Articoli Blog

In evidenza

Le regole del dialogo in democrazia

”…la democrazia non è soltanto un abito esteriore di regole, ma è anche un atteggiamento interiore che dà corpo alle istituzioni; … non c’è democrazia senza un ethos conforme e diffuso; … lo scheletro, fatto di regole, è importante ma non sufficiente; … la più democratica delle costituzioni è destinata a morire, se non è animata dall’energia che è compito dei cittadini trasmetterle”. A. Zagrebelsky

Gli ingredienti della democrazia sono tanti, ma il metodo con cui viene realizzata concretamente è costituito dal dialogo. Senza dialogo, anche di fronte all’apparenza della democrazia, viene meno la sostanza di essa. Una persona autenticamente democratica sa dialogare, perché nutre la fiducia profonda che la verità non sia patrimonio di qualcuno in particolare, ma sia raggiungibile attraverso la ricerca associata. Tuttavia, non è affatto scontato saperlo fare. I mass media e i politici ci danno ogni giorno pessimi esempi al riguardo.

Una delle strategie più utilizzate nella comunicazione pubblica è quella dell’avvelenamento del pozzo, che consiste nel delegittimare in anticipo qualunque cosa l’avversario possa dire, insinuando che sia scorretto, in cattiva fede o poco credibile dal punto di vista scientifico, morale, politico ecc. Qualunque cosa la persona dirà, verrà pubblicamente ignorata, considerata irrilevante o accolta come falsità (F. D’Agostini, Verità avvelenata, p. 11). Come una piccola quantità di veleno versato in un pozzo può avvelenare un’intera comunità, così questa strategia retorica distrugge il dialogo e di conseguenza la democrazia.

Il ventennio berlusconiano ci ha abituati alla distruzione delle regole del dialogo sui media e all’avvelenamento sistematico del dibattito pubblico. Oggi è perfino difficile accorgersi del livello di nichilismo argomentativo a cui siamo giunti. Non che prima mancassero usi fallaci e manipolativi della comunicazione politica, ma ora basta affacciarsi a qualche discussione su Facebook per accorgersi di quanto pervasivo e disastroso sia stato l’avvelenamento collettivo.

Un movimento politico che proponga un progetto autenticamente democratico deve secondo me interrogarsi a fondo sulle regole del dialogo democratico e applicarle in modo sistematico al proprio dibattito interno, a cominciare dalle discussioni su Facebook. La democrazia è un modo di essere, prima ancora che un modo di pensare.

Pur rendendomi conto dell’incompletezza del discorso, provo ad elencare le strategie secondo me più utili allo scopo di far progredire la discussione e a condurla a risultati costruttivi. Contribuiscono a questa proposta la riflessione sul metodo socratico e sulla teoria dell’argomentazione, le pagine di Zagrebelsky sulla democrazia, l’esperienza di anni di lavoro con i gruppi e di mediazione dei conflitti e la fiducia profonda che la verità abbia una forza persuasiva peculiare, quando la si cerchi con onestà intellettuale.

Come prima regola, occorre scoprire la felicità dell’errore. Quando siamo colti in errore, spesso ci risentiamo e ci inalberiamo, feriti nel nostro narcisismo. Eppure, Socrate insegna che occorre rallegrarsi quando qualcuno ci mette di fronte al nostro errore, perché così la nostra conoscenza progredisce. C’è un’intera pedagogia dell’errore da rivalutare a questo proposito, anche a scuola.

La seconda regola è diretta conseguenza della prima: la verità è l’oggetto della discussione e il fine di essa, non la sua premessa. Nessuno può vantare dogmaticamente il possesso preliminare della verità. Il dogmatismo uccide il dialogo in culla. Il punto di partenza di una discussione è una tesi, sempre parziale e unilaterale. Occorre qui distinguere fra dialogo persuasivo, in cui A sostiene p per convincere B, mentre B non sostiene nulla, e dialogo euristico, in cui A sostiene p e B sostiene non-p. In questo secondo caso, il fine della discussione non è avere ragione, ma sapere chi ha ragione e qual è la ragione migliore (F. D’Agostini, p. 181). In caso contrario, è una disputa, che non porta da nessuna parte. Il dialogo persuasivo è utilizzato per esempio dal politico per farsi eleggere o dall’avvocato per difendere il suo cliente, il dialogo euristico è quello che invece ci interessa più direttamente.

La terza regola è il rispetto dell’interlocutore: poiché l’avvelenamento si scatena proprio quando delegittimiamo l’interlocutore, questa è una vera e propria strategia disintossicante. Non si criticano mai la persona o le sue qualifiche, ma sempre e solo il contenuto delle sue affermazioni. A volte si sente affermare che su un certo argomento (scientifico, economico, politico) devono parlare solo gli esperti, e quindi si nega valore a quanto dice l’interlocutore, giudicato incompetente, ma si tratta di una fallacia argomentativa (fallacia ad verecundiam o ad auctoritatem): è evidente infatti sia che a volte un’autorità può sbagliare sia che la verità può venire anche da una persona inesperta (mi ricordo come rimasi a bocca aperta quando dissi a mia figlia di 6 anni che, secondo alcuni scienziati, lo spazio è curvo e lei mi rispose subito: “Ma se lo spazio è curvo, allora l’universo è finito!”). Avere certezze preliminari rappresenta un ostacolo al raggiungimento della verità. Mai sottovalutare l’interlocutore e valutare unicamente la validità e la correttezza degli argomenti. Tutti possono parlare di tutto, se lo fanno rispettando le regole dell’argomentazione e se sono disposti al confronto e al riconoscimento dell’errore.

La quarta regola completa quella precedente: il dialogo deve accertare se la divergenza riguarda la descrizione dei fatti o degli eventi in questione o l’interpretazione di essi. In ogni caso, il dialogo deve fare riferimento ai fatti, senza accordo sui quali non c’è progresso nella discussione. Occorre costruire un terreno comune. Spesso occorre ricostruire i fatti mettendo insieme e confrontando diverse descrizioni di essi, per arrivare ad una ricostruzione condivisa. Questo però richiede che entrambi gli interlocutori prendano in considerazione i dati di fatto presentati dall’altro. Rifiutarsi di farlo a prescindere chiude subito il dialogo. Rifiutarsi di accogliere la ricostruzione dell’altro, quando è la più credibile, pure.

La quinta regola è la pertinenza: il dialogo procede se l’obiezione di B è pertinente all’affermazione di A. Riuscire a non divagare e a non introdurre nel discorso argomenti estranei consente di avanzare, altrimenti crea confusione.

La sesta regola è il rispetto delle regole logiche e argomentative. Qui l’esempio che viene dai media è disastrosamente negativo. Ma anche nel dibattito scientifico ricorrono spesso delle fallacie logiche o argomentative. Una delle più ricorrenti è la fallacia ad ignorantiam. A sostiene p dicendo che non ci sono le prove di non-p. Per esempio: non ci sono prove che il diserbante x o il farmaco y provochino il cancro o altra patologia, di conseguenza si possono usare tranquillamente. Si tratta di un errore: l’assenza di una prova non equivale affatto alla prova di un’assenza. Non trovare il cadavere di una persona scomparsa non implica affatto che non sia morta. Non avere le prove della colpevolezza di qualcuno non vuole dire affatto che quella persona sia innocente. Questo errore logico grave (dogmatismo ad ignorantiam) deriva da un particolare modo di intendere la verità, che si chiama epistemicismo (una proposizione è vera se e solo se è giustificata), combinato con il realismo (una proposizione che non è vera è falsa): il piano logico e quello fattuale vengono arbitrariamente considerati intercambiabili, per cui non vero = falso e non falso = vero (F. D’Agostini, cit.. pp. 120-121). In realtà, dall’assenza di prove possiamo correttamente ricavare al più una dichiarazione di ignoranza. La conoscenza delle fallacie argomentative, che sono numerose e talvolta sottili, rende il dialogo molto più produttivo, perché consente di ridurre gli errori di ragionamento, soprattutto in ambito politico, e di affrontare intrepidamente la ricerca della verità. Consente inoltre di non farsi abbindolare da falsi argomenti e di saper controbattere alle fallacie altrui. Se a qualcuno interessa, possiamo approfondire in ulteriori articoli e condividere conoscenze. Una buona introduzione è quella di Franca D’Agostini, citata in fondo.

La settima e ultima regola che propongo è la curiosità: non c’è modo di arrivare da nessuna parte in una discussione senza la curiosità di conoscere e il piacere di ascoltare. Il dialogo, in fondo, è ciò che ci contraddistingue come esseri umani e sociali. Fare domande, chiedere chiarimenti, interessarsi genuinamente della prospettiva del nostro interlocutore rende il dialogo un’attività piacevole e umanamente arricchente e realizza una delle qualità più felici della democrazia, che è la partecipazione.

E’ stato detto con ragione che “nessuno, da solo e senza compagni, può comprendere adeguatamente e nella sua piena realtà tutto ciò che è obbiettivo, in quanto gli si mostra e gli si rivela sempre in un’unica prospettiva, conforme e intrinseca alla sua posizione nel mondo. Se si vuole vedere ed esperire il mondo così com’è ‘realmente’, si può farlo solo considerando una cosa che è comune a molti, che sta tra loro, che li separa e unisce, che si mostra a ognuno in modo diverso, e dunque diviene comprensibile solo se molti ne parlano insieme e si scambiano e confrontano le loro opinioni e prospettive. Soltanto nella libertà di dialogare il mondo appare quello di cui si parla, nella sua obiettività visibile da ogni lato” (H. Arendt, in Zagrebelsky, cit., p. 29).

Franca D’Agostini, Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, Torino 2010.

Gustavo Zagrebelsky, Lezione di democrazia alla Biennale Democrazia, Torino 2009 (http://paigrain.debatpublic.net/wp-content/uploads/lezione_zagrebelsky.pdf); anche in Imparare democrazia, Einaudi, Torino, 2007.

L’IA come psicologo.

A Piazza Libertà, con Armando Manocchia, abbiamo parlato dell’intelligenza artificiale usata come confidente e psicoterapeuta soprattutto da adolescenti e giovani.

Nonostante alcuni risvolti positivi dell’uso dell’IA, sono numerose le ambiguità e preoccupanti i rischi connessi con l’attribuzione alla macchina di caratteristiche umane e di responsabilità terapeutiche che non può in alcun modo assumersi senza supervisione umana.

Per chi volesse approfondire, si può trovare qui materiale sul tema trattato. La sintesi è stata generata da Notebook LM sulla base di un’ampia bibliografia.

L’impatto distruttivo dei social media sui giovani europei

Intervista di Moreno Ferrari del 19/11/2025 su Radio Gamma 5.

Smartphone e adolescenti: i danni del digitale

Intervista di Moreno Ferrari su Radio Gamma 5 del 1/10/2025.

La generazione ansiosa. Gli effetti del digitale e dell’IA sulla mente e sulla salute di bambini e adolescenti

Registrazione della conferenza del 26 settembre 2025 presso il Liceo “Leonardo da Vinci” di Alba.

Intervista di Daniele Vaira per Targato CN e La Voce di Alba in relazione alla conferenza:

Venerdì 26 settembre al Liceo Da Vinci la conferenza “La generazione ansiosa”: rischi cognitivi, ansia, cyberbullismo e fragilità emotive al centro dell’incontro con genitori, studenti e docenti. “I ragazzi crescono in un mondo di like e inconsistenza, servono radici nella realtà”

Quando nel 2013 il regista Spike Jonze portò sullo schermo Her, raccontando la storia d’amore tra un uomo e un’intelligenza artificiale, sembrava fantascienza. Dodici anni dopo, quel film appare invece come una premonizione: i confini tra relazioni umane e digitale si fanno sempre più sfumati, soprattutto per bambini e adolescenti.

Di questo si parlerà venerdì 26 settembre, dalle 18 alle 20, nella Sala Polivalente del Liceo Da Vinci di Alba, durante la conferenza dal titolo “La generazione ansiosa. Gli effetti del digitale e dell’IA sulla mente e sulla salute di bambini e adolescenti”, condotta dalla psicologa, professoressa e formatrice Patrizia Scanu, che ha tracciato un quadro ricco di insidie.

Quali sono le criticità maggiori che intende affrontare in questo incontro?
“Il nodo centrale riguarda l’apprendimento. Numerose ricerche – da Manfred Spitzer a Jonathan Haidt – mostrano i danni di un uso precoce e massiccio degli strumenti digitali, in particolare nei bambini. Lo ha ribadito anche il documento della Settima Commissione Istruzione del Senato, pubblicato nel 2021: in due pagine e mezzo usa parole forti, come ‘decerebrati’, per descrivere gli effetti dell’abuso del digitale e arriva a paragonarlo alla cocaina. È un linguaggio duro, ma rende l’idea di un problema gravissimo, che la politica e la società tendono a sottovalutare”.

Lei parla di una dipendenza vera e propria. In che senso?
“Social e videogiochi attivano gli stessi circuiti dopaminergici della ricompensa coinvolti nelle dipendenze da sostanze. È una dipendenza senza chimica, ma con gli stessi meccanismi. Molti genitori lo vedono: quando provano a togliere lo smartphone ai figli, si trovano davanti a crisi di astinenza ingestibili. Nei bambini piccoli, addirittura in età prescolare, l’uso dovrebbe essere proibito: non hanno autocontrollo, e l’impatto sullo sviluppo cognitivo, logico-linguistico e manuale può essere irreversibile”.

Quali sono le conseguenze negli adolescenti?
“Oltre ai danni cognitivi, ci sono ricadute psicologiche enormi. Ansia e depressione sono in crescita esponenziale: Jonathan Haidt parla di una correlazione ormai indiscutibile tra social per le ragazze, videogiochi per i ragazzi e disturbi dell’umore. I social diventano una gabbia di approvazione: like e notifiche definiscono il valore personale, creando dipendenza dall’occhio degli altri. Questo genera fragilità e spinge molti verso ideali irraggiungibili: pensiamo alle immagini di bellezza perfetta che circolano online, capaci di deprimere ragazze e ragazzi, o ai modelli tossici che incitano a disturbi alimentari o addirittura al suicidio”.

Il cyberbullismo è una delle forme più gravi di questo problema?
“Sì, è una piaga diffusissima. Ragazzi perseguitati, bullizzati, esposti alla pubblicazione di foto personali, vittime di umiliazioni continue: tutto questo accade nello spazio digitale, dove il confine tra reale e irreale è sempre più labile. I social offrono l’illusione di un mondo perfetto, ma in realtà isolano. I giovani perdono il contatto con le amicizie vere, con la lettura, con l’esperienza concreta. È un mondo di inconsistenza, che genera ansia perché priva di senso e radici”.

Questa “inconsistenza” si riflette anche sulla capacità di affrontare le emozioni?
“Esatto. Noi cresciamo attraverso relazioni difficili, ostacoli, sconfitte: è lì che impariamo a gestire emozioni e rapporti. Ma se i ragazzi vivono solo in un ambiente digitale privo di sfide reali, crescono immaturi e fragili. Jonathan Haidt li definisce antifragili: come gli alberi che hanno bisogno del vento per rafforzare le radici, anche i ragazzi hanno bisogno di esperienze concrete, altrimenti cadono. Oggi molti giovani non hanno più questa palestra di vita”.

In che misura l’intelligenza artificiale accentua questo scenario?
“L’IA rischia di diventare un sostituto delle relazioni. Basti pensare che Alexa, pochi anni fa, ha ricevuto centinaia di migliaia di proposte di matrimonio. Se arriviamo a sostituire la relazione umana con una macchina, i ragazzi non trovano più il senso della vita, ma solo pornografia e modelli fittizi. Io vedo tanti adolescenti infelici: hanno bisogno di significato, ma lo cercano in un luogo che non lo offre”.

Quali soluzioni intravede per arginare questa deriva?
“Servono limiti chiari: almeno fino ai 16 anni l’accesso ai social dovrebbe essere vietato. E serve un’educazione mirata: genitori e insegnanti devono essere formati per accompagnare i ragazzi. Non dico di demonizzare il digitale: lo uso anch’io e ha utilità preziose, ma solo all’età giusta e nel modo giusto. Oggi invece vedo bambini di due anni con lo smartphone in mano: è una scelta che compromette lo sviluppo cognitivo e sociale. E non dimentichiamo anche i danni fisici, dalla miopia ai problemi posturali, fino alle conseguenze delle radiofrequenze”.

Si tratta dunque di un problema educativo, ma anche etico?
“Assolutamente sì. Manca un’etica pubblica che metta al centro i bambini e i ragazzi. Una volta che il danno è fatto, non si torna indietro. Occorre fermarsi a riflettere: vogliamo una scuola che digitalizzi a ogni costo o vogliamo educare a essere umani completi? Perfino l’Unesco parla di tragedia dell’educazione digitale. La contraddizione è evidente e va affrontata subito”.

Daniele Vaira

https://www.lavocedialba.it/2025/09/19/leggi-notizia/argomenti/attualita-14/articolo/lallarme-della-psicologa-patrizia-scanu-conferenziera-ad-alba-il-digitale-come-la-cocaina-co.html

https://www.targatocn.it/2025/09/19/leggi-notizia/argomenti/attualita/articolo/lallarme-della-psicologa-patrizia-scanu-conferenziera-ad-alba-il-digitale-come-la-cocaina-co-1.html

Perché Robert Kennedy Jr ha sospeso i finanziamenti a GAVI?

È di fine giugno la notizia che Robert Kennedy jr, Ministro della Sanità degli USA, ha interrotto i finanziamenti alla GAVI Alliance da parte del governo statunitense. La notizia ha fatto il giro del mondo, rilanciata con titoli e articoli fotocopia su centinaia di testate giornalistiche, come se avessero ricevuto tutti la stessa velina (provate a digitare nel browser “Kennedy says US is pulling funding from GAVI”).

Numerosi anche gli articoli che, in toni drammatici, denunciano le catastrofiche conseguenze di tale scelta: moriranno milioni di bambini! Kennedy è “personalmente responsabile” della morte dei bambini! Kennedy ha citato un unico articolo a sostegno della sua tesi, e pure vecchio, mentre il programma di GAVI ha salvato milioni di bambini! (c’è chi dice 18,8, chi 40, chi 154, tutte stime autodichiarate).

Ma che cos’è GAVI? E perché RFK jr ha ritirato i fondi USA?

Come scritto sul sito ufficiale, GAVI (Global Alliance for Vaccination and Immunisation), in breve Alleanza per i vaccini, “è una partnership pubblico-privata che aiuta a vaccinare più della metà dei bambini del mondo contro alcune delle malattie più mortali del mondo. La Vaccine Alliance riunisce i governi dei paesi in via di sviluppo e dei donatori, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’UNICEF, la Banca Mondiale, l’industria dei vaccini, le agenzie tecniche, la società civile, la Fondazione Gates e altri partner del settore privato”. Aggiungiamoci i media, personaggi dello spettacolo e alcune istituzioni scientifiche. Come già spiegato in precedenti articoli, le GPPP o partnership globali pubblico/privato sono delle ingegnose organizzazioni sovranazionali che mirano a governare interi settori economici globali e a suggerire o a imporre ai governi soluzioni politiche decise dai partner.

Detto in parole più semplici, le potenti multinazionali partner della GPPP, che sono organizzazioni private, si accordano con i governi degli Stati su soluzioni predeterminate a un problema globale, gli Stati mettono i fondi pubblici, prelevati con le tasse, che vengono spesi per acquistare prodotti delle multinazionali partner, con un sicuro ritorno economico per le aziende. Il potere decisionale dei governi è minimo, mentre la GPPP “controlla molte nazioni contemporaneamente senza dover ricorrere alla legislazione”. Detto ancora più brevemente, i giganti del capitalismo mondiale governano al posto degli Stati senza alcun mandato democratico e ne traggono profitto: si presentano come benefattori, ma è una filantropia orientata al profitto, che sposta ricchezza dagli Stati ai privati, in palese conflitto di interesse.

Si tratta di un sistema di governance globale messo a punto dal World Economic Forum di Klaus Schwab nel 2010. Bill Gates l’ha chiamata “filantrocapitalismo”, ovvero filantropia a scopo di lucro, ed è stato accusato per questo di avidità, senso di superiorità, disprezzo per la volontà e i desideri dei poveri che vorrebbe aiutare.

I privati che fanno donazioni alla GAVI hanno due tipi principali di ritorni: gli sgravi fiscali per le donazioni e i vantaggi economici derivanti dall’investimento nei settori di cui sono azionisti o in cui hanno interessi indiretti. Per esempio, Bill Gates, che ha interessi diretti nel settore farmaceutico, ha contribuito con la Gates Foundation alla creazione di GAVI e le fornisce un finanziamento economico consistente, in un’intervista alla CNBC a Davos nel 2019 parlò di un ritorno degli investimenti in vaccini di 20 a 1 (200 miliardi di dollari per 10 miliardi spesi). Esempio di interesse indiretto è il progetto di identità digitale biometrica ID2020, altra GPPP di cui Microsoft è membro fondatore e GAVI è partner. Da non dimenticare, infine, i succosi interessi degli investitori privati che acquistano i bond di GAVI (IFFIm).

Il punto, però, è che la soluzione proposta al problema della salute globale è unica e non discutibile e si fonda su alcuni dogmi intoccabili:

la salute dipende unicamente dalle vaccinazioni, i vaccini salvano vite sempre e comunque, sono per definizione sicuri ed efficaci, garantiscono l’immunizzazione, la salute dei bambini nei Paesi poveri dipende solo da GAVI e dai suoi programmi, GAVI ha unicamente a cuore la salute dei bambini, i poveri sono d’accordo che questa sia la priorità assoluta, chiunque critichi qualunque aspetto del programma è responsabile della morte dei bambini, quindi è pericoloso e nemico della scienza.

Robert Kennedy jr ha messo in discussione non tanto l’operato di GAVI, quanto questo fondamentalismo granitico – ribadito in migliaia di articoli su ogni tipo di media, grazie alla potenza informativa di cotante ricchissime organizzazioni – in un video di 3 minuti inviato al summit globale di GAVISalute e prosperità attraverso l’immunizzazione”, svoltosi a Bruxelles il 25 giugno 2025, che ha procurato a GAVI 9 miliardi di dollari di finanziamento per il programma GAVI 6.0 (2026-2030), il cui obiettivo è “Non lasciare nessuno senza immunizzazione” (si possono leggere qui i Paesi coinvolti; l’Italia è al quarto posto fra i donatori e a Bruxelles il ministro Tajani ha aggiunto 250 milioni di euro ai fondi già stanziati).

RFK jr ha messo in luce quattro criticità fondamentali:

– GAVI ha trascurato la questione chiave della sicurezza dei vaccini;

– durante la pandemia Covid-19 ha collaborato con l’OMS nel soffocare la libertà di parola e ha consigliato il vaccino Covid alle donne incinte;

– non prende in considerazione la scienza scomoda, che rivela gli esiti sfavorevoli delle campagne promosse;

– non è in grado di giustificare gli 8 miliardi di dollari spesi dagli USA dal 2000 ad oggi.

In breve, GAVI deve meritarsi con i fatti la fiducia che pretende sui suoi programmi. In particolare, Kennedy cita in questo videomessaggio il caso del vaccino DTP (difterite, tetano, pertosse) – sospeso negli USA perché si è dimostrato che provoca 1 morto ogni 300 bambini che lo ricevono – ma molto utilizzato in Africa da GAVI e Gates Foundation, dove uno studio danese del 2017 ha dimostrato che i bambini vaccinati in Guinea-Bissau fra i 3 e i 5 mesi di vita avevano probabilità di morire entro 6 mesi 5 volte maggiore dei non vaccinati e soprattutto che “il vaccino DTP può uccidere più bambini per altre cause di quanti ne salvi dalla difterite, dal tetano o dalla pertosse”.

Pochi giorni dopo, RFK jr ha affermato, in un’intervista con Tucker Carlson, che “I CDC nel 1999 hanno fatto uno studio, hanno preso un team di bambini che avevano ricevuto il vaccino per l’epatite B nei primi 30 giorni di vita e l’hanno confrontato con un gruppo che aveva ricevuto il vaccino dopo o non l’aveva ricevuto affatto. Hanno scoperto un aumento del 1135% del rischio di autismo tra i bambini vaccinati. Questo li ha scioccati, hanno tenuto i dati segreti e li hanno manipolati per nascondere il collegamento“. Per questo motivo, aveva licenziato pochi giorni prima i 17 membri del comitato consultivo dei CDC, accusandoli di conflitto di interessi.

Nel 2018, in veste di avvocato dell’ICAN (una rete di 55 associazioni) aveva mostrato come non fossero mai stati effettuati controlli sulla sicurezza dei farmaci somministrati per obbligo ai bambini sani, controlli previsti dalla legge del 1986, il Vaccine Injury Compensation Act, con la quale la presidenza Reagan aveva sollevato le case farmaceutiche dalle responsabilità legali dei danni da vaccino (le cause erano moltissime), in cambio di una sorveglianza serrata da parte dello Health and Human Services Department (il Ministero federale per la salute) e di una relazione biennale completa al Congresso su ogni singolo preparato somministrato. Come Kennedy potè scoprire tramite tribunale, tale controllo non era mai stato effettuato nemmeno una volta in 32 anni.

Quanto ai programmi vaccinali nei Paesi poveri, non mancano certo le ombre sull’operato di GAVI e della Gates Foundation. Come riporta un interessante articolo di AsSIS del 2023, che qui sintetizzo, la Corte dei Crimini Efferati di Manila avrebbe emesso un mandato di arresto internazionale per Bill Gates per “omicidio premeditato” nell’ambito di un’indagine sull’introduzione della vaccinazione anti-Covid-19; Gates sarebbe “ricercato in relazione a centinaia di migliaia di morti”. Già nel 1995 le Filippine avevano accusato l’Agenzia delle Nazioni Unite UNICEF (partner di GAVI) di condurre una campagna segreta di sterilizzazione tra la popolazione, seguita dalla denuncia analoga della Kenya Catholic Doctors’ Association, che nel 2014 ha accusato l’OMS (partner di GAVI) di aver sterilizzato chimicamente milioni di donne kenyote a loro insaputa con una campagna di vaccinazione anti-tetano. Laboratori indipendenti hanno trovato una formula sterilizzante in ogni vaccino testato. Accuse simili arrivarono anche dalla Tanzania, dal Nicaragua, dal Messico.

In Africa sono numerose le accuse di pratiche immorali, come la vaccinazione forzata del 2012 contro la meningite del piano MenAfriVac (che coinvolse la Gates Foundation, OMS, GAVI, PATH, UNICEF), che su 500 bambini vaccinati produsse 50 paralisi. Definire “coloniale” questo tipo di pratica senza scrupoli sembra appropriato.

Nonostante la sbandierata eliminazione della polio, nel 2017 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dovuto ammettere che l’esplosione globale della poliomielite è principalmente di ceppo vaccinale. Le epidemie più spaventose in Congo, Afghanistan e Filippine, sono tutte legate ai vaccini, il che significa che provengono dal programma vaccinale di Gates. Nel 2018, il 70% dei casi globali di poliomielite erano ceppi di vaccini e a dirlo era l’Economist. Il riepilogo di un esperto qui.

Ma forse il caso più clamoroso è quello dell’India, dove l’organizzazione PATH, fortemente finanziata dalla Gates Foundation, avrebbe condotto studi clinici non autorizzati su migliaia di bambini di comunità tribali senza fornire informazioni sui rischi connessi, senza il consenso informato dei genitori e senza nemmeno dichiarare che stava conducendo una sperimentazione clinica, trattandoli come cavie a perdere.

La somministrazione del vaccino HPV (antipapillomavirus) in India su 23.000 ragazze di remote province causò, nel 2009, almeno 120 gravi reazioni avverse, inclusi epilessia, disturbi autoimmuni e della fertilità, e 7 morti, su cui non si investigò.

Uno studio molto approfondito, condotto da medici indiani, dà colpa alla Fondazione Gates per una devastante epidemia di paralisi flaccida acuta non-polio (NPAFP) che ha paralizzato 490.000 bambini, oltre i tassi previsti, tra il 2000 e il 2017. Per questo motivo, nel 2017, il governo indiano chiese a Gates e alle sue strategie vaccinali di lasciare l’India. I tassi di NPAFP, secondo i dati ministeriali, sono scesi precipitosamente.

Sono solo alcuni episodi fra i tanti che Kennedy ha in mente, non un solo studio. Che dire? Forse non ha tutti i torti a volere trasparenza ed etica. La scienza non richiede fede, ma verifiche. E la salute dei bambini richiede magari amore, cibo sano, acqua pulita, sistemi fognari efficienti e vita all’aperto prima ancora di ogni farmaco. Infine, 250 milioni di euro non si potevano spendere meglio, dato che, secondo il ministro Tajani, per le pensioni i soldi non ci sono e gli Italiani stanno affogando?

L’articolo con i link ai documenti citati si può trovare nel blog di Sovranità popolare al seguente link: https://www.sovranita-popolare.org/2690270_perche-robert-kennedy-jr-ha-sospeso-i-finanziamenti-a-gavi-di-patrizia-scanu

Chi siamo veramente? La spiritualità fra NDE, IA e ingegneria sociale

Intervista con Andrea Napolitano nel canale Le ali del Brujo del 25/08/2025

Difendersi dalle armi psicologiche di controllo

Trasmissione del 23/07/2025 su Radio Gamma 5 con Moreno Ferrari

Per approfondire:

Che cos’è la manipolazione

Intervista radiofonica su radio Gamma 5 a cura di Moreno Ferrari

Episodio 01 del 16/04/2025

Dove va la psicologia? Il Consiglio di Stato boccia il nuovo codice deontologico degli psicologi.

Proprio alla vigilia di Natale, il Consiglio di Stato ha bocciato sonoramente e in via definitiva il nuovo codice deontologico degli psicologi, votato da un’esigua minoranza di iscritti (il 12%), con uno scarto ancor più esiguo fra i sì e i no (9%, poco più di 1400 voti su quasi 17000 espressi), che era stato impugnato da un piccolo gruppo di professionisti molto determinato a fermare la deriva attuale dell’Ordine. Potrebbe sembrare una questione tecnica, ma in realtà riguarda tutti cittadini e andrebbe seguita con molta attenzione della pubblica opinione.

Che cosa è successo? Il Consiglio di Stato ha ritenuto dirimente il fatto che la votazione non includeva la premessa etica del codice che, come si può immaginare, costituisce il riferimento principale della professione. Si potevano votare solo gli altri articoli. Non è entrato nel merito delle altre irregolarità richiamate dai ricorrenti, che pure sono molto gravi e significative. Per esempio, il fatto che gli iscritti all’Ordine non avessero ricevuto alcuna comunicazione via PEC sull’indizione del referendum (quindi molti non sapevano nulla); l’impossibilità di votare presso le sedi degli Ordini come si era sempre fatto; l’obbligo di SPID arrivato pochi giorni prima del voto; la tardiva pubblicità sul sito istituzionale; la mancata pubblicazione dei verbali delle riunioni dell’Ordine; il voto in blocco sull’insieme di tutte le modifiche dell’articolato, che riguardavano quasi tutti gli articoli; la predisposizione della piattaforma informatica per 50.000 posti quando il numero degli iscritti è di 130.000. Ma sulla procedura il rilievo più sostanziale è il mancato coinvolgimento degli iscritti, ai quali la modifica del codice è stata imposta dall’alto senza un dibattito interno e senza una procedura di ascolto delle varie posizioni, come pure era stato chiesto da diversi gruppi e comitati, con lo stile autoreferenziale che ormai caratterizza la prassi politica a tutti i livelli.

Il Consiglio di Stato non può per ovvie ragioni entrare nel merito delle modifiche apportate, ma anche su questo ci sarebbe molto da approfondire: nel testo del nuovo codice non compaiono più parole fondamentali come “autodeterminazione”, “segretezza”, “non discriminazione”, “cura”, “relazione”, “percorso terapeutico”, “soggetti”. Sono le parole che qualificano la psicologia come disciplina autonoma rispetto alle professioni sanitarie. La direzione verso cui sembra tendere invece il lavoro dell’Ordine è quella della medicalizzazione della psicologia, della riduzione dei margini di libertà di scelta terapeutica da parte degli psicologi, in favore di una mai chiarita né definita adesione a protocolli indicati da una fantomatica “comunità scientifica nazionale e internazionale”. Ma si può pensare di seguire un protocollo in una relazione profonda e delicata, assolutamente unica e irripetibile, come quella fra uno psicologo e la persona (l’anima) di cui si prende cura? Non si corre così il rischio di indottrinare e indirizzare verso un obiettivo predefinito da altri, invece di far crescere e sostenere la libertà di scelta del soggetto? Basti ricordare gli psicologi che in piena pandemia, invece di opporsi con valide argomentazioni scientifiche alla vessazione subita dai bambini a causa delle dannose norme sanitarie, lavoravano per favorire l’accettazione delle regole. Nell’interesse di chi?

Nel nuovo codice – peraltro nebuloso in più punti – sembra essere adombrato addirittura il trattamento sanitario obbligatorio (!), sembra ridursi lo spazio della responsabilità genitoriale, viene meno l’obbligo di consenso parentale nei contesti non terapeutici come quello scolastico. Ne viene fuori una psicologia dall’etica debole, mutuata dalle indicazioni internazionali vaghe e buone per tutti dell’EFPA (Federazione Europea delle Associazioni di Psicologi), in cui si perde lo specifico della professione e la si appiattisce sulla professione medica, da cui si è faticosamente resa autonoma in anni passati; si mette inoltre in forse la completa segretezza del rapporto terapeutico e si rende problematica la libertà di scelta del professionista e del cliente. In compenso non manca la venatura ideologica e l’insistenza pedante sulle tematiche dell’inclusione.

Perciò, benché il CNOP abbia voluto minimizzare la portata della sentenza del Consiglio di Stato, dicendo che “non sconfessa in alcun modo i principi adottati dal CNOP né l’articolato del Codice come approvato dal referendum”, restano aperte questioni fondamentali, di natura etica, valoriale ed epistemologica, nonché politica: da chi e a che scopo il CNOP è stato indirizzato verso la deriva sanitaria, certamente favorita dalla Legge 3/2018 (legge Lorenzin di riordino delle professioni sanitarie)? Dove sta andando la psicologia, visto che gli stessi estensori del nuovo Codice parlavano di un testo di transizione? Transizione verso dove? Verso la psicologia di Stato, che guida dolcemente il gregge con le “spintarelle gentili” (nudging)? Verso una psicologia dei protocolli, fatta apposta per irregimentare gli psicologi in un binario prestabilito, pena contenziosi legali? Verso i modelli scientisti dell’obbedienza acritica alle direttive dello Stato e dei privati portatori di interessi? Insomma, verso un subdolo controllo delle menti? Sarebbe opportuno saperlo.

L’Ordine degli Psicologi non ha purtroppo dato prova di autonomia intellettuale e di coraggio in periodo pandemico. Si è trincerato dietro il cieco ossequio alle norme che i tribunali stanno finalmente (con ritardo) iniziando a definire illegittime e non si è fatto scrupolo di sospendere e di esporre al pubblico ludibrio i propri iscritti non vaccinati, violando ogni più elementare diritto di privacy e le stesse prescrizioni del Codice deontologico (sono colleghi!). Non si è preso cura delle vite professionali distrutte, dei pazienti lasciati a se stessi, delle famiglie danneggiate. Non ha alzato la voce per protestare contro la devastazione delle menti dei cittadini e soprattutto dei bambini e degli adolescenti ad opera di una comunicazione mediatica terroristica e violenta. Non ha messo in guardia contro le evidenti tecniche di manipolazione usate a piene mani per indurre le persone alla conformità e all’obbedienza. Ha prodotto nella comunità professionale una spaccatura profonda e insanabile, sulla quale è calata una coltre di imbarazzato silenzio.

Che sia questo CNOP a decidere l’etica professionale degli psicologi è qualcosa che lascia molto perplessi. Non ne ha più l’autorità morale, specie dopo la figuraccia della bocciatura del Consiglio di Stato. Più che di questa modifica del Codice, tutta da riscrivere, ci sarebbe bisogno di un completo rinnovamento del vertice, ormai lì da troppo tempo, di una discussione aperta e democratica fra gli iscritti sul futuro della professione, di un’idea su come tutelare i cittadini dall’invadenza delle piattaforme online di servizi psicologici che raccolgono dati personali sensibili a strascico e di come valorizzare e far crescere i professionisti, invece di sospenderli per mancanza di un green pass. E chissà se alla fine la soluzione di tanti problemi non sia l’abolizione dell’Ordine professionale (o degli Ordini in generale), che è una specificità tutta italiana, ma di cui francamente si comprende sempre meno la necessità. Se le regole diventano dei vincoli troppo limitanti, o – peggio – troppo vaghi, rischiano di snaturare la professione e di piegarla a finalità estranee. Sarebbe un danno non quantificabile, ma profondo per tutti i cittadini e per le libertà democratiche, già duramente minacciate su tanti fronti.

Per chi volesse approfondire, suggerisco la lettura del saggio AA.VV. (a cura di B. Lucidi), Libertà di cura e cura della libertà. Quando le regole di una Comunità professionale diventano una gabbia, Il Cerchio 2025.

Articolo pubblicato su Sovranità popolare n°1 febbraio 2025

Cantico della Gioia di essere

Di Patrizia Scanu

Read this article in English, Spanish or French

Noi siamo luce, siamo gioia, siamo amore traboccante, 

siamo creature divine, creative, amorevoli e piene di grazia. 

Siamo capaci di azioni straordinarie, etiche e giuste, forti e coraggiose.

Siamo un coro di anime capaci di cantare le melodie più ispirate.

Insieme siamo una forza, la forza dell’amore condiviso, 

che accoglie, comprende, perdona ogni azione dannosa 

e la trasforma in coscienza lucida, sveglia, presente a se stessa.

La nostra luce emerge dal buio profondo di una parte della nostra storia 

ed emerge più forte e consapevole, per aver sconfitto il Male

e averlo trasformato in Gioia. 

Perché l’opposto del male è la gioia, la pura gioia di essere, 

che è danza interiore, suono primordiale, coscienza del divino che brilla in noi.

Stiamo imparando che l’amore è fatto di piccoli gesti,

di attenzione premurosa, di coraggio della verità. 

Il contrario dell’Amore è la paura, buia e fredda,

che ci trattiene in basso, nella memoria ripetitiva del dolore che è stato. 

Siamo prigionieri della paura del dolore, ma noi siamo altro. 

Siamo una forza inarrestabile, che tutto trasforma e riporta in armonia. 

Dobbiamo ritrovare il nostro passato,

ma senza averne paura, senza rinnovare il terrore, il dolore, l’angoscia. 

Siamo fatti di luce e torneremo a essere luce. 

Niente potrà impedirlo, perché è giusto così e noi lo sappiamo.

Non possiamo fermarci mai, perché l’Amore non ha limiti

e nemmeno la Conoscenza. 

Il mondo trasformato sarà il segno del nostro passaggio. 

Non staremo qui a lungo; altri sono i nostri destini. 

Amare e comprendere, comprendere e amare sono tutto ciò che sappiamo fare. 

E questo sarà il nostro dono a noi stessi e al mondo dolente in cui ci troviamo.

Canticle of the Joy of Being

By Patrizia Scanu 

We are light, we are joy, we are overflowing love, 

we are divine, creative, loving, grace-filled creatures. 

We are capable of extraordinary actions, ethical and just, strong and courageous.

We are a choir of souls capable of singing the most inspired melodies.

Together we are a force, the force of shared love, 

that welcomes, understands, forgives every harmful action 

and transforms it into a lucid, awake, self-present consciousness.

Our light emerges from the deep darkness of a part of our history 

and emerges stronger and more aware,

having defeated Evil and transformed it into Joy. 

For the opposite of evil is joy, the pure joy of being, 

which is inner dance, primordial sound, consciousness of the divine shining within us.

We are learning that Love is made of small gestures,

of caring attention, of the courage of truth. 

The opposite of Love is fear, dark and cold,

which holds us down, in the repetitive memory of the pain that has been. 

We are prisoners of the fear of pain, but we are something else. 

We are an unstoppable force, transforming everything

and bringing it back into harmony. 

We must rediscover our past,

but without being afraid of it, without renewing the terror, the pain, the anguish. 

We are made of light and we will become light again. 

Nothing can stop us, because it is right and we know it.

We can never stop, because Love has no limits and neither does Knowledge. 

The transformed world will be the sign of our passing. 

We will not stay here long; other are our destinies. 

Loving and understanding, understanding and loving are all we know how to do. 

And this will be our gift to ourselves and to the sorrowful world we are living in.

Cántico de la Alegría de Ser

Por Patrizia Scanu 

Somos luz, somos alegría, somos amor desbordante, 

somos criaturas divinas, creativas, amorosas y llenas de gracia. 

Somos capaces de acciones extraordinarias, éticas y justas, fuertes y valientes.

Somos un coro de almas capaces de entonar las melodías másinspiradas.

Juntos somos una fuerza, la fuerza del amor compartido, 

que acoge, comprende, perdona cada acción dañina

y la trasforma en una conciencia  lúcida, despierta, autopresente.

Nuestra luz emerge de la profunda oscuridad de una parte de nuestra historia

y emerge más fuerte y consciente, habiendo vencido al Mal

y transformándolo en Alegría. 

Porque lo contrario del mal es la alegría, la pura alegría de ser, 

que es danza interior, sonido primordial, conciencia de lo divino que brilla en nosotros.

Estamos aprendiendo que el Amor está hecho de pequeños gestos,

de atención solícita, de la valentía de la verdad. 

Lo contrario del Amor es el miedo, oscuro y frío, 

que nos atenaza, en el recuerdo repetitivo del dolor que ha sido. 

Somos prisioneros del miedo al dolor, pero somos otra cosa. 

Somos una fuerza imparable, que transforma todo y lo devuelve a la armonía. 

Debemos redescubrir nuestro pasado,

pero sin tenerle miedo, sin renovar el terror, el dolor, la angustia. 

Estamos hechos de luz y volveremos a ser luz. 

Nada puede detenernos, porque es justo y lo sabemos.

Nunca podremos detenernos, porque el Amor no tiene límites 

y el Conocimiento tampoco. 

El mundo transformado será la señal de nuestro paso. 

No permaneceremos aquí mucho tiempo; otros son nuestros destinos. 

Amar y comprender, comprender y amar es todo lo que sabemos hacer. 

Y éste será nuestro regalo a nosotros mismos 

y al mundo doloridoen el que nos encontramos.

Cantique de la joie d’être

Par Patrizia Scanu 

Nous sommes lumière, nous sommes joie, nous sommes amour débordant, 

sommes des créatures divines, créatives, aimantes, pleines de grâce. 

Nous sommes capables d’actions extraordinaires, 

éthiques et justes, fortes et courageuses.

Nous sommes un chœur d’âmes capables de chanter les mélodiesles plus inspirées.

Ensemble, nous sommes une force, la force de l’amour partagé, 

qui accueille, comprend, pardonne toute action nuisible

et la transforme en une conscience lucide, éveillée, présente à elle-même.

Notre lumière émerge de l’obscurité profonde d’une partie de notre histoire 

et en ressort plus forte et plus consciente, 

ayant vaincu le Mal et l’ayant transformé en Joie. 

Car le contraire du mal est la joie, la pure joie d’être, 

qui est la danse intérieure, le son primordial,

la conscience du divin qui brille en nous.

Nous apprenons que l’Amour est fait de petits gestes, 

d’attentions bienveillantes, du courage de la vérité. 

Le contraire de l’Amour, c’est la peur, sombre et froide,

qui nous retient, dans le souvenir répétitif de la douleur paste. 

Nous sommes prisonniers de la peur de la douleur, mais nous sommes autre chose. 

Nous sommes une force irrésistible, qui transforme tout et le ramène à l’harmonie. 

Nous devons redécouvrir notre passé, 

mais sans en avoir peur, sans renouveler la terreur, la douleur, l’angoisse. 

Nous sommes faits de lumière et nous redeviendrons lumière. 

Rien ne peut nous arrêter, parce que c’est juste et que nous le savons.

Nous ne pourrons jamais nous arrêter, car l’Amour n’a pas de limites 

et la Connaissance non plus. 

Le monde transformé sera le signe de notre passage. 

Nous ne resterons pas longtemps ici ; d’autres sont nos destinées. 

Aimer et comprendre, comprendre et aimer, c’est tout ce que nous savons faire. 

Et ce sera notre cadeau à nous-mêmes 

et au monde douloureux dans lequel nous nous trouvons.

https://grupporebis.org/2025/02/16/cantico-della-gioia-di-essere/