibili e personalizzati: ad esempio, si riconosce la possibilità di accedere a interventi chirurgici di affermazione corporea anche in assenza di una precedente terapia ormonale o di una transizione sociale.

Gli aspetti controversi del protocollo affermativo sono numerosi e molto discussi e vanno dalla consistenza teorica dei concetti (genere, identità di genere, sesso assegnato alla nascita, self-id, minority stress, transfobia, diritti sessuali ecc.) alla metodologia scientifica, all’etica, alla presenza di conflitti di interesse, agli aspetti giuridici relativi al consenso nei minori. Ne vedremo alcuni nei prossimi articoli.

La prossima domanda a cui proveremo a rispondere sarà questa: Quali sono i punti deboli degli Standard of Care 8 del WPATH?

[continua]


[1] «Il DSM-5 riportava una prevalenza della disforia di genere MtF nei maschi adulti di compresa fra 5 e 14 su mille (0.005-0.014%) e fra 2 e 3 nelle femmine adulte con disforia FtM (0.002-0.003%)» (Zucker, 2017). La disforia di genere, quindi, è più frequente nella forma MtF con un rapporto maschio/femmina di circa 3:1. Tuttavia, negli adolescenti il rapporto maschi/femmine tende a invertirsi. Diversi studi riportano, negli anni 2000, un numero maggiore di femmine rispetto ai maschi e un’età più avanzata (adolescenti, non bambini): si va da 1.41:1 fra il 1989 e il 2005 al 1:1.72 fra il 2006 and 2013 in Olanda e addirittura una sex ratio di 1:6.83 di adolescenti maschi vs femmine in Finlandia (Zucker, 2017). Sappiamo che il dato è in ulteriore aumento. Il numero è difficile da quantificare per via dell’instabilità dell’identità di genere in adolescenza.

[2] Dal 2000 in poi, la dottrina transgender si è spostata dagli adulti ai bambini. Il Protocollo Olandese VUmc – N=70, nessun gruppo di controllo, un solo centro – è stato elevato a standard globale per l’assistenza pediatrica in materia di genere. Intorno al 1996, a seguito della constatazione che gli interventi di transizione di genere negli adulti non portavano i benefici sperati, Cohen-Kettenis e i suoi colleghi svilupparono un protocollo in tre fasi che anticipasse l’intervento a un’età più precoce: screening psicologico, bloccanti della pubertà a partire dallo stadio Tanner 2-3, ormoni sessuali incrociati dai 16 anni e intervento chirurgico dai 18 anni. All’epoca, era destinato a un gruppo specifico: adolescenti con disforia a esordio precoce, mentalmente stabili, prevalentemente maschi. Su questa base ristretta si è sviluppata, a partire dagli USA, un’industria globale di trattamenti, soprattutto negli USA, che ha coinvolto i minori senza troppe distinzioni. Le prove a supporto del protocollo provenivano da due pubblicazioni: De Vries et al. (2011) – 70 adolescenti, follow-up fino a dopo la terapia ormonale – e De Vries et al. (2014) – 55 di loro, follow-up fino a dopo l’intervento chirurgico. Due pubblicazioni, un centro ospedaliero, una coorte, nessuna replicazione. Su questa base esigua, il WPATH ha implementato SOC7 e SOC8 . Le critiche metodologiche al Protocollo Olandese sono molto gravi e numerose: nessuna validazione, nessuna base di prove scientifiche, assenza di gruppo di controllo, esiguità del campione, un decesso tenuto nascosto, misure di esito selettive e comprovata non replicabilità. Per una storia del Protocollo Olandese e una revisione critica puntuale (fra le tante) si può leggere Biggs, M. (2023). The Dutch Protocol for Juvenile Transsexuals: Origins and Evidence. Journal of Sex & Marital Therapy, 49(4), 348–368. https://doi.org/10.1080/0092623X.2022.2121238

La generazione ansiosa. Gli effetti del digitale e dell’IA sulla mente e sulla salute di bambini e adolescenti

Registrazione della conferenza del 26 settembre 2025 presso il Liceo “Leonardo da Vinci” di Alba.

Intervista di Daniele Vaira per Targato CN e La Voce di Alba in relazione alla conferenza:

Venerdì 26 settembre al Liceo Da Vinci la conferenza “La generazione ansiosa”: rischi cognitivi, ansia, cyberbullismo e fragilità emotive al centro dell’incontro con genitori, studenti e docenti. “I ragazzi crescono in un mondo di like e inconsistenza, servono radici nella realtà”

Quando nel 2013 il regista Spike Jonze portò sullo schermo Her, raccontando la storia d’amore tra un uomo e un’intelligenza artificiale, sembrava fantascienza. Dodici anni dopo, quel film appare invece come una premonizione: i confini tra relazioni umane e digitale si fanno sempre più sfumati, soprattutto per bambini e adolescenti.

Di questo si parlerà venerdì 26 settembre, dalle 18 alle 20, nella Sala Polivalente del Liceo Da Vinci di Alba, durante la conferenza dal titolo “La generazione ansiosa. Gli effetti del digitale e dell’IA sulla mente e sulla salute di bambini e adolescenti”, condotta dalla psicologa, professoressa e formatrice Patrizia Scanu, che ha tracciato un quadro ricco di insidie.

Quali sono le criticità maggiori che intende affrontare in questo incontro?
“Il nodo centrale riguarda l’apprendimento. Numerose ricerche – da Manfred Spitzer a Jonathan Haidt – mostrano i danni di un uso precoce e massiccio degli strumenti digitali, in particolare nei bambini. Lo ha ribadito anche il documento della Settima Commissione Istruzione del Senato, pubblicato nel 2021: in due pagine e mezzo usa parole forti, come ‘decerebrati’, per descrivere gli effetti dell’abuso del digitale e arriva a paragonarlo alla cocaina. È un linguaggio duro, ma rende l’idea di un problema gravissimo, che la politica e la società tendono a sottovalutare”.

Lei parla di una dipendenza vera e propria. In che senso?
“Social e videogiochi attivano gli stessi circuiti dopaminergici della ricompensa coinvolti nelle dipendenze da sostanze. È una dipendenza senza chimica, ma con gli stessi meccanismi. Molti genitori lo vedono: quando provano a togliere lo smartphone ai figli, si trovano davanti a crisi di astinenza ingestibili. Nei bambini piccoli, addirittura in età prescolare, l’uso dovrebbe essere proibito: non hanno autocontrollo, e l’impatto sullo sviluppo cognitivo, logico-linguistico e manuale può essere irreversibile”.

Quali sono le conseguenze negli adolescenti?
“Oltre ai danni cognitivi, ci sono ricadute psicologiche enormi. Ansia e depressione sono in crescita esponenziale: Jonathan Haidt parla di una correlazione ormai indiscutibile tra social per le ragazze, videogiochi per i ragazzi e disturbi dell’umore. I social diventano una gabbia di approvazione: like e notifiche definiscono il valore personale, creando dipendenza dall’occhio degli altri. Questo genera fragilità e spinge molti verso ideali irraggiungibili: pensiamo alle immagini di bellezza perfetta che circolano online, capaci di deprimere ragazze e ragazzi, o ai modelli tossici che incitano a disturbi alimentari o addirittura al suicidio”.

Il cyberbullismo è una delle forme più gravi di questo problema?
“Sì, è una piaga diffusissima. Ragazzi perseguitati, bullizzati, esposti alla pubblicazione di foto personali, vittime di umiliazioni continue: tutto questo accade nello spazio digitale, dove il confine tra reale e irreale è sempre più labile. I social offrono l’illusione di un mondo perfetto, ma in realtà isolano. I giovani perdono il contatto con le amicizie vere, con la lettura, con l’esperienza concreta. È un mondo di inconsistenza, che genera ansia perché priva di senso e radici”.

Questa “inconsistenza” si riflette anche sulla capacità di affrontare le emozioni?
“Esatto. Noi cresciamo attraverso relazioni difficili, ostacoli, sconfitte: è lì che impariamo a gestire emozioni e rapporti. Ma se i ragazzi vivono solo in un ambiente digitale privo di sfide reali, crescono immaturi e fragili. Jonathan Haidt li definisce antifragili: come gli alberi che hanno bisogno del vento per rafforzare le radici, anche i ragazzi hanno bisogno di esperienze concrete, altrimenti cadono. Oggi molti giovani non hanno più questa palestra di vita”.

In che misura l’intelligenza artificiale accentua questo scenario?
“L’IA rischia di diventare un sostituto delle relazioni. Basti pensare che Alexa, pochi anni fa, ha ricevuto centinaia di migliaia di proposte di matrimonio. Se arriviamo a sostituire la relazione umana con una macchina, i ragazzi non trovano più il senso della vita, ma solo pornografia e modelli fittizi. Io vedo tanti adolescenti infelici: hanno bisogno di significato, ma lo cercano in un luogo che non lo offre”.

Quali soluzioni intravede per arginare questa deriva?
“Servono limiti chiari: almeno fino ai 16 anni l’accesso ai social dovrebbe essere vietato. E serve un’educazione mirata: genitori e insegnanti devono essere formati per accompagnare i ragazzi. Non dico di demonizzare il digitale: lo uso anch’io e ha utilità preziose, ma solo all’età giusta e nel modo giusto. Oggi invece vedo bambini di due anni con lo smartphone in mano: è una scelta che compromette lo sviluppo cognitivo e sociale. E non dimentichiamo anche i danni fisici, dalla miopia ai problemi posturali, fino alle conseguenze delle radiofrequenze”.

Si tratta dunque di un problema educativo, ma anche etico?
“Assolutamente sì. Manca un’etica pubblica che metta al centro i bambini e i ragazzi. Una volta che il danno è fatto, non si torna indietro. Occorre fermarsi a riflettere: vogliamo una scuola che digitalizzi a ogni costo o vogliamo educare a essere umani completi? Perfino l’Unesco parla di tragedia dell’educazione digitale. La contraddizione è evidente e va affrontata subito”.

Daniele Vaira

https://www.lavocedialba.it/2025/09/19/leggi-notizia/argomenti/attualita-14/articolo/lallarme-della-psicologa-patrizia-scanu-conferenziera-ad-alba-il-digitale-come-la-cocaina-co.html

https://www.targatocn.it/2025/09/19/leggi-notizia/argomenti/attualita/articolo/lallarme-della-psicologa-patrizia-scanu-conferenziera-ad-alba-il-digitale-come-la-cocaina-co-1.html

Chi siamo veramente? La spiritualità fra NDE, IA e ingegneria sociale

Intervista con Andrea Napolitano nel canale Le ali del Brujo del 25/08/2025

Se questo è un uomo. Il caro estinto come rifiuto da smaltire

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Bolliti e sciolti con l’idrossido di potassio: in questo consiste l’acquamazione o idrolisi alcalina, il procedimento super green di trattamento dei cadaveri già diffuso negli USA, in Canada, in Australia, in Messico e in Sudafrica, approdato nel Regno Unito e in Olanda e che potrebbe arrivare anche da noi. Funziona all’incirca così: il corpo del defunto viene insacchettato e introdotto in un contenitore a tubo pressurizzato e riempito con una soluzione di acqua e idrossido di potassio. Viene poi riscaldato e fatto bollire a circa 160 gradi, in modo da sciogliere completamente i tessuti molli, e dopo 4-6 ore è completamente liquefatto. Le ossa vengono prelevate, cremate e ridotte in cenere, infine consegnate ai parenti in forma di polvere bianca di fosfato di calcio, da conservare al cimitero o in casa o da disperdere in natura, secondo la volontà del morto. Eventuali protesi e dispositivi medicali vengono raccolti e smaltiti a parte, come mostra questo video girato presso l’University of California, Los Angeles (UCLA).

Niente di più ecologico, sostengono con convinzione i promotori della cremazione ad acqua, che avrebbe un impatto sulla CO2 decisamente inferiore rispetto alla cremazione con il fuoco (circa la metà) e consumerebbe fino al 90% in meno di energia. Con un piccolo dubbio: il liquido prodotto, che contiene aminoacidi, peptidi, zuccheri e sali (ma non DNA o RNA, giurano gli esperti), dove va a finire? Nelle acque reflue, come qualunque rifiuto di fogna, dicono.

Un video, che ha largamente circolato in rete (The Dead Are Liquified And Are Fed To The Living), ha insinuato tuttavia il dubbio atroce che questi resti liquefatti finiscano nella catena alimentare umana all’insaputa degli utenti, dopo adeguato trattamento, ovviamente. Non era stato il filantropo per antonomasia, Bill Gates, a investire premurosamente in sistemi di depurazione delle acque reflue che trasformano l’acqua del gabinetto in acqua potabile per i poveri del Terzo Mondo (e non solo) e si era pure fatto immortalare mentre beveva con gusto il risultato di questa meraviglia? Sempre sul pezzo, insomma, l’onnipresente Bill. Se di acque reflue si tratta anche per i corpi liquefatti con l’acquamazione, tale destino non può certo essere escluso del tutto. Del resto, se i vivi possono mangiare insetti e carne sintetica, perché non potrebbero bere acqua di fogna e liquame di cadaveri? Potrebbe essere il top dell’ecocompatibilità e forse un efficace rimedio per l’ecoansia.

Non abbiamo alcun elemento per confermare o smentire l’agghiacciante insinuazione, davvero complottista; possiamo comunque constatare che i fact-checker più accreditati si sono subito scatenati per smentirla sdegnosamente, il che già di per sé potrebbe suggerire cattivi pensieri in chi sa da chi vengono finanziati.

In alternativa, il morto può essere cremato e trasformato in diamante della memoria, da portare sempre con sé, oppure in compost da disperdere in natura, sempre per ridurre l’impatto ambientale. Non che la sepoltura classica qui in Europa sia il non plus ultra: morire in ospedale, non di rado nell’indifferenza degli altri, restare qualche ora in una squallida camera mortuaria, per essere poi zincati e seppelliti quasi subito in un cimitero dopo un frettoloso funerale non ha certamente la valenza empatica e spirituale delle pratiche funerarie di altre tradizioni culturali, ancora abituate a onorare i defunti e a considerarli spiriti incarnati.

Ma la questione è ancora un’altra: che dignità resta a un corpo umano bollito e gettato nello scarico del WC? O cremato e trasformato in diamante della memoria? O trasformato in compost per fertilizzare i terreni agricoli e i giardini? Non era la dignità riservata ai defunti il segno del passaggio dalla natura alla cultura? Abbiamo testimonianze di sepoltura che risalgono al Paleolitico. Molte civiltà umane, fra le quali quella egizia, quella greca e quella romana, hanno dato grande valore ai riti funebri e rispetto al corpo dei morti, qualunque sia la forma di sepoltura scelta: per cremazione, per inumazione, per tumulazione. Il corpo morto è stato abbandonato dall’anima, ma è un corpo umano, a cui i vivi sono legati da vincoli di sangue e di affetto, perciò va trattato con cura. E l’anima del defunto va accompagnata nel suo cammino ultraterreno, mentre i vivi devono riuscire a elaborare il lutto della perdita. Come non ricordare Antigone, figlia di Edipo, che sfida il divieto del re di Tebe per celebrare un fugace rito funebre sul corpo morto del fratello Polinice, pagando con la vita il suo atto di pietas?

Il rito funebre è un rito sociale, collettivo, che permette a chi resta di accettare poco per volta la perdita definitiva. Come scrisse l’antropologo Robert Hertz, il passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti è un processo lento: «noi non possiamo pensare alla morte come tale tutta in una volta». Noi esseri umani abbiamo bisogni di riti e di tempo per dare un senso agli eventi della vita. Il rito è funzionale agli uomini, al loro equilibrio personale e comunitario, non è una procedura di smaltimento del rifiuto organico per pretestuose e antiscientifiche motivazioni ambientali (per chi ancora crede che sia la CO2 il nostro problema consiglio il documentario Climate: The movie). È la motivazione a essere raccapricciante, perché ignora la sacralità della morte e la riduce a mera questione tecnica.

Ma questa riduzione del caro estinto a pura materia disanimata da riciclare, a cosa senza valore, è del tutto in linea con la violenta disumanizzazione che abbiamo vissuto nella storia passata e recente: con gli anziani lasciati morire soli nelle RSA, senza l’estremo saluto dei propri familiari, con le persone sane inghiottite dagli ospedali per un tampone positivo e restituite in sacco nero, con i funerali proibiti, con le migliaia di morti improvvise di bambini, giovani e adulti di cui non parla nessuno sui media nazionali, con i bambini sventrati per il commercio degli organi, con i bambini fatti a pezzi e lasciati fra le macerie nel genocidio di Gaza, con i tantissimi morti di una guerra inutile in Ucraina, in Iraq, in Siria, in Cambogia e in ogni altro luogo dove il vilipendio dei morti fa il paio con la cancellazione della dignità e del diritto a esistere dei vivi.

La biocremazione sarà green, ma fa orrore. Testimonia a che punto di degradazione è giunta la nostra civiltà, che riesce solo a pensare ai vivi come mangiatori inutili e ai morti come rifiuti da smaltire. Una cultura spietata, di morte e di distruzione delle qualità spirituali, che rendono l’uomo umano e la vita degna di essere vissuta. Se questo è ancora un uomo.

Pubblicato su Sovranità popolare, n° 2, ottobre 2024 (in inglese)

Presentato su Veggie Channel a questo link:

If this is a man. The dearly departed as waste to be disposed of

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Boiled and dissolved with potassium hydroxide: this is aquamation or alkaline hydrolysis, the super-green procedure for treating corpses already widespread in the USA, Canada, Australia, Mexico and South Africa, which has landed in the United Kingdom and the Netherlands and could also arrive here. It works roughly as follows: the body of the deceased is bagged and placed in a pressurised tube container and filled with a solution of water and potassium hydroxide. It is then heated and boiled to about 160 C°, so that the soft tissue is completely dissolved, and after 4-6 hours it is completely liquefied. The bones are removed, cremated and reduced to ashes, and finally given to relatives in the form of a white powder of calcium phosphate, to be kept at the cemetery or at home, or to be scattered in nature, according to the wishes of the dead person. Any prostheses and medical devices are collected and disposed of separately, as this video shot at the University of California, Los Angeles (UCLA) shows.

Nothing could be more environmentally friendly, the promoters of water-based cremation strongly argue, as it would have a much lower CO2 impact than cremation by fire (about the half) and consume up to 90% less energy. With one small doubt yet: the liquid produced, which contains amino acids, peptides, sugars and salts (but not DNA or RNA, the experts swear), where does it end up? In sewage, like any sewage waste, they say.

A video, which has circulated widely on the net (The Dead Are Liquified And Are Fed To The Living), has, however, raised the atrocious doubt that these liquefied remains end up in the human food chain unbeknownst to the users, after proper treatment, of course. Wasn’t it the philanthropist par excellence, Bill Gates, who thoughtfully invested in sewage purification systems that turn toilet water into drinking water for the poor of the Third World (and beyond) and even had himself been filmed while drinking with delight the result of this marvel? Always on the ball, in short, the ubiquitous Bill. If wastewater is also the case for bodies liquefied by aquamation, such a fate certainly cannot be entirely ruled out. After all, if the living can eat insects and synthetic meat, why couldn’t they drink sewage water and corpse slurry? That could be the ultimate solution in eco-friendliness and perhaps an effective remedy for eco-anxiety.

We have no element to confirm or deny this chilling insinuation, which is indeed conspiratorial; we can however note that the most accredited fact-checkers have immediately gone wild to disdainfully deny it, which in itself might suggest bad thoughts in those who know who they are funded by.

Alternatively, the dead can be cremated and turned into a memory diamond, to be carried with you at all times, or into compost to be dispersed in nature, once again to reduce environmental impact. Not that classical burial here in Europe is the non plus ultra: dying in a hospital, not infrequently to the indifference of others, remaining for a few hours in a dingy mortuary, only to be galvanised and buried almost immediately in a cemetery after a hasty funeral certainly does not have the empathic and spiritual value of the funeral practices of other cultural traditions, still used to honouring the dead and considering them incarnate spirits.

But the question is yet another: what dignity is left to a human body boiled and flushed down the toilet? Or cremated and turned into a memory diamond? Or turned into compost to fertilise farmland and gardens? Was not the dignity reserved for the dead the sign of the passage from nature to culture? We have evidence of burial dating back to the Palaeolithic period. Many human civilisations, including the Egyptians, Greeks and Romans, placed great value on funeral rites and respect for the body of the dead, whatever form of burial they chose: by cremation, inhumation, burial. The dead body has been abandoned by the soul, but it is a human body, to which the living are bound by bonds of blood and affection, so it must be treated with care. And the soul of the deceased must be accompanied on its afterlife journey, while the living must manage to grieve the loss. How can we fail to remember Antigone, daughter of Oedipus, who defies the ban of the king of Thebes to perform a fleeting funeral rite over the dead body of her brother Polynices, paying with her life for her act of “pietas”?

The funeral rite is a social, collective rite that allows those left behind to accept the ultimate loss little by little. As the anthropologist Robert Hertz wrote, the transition from the world of the living to the world of the dead is a slow process: “We cannot think of death as death all at once”. We human beings need rituals and time to make sense of life’s events. The ritual is functional to human beings, to their personal and community balance, it is not a procedure in order to dispose of organic waste for specious and unscientific environmental reasons (for those who still believe that CO2 is our main problem, I recommend the documentary Climate: The movie). The motivation is indeed quite creepy, because it ignores the sacredness of death and reduces it to a mere technical issue.

But this reduction of the dearly departed to pure rough, dead matter to be recycled, to a worthless thing, is entirely in line with the violent dehumanisation we have experienced in past and recent history: with the elderly left to die alone in the nursing homes (without the final farewell of their families); with healthy people swallowed up by hospitals for a positive swab and delivered in black sacks; with forbidden funerals; with the thousands of sudden deaths of children, young people and adults that no one talks about in the national media; with children disembowelled for the organ trade; with children blown to pieces and left in the rubble in the Gaza genocide; with the countless deaths of an unnecessary war in Ukraine, Iraq, Syria, Cambodia and everywhere else where the vilification of the dead is matched by the erasure of the dignity and right to exist of the living.

Biocremation may be green, but it is horrifying. It testifies what point of degradation our civilisation has reached, since it can only think of the living as useless eaters and of the dead as waste to be disposed of. A ruthless culture of death and destruction of the spiritual qualities that make man human and life worth living. If this is still a man.

Pubblicato su Sovranità popolare, n° 2, ottobre 2024

Si può leggere la rivista qui sotto:

La Nuova Normalità dei mangiatori di insetti

Piatti di pasta brulicanti di vermi e altri insetti, fritture di cavallette e blatte, latte di scarafaggio, sontuosi panini farciti con larve e presentati come una specialità gastronomica e una necessità senza alternativa. La galleria degli orrori alimentari si arricchisce di giorno in giorno di nuovi, stomachevoli risvolti.

I bambini olandesi spinti a mangiare insetti, mentre l’agricoltura olandese viene distrutta; Beppe Grillo che sostiene l’opportunità di insegnare ai bambini italiani a mangiare insetti a scuola; la Fondazione Barilla che butta lì uno spot per sostenere la bontà dell’entomofagia; alcune aziende italiane magnificano il cibo del futuro; la Commissione Europea che pontifica sulle virtù del cibo a base di insetti (si chiama “Dalla fattoria alla forchetta: per un sistema alimentare equo, salutare e amico dell’ambiente”), mentre l’UE autorizza a commercializzare le larve dei vermi della farina come alimento; il sempre chiaroveggente Bill Gates che compra a man bassa terreni agricoli e spinge verso la carne sintetica e gli OGM, oltre che ad estrarre acqua potabile dagli escrementi; i numerosi e accattivanti siti che esaltano e magnificano le virtù del Grande Reset Alimentare; gli immancabili scienziati che corroborano la scelta politica con studi e ricerche, ovviamente condotti per puro amore di verità (per chi ci crede); i giornaloni che scrivono articoli su articoli e perfino i sempiterni siti di sbufalatori, anch’essi notoriamente mossi da nobile spirito filantropico, che inarcano il sopracciglio con sdegnosa pedanteria per criticare, ridicolizzare e screditare altri scienziati che ne documentano, studi alla mano, il rischio per il consumo umano per diverse ragioni, ovviamente documentate (per esempio, la scarsa digeribilità della chitina o la presenza di parassiti, tossine, allergeni).

Siamo all’ennesima Finestra di Overton, una delle tante aperte in questi tre anni di colpo di stato globale. I padroni del mondo vogliono farci diventare mangiatori di insetti e non da ora. Per capire che non si tratta di un caso, basta fare qualche passo indietro. Nel 2013 la FAO, organismo dell’ONU per il cibo e l’agricoltura, pubblica un documento di 200 pagine[1], conclusivo di un percorso pluriennale di ricerca, intitolato “Insetti commestibili. Prospettive future per il cibo e per la sicurezza alimentare”. Già nel titolo e nella prima riga della premessa compaiono due concetti-chiave del linguaggio globalista e malthusiano che ben conosciamo: la presunta “sicurezza”, in questo caso alimentare, e l’ossessione per l’aumento della popolazione mondiale: “È largamente accettato che intorno al 2050 il mondo ospiterà 9 miliardi di persone. Per accogliere questo numero, l’attuale produzione di cibo dovrà almeno raddoppiare”. La ricetta fornita unisce il disprezzo per la plebe umana e il paternalismo tipico dell’élite che, intanto, pasteggia a caviale e champagne, senza dover rendere conto a nessuno dei suoi progetti insensati e liberticidi. La retorica (ingannevole) è sempre la stessa: “Non c’è alternativa” (solo per la plebe, naturalmente). Per la stesura del documento, la FAO collaborò con il Laboratorio di Entomologia dell’Università di Wageningen in Olanda, guarda a caso il primo Paese europeo a somministrare insetti ai bambini nelle mense scolastiche.

Certamente è vero che gli insetti costituiscono una fonte di cibo per numerose popolazioni da molto tempo. Ma, in primo luogo, non costituiscono né l’unica né la principale fonte di proteine, ma solo una varietà di cibo in una dieta molto più ricca e varia, e, in secondo luogo, nella scelta di ciò che è “buono da mangiare” hanno un ruolo fondamentale i fattori culturali. Secondo la teoria del foraggiamento ottimale dell’antropologo Marvin Harris, un cibo è pensato culturalmente come commestibile se è disponibile in grande quantità e se procurarselo costa meno calorie che mangiarlo. Gli insetti in Europa sono molto meno presenti che in altri continenti, sono dispendiosi da reperire e sono disponibili fonti alternative di proteine; questo spiegherebbe perché non sono tradizionalmente considerati cibo. Il rifiuto culturale di un alimento è accompagnato da disgusto, ma nel futuro mondo senza libertà e senza identità culturali tutto sarà possibile a chi avrà il monopolio delle risorse alimentari e potrà distribuirle secondo gli standard che preferisce. Come non accettare gli insetti, nuovo cibo per nuovi poveri, se l’alternativa sarà la fame per i più? Descrive bene questa situazione il film allegorico del regista coreano Bong Joon Ho “Snowpiercer”, uscito nel 2014. Da guardare.

Il problema del disgusto per l’entomofagia è infatti al centro delle preoccupazioni del World Economic Forum. In un articolo[2] del luglio 2021, in piena pandemia, che inizia con la frase rituale “La popolazione mondiale raggiungerà i 9,7 miliardi entro il 2050” (proprio la stessa di prima!), viene spiegato che gli insetti sono fonte di proteine, sono salutari, sono prodotti in modo “sostenibile” (altra parola magica), sono un ottimo fertilizzante naturale, ma che il principale ostacolo al loro consumo alimentare sono le “idee preconcette” (a questo si riduce la cultura!). Due anni prima, sempre sul sito del WEF, uno psicologo, professore all’Università di Auckland, scriveva che il disgusto, pur avendo l’ovvia utilità di produrre avversione per cibi dannosi, presenta anche il limite di impedire l’adozione di “stili di vita più sostenibili” (ancora!), come mangiare fonti alternative di proteine o bere acqua riciclata (!). Il professor Consedine sa bene che la risposta del disgusto si forma nell’infanzia ed è difficile da modificare. Ma ha la soluzione: “le risposte che implicano idee culturalmente condizionate su ciò che è ‘naturale’ possono essere modificate con il tempo”. Basta presentare gli insetti o l’acqua riciclata come naturali… Con il tempo, l’opportuna campagna di “naturalizzazione” e “a little nudging”, una spintarella gentile (così si chiama la manipolazione comportamentale del popolo bue), avremo il risultato. Per capire che cos’è il nudging, basta guardare il documentario sulle mense scolastiche olandesi. La finestra di Overton scorrerà liscia fino all’ultima casella.

Intanto l’UE ha messo la riforma della produzione di cibo e la sicurezza alimentare fra le priorità del New Green Deal. E che cosa c’è di più sostenibile e sicuro degli insetti? L’obiettivo è «aumentare la disponibilità e la fonte di proteine ​​alternative come piante, microbi, marine e proteine ​​a base di insetti e sostituti della carne». L’EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, su richiesta della Commissione Europea ha espresso un parere scientifico e approvato l’uso alimentare dei vermi essiccati della farina come “nuovo cibo”, sulla base del Regolamento Europeo 2015/2283. Si possono utilizzare sotto forma di snack, farina o ingrediente da aggiungere nelle proprie ricette. Il 4 maggio 2021 gli Stati membri dell’UE, su proposta della Commissione, ne hanno autorizzato il consumo. Per questo li troviamo già sugli scaffali del supermercato. Il “Sole 24 ore” a maggio 2021 osservava che “Nel mondo il mercato degli insetti ha superato i 55 milioni di dollari nel 2017e secondo Global Market Insights progredirà fino a toccare i 710 milioni di dollari a valore nel 2024. L’Ipiff stima che ogni anno in Europa siano prodotte più di 6mila tonnellate di proteine di insetti e le previsioni al 2030 sono di 3 milioni di tonnellate, con un potenziale di crescita compreso in un range tra i due e i cinque 5 milioni di tonnellate l’anno”.

Molte altre specie di insetti sono sotto esame da parte dell’EFSA. Perciò dobbiamo aspettarci un incremento esponenziale di spot, articoli scientifici, programmi televisivi, testimonial famosi che ci inonderanno di informazioni su quanto sono buoni, sani, naturali, ecosostenibili ed equi gli insetti e l’acqua sporca e su quanto siamo buoni noi a proteggere il pianeta mangiandoli. La psicologia verrà di nuovo messa al servizio della nuova causa e di spintarella in spintarella sarà messa a rischio di estinzione la straordinaria cultura alimentare del nostro Paese. Del resto, non era il Rapporto[3] “True Cost of Food” della Fondazione Rockefeller a indicare che la colpa del danno ambientale è degli agricoltori familiari tradizionali e che il rimedio sono i prodotti OGM con il loro seguito di veleni?

“L’uomo è ciò che mangia”, scriveva nell’Ottocento il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach. Ciò che mangiamo ha un effetto sulla nostra psiche e sulla nostra anima. Sarà un cattivo pensiero, ma poiché non c’è alcuna necessità di mangiare insetti o di bere acqua dal trattamento di urina e feci, verrebbe da dire che cambiare il cuore e l’anima umani, per degradarli al livello più basso del mondo vivente, sia l’obiettivo finale. Un obiettivo in linea con la visione distopica della società umana ridotta ad alveare o a sciame come quella anonima degli insetti, senza individualità, senza libertà, schiacciata con la fame sotto un controllo totalitario senza scampo, senza dignità e senz’anima. Non è solo questione di proteine. Bisogna resistere.

[1] AA. VV., Edible insects: future prospects for food and feed security, FAO FORESTRY PAPER 171, Rome 2013.

[2] Why we need to give insects the role they deserve in our food systems

[3] True Cost of Food: Measuring What Matters to Transform the US Food System.

Articolo pubblicato su Sovranità Popolare, n° 5, anno 4°, dicembre 2022.

Disponibile online: https://www.sovranitapopolare.org/2023/01/05/insetti-e-larve-e-la-dieta-mediterranea/

O la borsa o la vita. Quando il cittadino diventa cavia per obbligo di legge

Ci risiamo. Dopo l’imposizione dell’obbligo vaccinale ai bambini della legge Lorenzin, la morsa della distruzione dei diritti inviolabili riconosciuti dalla Costituzione si stringe ulteriormente, colpendo gli operatori sanitari, per arrivare un passo per volta a tutti, come previsto.

Considerato dal punto di vista etico-giuridico l’obbligo vaccinale ci pone di fronte ad una questione di vitale importanza per tutti noi: può lo Stato imporre ai cittadini un intervento sanitario universalmente obbligatorio contro la loro volontà? Può violare il principio dell’inviolabilità del corpo? E può fare questo dietro minaccia della perdita, provvisoria, ma prolungata, del sostentamento economico, del demansionamento, della sospensione senza demerito dall’Ordine professionale?

È ovvio che il “può” va inteso nel senso di “ha il diritto”. Nel comune sentire, lo Stato ha il diritto di costringere quando è in gioco un bene maggiore, in questo caso la salute pubblica, in altri casi la sicurezza o l’interesse generale. Ma in uno Stato di diritto e soprattutto in uno Stato democratico il potere dello Stato è soggetto a pesanti limitazioni. Se così non fosse, il naturale squilibrio di forze fra Stato e cittadini trasformerebbe questi ultimi in sudditi senza diritti. Solo se il fine fosse trasformare i cittadini in sudditi di un potere autoritario potrebbero trovare spazio misure tanto coercitive da rasentare l’estorsione. In uno Stato democratico, la sovranità è dei cittadini, che la esercitano sulla base della Costituzione, la quale a sua volta è frutto di un patto, di un contratto bilaterale fra i cittadini e lo Stato. Lo Stato è al servizio dei cittadini, non viceversa; di per sé, lo Stato non è altro che l’espressione della comune appartenenza dei cittadini ad un unico corpo sociale.

Come in ogni faccenda complessa, è in gioco un bilanciamento di diritti e di doveri. Lavorare è un diritto, tanto fondamentale da essere collocato all’articolo 1 della Costituzione. Con questo decreto 44/2021, si sta praticamente stabilendo il principio che esiste un diritto tiranno, quello alla salute pubblica, al quale tutti gli altri devono essere subordinati e sacrificati, compreso il diritto al lavoro, al reddito, all’istruzione, all’esercizio della libertà personale, della libertà di circolazione, della libertà di espressione, della libertà di scelta delle cure, della salute personale, del tutto accessoria rispetto a quella collettiva e di cui lo Stato si fa unico titolare, al punto da trasformare un diritto soggettivo in un obbligo soggettivo. Tali diritti sono codificati nei trattati internazionali e nei documenti di bioetica e rappresentano una conquista di civiltà irrinunciabile.

Il Codice di Norimberga, redatto nel 1946 dopo i processi ai medici nazisti colpevoli di aver condotto esperimenti atroci su esseri umani, cercò di stabilire il confine (assai labile, come si accorsero i giudici) fra gli interventi leciti e quelli illeciti in ambito medico, soprattutto in ambito sperimentale. E la prima regola che venne individuata dai medici statunitensi incaricati della stesura fu la seguente:

«la persona coinvolta dovrebbe avere la capacità legale di dare il consenso, e dovrebbe quindi esercitare un libero potere di scelta, senza l’intervento di qualsiasi elemento di forzatura, frode, inganno, costrizione, esagerazione o altra ulteriore forma di obbligo o coercizione; dovrebbe avere, inoltre, sufficiente conoscenza e comprensione dell’argomento in questione tale da metterlo in condizione di prendere una decisione consapevole e saggia».

La World Medical Association ribadiva inoltre, nella Dichiarazione di Helsinki del 1964, il concetto che solo il consenso esplicito poteva giustificare moralmente la ricerca sui soggetti umani e che “nella ricerca medica gli interessi della scienza e quelli della società non devono mai prevalere sul benessere del soggetto“. Da queste riflessioni sono nati il consenso informato e la riflessione bioetica. Pur con differenze culturali e filosofiche, la bioetica – in particolare quella anglosassone – tende a considerare fra i principi irrinunciabili in ambito medico l’autonomia del paziente (ovvero la libertà di scelta), la beneficità (ovvero l’effettivo beneficio) e la non maleficità dell’intervento (il principio ippocratico primum non nocēre), la giustizia rispetto l’accesso alle cure.

Dai documenti di etica medica deriva un primo punto fermo: un intervento medico si giustifica solo nell’interesse esclusivo di chi lo riceve, solo con il suo consenso espresso, solo se non fa un danno superiore ai benefici che apporta, solo se arreca un beneficio al soggetto. Non si giustifica con un interesse superiore della ricerca scientifica e della società. La CRC pone inoltre come criteri irrinunciabili di ogni intervento la non discriminazione. Tutto l’opposto di quanto sta avvenendo per l’obbligo vaccinale ai sanitari, dato che si tratta non di un vaccino, ma di un farmaco genico sperimentale dall’efficacia e dalla sicurezza ignote, e per il cosiddetto “passaporto vaccinale”, perfetto strumento di discriminazione e di controllo della popolazione.

L’articolo 32 della Costituzione è chiaro:

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Che nel caso della terapia genica per il Covid si possa trattare di una violazione dell’integrità della persona è fuori discussione: se rifiutare di sottoporsi ad una sperimentazione medica imposta per legge comporta una perdita o una sospensione di diritti essenziali e irrinunciabili, allora il cittadino diventa una cavia contro la sua volontà, poco più che bestiame da marchiare.

Manca solo l’ultimo passaggio della coercibilità, che finora è sempre stata esclusa dalla giurisprudenza, e siamo di nuovo al nazismo. Non bisogna dimenticare che il nazismo si è imposto grazie a schiere di medici allineati con il potere e ha giustificato lo sterminio con il bene della nazione. Un passo in quella direzione è inaccettabile da chiunque difenda i valori della democrazia. Eppure, il D.L. 44 del 1 aprile già spalanca il baratro quando assegna (art. 5) al direttore sanitario della ASL il potere di decidere la vaccinazione alle persone dichiarate incapaci, sottraendolo ai familiari e al tutore. Quando lo Stato decide per i cittadini in materia di salute, la libertà è persa del tutto.

Somministrare in modo indiscriminato grandi quantità di farmaci a soggetti sani, senza alcuna conoscenza preventiva dello stato di salute, di un’eventuale immunità preesistente, o di controindicazioni alla somministrazione non risponde né a criteri etici né a criteri scientifici. E non ha a che fare con l’utilità o meno dei vaccini. Un farmaco non è utile a prescindere da chi lo assume. Per fare un esempio, anche se gli antibiotici sono una benedizione per l’umanità, questa non è certo una ragione per somministrarli a tutti, anche a soggetti sani o allergici.

La Corte Costituzionale si è espressa più volte in merito all’obbligatorietà delle vaccinazioni pediatriche, individuando in esse un vantaggio sia per il minore sia per la collettività: con la sentenza 23 giugno 1994 n. 258 ha chiarito che le leggi che impongono l’obbligo vaccinale non contrastano con l’art. 32 Cost., purché “il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri; vi sia la previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario e, pertanto, tollerabili; sia prevista, nell’ipotesi di danno ulteriore alla salute del soggetto sottoposto al trattamento obbligatorio − ivi compresa la malattia contratta per contagio causato da vaccinazione profilattica − comunque la corresponsione di un equo indennizzo in favore del danneggiato“. Nella stessa pronuncia, la suprema Corte ha aggiunto un’importante invito al legislatore “affinché, ferma la obbligatorietà generalizzata delle vaccinazioni ritenute necessarie alla luce delle conoscenze mediche, siano individuati e siano prescritti in termini normativi, specifici e puntuali, ma sempre entro limiti di compatibilità con le sottolineate esigenze di generalizzata vaccinazione, gli accertamenti preventivi idonei a prevedere ed a prevenire i possibili rischi di complicanze“.

Secondo la Corte, quindi, l’obbligo si giustifica a determinate condizioni, che sono appunto quelle che dovrebbero essere accertate. È evidente, infatti, che i danni da vaccino esistono e possono essere anche gravi, come testimoniano le numerose sentenze che impongono il risarcimento dello Stato ai bambini danneggiati in modo permanente dalle vaccinazioni. In questo caso particolare, le condizioni poste non sono soddisfatte: il cosiddetto “vaccino” Covid non blocca il contagio e nemmeno l’infezione; mancano tutti gli studi sugli effetti a medio e lungo termine, sulle interazioni con altri medicinali e sulle controindicazioni per particolari categorie di soggetti, come le donne in gravidanza; non garantisce un’immunità duratura; non protegge da tutte le varianti previste di un virus a RNA; morti e danneggiati sono già molto numerosi. Benché presentato dal marketing farmaceutico come l’unica via d’uscita al Covid, in realtà non sembra affatto indispensabile, visto che esistono molte cure efficaci per questa malattia, benché accuratamente osteggiate, e il tasso di mortalità sotto i 70 anni, secondo le meta-analisi di John P.A. Ioannidis, è dello 0,05%. In più, né le case farmaceutiche né i medici somministratori si assumono la responsabilità penale dell’inoculazione in caso di danno o morte. Che cosa differenzia dunque un vaccinato da un non-vaccinato, se entrambi possono contagiare altri e se l’immunità è di breve durata? E che vantaggio costituisce per la salute pubblica la vaccinazione universale, se come dicono validi epidemiologi, vaccinare durante un’epidemia rischia di selezionare varianti virali più aggressive, senza impedire il contagio?

Secondo la Dichiarazione di Helsinki, nessuno può essere costretto ad un intervento medico potenzialmente dannoso per arrecare beneficio a qualcun altro. In questo caso, il beneficio è pure assente. Tale principio è ribadito dalla Convenzione di Oviedo, recepita in Italia con legge n.145/2001: “Articolo 2 – Primato dell’essere umano. L’interesse e il bene dell’essere umano debbono prevalere sul solo interesse della società o della scienza”.

Obbligare a vaccinarsi in assenza di pericolo diretto dei soggetti interessati è una violazione del principio di non maleficità: poiché va bilanciato di caso in caso il rapporto costi-benefici di un vaccino, se non c’è beneficio diretto, ma è presente un danno anche solo potenziale, non si giustifica l’intervento, e comunque non può essere obbligatorio. Invece, si sta parlando con insistenza di estendere la vaccinazione perfino a bambini e adolescenti sani, finora toccati marginalmente e in misura lieve dall’epidemia.

Disporre un trattamento sanitario obbligatorio che non rechi un beneficio diretto al soggetto che vi è sottoposto (principio di beneficità) viola il principio di necessità e di urgenza e viola la Convenzione di Oviedo, che nel sommario iniziale recita testualmente:

“La Convenzione consacra il principio che la persona interessata deve dare il suo consenso prima di ogni intervento, salvo le situazioni di urgenza, e che egli può in ogni momento ritirare il suo consenso. Un intervento su persone incapaci di dare il proprio consenso, per esempio su un minore o su una persona sofferente di turbe mentali, non deve essere eseguito, salvo che non produca un reale e sicuro vantaggio per la sua salute”.

All’opposto, sugli anziani delle RSA si sta procedendo anche senza il consenso dei familiari con un farmaco sperimentale privo di approvazione definitiva.

Un farmaco si somministra a chi ne ha bisogno, secondo una valutazione in scienza e coscienza, non indiscriminatamente a tutti, perché così è evidente che, statisticamente, qualcuno ne riporterà dei danni anche gravi, e questo è sempre e comunque eticamente inaccettabile. Nel caso del non-vaccino Covid non è neppure possibile esprimere un consenso davvero informato, mancando molte informazioni indispensabili per assenza di adeguate verifiche sperimentali. Una cambiale in bianco, insomma. Imporre un obbligo in queste condizioni sembra rispondere più agli interessi dei produttori che a quelli dei cittadini, della cui salute lo Stato in questa pandemia non ha mostrato finora alcuna volontà di volersi occupare seriamente. Basti pensare al numero di morti per cure sbagliate, di poveri, di disperati, di suicidi, di persone mentalmente devastate, di bambini e adolescenti danneggiati che questa sciagurata gestione sanitaria ha già lasciato dietro di sé.

Articolo pubblicato su Sovranità popolare, aprile 2021

https://www.sovranitapopolare.org/2021/04/09/o-la-borsa-o-la-vita/

Coraggio di vivere o paura di morire?

di Benedetto Tangocci, Flaminia Elettra De Rossi, Marina Thellung, Rosanna Camerlingo, Patrizia Scanu, Marina Bonadeni

“Chi ha paura muore ogni giorno,
chi non ha paura muore una volta sola.”

Paolo Borsellino

L

a citazione del grande magistrato italiano (parafrasi di un passo del Giulio Cesare di Shakespeare) racchiude in due poetiche affermazioni l’alternativa tra il lasciarsi sopraffare dalla paura e il riuscire superarne il potere paralizzante. Naturalmente la morte quotidiana si colloca su un piano diverso rispetto alla morte fisica, nondimeno il valore ad essa attribuito non è sentito affatto come inferiore. Molte altre citazioni avrebbero potuto aprire questo articolo con analoga efficacia, citazioni tratte dalla narrativa, dal cinema o da grandi biografie, come in questo caso. Ma che cosa ha da dire a proposito la psicologia, che cosa sappiamo sulla qualità della vita conseguente al vivere nella paura oppure – nelle parole di Amleto – “to take arms against a sea of troubles, and by opposing end them”?

La psicologia ha molto da dire, e molto ha detto, sulla paura, sullo stato ansiogeno conseguente, sulle fobie e sulle conseguenze a lungo termine di un evento traumatico (PTSD). Sappiamo che la paura detiene un’importante funzione evolutiva, ci allerta rispetto a un pericolo e attiva rapidamente le risorse per fronteggiarlo immediatamente (fight, flight, or freeze). Secondo il noto neurobiologo Joseph LeDoux (1996), uno stimolo percettivo (ad esempio una canna da irrigazione in giardino) raggiunge il talamo che smista il segnale “grezzo” sia all’amigdala che alla corteccia sensoria. La prima via è rapida, ma imprecisa e se lo stimolo può sembrare pericoloso (ad esempio un serpente) mette immediatamente in allerta, suscitando una rapida risposta. In alcuni casi una frazione di secondo può fare la differenza. La seconda via è più lenta, ma elabora accuratamente il segnale, e riconoscendolo correttamente (no, è solo una canna da irrigazione), può interrompere lo stato di allerta, se riconosciuto come improprio. La paura ci è quindi necessaria in limitate e specifiche situazioni. Sappiamo tuttavia anche che se l’attivazione indotta dalla paura permane a lungo termine, o diviene cronica, non solo non è più adattiva, ma comporta numerosi effetti negativi, sia psicologici che somatici. La risposta emotiva è biologicamente funzionale unicamente di fronte ad un pericolo immediato, urgente e di breve durata.

Nondimeno la branca della psicologia che si occupa delle strategie di persuasione raccomanda come altamente funzionale per favorire l’adesione a comportamenti socialmente desiderati, il ricorso a tecniche che sfruttano l’induzione alla paura, con il conseguente suggerimento di adottare il comportamento desiderato per evitare le spaventose conseguenze. Si tratta di tecniche la cui funzionalità allo scopo stabilito è stata dimostrata, ma che dire dei possibili effetti collaterali sulla popolazione e, soprattutto, della loro valenza etica?

Quanto invece alla capacità di gestire e superare la paura, che comunemente chiamiamo “coraggio”, che cosa ne sappiamo? Il termine è facilmente comprensibile a tutti, sebbene come per molte parole di uso comune non sia così facile offrirne una definizione. Già nel Lachete, Platone fa chiedere a Socrate, “Prova dunque a dire cos’è il coraggio?”, iniziando così la ricerca di una definizione che il dialogo non arriva a formulare, sebbene senta come essenziale, poiché solo “dopo potremo indagare come darlo ai giovani, per quanto possibile, attraverso l’esercizio e lo studio”. Tuttavia una definizione sufficientemente condivisa (che sarà argomento del prossimo paragrafo) dovrà attendere ancora molti secoli. Malgrado ciò il coraggio è stato centrale in molte influenti visioni: viene considerato da Platone nella Repubblica come caratteristica essenziale della classe dei guardiani; da Aristotele nell’Etica Nicomachea come prima delle virtù etiche; e successivamente, col nome di Fortezza (Fortitudo), annoverato tra le virtù cardinali da Sant’Ambrogio, da Sant’Agostino e da Tommaso d’Aquino.

Il coraggio nella psicologia

Solo recentemente la psicologia si è occupata di coraggio, soprattutto grazie ad esponenti della cosiddetta “Psicologia Positiva”. Come ai tempi di Socrate, si è riproposta così la questione di trovare una definizione del costrutto. Tra le molte, tra le più adottate, e ad avviso di chi scrive tra le più convincenti definizioni di coraggio, troviamo: “(a) a willful, intentional act, (b) executed after mindful deliberation, (c) involving objective substantial risk to the actor, (d) primarily motivated to bring about a noble good or worthy end, (e) despite, perhaps, the presence of the emotion of fear.” (Rate et al., 2007, 95).

Riguardo ai punti (a) e (b), altri autori (Pury & Starkey, 2010) distinguono tra una dimensione di stato, che come nella definizione appena riportata giunge al coraggio attraverso un processo consapevole, e una dimensione di tratto di personalità, più costante e inconsapevole. Tuttavia, e sebbene indubbiamente esistano persone più inclini ad atti di coraggio, il costrutto così definito è risultato vago e poco utile alla ricerca, che ha perciò prevalentemente preferito guardare al coraggio come a un processo.

Relativamente al punto (e), Rachman (2010) afferma che “approaching a potentially dangerous situation in the absence of subjective and physiological indices of fear is regarded as fearlessness, not courage.” (ivi, 93). Tuttavia la mancanza di paura può essere congenita; può essere pura incoscienza; ma può anche essere conquistata tramite ripetuti atti di coraggio in situazioni analoghe. L‘autore, studiando professionalità esposte a forti rischi, conclude che “yes, it is possible for people to attain the noble quality of courage by study and training” (ivi, 105) e che “the successful practice of courageous behavior leads to a decrease in subjective fear and finally to a state of fearlessness.” (ivi, 106). Pertanto la precisazione di Rate che la paura può essere, o meno, presente, appare preferibile ad altre definizioni che ne sottolineano invece la necessaria presenza.

Più delicata è la parte (d) della precedente definizione. Infatti la percezione di “noble good or worthy end” è altamente soggettiva e talvolta opinabile. A titolo di esempio:

running into a burning building to save a child is courageous; running into a burning building to save a favorite computer is probably not. What about running into a burning building to save a pet? The appraised courageousness of this action probably depends on the observer’s opinion about pets. (Pury & Starkey, 2010, 83)

La percezione di un atto di coraggio o di codardia può tuttavia ulteriormente essere complicata. Supponiamo, ad esempio, di avere ricevuto la diagnosi di un grave tumore ad uno stato avanzato e il suggerimento di intraprendere un percorso chemioterapico che potrebbe ritardare il decesso. Immaginiamo uno scenario in cui dover scegliere tra la prospettiva di un anno di vita in cui dover convivere con frequenti ospedalizzazioni e forti nausee o quella di pochi mesi trascorsi nel luogo che più ci aggrada, liberi da effetti collaterali. Quale scelta sarebbe coraggiosa e quale no? La risposta è inevitabilmente soggettiva. Probabilmente un materialista riterrebbe codardia sottrarsi alle terapie e coraggio affrontarle. Altri tuttavia potrebbero ritenere codardia tentare di prolungare la mera esistenza fisica a discapito della qualità della vita da loro ritenuta prioritaria.

Rimanendo strettamente legati alla definizione di coraggio avrebbero entrambi ragione, dal loro punto di vista. Come nell’esempio dell’edificio in fiamme, siamo tutti facilmente concordi che rischiare la vita per salvare un bambino sia un atto coraggioso, come pure che rischiarla per salvare un computer sia folle; ma rischiarla per salvare un animale è coraggioso o folle? E non farlo è saggio o vile? Poiché la risposta è soggettiva, lo è inevitabilmente anche la percezione di chi agisce, i cui vissuti soggettivi di coraggio o di codardia sono riconoscibili come tali unicamente da chi ne condivide i valori. Se dall’esterno è quindi sempre possibile il fraintendimento del vissuto soggettivo, per l’individuo è tuttavia più semplice distinguere tra scelte effettuate seguendo i suggerimenti della paura o scelte compiute per impulso del coraggio. Lasciamo quindi all’individuo il compito di giudicare se stesso con sincerità e passiamo a valutare gli esiti del vivere consigliati dalla paura o dal coraggio.

Conseguenze della paura o del coraggio

Come già scritto nell’introduzione, la paura è un’emozione necessaria alla rapida risposta in una situazione di pericolo immediato, ma altamente dannosa se prolungata nel tempo. Sulle conseguenze, sia psicologiche che fisiche, dello stress provocato da stati di paura intensi e/o duraturi sono stati scritti migliaia di libri e di articoli. Tra i possibili esiti psicologici troviamo lo sviluppo di depressioni, ansie, fobie, attacchi di panico, disturbo da stress post traumatico; e per ognuno di questi aspetti esiste una nutrita letteratura a riguardo. Quanto ai possibili esiti somatici, occorre innanzitutto osservare che, sebbene l’ipotesi che uno stato emotivo possa influenzare dinamiche fisiologiche sia stata osteggiata per anni, e non sia ancora stata pienamente recepita dai medici meno aggiornati, la ricerca ne ha chiaramente dimostrato la validità oramai da decenni. Con la nascita della PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia), disciplina che indaga le interazioni tra psiche, sistema nervoso, endocrino e immunitario, sono arrivate le prime verifiche sperimentali, e ad oggi si possono considerare appurati almeno due principali percorsi biologici tra il vissuto psicologico e la risposta somatica (Ader, 2006): l’asse HPA (hypothalamic–pituitary-adrenal – ipotalamo-ipofisi-corticale del surrene), che stimola la produzione di cortisolo da parte della corticale del surrene; ed il percorso SAM (sympathetic-adrenal medullary – simpatico-adrenomidollare) che lega il locus coeruleus all’attività del sistema neurovegetativo simpatico e, tramite essa, alla produzione di catecolamine da parte della midollare del surrene (Kern, Rohleder, Eisenhofer, Lange, & Ziemssen, 2014). Stati particolarmente intensi o prolungati di paura comportano le sopracitate reazioni fisiologiche da stress e col tempo l’iperattivazione della produzione ormonale può portare a patologie anche gravi.

Lo studio degli effetti del coraggio sulla qualità della vita è invece ancora agli inizi e consta di pochi studi. Tra questi si annoverano principalmente quelli condotti nell’ambito dell’applicazione della Psicologia Positiva al mondo del lavoro, molti dei quali concordano nel concludere che “courage was found to mediate the relationship between psychological capital and flourishing [letteralmente “fiorire”: prosperare]” (Santisi et al., 2020, 9) e che “this is probably linked to the fact that courage was intrinsically constituted and aimed at a noble purpose, and this characteristic has a powerful effect on flourishing” (ibidem). Una ricerca sulla relazione tra coraggio, benessere psicologico e sintomi somatici nella popolazione generale (Keller, 2016) rileva che “higher courage scores were found to predict lower somatic symptom scores” (ivi, 62) e che “courage was shown to significantly predict PWB [Psychological Well-being]” (ivi, 64). Non ci risultano studi psicologici più approfonditi sul tema. Ciò nonostante, poiché il coraggio è, per definizione, un atto intenzionale che comporta per chi lo esegue un rischio oggettivo e sostanziale, implica necessariamente la capacità di gestione della paura, se presente, e pertanto sembra lecito affermare che il coraggio sia in grado di proteggere dai rischi sopra esposti connessi con uno stato di paura particolarmente intenso o prolungato. Infine, per quanto non ci risulta siano stati studiati gli effetti derivanti dal vivere – o anche solo dal leggere – sensazioni analoghe a quelle trasmesse dalla frase in epigrafe a questo testo, credo, e spero, che ognuno abbia provato almeno una volta in vita sua l’emozione correlata e sia in grado di ricordarne la forza pervasiva che ne deriva, anche senza doverne leggere in una ricerca scientifica.

Sinergetica, Movimento di Libera Psicologia

Nel particolare momento storico legato alla primavera/estate 2020, in Italia, un gruppo di colleghi psicologi e psichiatri ha sentito il bisogno di sottoscrivere un comunicato di allarme (https://comunicatopsi.org/) relativo gli aspetti psicologici della gestione dell’emergenza in atto. Successivamente alcuni di noi hanno ritenuto necessario dare vita ad un gruppo che coordinasse attivamente le iniziative scaturite da tale analisi, che si è dato il nome di Sinergetica, Movimento di Libera Psicologia. L’alternativa tra lasciarsi sopraffare dalla paura o coltivare il coraggio è tematica da noi sentita come centrale. Riteniamo che oggi più che mai il coraggio sia indispensabile per recuperare la serenità e la fiducia in sé e negli altri.

Per la sua etimologia “coraggio” rimanda al cuore. Solo chi ama ha coraggio. Per questo l’amore è l’antidoto alla paura. “Coraggio!” è anche una comune esortazione a proseguire nonostante le difficoltà, i piccoli timori o i grandi sconforti, a confrontarsi con i propri limiti e a crescere ogni giorno di più, a rincuorarsi. Per fiorire infatti occorre innanzitutto trovare il cuore di uscire dalla propria cosiddetta “comfort zone”, dove le comodità e le sicurezze rischiano di essere al contempo mura via via sempre più soffocanti. A volte a tal punto che per tenere fuori i pericoli ci troviamo a respirare più anidride carbonica che ossigeno, come avviene indossando le mascherine. Rinunciare ai più elementari rapporti umani sembra a molti indispensabile per proteggersi, forse perché come scriveva Michele Lauro (2016) “il marketing della paura ha un ufficio stampa molto efficiente: serve per aumentare il consenso, esercitare il controllo, assumere il potere”, e così troppo facilmente rischia di farci dimenticare che “il coraggio non è l’assenza di paura, ma piuttosto il giudizio che c’è qualcosa di più importante della paura” (frase attribuita a Ambrose Redmoon).

Poiché il coraggio è avere cuore, ma non solo: il coraggio è lanciare il cuore oltre l’ostacolo, quando non si sa cosa ci sarà dopo. Il coraggio sarà dire “No!” quando vorranno zittire la nostra umanità; quando vorranno far sparire la coscienza come un ornamento inutile. Il coraggio sarà pagare un prezzo, se ci sarà da pagarlo, per un mondo migliore che non vedremo. Il coraggio è quello di Antigone che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del re di Tebe che l’ha vietata con un decreto. Per la sua disobbedienza morirà murata viva in una grotta, ma per Antigone la legge divina è superiore alle leggi umane. Oggi la chiameremmo “disobbedienza civile”, dal titolo del celebre saggio di Herry David Thoreau che ha ispirato, tra gli altri, il Mahatma Gandhi, Martin Luther King, o Nelson Mandela. A ben vedere si potrebbe affermare che ogni conquista civile, dall’abolizione della schiavitù al suffragio universale, è in debito verso individui che hanno avuto il coraggio di sfidare leggi umane accettate dai più, ma da loro ritenute inique in virtù di principi considerati superiori, divini o naturali che siano.

Inoltre, accanto al coraggio dei grandi leader che hanno fatto la storia e combattuto per i diritti civili, ci sono forme di coraggio “più silenziose”, meno evidenti, ma altrettanto importanti. Il coraggio di non arrendersi e continuare a sperare. Il coraggio di non fermarsi alla superficie e di approfondire tutto, accettando in tal modo di cambiare anche se stessi. Il coraggio di affrontare la solitudine di coloro che percorrono territori ancora inesplorati. Il coraggio di chi addomestica la paura accogliendo il prossimo con amore. Il coraggio di chi sente la responsabilità verso i propri ideali, verso i propri figli e verso il mondo che un domani lasceremo loro. Non vogliamo risvegliarci un giorno e scoprire che ci è mancato il coraggio necessario quando era ancora possibile fare tutto ciò, poiché crediamo che – come scrisse il poeta Robert Frost in Servant to Servants – “the best way out is always through”. Oggi occorre infatti soprattutto il coraggio della consapevolezza che ripetere a se stessi il mantra “andrà tutto bene” è solo una forma di rassicurazione, mentre la posta in gioco è proprio la qualità della vita, più importante della stessa sopravvivenza. Questa consapevolezza è necessaria giacché – come nel nome della celebre acquaforte di Francisco Goya – “il sonno della ragione genera mostri”, e questo non è il momento di obbedire e “restare a casa”, bensì quello di svegliarsi, attivarsi e riunirsi.

Conclusioni

Gli studi sul coraggio come costrutto psicologico sono ancora agli inizi e ci auguriamo di avere contribuito a fare il punto della situazione. Tuttavia, il coraggio è virtù morale da molti secoli, centrale e trasversale alla religione, all’arte, alla letteratura e al sentire comune. Coltivarlo protegge dai pericoli legati al vivere prolungati stati di paura e migliora la qualità della vita. Purtroppo invece, come afferma in una recente intervista (Amorosi, 2020) Stefano Fais, dirigente di ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità, “stanno gestendo il Coronavirus con la paura. Ma la paura è una malattia che indebolisce e rende più fragili. Così masse di persone vengono rese facilmente prede proprio dei virus”. Il distanziamento sociale e il timore del prossimo percepito come possibile untore comportano pericolose conseguenze psichiche e psicosomatiche che nel migliore dei casi sono state completamente ignorate.

Oramai da vari decenni sappiamo che il benessere psicofisico dipende in gran parte dalla qualità delle relazioni interpersonali. Innumerevoli studi, svolti da autori di varie discipline, lo hanno ampiamente dimostrato e interi orientamenti psicoterapeutici, come la Psicanalisi Relazionale o la Psicoterapia Interpersonale, basano l’efficacia dei loro interventi su questa consapevolezza. Non riteniamo pertanto necessario approfondire questa conclamata evidenza, riguardo la quale rimandiamo all’amplissima letteratura esistente. Peraltro, che la qualità delle relazioni sia parte imprescindibile di quella che chiamiamo “qualità della vita”, è risaputo anche in ambiti non psicologici, e da ben prima che la psicologia lo abbia dimostrato. Azioni un tempo quotidiane, come sorridere a viso scoperto, stringersi la mano, abbracciarsi o accogliere l’altro a una distanza di prossimità, sono socialmente, evolutivamente e psichicamente così importanti da rendere necessario che gli effetti della loro soppressione siano dettagliatamente analizzati in un prossimo lavoro.

Qui desideriamo concludere evocando l’immagine del celebre dipinto La DanseII di Henri Matisse, e riportando il commento che l’opera ha suscitato in Derio Olivero (2019), vescovo di Pinerolo: “L’essenza della vita sta nel ‘tenerci per mano’, sta nel creare un cerchio. Tutto il resto scompare. Sotto questo cielo, sulla nostra terra, la cosa più essenziale è riuscire a prenderci per mano.” (ivi, p. 18). Non sappiamo se in questi mesi il vescovo abbia mutato opinione o se adesso riscriverebbe la stessa frase. Sappiamo però che per noi, oggi, è quanto mai urgente riscoprire questa dimensione e soppesare con il necessario coraggio che cosa stiamo perdendo in cambio dell’illusione della sicurezza. Per non correre il rischio di cui ci ha avvertiti Benjamin Franklin (1755): “Those who would give up essential Liberty, to purchase a little temporary Safety, deserve neither Liberty nor Safety”. Di questo coraggio abbiamo urgente bisogno, per la nostra salute individuale, per quella della società in cui viviamo e per quella della società che lasceremo ai nostri figli.

Riferimenti Bibliografici

Ader, R. (Ed.). (2006). Psychoneuroimmunology, Fourth Edition (4 edition). Boston: Elsevier/Academic Press.

Amorosi, A. (2020). Emergenza, Fais: “Prolungarla? Buffonata. Governare con la paura è pericoloso”. Affaritaliani.it. https://www.affaritaliani.it/cronache/prolungare-l-emergenza-buffonate-governano-con-la-paura-ed-pericoloso-687736.html

Franklin, B. (1755). Pennsylvania Assembly: Reply to the Governor, 11 November 1755. Printed in: Votes and Proceedings of the House of Representatives, 1755–1756 (1756). Philadelphia, pp. 19–21. https://founders.archives.gov/documents/Franklin/01-06-02-0107#BNFN-01-06-02-0107-fn-0005

Keller, C., J. (2016). Courage, Psychological Well-being, and Somatic Symptoms. Clinical Psychology Dissertations. 17. https://digitalcommons.spu.edu/cpy_etd/17

Kern, S., Rohleder, N., Eisenhofer, G., Lange, J., & Ziemssen, T. (2014). Time matters – Acute stress response and glucocorticoid sensitivity in early multiple sclerosis. Brain, Behavior, and Immunity, 41, 82–89.

Lauro, M. (2016, 15 marzo). Gabriele Romagnoli, ‘Coraggio!’ – la recensione. Panorama. https://www.panorama.it/cultura/gabriele-romagnoli-coraggio-la-recensione

LeDoux, J. E. (1996). The Emotional Brain. New York: Simon and Schuster.

Olivero, D. (2019). Vuoi un caffè?. Lettera pastorale.
https://www.diocesipinerolo.it/wp-content/uploads/2020/03/Lettera-Mons.-Olivero-2019.pdf

Pury, C. L., S. & Starkey, C. B. (2010). Is courage an accolade or a process? A fundamental question for courage research. In. Pury C., L., S. & Lopez, S., J. (Eds.), The psychology of courage: Modern research on an ancient virtue (pp. 67–87). Washington: American Psychological Association.

Rachman, S., j. (2010) Courage: A Psychological Perspective. In. Pury C., L., S. & Lopez, S., J. (Eds.), The psychology of courage: Modern research on an ancient virtue (pp. 91–107). Washington: American Psychological Association.

Rate, C., Clarke, J., Lindsay, D., & Sternberg, R. (2007). Implicit theories of courage. The Journal of Positive Psychology. 2. 80-98.

Santisi, G., Lodi, E., Magnano, P., Zarbo, R., & Zammitti, A. (2020). Relationship between Psychological Capital and Quality of Life: The Role of Courage. Sustainability, 12(13), 5238.


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Articolo pubblicato sulla rivista di psicologia PiEsse il 20 agosto 2020.