Articoli Blog

In evidenza

Le regole del dialogo in democrazia

”…la democrazia non è soltanto un abito esteriore di regole, ma è anche un atteggiamento interiore che dà corpo alle istituzioni; … non c’è democrazia senza un ethos conforme e diffuso; … lo scheletro, fatto di regole, è importante ma non sufficiente; … la più democratica delle costituzioni è destinata a morire, se non è animata dall’energia che è compito dei cittadini trasmetterle”. A. Zagrebelsky

Gli ingredienti della democrazia sono tanti, ma il metodo con cui viene realizzata concretamente è costituito dal dialogo. Senza dialogo, anche di fronte all’apparenza della democrazia, viene meno la sostanza di essa. Una persona autenticamente democratica sa dialogare, perché nutre la fiducia profonda che la verità non sia patrimonio di qualcuno in particolare, ma sia raggiungibile attraverso la ricerca associata. Tuttavia, non è affatto scontato saperlo fare. I mass media e i politici ci danno ogni giorno pessimi esempi al riguardo.

Una delle strategie più utilizzate nella comunicazione pubblica è quella dell’avvelenamento del pozzo, che consiste nel delegittimare in anticipo qualunque cosa l’avversario possa dire, insinuando che sia scorretto, in cattiva fede o poco credibile dal punto di vista scientifico, morale, politico ecc. Qualunque cosa la persona dirà, verrà pubblicamente ignorata, considerata irrilevante o accolta come falsità (F. D’Agostini, Verità avvelenata, p. 11). Come una piccola quantità di veleno versato in un pozzo può avvelenare un’intera comunità, così questa strategia retorica distrugge il dialogo e di conseguenza la democrazia.

Il ventennio berlusconiano ci ha abituati alla distruzione delle regole del dialogo sui media e all’avvelenamento sistematico del dibattito pubblico. Oggi è perfino difficile accorgersi del livello di nichilismo argomentativo a cui siamo giunti. Non che prima mancassero usi fallaci e manipolativi della comunicazione politica, ma ora basta affacciarsi a qualche discussione su Facebook per accorgersi di quanto pervasivo e disastroso sia stato l’avvelenamento collettivo.

Un movimento politico che proponga un progetto democratico-progressista, deve secondo me interrogarsi a fondo sulle regole del dialogo democratico e applicarle in modo sistematico al proprio dibattito interno, a cominciare dalle discussioni su Facebook. La democrazia è un modo di essere, prima ancora che un modo di pensare.

Pur rendendomi conto dell’incompletezza del discorso, provo ad elencare le strategie secondo me più utili allo scopo di far progredire la discussione e a condurla a risultati costruttivi. Contribuiscono a questa proposta la riflessione sul metodo socratico e sulla teoria dell’argomentazione, le pagine di Zagrebelsky sulla democrazia, l’esperienza di anni di lavoro con i gruppi e di mediazione dei conflitti e la fiducia profonda che la verità abbia una forza persuasiva peculiare, quando la si cerchi con onestà intellettuale.

Come prima regola, occorre scoprire la felicità dell’errore. Quando siamo colti in errore, spesso ci risentiamo e ci inalberiamo, feriti nel nostro narcisismo. Eppure, Socrate insegna che occorre rallegrarsi quando qualcuno ci mette di fronte al nostro errore, perché così la nostra conoscenza progredisce. C’è un’intera pedagogia dell’errore da rivalutare a questo proposito, anche a scuola.

La seconda regola è diretta conseguenza della prima: la verità è l’oggetto della discussione e il fine di essa, non la sua premessa. Nessuno può vantare dogmaticamente il possesso preliminare della verità. Il dogmatismo uccide il dialogo in culla. Il punto di partenza di una discussione è una tesi, sempre parziale e unilaterale. Occorre qui distinguere fra dialogo persuasivo, in cui A sostiene p per convincere B, mentre B non sostiene nulla, e dialogo euristico, in cui A sostiene p e B sostiene non-p. In questo secondo caso, il fine della discussione non è avere ragione, ma sapere chi ha ragione e qual è la ragione migliore (F. D’Agostini, p. 181). In caso contrario, è una disputa, che non porta da nessuna parte. Il dialogo persuasivo è utilizzato per esempio dal politico per farsi eleggere o dall’avvocato per difendere il suo cliente, il dialogo euristico è quello che invece ci interessa più direttamente.

La terza regola è il rispetto dell’interlocutore: poiché l’avvelenamento si scatena proprio quando delegittimiamo l’interlocutore, questa è una vera e propria strategia disintossicante. Non si criticano mai la persona o le sue qualifiche, ma sempre e solo il contenuto delle sue affermazioni. A volte si sente affermare che su un certo argomento (scientifico, economico, politico) devono parlare solo gli esperti, e quindi si nega valore a quanto dice l’interlocutore, giudicato incompetente, ma si tratta di una fallacia argomentativa (fallacia ad verecundiam o ad auctoritatem): è evidente infatti sia che a volte un’autorità può sbagliare sia che la verità può venire anche da una persona inesperta (mi ricordo come rimasi a bocca aperta quando dissi a mia figlia di 6 anni che, secondo alcuni scienziati, lo spazio è curvo e lei mi rispose subito: “Ma se lo spazio è curvo, allora l’universo è finito!”). Avere certezze preliminari rappresenta un ostacolo al raggiungimento della verità. Mai sottovalutare l’interlocutore e valutare unicamente la validità e la correttezza degli argomenti. Tutti possono parlare di tutto, se lo fanno rispettando le regole dell’argomentazione e se sono disposti al confronto e al riconoscimento dell’errore.

La quarta regola completa quella precedente: il dialogo deve accertare se la divergenza riguarda la descrizione dei fatti o degli eventi in questione o l’interpretazione di essi. In ogni caso, il dialogo deve fare riferimento ai fatti, senza accordo sui quali non c’è progresso nella discussione. Occorre costruire un terreno comune. Spesso occorre ricostruire i fatti mettendo insieme e confrontando diverse descrizioni di essi, per arrivare ad una ricostruzione condivisa. Questo però richiede che entrambi gli interlocutori prendano in considerazione i dati di fatto presentati dall’altro. Rifiutarsi di farlo a prescindere chiude subito il dialogo. Rifiutarsi di accogliere la ricostruzione dell’altro, quando è la più credibile, pure.

La quinta regola è la pertinenza: il dialogo procede se l’obiezione di B è pertinente all’affermazione di A. Riuscire a non divagare e a non introdurre nel discorso argomenti estranei consente di avanzare, altrimenti crea confusione.

La sesta regola è il rispetto delle regole logiche e argomentative. Qui l’esempio che viene dai media è disastrosamente negativo. Ma anche nel dibattito scientifico ricorrono spesso delle fallacie logiche o argomentative. Una delle più ricorrenti è la fallacia ad ignorantiam. A sostiene p dicendo che non ci sono le prove di non-p. Per esempio: non ci sono prove che il diserbante x o il farmaco y provochino il cancro o altra patologia, di conseguenza si possono usare tranquillamente. Si tratta di un errore: l’assenza di una prova non equivale affatto alla prova di un’assenza. Non trovare il cadavere di una persona scomparsa non implica affatto che non sia morta. Non avere le prove della colpevolezza di qualcuno non vuole dire affatto che quella persona sia innocente. Questo errore logico grave (dogmatismo ad ignorantiam) deriva da un particolare modo di intendere la verità, che si chiama epistemicismo (una proposizione è vera se e solo se è giustificata), combinato con il realismo (una proposizione che non è vera è falsa): il piano logico e quello fattuale vengono arbitrariamente considerati intercambiabili, per cui non vero = falso e non falso = vero (F. D’Agostini, cit.. pp. 120-121). In realtà, dall’assenza di prove possiamo correttamente ricavare al più una dichiarazione di ignoranza. La conoscenza delle fallacie argomentative, che sono numerose e talvolta sottili, rende il dialogo molto più produttivo, perché consente di ridurre gli errori di ragionamento, soprattutto in ambito politico, e di affrontare intrepidamente la ricerca della verità. Consente inoltre di non farsi abbindolare da falsi argomenti e di saper controbattere alle fallacie altrui. Se a qualcuno interessa, possiamo approfondire in ulteriori articoli e condividere conoscenze. Una buona introduzione è quella di Franca D’Agostini, citata in fondo.

La settima e ultima regola che propongo è la curiosità: non c’è modo di arrivare da nessuna parte in una discussione senza la curiosità di conoscere e il piacere di ascoltare. Il dialogo, in fondo, è ciò che ci contraddistingue come esseri umani e sociali. Fare domande, chiedere chiarimenti, interessarsi genuinamente della prospettiva del nostro interlocutore rende il dialogo un’attività piacevole e umanamente arricchente e realizza una delle qualità più felici della democrazia, che è la partecipazione.

E’ stato detto con ragione che “nessuno, da solo e senza compagni, può comprendere adeguatamente e nella sua piena realtà tutto ciò che è obbiettivo, in quanto gli si mostra e gli si rivela sempre in un’unica prospettiva, conforme e intrinseca alla sua posizione nel mondo. Se si vuole vedere ed esperire il mondo così com’è ‘realmente’, si può farlo solo considerando una cosa che è comune a molti, che sta tra loro, che li separa e unisce, che si mostra a ognuno in modo diverso, e dunque diviene comprensibile solo se molti ne parlano insieme e si scambiano e confrontano le loro opinioni e prospettive. Soltanto nella libertà di dialogare il mondo appare quello di cui si parla, nella sua obiettività visibile da ogni lato” (H. Arendt, in Zagrebelsky, cit., p. 29).

Franca D’Agostini, Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, Torino 2010.

Gustavo Zagrebelsky, Lezione di democrazia alla Biennale Democrazia, Torino 2009 (http://paigrain.debatpublic.net/wp-content/uploads/lezione_zagrebelsky.pdf); anche in Imparare democrazia, Einaudi, Torino, 2007.

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 23/08/2017

Quando il privato governa il pubblico. Bill Gates, dal Coronavirus all’identità digitale

Se la filantropia mondiale ha un volto, è quello di Bill Gates. E se c’è un privato che esercita l’influenza di una grande potenza sulla sanità mondiale a colpi di miliardi di dollari, è sempre Bill Gates. Nella crisi mondiale da Coronavirus, lo abbiamo visto dappertutto. Ha lasciato la guida di Microsoft per dedicarsi ai vaccini a tempo pieno, dopo anni di indefessa campagna martellante in sinergia con le grandi multinazionali farmaceutiche, con il governo USA, con l’OMS e con altri soggetti pubblici e privati coinvolti in questa gigantesca operazione commerciale e politica, che ci ha regalato come effetto il decreto Lorenzin nel 2017. Del resto, come dicevamo nei due precedenti articoli, uno sui cospicui finanziamenti privati all’OMS e l’altro sulla GAVI Alliance, lui in persona ci ha spiegato da Davos che l’investimento di 10 miliardi di dollari in vaccini ha reso oltre 20 ad 1, ovvero più di 200 miliardi di dollari.

Nel 2015, in una Ted Conference, spiegava che “se qualcosa ucciderà 10 milioni di persone, nei prossimi decenni, è più probabile che sia un virus altamente contagioso piuttosto che una guerra.” E mostrava l’immagine di un coronavirus (H1N1), invocando la necessità di un “sistema sanitario globale”, che utilizzi la tecnologia (cellulari e mappe satellitari) per tracciare le persone e la scienza (farmaci e vaccini), con l’ausilio dei militari. “Il mondo è semplicemente impreparato a gestire una malattia – per esempio, un’influenza particolarmente virulenta che infetti molto rapidamente un gran numero di persone”, spiegava nel suo Blog.

Ma il 2015 è un anno notevole anche per altre iniziative di Bill Gates. Ormai espertissimo nella costruzione di GPPP, partnership globali pubblico-privato, che vengono fuori a getto continuo, Gates promuove la creazione di ID 2020, i cui fondatori sono tutti soggetti privati o altre GPPP, nello specifico il GAVI. I fondatori sono Accenture, GAVI Alliance, Microsoft, Rockefeller Foundation, Ideo.org, ai quali si sono aggiunti alcuni soggetti privati e non-profit. Lo scopo è creare una sinergia fra diversi partner al fine di introdurre e realizzare l’identità digitale “per tutti”. La premessa è che “il bisogno di una buona identità digitale è universale”: come al solito, la premessa non è discussa da nessuno ed è messa lì, come ovvia e incontestabile. Considerata, sulla base di un’interpretazione acrobatica dell’art. 6 della Dichiarazione Universale dei Diritti umani, “un fondamentale e universale diritto umano”, essa deve essere “privata, portatile, persistente, personale”. Cioè deve essere associata al corpo. Neanche il mezzo è oggetto di discussione, come un’assoluta ovvietà. L’idea che qualcuno possa dissentire non è nemmeno presa in considerazione. Del resto, «gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (2015-2030) [ovvero l’Agenda 2030 dell’ONU] includono l’obiettivo 16.9 che auspica “l’assegnazione di un’identità legale a tutti, compresa la registrazione della nascita, entro il 2030”».

Insomma, Bill Gates, l’ONU, la Banca Mondiale, che ha dato inizio al progetto con il nome ID4D,  e le élite globali hanno deciso che tutti, senza eccezione, dobbiamo essere identificati con certezza, con dispositivi prodotti dalle aziende che fanno parte del progetto (conflitti di interesse a parte). A chi serva veramente, a parte le argomentazioni capziose, non ci viene detto. In più, però, si aggiunge che tale dispositivo di identità digitale sarà indispensabile per accedere ai diritti di cittadinanza, ovvero per “assicurare un’unica identità legale e attivare servizi basati sull’identità digitale per tutti”, scrive la Banca Mondiale sul suo sito.

Dietro le ragioni umanitarie, quello che si prospetta è un gigantesco sistema di schedatura, tracciamento e controllo dell’intera umanità? Le élite globali si muovono in uno spazio extragiuridico, nel quale decidono le sorti dell’umanità senza nessuna legittimazione politica. Che cosa potrebbe impedire loro, con la potenza dei loro miliardi e la pressione sui governi, di costringere tutti senza eccezione ad ottenere l’identità biometrica dietro il ricatto dell’accesso a qualunque servizio, da quelli sanitari a quelli scolastici, da quelli bancari a quelli giudiziari oppure di esercitare il diritto a comprare e a vendere, a procurarsi il cibo, ad avere documenti, a circolare liberamente, a non essere trattati come reietti senza diritti e condannati alla morte sociale e fisica?

Se il dispositivo fosse un microchip (e la tecnologia nanometrica esiste già), come potrebbero i cittadini “mantenere il controllo sulle proprie informazioni”, se con un clic potrebbero essere cancellati o manipolati, magari perché sgraditi o troppo critici?

La risposta a questa domanda viene dai fatti. Nel 2015, anno di fondazione dell’ID2020, è partita senza apparente ragione la crociata mondiale per l’obbligo vaccinale universale. Ricordiamo che il vertice di Washington del GHSA (Global Health Security Agenda), di cui GAVI è partner fondamentale e da cui la ministra Lorenzin ci ha portato in dono l’obbligo vaccinale, è del 2014. Da allora le politiche vaccinali di molti Paesi si sono fatte aggressive e sempre più autoritarie, comprimendo senza ragione comprensibile altri diritti fondamentali, fra i quali la potestà genitoriale, l’obiezione per motivi religiosi, il diritto all’istruzione, ai documenti di identità (!), alla patente, all’accesso ai concorsi pubblici o alle professioni, perfino la libertà di parola e di espressione, con il pretesto delle fake news. GAVI Alliance è membro fondatore di ID2020, con le aziende farmaceutiche che ne fanno parte. Nel 2019, ID2020 Alliance

ha lanciato un nuovo programma di identità digitale al suo summit annuale a New York, in collaborazione con il governo del Bangladesh, con l’alleanza per i vaccini GAVI e con nuovi partners nel governo, nel mondo accademico e nel soccorso umanitario. Il programma di fare leva [leverage] sulle vaccinazioni [immunization, con abile confusione[1]] come occasione per istituire [establish] l’identità digitale fu svelato [unveiled] da ID2020 in collaborazione con il Programma di Accesso all’Informazione (a2i) del Governo, il Direttorato Generale per i servizi sanitari e il GAVI, secondo quanto annunciato.

Le vaccinazioni sono dunque il veicolo per l’identità digitale. Il che può avvenire in due modi: o, in concomitanza con le vaccinazioni, si prendono le impronte o altri dati biometrici (riconoscimento facciale o oculare), o tramite le vaccinazioni si inserisce nel corpo un microchip. E se le vaccinazioni sono obbligatorie, l’opportunità diventerà un obbligo. Anir Chowdhury, consigliere politico del programma a2i, ammette apertamente che i sistemi di identità digitale saranno necessari agli individui “per l’accesso ai servizi e ai mezzi di sostentamento”. Quindi, anche se non si volesse ricevere questo “dono” non richiesto, che è pure irreversibile, ci si dovrà adeguare, se si vuole sopravvivere. Sembra abbastanza chiaro. Due piccioni con una fava, con grande soddisfazione di Big Pharma. Sarà per questo che Bill Gates ha investito miliardi di dollari in questo progetto. Tutti vaccinati senza limite per tutto ciò che sarà deciso dall’alto, anche se contrari; tutti sotto controllo senza scampo.

Che sia questo il senso, lo ha ribadito lo stesso Bill Gates pochi giorni fa, affermando che per circolare nuovamente “avremo dei certificati digitali per dimostrare chi è guarito o è stato testato recentemente o, quando avremo il vaccino, chi lo ha ricevuto”. Alludeva ai tatuaggi a punti quantici da iniettare sottopelle come documento portatile con le informazioni sulle vaccinazioni effettuate. Del resto, la Commissione europea dal 2018 sta lavorando al passaporto vaccinale per tutti gli europei.

In collaborazione con aziende leader nel settore dell’identificazione biometrica, come NEC e Simprints (altra GPPP, a cui partecipano sempre GAVI e Bill e Melinda Gates Foundation, USAID e Global Innovation Fund), GAVI sta realizzando il progetto di “usare la biometria per migliorare la copertura vaccinale nei Paesi in via di sviluppo”. La stessa cosa si sta facendo ad Austin, Texas, con i senzatetto, e altrove per la gestione dei rifugiati, attraverso altre GPPP come Irespond ed Everest. Impossibile sfuggire, quindi.

GAVI, ovvero i finanziatori privati dell’OMS, ormai priva di ogni indipendenza e ridotta praticamente ad ufficio marketing delle multinazionali, decide le campagne vaccinali e poi verifica che nessuno sfugga, e nel frattempo raccoglie i dati biometrici di ciascuno. Per chi? A quale scopo? Ovviamente, non è ignota la possibilità che se ne faccia un uso repressivo e autoritario. La tecnologia permette la sorveglianza capillare e occhiuta dei cittadini e i governi non se ne astengono certo. Anche in Italia sono richieste le impronte digitali per la carta di identità e il riconoscimento facciale sta entrando negli aeroporti. Il 5G, che è tecnologia militare, renderà tutto ancora più facile. Che uso se ne faccia, non è dato saperlo.

I dispositivi per l’identità digitale, al momento, sono costituiti da scanner biometrici. Dei microchip non si parla, nel sito di ID2020, il che non significa che non saranno usati con i vaccini. Ma ormai è collaudata la strategia dell’approccio graduale, e i microchip sono già impiantati dagli anni ‘70 in molti contesti, fra i quali la guerra del Vietnam e quella in Iraq. Non mancano perciò le preoccupazioni, tutt’altro che campate in aria, nell’era del capitalismo della sorveglianza. Esistono già infatti dispositivi grandi come un granello di polvere, prodotti dalla giapponese Hitachi, capaci di interferire con i processi cellulari e di modificare emozioni e comportamenti. Del resto, già da tempo la Glaxo-Smith Kline ha avviato in Gran Bretagna un progetto di bioelettronica da 540 milioni di sterline, che prevede l’utilizzo di microchip impiantati per somministrare farmaci e vaccini e che è diretto da Moncef Slaoui, responsabile del settore vaccini della multinazionale britannica.

Rauni-Leena Luukanen-Kilde, MD, primo ufficiale medico in Finlandia, morta in circostanze poco chiare sempre nel 2015, già nel 1999 scriveva[2]:

È tecnicamente possibile che ad ogni neonato venga iniettato un microchip, che potrebbe poi servire per identificare la persona per il resto della sua vita. Questi piani sono stati segretamente discussi negli USA senza alcuna diffusione pubblica dei problemi di privacy implicati. […] Gli esseri umani impiantati possono essere seguiti ovunque. Le loro funzioni cerebrali possono essere monitorate da lontano da supercomputer e perfino alterate cambiando le frequenze. […]

Sarebbe opportuno anche ricordare che l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi è stato accusato pubblicamente di aver ceduto nel 2016 all’IBM i dati sanitari dei cittadini italiani. Come scrive il giornalista Gianni Lannes:

Nel Memorandum of Understanding siglato il 31 marzo 2016 a Boston da Matteo Renzi, allora primo ministro sia pure di un governo senza mandato elettorale palesemente telecomandato da interessi finanziari stranieri, è scritto: 

«Come presupposto per realizzare il programma ed effettuare l’investimento IBM si aspetta di poter avere accesso – in modalità da definire – al trattamento dei dati sanitari dei circa 61 milioni di cittadini italiani (intesi come dati sanitari storici, presenti e futuri) in forma anonima e identificata, per specifici ambiti progettuali, ivi incluso il diritto all’uso secondario dei predetti atti sanitari per finalità ulteriori rispetto ai progetti».


All’insaputa degli italiani, il capo di un governo eterodiretto dall’estero, in cambio di un investimento a Milano, si mette d’accordo con una famigerata multinazionale già in affari con Hitler per schedare gli ebrei da sterminare nei lager.

Quale uso ulteriore ne possa essere fatto, non è dato sapere. Certo che il precedente nazista non rassicura, specie se si considera la pressione che viene fatta con la forza dei miliardi per imbavagliare ogni forma di dissenso e ridicolizzare tutte le voci critiche. Abituati a dare ordini, i miliardari globali si sentono padroni del mondo e fanno piani di ingegneria sociale a lungo termine. Si chiama delirio di onnipotenza.

La crisi del Coronavirus, con la sospensione delle libertà democratiche e il terrorismo mediatico, sta offrendo loro una splendida opportunità. Ne ha spiegato bene i contorni il dottor Shiva Ayadurai, l’inventore dell’email, candidato al Senato nel Massachusetts, in un video tutto da seguire: Top Doctor exposes everything The Deep State Is Trying To Hide About CV. Sarà meglio svegliarsi.

#ilpopolosiamonoi


[1] La vaccinazione non comporta infatti immunizzazione in tutti i soggetti, anche se non viene mai detto. Ma è la vaccinazione che interessa, non l’immunizzazione!

[2] SPEKULA (3rd Quarter, 1999), leggibile integralmente qui: http://whale.to/b/kilde.html

[Articolo pubblicato su Sovranità popolare, n° 3, aprile 2020].

Trasformare la paura di morire per rinascere

Nella nostra memoria storica, i tre principali flagelli dell’umanità sono la guerra, la fame e la peste. Ce li portiamo dentro da generazioni innumerevoli, come fantasmi carichi di minacciosa sventura. La nostra memoria genetica è satura della violenza, della sopraffazione, della morte, del dolore e dell’impotenza vissute dai nostri antenati nelle infinite guerre da cui è funestato il nostro passato. Alla guerra, si associano nella nostra memoria, come gemelli maledetti, la carestia e la peste, con il loro spettrale e lugubre lascito di degradazione, di distruzione dei legami sociali, di sofferenza e di morte. È talmente pervasiva questa memoria, che non riusciamo a pensare a nessun grave problema collettivo senza incorniciarlo in un contesto di guerra, a cui associamo immediatamente la paura della fame e della malattia che non perdona.

L’arrivo del Covid-19, qualunque ne sia l’origine, naturale o artificiale, descritto come un nemico insidioso e invisibile, ci ha drammaticamente riattivato i vissuti delle generazioni passate. Ci ha messi rapidamente nella condizione di vittime inermi e di bambini impotenti e bisognosi dell’autorità paterna per scampare al pericolo. Memori del passato, biologico e storico, infatti, deleghiamo di solito all’autorità il potere di difenderci. La televisione completamente orientata all’emotività e una comunicazione politica terrorizzante e infantilizzante hanno creato potenti immagini collettive di morte, di guerra, di catastrofe. In guerra, si danno ogni giorno i bollettini dei morti e dei feriti, si sospende la normalità del vivere per fronteggiare la minaccia della morte incombente, si convertono le produzioni industriali, si denunciano i disertori e i disfattisti e si considera tale chiunque esprima qualche forma di dissenso. In guerra, ognuno pensa per sé, si preoccupa solo di salvare la pelle, e gli altri sono temibili concorrenti o, peggio, potenziali untori.

E noi ci siamo cascati. Lo scenario della guerra ci ha fatto regredire al livello del maschile animale, alla mera sopravvivenza biologica, al livello più primitivo e istintivo. A questo livello, l’emozione dominante è la paura: paura della malattia, paura della povertà, paura dell’ignoto, paura della perdita, paura della morte. A sua volta, la paura è potente generatore di azioni pericolose e irrazionali. Quando si ha paura, la mente prende scorciatoie insidiose, si perde lucidità, si prendono decisioni affrettate, illogiche, spesso dannose per se stessi e per gli altri. Se infatti la paura ci salva in situazioni di minaccia immediata, può non essere altrettanto efficiente quando la minaccia è sfuggente, complessa, collettiva. Due effetti della paura prolungata sono certi: l’abbassamento delle difese immunitarie per lo stress e l’aumento dell’influenzabilità. Quando siamo influenzabili, ci sentiamo deboli e impotenti e di fatto rinunciamo al nostro potere. Diventiamo pecore impaurite, docili e sottomesse. E poiché siamo i creatori della nostra realtà, ciò che ci aspettiamo che succeda succede effettivamente. In psicologia si parla della “profezia che si autoadempie”. Tutte le tecniche psicologiche di manipolazione mentale fanno leva sulla paura e i dittatori di ogni epoca lo sanno benissimo. Con la paura, si guidano le masse come il pastore guida il gregge.

La verità è che, sotto qualunque forma, abbiamo paura della morte. La medicina occidentale, frutto di questa società fondamentalmente materialista e de-sacralizzata, ha paura della morte, per questo usa continuamente la metafora bellica per parlare della malattia: “combattere”, “distruggere”, “debellare” il nemico, anzi, il Nemico, perché è la Morte che va sconfitta. Notevole che gli studi di psicologia sulla paura della morte abbiano mostrato come i medici più spaventati dalla morte siano anche i più propensi a trattamenti eroici per “salvare” i loro pazienti ad ogni costo. L’idea che il corpo abbia una sua saggezza evolutiva e risorse di guarigione e che la disposizione d’animo, la dieta, lo stile di vita sano, l’igiene dei pensieri e dell’ambiente possano semplicemente mantenere la salute a lungo, a molti sembra poco “scientifica”, almeno non tanto quanto l’arma ultimativa nella “guerra” senza fine, che sia il vaccino o la medicina salvifica, rigorosamente calate dall’alto dell’Autorità scientifica.

La consapevolezza, poi, che la morte possa essere benigna, che in realtà ci accompagni ogni giorno, a livello cellulare, mentale e spirituale, in tutti i cambiamenti quotidiani, che sono tante piccole morti, tanti distacchi dal passato, che solo accettando profondamente la nostra morte noi possiamo dare un senso compiuto alla vita e vivere felici, che morire bene è cosa profondamente saggia, è lontanissima dai pensieri di molte persone. Cotidie morimur diceva il filosofo Seneca: moriamo ogni giorno, e la lezione che le nostre piccole morti quotidiane dovrebbero lasciarci è che stiamo bene quando non ci identifichiamo troppo con i nostri problemi, con il nostro ego, con le preoccupazioni collettive, con la sofferenza senza tregua dell’umanità intera; quando riusciamo a sentire che c’è nel profondo di noi stessi un’essenza divina, una luce interiore che trascende le vicende del quotidiano e perfino la morte, quando siamo capaci di neutralizzare l’unico, insidiosissimo virus che ci distrugge, che è la paura stessa. La paura non si combatte con le azioni temerarie, ma si trasforma con l’amore per noi stessi e per gli altri. Chi ha paura non ama, o meglio, chi non riesce a prendere le distanze dalla sua paura (la paura è umana, e anche utile, a certe condizioni), non riesce ad amare, perché il suo cuore resta chiuso alla gioia. La paura è una saracinesca che ci imprigiona in una cella senza finestre e ci fa dimenticare chi siamo veramente. Ci muriamo vivi per paura di morire, così rinunciamo a vivere. Ma di questa cella le chiavi sono in nostro possesso.

Non siamo pecore. Abbiamo una natura spirituale, fatta di luce, di amore e di potere. Se ci lasciamo dominare dalla paura e da chi la usa per dominarci, stiamo rinunciando alla nostra responsabilità. Dobbiamo smettere di pensare di essere vittime del destino, fuscelli in balìa degli eventi. Molto di ciò che succede dipende anche da noi. Quanto ci prendiamo cura della nostra salute, invece di delegare? Che cosa mangiamo, come trattiamo il nostro corpo? Quanto ci rendiamo conto delle conseguenze delle nostre azioni, dei nostri pensieri, delle nostre parole? Quanto facciamo per dare senso alla vita? Quanto ci impegniamo per imparare e diventare più consapevoli? Quanta energia dedichiamo a migliorare il mondo in cui viviamo? Quanto ci spendiamo per opporci a ciò che è ingiusto? Quanto amiamo noi stessi (soprattutto noi stessi, completamente, senza riserve!) e gli altri? Quanto ci prendiamo la responsabilità del nostro contributo alla Coscienza collettiva? Quanto siamo capaci di nutrire e proteggere la gioia che è in noi, senza lasciarcela portare via dagli eventi?

L’epidemia di Coronavirus ci ha mostrato, come spesso accade nell’emergenza, il peggio e il meglio delle persone. Abbiamo visto azioni ripugnanti e inqualificabili e gesti meravigliosi di solidarietà e di dedizione: chi sceglie di amare, ha deciso di lasciare andare la paura e di agire responsabilmente. Abbiamo constatato i danni catastrofici di un intero sistema economico fatto di privatizzazioni e di gestione oligarchica e predatoria del bene pubblico, ma assistiamo anche al rinascere di iniziative, proposte, voglia di ricostruire una realtà diversa e migliore. Abbiamo dovuto misurarci con limitazioni impreviste, ma abbiamo anche avuto più tempo per riflettere e per osservare la follia dei nostri ritmi di vita. Il dramma di chi muore da solo per la malattia e di chi ha perso i mezzi di sussistenza perché bloccato in casa ci ha reso manifesti la disumanità e l’ingiustizia del sistema sociale in cui viviamo. La crisi planetaria ci ha messi di fronte ad un bivio: o riprenderci la nostra sovranità, ovvero la nostra responsabilità di decidere e la nostra consapevolezza di cittadini adulti e autonomi, oppure accettare di fare le pecore senza remissione, paurose e tremanti, dipendenti dall’Autorità sempre più dispotica che decide per noi. Non mancano le forze che spingono in questa seconda direzione e che ci hanno pilotati fino ad ora. Ma sta a noi pensare una realtà alternativa a questa e non perdere l’occasione per realizzarla. Ci servono la creatività, l’ispirazione e la morbidezza del Femminile spirituale. Non dobbiamo combattere, ma trasformare. Come diceva Einstein, “non si possono risolvere i problemi pensando nello stesso modo con cui si è giunti a crearli”.

Pubblicato su Rebis il 6 aprile 2020.

Quando il privato governa il pubblico (parte seconda). La GAVI Alliance e i bond vaccinali

Nel numero precedente di SP abbiamo approfondito il fenomeno della privatizzazione della governance globale, parlando dell’OMS e del fatto che riceveva nel 2017 l’87% dei fondi dai privati, risultandone così di fatto controllata, nonché del ruolo di Bill Gates e della sua fondazione, la Bill and Melinda Gates Foundation (patrimonio stimato di 40 miliardi di dollari), coinvolta attivamente in una miriade di GPPP o partnership globali pubblico-privato, fra cui la GAVI Alliance, ovvero l’Alleanza globale per i vaccini nei Paesi poveri, una fondazione privata che coinvolge governi, case farmaceutiche, organizzazioni filantropiche, enti sovranazionali come l’OMS e la Banca Mondiale e soprattutto l’onnipresente fondazione di Bill Gates.

GAVI è il secondo contributore non istituzionale dell’OMS dopo la Bill and Melinda Gates Foundation (insieme versavano nel 2017 il 22% circa dei fondi, più degli USA, per intenderci), nonché suo primo beneficiario. Perciò, quello che Bill Gates decide, ha la potenzialità di influire sulle iniziative dell’OMS, benché non coincida necessariamente con il bene pubblico. Come affermava in un’intervista al New York Times (4/09/2014) la direttrice generale dell’OMS Margaret Chan, “il mio budget è altamente vincolato da ciò che io chiamo gli interessi dei donatori”. Che non devono essere solo umanitari,  se lo stesso Bill Gates dichiarava alla CNBC il 23/01/2019 dal forum di Davos che “investire nelle organizzazioni per la salute globale finalizzate ad incrementare l’accesso ai vaccini ha prodotto un ritorno economico di oltre 20 ad 1”, ovvero che “i poco più di 10 miliardi di dollari” investiti negli ultimi 20 anni hanno reso 20 volte tanto dal punto di vista economico, oltre a salvare vite umane, naturalmente. Un ritorno di oltre 200 miliardi di dollari, quindi.

Per il GAVI, che, ricordiamolo, è una fondazione privata di diritto svizzero, sono stati istituiti strumenti finanziari particolari. Interessante capire come funzionano. Troviamo nel sito ufficiale della rappresentanza italiana all’ONU:

“Oltre alle donazioni dirette degli stati membri, l’Alleanza utilizza meccanismi di finanziamento innovativi che contribuiscono a garantire la sostenibilità delle sue attività, quali l’AMC (Advance Market Commitment) e l’IFFIm (International Finance Facility for Immunization)”.

Non è argomento di cui si parli alla TV. La trasparenza democratica qui non è di casa, anche perché alcune di queste voci di spesa, stando a quanto dice l’opuscolo di Action Aid citato in fondo, sono messe in penombra nel Bilancio dello Stato, nel senso che gli oneri derivanti all’Italia dall’IFFIm compaiono nel bilancio 2008 al capitolo “L’Italia in Europa e nel mondo (4)”, ma vengono poi omessi nella legge di stabilità degli anni successivi, in quanto impegni internazionali e pluriennali, mentre quelli relativi all’AMC sono inseriti nella legge finanziaria per il 2008, all’art. 2 comma 373, ma senza essere espressamente menzionati, e collocati nel capitolo 7182, nel paragrafo “Incentivi alle imprese per interventi di sostegno”, che non sembra granché pertinente. I cittadini, insomma, possono capirci ben poco.

L’AMC e l’IFFIm, ai quali si aggiunge il Gavi Matching Fund, sono strumenti finanziari con i quali GAVI raccoglie donazioni pubbliche, garantiti dagli Stati, per pagare alle aziende farmaceutiche a prezzi calmierati, ma solo per pochi anni, prima di passare il debito ai Paesi beneficiari, i vaccini che vuole distribuire nei Paesi in via di sviluppo, seguendo priorità decise dall’alto dagli stessi finanziatori. Gli AMC sono impegni a lungo termine presi dai Paesi donatori per l’acquisto di prodotti (nel caso specifico un vaccino anti-pneumococco) con limitata domanda sul mercato. Gli IFFIm sono bond vaccinali ideati nel 2003 da Goldman Sachs per il governo britannico (come spiega il sito della banca d’affari) che vengono venduti sui mercati finanziari internazionali e generano interessi cospicui agli investitori finanziari (pagati, si suppone, dai Paesi aderenti).

L’Italia è fra i fondatori dell’IFFIm e si è impegnata per 635 milioni di dollari in 20 anni, mentre per l’AMC, di cui è il principale donatore, ha impegnato altri 635 milioni di dollari da erogarsi in 12 anni (2008-2019)[1]. Inoltre, l’Italia ha contribuito direttamente al GAVI per 120 milioni di dollari nel quinquennio 2016-2020[2]. Si tratta di somme ingenti, per un Paese in difficoltà come il nostro, che taglia da anni su sanità e istruzione. In base ai dati presenti sul sito di GAVI, abbiamo versato 1 miliardo 150 milioni di dollari circa fra il 2000 e il 2020, il 5,5% del totale.

In totale, dalla sua creazione fino al 2034 sono stati impegnati dai sostenitori del GAVI 23,5 miliardi di dollari.[3]  […] In questo modo il GAVI è divenuto il terzo maggior finanziatore multilaterale in sanità, dopo il Fondo Globale per la lotta contro l’AIDS, la Malaria e la Tubercolosi e la Banca Mondiale.

Come venga spesa questa montagna di denaro, oltre che in lucrosissime commesse di lungo termine alle multinazionali del farmaco e in interessi agli investitori internazionali, è oggetto di serrate critiche sulla stampa internazionale. I manager di GAVI, che gestiscono la salute mondiale senza rendere conto a nessuno e pretendendo di dettare legge al di fuori di ogni investitura democratica, dopo aver ricevuti i fondi per i poveri dalle nostre tasse tramite i finanziamenti governativi, guadagnano infatti cifre favolose. Nel 2017 il direttore del GAVI, Seth Berkley, epidemiologo prima al CDC e poi presso la Rockefeller Foundation, chiedeva a gran voce che gli “antivaccinisti” fossero esclusi dai social media, intendendo proprio chiunque fosse critico del programma vaccinale sotto qualsiasi aspetto. Il vibrante appello non è risultato inascoltato, come sappiamo. Berkley però fu definito dal Daily Mail (31/12/2016) come “il più grasso tra i grassi gatti della carità” per il fatto di aver intascato, come CEO del GAVI, due milioni di sterline di stipendio nei quattro anni precedenti, un contributo per la casa in aggiunta alle 623.370 sterline del suo stipendio, più un sussidio per le spese scolastiche, più l’esenzione fiscale sui redditi in Svizzera, per un accordo fatto dall’organizzazione. Sarà autentica filantropia?

Somme esorbitanti ed altrettanto oltraggiose per i contribuenti e per i destinatari degli aiuti vengono elargite anche ad altri dirigenti del GAVI e delle maggiori fondazioni filantropiche dedite al soccorso dei Paesi poveri. “Certamente non c’è rischio di povertà fra i suoi personaggi di vertice. Secondo i dati più recenti del Modello 990 USA [dichiarazione dei redditi delle organizzazioni non-profit], il GAVI ha passato ai 12 dipendenti di vertice più di 188mila sterline nel pacchetto retributivo nel 2014”, scrive il Daily Mail. Certo una bella notizia per i tartassati contribuenti italiani.

***

IFFIm è formalmente una società di diritto inglese particolare (che ha benefici fiscali): una charity company con sede in Gran Bretagna. Le sei persone che compongono il consiglio di amministrazione vantano una profonda esperienza nel settore bancario, finanziario, della salute e della “finanza sovranazionale di sviluppo”. Ha la forma di una partnership fra GAVI, gli Stati donatori (Regno Unito, Italia, Francia, Spagna, Svezia, Norvegia, Australia, Paesi Bassi e Sudafrica), gli investitori privati, la Banca Mondiale.

Ha lo scopo di rendere disponibili immediatamente per GAVI i soldi che gli stati sovrani si sono impegnati a donare a favore di GAVI nei prossimi anni, con lo scopo preciso di finanziare programmi di vaccinazioni nei paesi “poveri”. In parole povere, IFFIm trasforma i soldi futuri promessi dagli stati in soldi presenti, attraverso i “vaccine bonds”, emessi in collaborazione con la Banca Mondiale.

I vaccine bonds sono titoli obbligazionari che vengono venduti agli investitori privati internazionali, i quali ci guadagnano “an attractive rate of return”, come dice il sito (ovvero succosi interessi). La filantropia ha i suoi vantaggi, come abbiamo visto, fiscali e finanziari.

Gli AMC, introdotti nel 2007, servono a finanziare l’acquisto del costosissimo vaccino anti-pneumococco, che costituisce da solo il 44% della spesa di GAVI, data la diffusione delle malattie da pneumococco, come la polmonite, nei Paesi in via di sviluppo e dato il prezzo elevato del prodotto.

Medici senza Frontiere ha accusato più volte negli ultimi anni la Pfizer e la Glaxo, che vendono il vaccino antipneumococco in regime di duopolio mondiale, di imporre ai Paesi destinatari degli aiuti prezzi opachi, perché diversi per ogni Paese, ed artificiosamente gonfiati, addirittura più alti che nei Paesi occidentali, in ciò favoriti dal GAVI, che elargisce i fondi alle due multinazionali senza contrattare prezzi più ragionevoli. Il problema è serio, scriveva MSF nel 2015, perché, una volta cessato il finanziamento di GAVI, questi Paesi dovranno pagare cifre esorbitanti per quei vaccini, sottraendoli ai loro magri bilanci per la salute: 6 volte tanto in Tunisia e Marocco, dove il vaccino costa più che in Francia, per esempio, e 15 volte tanto in Angola e Indonesia. Ancora a fine 2019, nonostante le ingenti somme anticipate per lo sviluppo del vaccino antipneumococco (1,2 miliardi di dollari, oltre i 50 miliardi fruttati da questo solo vaccino), GSK e Pfizer ne tenevano alto il prezzo per il GAVI.[4] Come c’è da aspettarsi, le multinazionali perseguono il profitto, senza altre considerazioni. E qui i profitti sono da capogiro.

Nella seconda edizione (2016) del suo rapporto sui prezzi dei vaccini The right shot, MSF mostra come nei paesi più poveri vaccinare un bambino oggi sia 68 volte più costoso rispetto al 2001. Che la forsennata campagna mondiale per le vaccinazioni, di cui GAVI è paladina, abbia avuto un ruolo nel fare lievitare i prezzi? In Italia, per esempio, con l’entrata in vigore del decreto Lorenzin (2017), i prezzi dei vaccini era lievitato fra 2016 e 2017 del 62%, come osservava il quotidiano “La Verità” (17/01/2019), aumentando in un solo anno di 130 milioni di euro, ad esclusivo vantaggio delle aziende produttrici, che detengono i brevetti dei vaccini polivalenti, e a svantaggio della spesa sanitaria ed assistenziale per i cittadini, che viene sbilanciata da questa voce.

Ma perché tanto improvviso accanimento sui vaccini? Più in generale, quali sono le criticità di questo trasferimento di potere dal pubblico al privato? Quali conseguenze concrete ha per la nostra vita? Ne parleremo nel prossimo articolo. Il quadro comincerà a farsi interessante.

Ringrazio Guido Grossi per il suo contributo tecnico a questo articolo.

Per approfondire, si può leggere il documento online di V. Boggini e D. Sabuzi Giuliani, L’Italia e l’Alleanza Globale per le Vaccinazioni. Verso un nuovo approccio per la partecipazione italiana al GAVI, la partnership pubblico privata per l’immunizzazione, scritto per Action Aid, Aprile 2016.


[1] Fonte: Action Aid, L’Italia e l’Alleanza Globale per le Vaccinazioni. Verso un nuovo approccio per la partecipazione italiana al GAVI, la partnership pubblico privata per l’immunizzazione, Aprile 2016 (disponibile online al link https://www.actionaid.it/app/uploads/2016/04/AA_GAVI.pdf).

[2] Action Aid, L’Italia e l’Alleanza Globale, cit., p. 15.

[3] Action Aid, L’Italia e l’Alleanza Globale, cit., p. 8.

[4] https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/polmonite-il-nostro-appello-per-i-20-anni-del-gavi/

http://www.vita.it/it/article/2019/12/03/polmonite-msf-lalleanza-globale-per-i-vaccini-smetta-di-finanziare-pfi/153486/


Articolo pubblicato sul numero 11 (marzo 2020) di Sovranità popolare.

 

 

Quando il privato governa il pubblico: OMS e dintorni

Infografica pubblicata sul quotidiano La Verità del 10/12/2018.

Nell’enorme complessità del fenomeno mondiale che chiamiamo “globalizzazione”, un filo rosso sembra collegare fra loro eventi e processi diversissimi: la crescente e sempre più pervasiva commistione fra pubblico e privato. Palesemente guidata da un’ideologia neoliberista, orientata al ripristino del potere di classe delle élite, che nel secondo dopoguerra veniva eroso dall’avvento di democrazie partecipative e dalla crescita della consapevolezza dei diritti da parte dei popoli, la globalizzazione economica, dagli anni ’80, ha seguito la via delle privatizzazioni, della deregolamentazione, delle liberalizzazioni selvagge, al fine di tutelare la libertà di impresa delle multinazionali e il libero movimento dei capitali finanziari. Lo Stato, visto come intralcio alla ”libertà” dei mercati, anziché come espressione suprema della sovranità popolare e istituzione mediatrice fra i diversi interessi presenti nella società civile, diventa il bersaglio delle politiche mondialiste, che mirano a spostare la sovranità dai cittadini ai “mercati”, espressione degli interessi di pochi grandi gruppi familiari, bancari e finanziari.

Le partnership globali pubblico/privato. Uno degli strumenti più utilizzati a questo fine sono le cosiddette “partnership globali pubblico/privato” (GPPP), ovvero degli enti ibridi, dall’incerta natura giuridica e privi di qualsivoglia legittimazione popolare, che vedono alleati soggetti pubblici (i governi, spesso all’insaputa dei loro rappresentati) e soggetti privati, costituiti da multinazionali, banche, operatori finanziari (pressappoco gli stessi dovunque). Al di là delle intenzioni dichiarate, sempre filantropiche, benefiche e illuminate, in questo tipo di partnership spesso il pubblico mette il denaro e i privati godono dei vantaggi.

John Kenneth Galbraith, in  L’economia della truffa (RCS, 2004), descrive il fenomeno a proposito delle spese militari, per le quali pubblico è il denaro, ma privati i beneficiari, e  che influenzano pesantemente la spesa pubblica, spingendo all’acquisto di costosissimi armamenti dalle aziende private (il famigerato “complesso militare-industriale” di cui parlava il presidente Dwight D. Eisenhower nel 1961). Peter Buffett, figlio del più noto Warren, che nel 2017 era il secondo uomo più ricco al mondo, ne parla con cognizione di causa sul Washington Post (26 luglio 2013) a proposito del “complesso caritativo-industriale”, ovvero quel gigantesco intreccio di interessi che governa le politiche mondiali della salute e degli aiuti ai Paesi poveri, da lui definito anche “colonialismo filantropico”.

Sempre di colossale business si tratta, con aspetti perfino più inquietanti, perché i mercanti di morte sono identificati come tali, mentre qui i membri dell’élite si presentano con il volto angelico dei salvatori dell’umanità. Da anni, essi investono somme da capogiro nel settore non-profit: Buffett indicava per il 2012 un giro d’affari di 316 miliardi di dollari solo negli USA, con 9,4 milioni di addetti. Con il peso di somme così ingenti, i ricchi finanziatori, che incontrano nei meeting filantropici i capi di Stato e i dirigenti delle multinazionali, “cercano con la loro mano destra risposte ai problemi che altri nella stessa stanza hanno creato con la sinistra”. Ovvero, decidono soluzioni dall’alto per i problemi dell’umanità causati da quello smisurato travaso di ricchezza dai poveri ai ricchi in cui consiste la globalizzazione neoliberista. Donare lava la coscienza, ma non elimina la disuguaglianza, conclude Peter Buffett. Le soluzioni proposte, infatti, arricchiscono molte tasche, ma non modificano i rapporti di forza e le cause strutturali dei problemi globali. In questa ansia dirigistica, i grandi gruppi privati e i filantropi globali di fatto controllano le politiche di enti istituzionali come l’OMS, facendo perdere loro ogni terzietà.

L’OMS. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), organo delle Nazioni Unite, ha come scopo istituzionale la tutela della salute, intesa non come assenza di malattia, ma come “condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale”. È governata da 194 stati membri attraverso l’Assemblea mondiale della sanità ed è un soggetto di diritto internazionale, verso il quale gli Stati hanno l’obbligo di cooperare. Ha la fondamentale funzione di coordinare le politiche sanitarie dei Paesi membri, specie in presenza di gravi epidemie. Dovrebbe farlo in modo trasparente, dato il suo status di agenzia imparziale, che agisce nell’interesse pubblico.

Come per la Difesa, però, a fronte di un progressivo disinvestimento degli Stati, si sta verificando una progressiva occupazione dell’ente da parte delle aziende private, che hanno finanziato l’87% dei 4 miliardi e mezzo di dollari delle entrate OMS per il biennio 2016-17. Una fetta consistente dei 3 miliardi 900 milioni di dollari di provenienza privata è stata versata dalla Bill & Melinda Gates Foundation, seconda in classifica dopo gli USA[1]: ben 901 milioni di dollari, di cui quasi 434 vincolati a programmi specifici (earnmarked): il che vuol dire che le politiche sanitarie le decidono i finanziatori, sulla base di criteri diversi da quelli dell’interesse pubblico. Non certo per amore disinteressato. Si tratta infatti di un modello organizzativo intenzionalmente commerciale (business-like).

Il quotidiano “La Verità” (10/12/2018) cita i dati del British Medical Journal: “nel 2017 l’80% dei fondi ricevuti dall’ agenzia Onu era earmarked“. Come scrive il quotidiano Repubblica,

“Ormai l’OMS è costretta a tenere conto di quello che Gates ritiene prioritario, come nel caso della polio”, obietta il professor Flahault [direttore dell’Istituto di Sanità Globale della facoltà di medicina dell’Università di Ginevra.] […] Da sottolineare, pure, che mentre nel 1970 l’80% del bilancio dell’Oms era costituito dai contributi degli Stati membri e il 20% da quelli di privati, oggi il rapporto è l’esatto contrario. Con il risultato che interi dipartimenti dell’organizzazione sono finanziati, per intero, dalla fondazione Bill & Melinda Gates. “Questo ha, inevitabilmente, un impatto. Non tanto su quello che l’OMS dice ma, piuttosto, su quello che omette di dire”, ha dichiarato, alla TV pubblica elvetica, Nicoletta Dentico, direttrice della ONG di Ginevra, Health innovation in practice.

Fra le cose che l’OMS non dice si possono trovare, per esempio, i dati sui morti a causa dei farmaci, che secondo Peter Gøtzsche, Professore di Clinical Research Design and Analysis all’Università di Copenhagen e a lungo responsabile del Cochrane Institut (finché non l’ha comprato Bill Gates), è la terza causa di morte, dopo le patologie cardiovascolari e l’ictus, con una stima per difetto di 200mila morti all’anno sia negli USA che nell’UE (P. Gøtzsche, Medicine letali e crimine organizzato, G. Fioriti ed., p. 363-364), mentre sul sito OMS non vengono considerati nelle statistiche. Oppure i dati completi sui danni da vaccino o sul fenomeno del disease mongering [2] , cioè l’invenzione di malattie nuove per vendere farmaci a persone sane o informazioni sulle pressioni da parte delle aziende private per l’impiego  di farmaci, per la definizione dei valori soglia di diverse patologie, per le campagne di prevenzione da parte dell’OMS, che si trova nella posizione di controllore e controllato insieme. Soprattutto, sono dati per scontati gli obiettivi da raggiungere e gli strumenti da utilizzare, entrambi in gran parte decisi dai finanziatori, come insegna il caso delle campagne di vaccinazione antipolio in India, dove la malattia è quasi estinta e dovuta ormai solo ai vaccini, ma a cui Gates ha voluto destinare ben 894,5 milioni di dollari, 10 volte di più che alla prevenzione dell’Aids, la quarta causa di mortalità nei paesi poveri.

E chi sono i finanziatori privati? Oltre alla Bill & Melinda Gates Foundation (che vanta un patrimonio da 40 miliardi di dollari), soprattutto le multinazionali del farmaco (in testa Sanofi, Gilead Sciences, GlaxoSmithKline e Hoffmann-LaRoche, Bayer, Merck) e la GAVI Alliance (Alleanza globale per le vaccinazioni), a loro volta finanziata da un ventaglio di soggetti privati e pubblici.

La GAVI Alliance. La GAVI Alliance è una partnership pubblico-privato, emanazione anch’essa della Bill & Melinda Gates Foundation, che ha come finalità la diffusione delle campagne vaccinali, specie nei Paesi in via di sviluppo. Dal punto di vista giuridico, è una fondazione privata di diritto svizzero, non costituita in base ad un trattato internazionale. L’Italia è un Paese finanziatore del GAVI dal 2006, il terzo per entità delle donazioni, avendo promesso un contributo diretto al GAVI di 120 milioni di dollari per il periodo 2016-2020. Fanno parte della GAVI Alliance, come recita il sito della rappresentanza italiana all’ONU, “paesi e settore privato, come ad esempio la Fondazione Bill & Melinda Gates, produttori di vaccini sia dei paesi sviluppati che in via di sviluppo, istituti specializzati di ricerca, società civile e organizzazioni internazionali come OMS, UNICEF e Banca Mondiale”. A sua volta, GAVI Alliance è partner del GHSA (Global Health Security Agenda, che è un altro ente sovranazionale di natura incerta, nato negli USA nel 2009 per direttiva presidenziale al fine di contrastare le minacce di bioterrorismo, grazie al quale l’Italia ha introdotto nel 2017 l’obbligo vaccinale per 10 vaccini in assenza di epidemie) a cui concorrono governi e soggetti privati (sempre gli stessi).

I membri del GAVI, dal sito omonimo.

Quindi, GAVI finanzia l’OMS, che ha compiti di coordinamento, vigilanza e controllo, in quanto istituzione pubblica, ed è finanziata a sua volta anche dagli Stati, che versano denaro per le campagne vaccinali, che viene speso pagando le ditte produttrici (private). Le aziende farmaceutiche sono le destinatarie finali dei fondi. Verrebbe da pensare che, poiché le aziende farmaceutiche incassano il costo dei vaccini e contemporaneamente  finanziano l’OMS, l’OMS sia di fatto al loro servizio. Controllori e controllati, decisori e beneficiari coincidono, e la completa commistione è rafforzata dal fenomeno ormai fuori controllo delle sliding doors, delle porte girevoli fra sanità pubblica e industria farmaceutica che caratterizza le carriere di molti esperti in ambito medico, aziendale e politico.

E come funziona? Troviamo sempre nel sito ufficiale della rappresentanza italiana all’ONU:

“Oltre alle donazioni dirette degli stati membri, l’Alleanza utilizza meccanismi di finanziamento innovativi che contribuiscono a garantire la sostenibilità delle sue attività, quali l’AMC (Advance Market Commitment) e l’IFFIm (International Finance Facility for Immunization)”.

Approfondiremo il funzionamento di questi strumenti finanziari, nei quali l’Italia gioca un ruolo di primo piano per entità degli stanziamenti, e in generale la complessa galassia di enti di varia natura che si occupano della salute a livello globale in successivi articoli, sia nella rivista cartacea sia online. Non mancheranno le sorprese.

Articolo pubblicato sul numero 1/2020 della rivista Sovranità popolare.

[1] “Nel 2017 l’Italia è stata il 12esimo Paese donatore con un totale di contributi obbligatori e volontari pari a USD 27.153.812”. (https://italiarappginevra.esteri.it/rappginevra/it/italia_e_onu/san/san.html)

[2] Sul fenomeno del disease mongering è illuminante il documentario della RAI Inventori di malattie.

Via maschile e via femminile al potere

English Version

Esistono una via maschile e una femminile al potere? O il potere è neutro rispetto al genere?

Non è facile distinguere, in una società nella quale potere è spesso sinonimo di dominio, prevaricazione, esercizio della forza, quando non di abuso e violenza. Uomini e donne, quasi in egual misura, siamo tutti influenzati da questa modalità di rapporto con i nostri simili. Secoli di guerre, di trame politiche machiavelliche, di oppressione e di ingiustizia non hanno certo favorito la crescita di una visione più nobile del potere.

Anche se associamo facilmente il potere a chi occupa posizioni preminenti nella società, non dobbiamo dimenticare che, a diversi livelli e in diverse modalità, tutti esercitiamo un potere. Un genitore che sgrida il figlio, un automobilista che si prende la precedenza che non gli spetta, un commerciante che fissa un prezzo eccessivo per un bene poco disponibile, perfino una bimbetta che fa i capricci per un giocattolo esercitano un potere. Quando invece subiamo un torto o un’ingiustizia, spesso rinunciamo ad esercitare il nostro potere. Ci dimentichiamo di averlo ed entriamo nel ruolo della vittima.

Vittima e carnefice sono gli attori di un dramma archetipico, perché scritto nei nostri geni. Sono due facce della stessa medaglia, prodotta dall’esperienza della specie. Rappresentano le due modalità complementari con le quali si manifestano rispettivamente il femminile e il maschile interiore degli umani al livello della mente animale. Il carnefice esercita un potere arbitrario per trarre un vantaggio egoistico dalla vittima; la vittima a volte è realmente impotente e costretta a subire, a volte crede soltanto di essere impotente e si autocommisera, rinunciando a difendersi. Le credenze sono spesso profezie che si autoadempiono. Poiché ha il potere, ma non sa di averlo, capita che la vittima lo eserciti sotto forma di manipolazione, di colpevolizzazione, di risentimento, di vendetta o di rimprovero. Alzi la mano chi di noi non ha esercitato sia il potere maschile del carnefice sia quello femminile della vittima. Entrambi i ruoli di questo gioco ci sono molto familiari, in tutte le loro perverse declinazioni, e si richiamano a vicenda. Chi è stato vittima tende a diventare carnefice e chi ha avuto facile vittoria contro una vittima inerme può ritrovarsi vittima dei suoi stessi impulsi fuori controllo o della vendetta altrui.

Il grande sociologo Max Weber, che vedeva molto bene la natura violenta del potere politico, attribuiva allo Stato il monopolio della violenza legittima: pur sempre violenza, ma regolata da norme scritte e perciò meno arbitraria. Nello Stato moderno è infatti evidente la sproporzione di forza fra Stato e cittadini, che genera tensione e conflitto, perché di solito esso è governato da élites che mantengono il potere con ogni mezzo e si riformano ciclicamente come le teste mozzate dell’Idra di Lerna. Il campo della politica, nelle società statali, è il campo dell’astuzia e della forza, della golpe e del lione di cui parlava Machiavelli ne Il Principe. Ma anche quando regolato dalla legge e quindi legittimato, il potere a questo livello resta per lo più un potere basso, proprio della mente animale, e ripropone l’eterno schema carnefice/vittima.

Il neoliberismo ha sviluppato questo gioco fino al parossismo. Ci ha abituati alla legge della giungla, rendendoci familiari e pressoché “naturali” la competizione e la supremazia del più forte. Mors tua, vita mea. L’egoismo, l’assenza di empatia, l’ingiustizia e la disuguaglianza sono state elette a virtù sorelle della “libertà”, intesa come assenza di vincoli, regole e limiti alla smisurata ingordigia di ricchezza e soprattutto di potere da parte di pochi. La ricchezza ha valore in quanto dà potere. Ai soggetti antisociali dà un senso di ebbrezza la sensazione di avere in pugno la vita degli altri.

Ma una delle fonti culturali di questa attitudine rapace verso la natura e verso i propri simili va cercata nella mentalità razionalizzante e strumentale della scienza moderna, nata dall’idea del dominio sulla natura (“sapere è potere”, diceva Francesco Bacone, paragonando la Natura ad una donna da possedere con la forza) e sfociata nell’attuale predominio della tecnologia su ogni altra capacità umana. Si tratta di una micidiale fusione di due tendenze convergenti verso la disintegrazione e la disgregazione dell’unità fondamentale dell’essere umano e delle società umane, che porta la guerra non solo fra gli individui, ma anche negli individui, fra la loro parte animale e la loro sempre meno percettibile parte spirituale. Questo tipo di visione strumentale dell’uomo non potrà portare ad altro che al controllo totale e dispotico di pochi sugli altri, realizzato mediante la tecnologia e con l’ausilio delle vittime (noi tutti), inconsapevoli della propria forza di resistenza e di difesa, perché lontane dal contatto con la propria essenza spirituale, potente e creativa, l’unica in grado di frapporsi fra la nostra vita semilibera e l’imminente avvento dell’ibrido uomo/macchina, privo di consapevolezza e schiavo impotente di chi lo controlla. Il vero potere oscuro, quello assoluto e supremo, non è il denaro, ma il potere di annientare nell’altro la sua scintilla divina.

Anche al livello della mente animale, c’è comunque un potere costruttivo, finalizzato alla sopravvivenza, che nel suo lato maschile è capacità di difesa, orientamento al compito e spirito di iniziativa, mentre nel suo lato femminile è capacità di tenere insieme il gruppo, di prendersi cura della prole e placare le tensioni. Anche se le distinzioni sono sempre un po’ forzate, ci aiutano a comprendere che, a questo livello, non siamo particolarmente diversi da altri mammiferi sociali, se non per grado di complessità dei comportamenti.

Noi non siamo però solo degli animali, seppure di specie umana. Siamo molto di più e tutto congiura per farcelo dimenticare. Considerato dal punto di vista della coscienza spirituale, il potere è un’influenza che si esercita su se stessi e sugli altri al fine di accrescere la consapevolezza e le possibilità di agire. Questo potere si nutre di responsabilità e di rispetto, nel senso che è vigile, attento, accogliente, disposto a rimediare agli errori e a riparare ciò che si è guastato. Responsabilità è consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Rispetto è profondo riconoscimento della scintilla divina nell’altro. Questo tipo di potere non conosce manipolazione, prevaricazione, ingiustizia, egoismo, invidia e azioni scorrette. Nel suo lato maschile, è forza e armonia interiore, capacità di prendersi cura proteggendo, giustizia, chiarezza delle intenzioni e del volere, determinazione; nel suo lato femminile è Amore spirituale (scritto con la maiuscola per distinguerlo dall’amore umano, fatto di sentimenti e di attaccamenti), che prova gioia nel veder crescere gli altri; è creatività, equità (ovvero giustizia adattata alle circostanze), capacità di generare armonia sociale, di accogliere.

Se il potere a livello animale è controllo degli altri e dell’ambiente e strumento di sopravvivenza, a livello spirituale è servizio e strumento di crescita – individuale e sociale – e di elevazione della coscienza. Il fatto che ci sembri normale il potere del primo tipo non deve farci svalutare l’enorme potenziale del secondo. Il potere come servizio ha un impatto molto più grande ad ogni livello, perché è trasformativo, costruttivo, capace di creare connessioni e di concentrare e moltiplicare le forze. Richiede grande forza interiore e produce straordinari cambiamenti. Soprattutto, ci fa stare bene, perché questo sarebbe il livello di dignità al quale dovremmo stabilmente collocarci per essere felici.

Allora perché sottolineare il lato femminile del potere come servizio, se entrambe le energie che lo costituiscono sono necessarie per esprimerlo? Direi per una ragione squisitamente storica: perché in Occidente (e non solo) le vicende della storia hanno sviluppato negli umani il lato violento e maschile della mente animale e hanno costantemente avvilito l’aspetto creativo, generativo e armonioso della coscienza spirituale. Ce ne rendiamo conto guardando ai risultati: la distruzione dell’ambiente, la scienza senz’anima e asservita al denaro, l’economia che ignora bisogni e diritti della gente, enormi risorse finalizzate alla guerra e alla distruzione, gli infiniti regimi dispotici e violenti che hanno governato e governano questo sfortunato pianeta, la costante manipolazione della pubblica opinione mediante i media, la vita sociale improntata all’egoismo e alla competizione, anziché alla solidarietà e alla cooperazione, la millenaria svalutazione della donna e del femminile in generale.

Abbiamo bisogno di sviluppare la nostra parte migliore, di sperimentare un lato maschile costruttivo, anziché distruttivo e un lato femminile empatico e amorevole. Dobbiamo guarire le enormi ferite inferte al nostro Femminile interiore per risvegliare la forza potente del maschile autorevole e consapevole.

Non è un programma astratto né utopico, ma concretissimo, benché qui esposto in modo sintetico e solo teorico. Possiamo cominciare oggi stesso, lavorando sodo su noi stessi e insieme ad altri che ci sostengano. Nel gruppo Rebis ci stiamo dedicando con entusiasmo e con tutte le nostre risorse di conoscenza e di esperienza a questo fine. I primi risultati cominciano a vedersi. Aspettiamo anche voi. Ci trovate su www.grupporebis.org

Articolo pubblicato su Sovranità popolare, n° 9, dicembre 2019.

L’articolo si può ascoltare in podcast sul sito www.grupporebis.org

English Version

Risvegliare il Femminile per un popolo sovrano e consapevole

A guardarsi intorno e a leggere i giornali ogni giorno c’è da morire di rabbia e di sconforto. Il sistema neofeudale fondato sul liberismo economico si regge sull’ingiustizia, sul controllo e sulla menzogna sistematica. Solo così è stato possibile svuotare di contenuto la nostra Costituzione, impoverire i cittadini, svendere le imprese pubbliche, disattivare la sovranità monetaria (che continua ad esistere, benché deliberatamente ignorata dalla classe politica), inculcare a reti unificate e per decenni l’idea che lo stallo economico dell’Italia sia il colpevole risultato della spesa pubblica, anziché l’effetto voluto e perverso del tradimento di una classe politica asservita ad interessi privati e incompatibili con la Costituzione.

Lo sconforto viene dal vedere ogni giorno come le decisioni più importanti vengano prese al di fuori di ogni trasparenza o addirittura al di fuori delle sedi istituzionali, a cominciare dalla famosa lettera privata di Andreatta a Ciampi del 1981, con la quale è iniziata la rinuncia dello Stato alla sovranità monetaria, per arrivare fino alla catena cortissima del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), discusso al di fuori del Parlamento, mentre i media si occupano d’altro. Ma potremmo riferirci, per esempio, all’Eurogendfor, la polizia europea svincolata dalla legge, al patto con Obama e le multinazionali del farmaco per i vaccini nel 2014 (il GHSA, di cui nessuno conosce le clausole), all’imposizione del 5G, nonostante i pericoli accertati per la salute. A chi li osserva con sguardo critico, i mass-media (con pochissime e marginali eccezioni) appaiono niente più che casse di risonanza di poteri non istituzionali e di interessi privati, più forti di qualunque maggioranza politica, che regolarmente se ne fa interprete a danno dei cittadini.

Non credo che se ne esca semplicemente dando vita ad altri partiti o movimenti politici. La parabola del M5S è abbastanza istruttiva al riguardo. Nonostante le buone intenzioni, il meccanismo violento del potere schiaccia, espelle o ricatta chi accetta la sfida di portare istanze etiche nella politica. Siamo esseri piuttosto primitivi, da questo punto di vista. Il nostro mondo capitalista (che non è certo l’unico possibile, se si guarda ad altri tempi e ad altri luoghi), a parte la parentesi keynesiana, a cui è ispirata la nostra Costituzione del ’48, ha trasferito nei rapporti umani la legge della giungla, legittimandola come benefica e naturale. Non che prima del capitalismo in Occidente vigessero la giustizia e l’armonia (bisogna risalire al Neolitico, cioè a 8000 anni fa, per trovare una società fondata sul femminile, pacifica ed egualitaria, come sostiene Marija Gimbutas), però l’ideologia neoliberista è riuscita nell’impresa di portare la guerra, la divisione e la competizione dentro ciascuno di noi e di renderci schiavi a nostra insaputa.

La politica è così marcia e corrotta perché è nutrita da una visione animalesca dei rapporti umani. Noi umani siamo anche, benché non solo, animali – animali umani, appunto. In quanto animali, eredi delle esperienze spesso tragiche e violente dei nostri antenati, codificate nei nostri geni, abbiamo sviluppato una mente genetica, adatta alla sopravvivenza. E poiché ciascuno di noi ha dentro di sé una parte maschile e una femminile, in quanto discendente di un padre e di una madre, portiamo in noi un maschile e un femminile animale: il primo, orientato alla supremazia, alla lotta, alla competizione e al dominio; il secondo, alla cooperazione, alla cura della prole, alla relazione e alla pace. Questo almeno ci ha insegnato la nostra storia passata; non si tratta necessariamente di un destino scritto nel libro della natura.

Tuttavia, è presente in noi anche una coscienza spirituale, creativa e più elevata. Siamo esseri fatti di corpo, mente e spirito. Come uno schiacciasassi, il capitalismo neoliberista ha asfaltato la dimensione spirituale e ci ha ridotti a materia, a puri e semplici consumatori, quando non ad anonimi e smemorati sudditi, asserviti ad un sistema creato per drenare ricchezza dai poveri ai ricchi. Finché restiamo nel paradigma della mente animale e ignoriamo la nostra parte spirituale, non ne verremo fuori. Questo gioco non ammette outsiders e non lo si cambia rimanendoci dentro.

Dobbiamo ripristinare la nostra integrità perduta. Dobbiamo farlo per noi stessi, per ritrovare l’armonia interiore, e per il mondo in cui viviamo, prima che sia troppo tardi. Occorre uscire dallo schema predatorio, dal gioco a somma zero – mors tua, vita mea – e riscoprire in noi il senso della connessione con gli altri e con l’universo. Il trionfo del maschile animale, violento e predatorio, che ha comportato storicamente la repressione e la sottomissione dei valori femminili, ha danneggiato la nostra coscienza, la nostra vita associata e l’ambiente in cui viviamo. Come tutti i modelli unilaterali, ha prodotto squilibrio, dolore e morte. Dobbiamo rendercene conto e cambiare rotta.

L’unica strada percorribile, secondo me, è il risveglio del Femminile spirituale. L’essenza spirituale è unica, di per sé, e non ha genere. Comporta però caratteristiche complementari e nel nostro mondo quelle femminili (senso della connessione, amore spirituale, intuizione, creatività, bellezza eccetera) sono state particolarmente schiacciate, nell’uomo e nella donna. Non saremmo a questo punto se la nostra storia non avesse cancellato la presenza del femminile con sistematica ferocia. Maschile e femminile spirituali non sono opposti; lo sono il femminile spirituale e il maschile animale. Per questo occorre concentrarsi sul femminile spirituale, come sul naturale antidoto al male che ci affligge.

Abbiamo bisogno di un’economia al femminile (spirituale, non animale), di una politica al femminile, di una scienza al femminile, di una cultura al femminile, di mass-media al femminile. Non possiamo continuare a vivere per accumulare o per lasciarci sfruttare. Non basta far entrare le donne nella stanza dei bottoni. Non tutte le donne, come non tutti gli uomini, hanno sviluppato un femminile spirituale. Occorre molto di più. Occorre cambiare se stessi, tutti quanti, attraverso un percorso di consapevolezza, fatto di impegno, responsabilità, rispetto, etica e giustizia. Trasformare se stessi e la propria mente animale è l’impresa più difficile, ma anche la più necessaria ed entusiasmante. E non si fa da soli. Non è un semplice processo di conoscenza, ma un concretissimo lavoro quotidiano su noi stessi, sulle nostre emozioni, credenze ed eredità genetiche, per il quale serve l’aiuto di una rete di persone che apprendono insieme. Dobbiamo smettere di delegare a qualcun altro i nostri interessi e il nostro futuro e assumerci la responsabilità di risvegliarci alla nostra integrità e completezza.

Per questo è nato Rebis, un gruppo indipendente di confronto, di studio e di formazione senza scopo di lucro nel quale si può crescere insieme giorno per giorno nella consapevolezza della parte più elevata di noi stessi. Rebis è un gruppo pluralista, non confessionale, apolitico nel senso che non è schierato e non partecipa alla lotta politica, ma sommamente politico nel senso dell’impegno civile e della solidarietà sociale. Possono collaborare tutte le persone – uomini e donne, di ogni nazionalità, credo o fede politica – che ne condividono gli scopi, che intendono contribuire in qualche modo e che vogliono impegnarsi nella trasformazione della propria mente animale per risvegliare la coscienza spirituale e diventare cittadini sovrani e consapevoli. La sovranità, infatti, ci è stata tolta da un pezzo e solo con un duro lavoro su di noi saremo in grado di riprendercela.

Rebis ha un blog (www.grupporebis.org), con sezione in Inglese e Spagnolo, e una Pagina Facebook (Rebis – Il risveglio del Femminile per un popolo sovrano e consapevole), con relativo Gruppo di discussione. Nel sito di Sovranità popolare c’è uno spazio dedicato. Sabato 8 febbraio, a Milano, si svolgerà il primo seminario di Rebis aperto al pubblico e sarà possibile partecipare alla cena di gruppo. Chi vuole conoscerci o partecipare può scrivere a grupporebis@gmail.com

Articolo pubblicato su Sovranità popolare n° 7, novembre 2019

Scuola, ultimo atto: quando la competenza scaccia la conoscenza

Dialogo (d)istruttivo fra Smarty, il Nuovo Docente Formato alla Didattica per Competenze, e Sofia, la Vecchia Docente da Rottamare, ancora ostinatamente attaccata alle sue polverose Conoscenze.

Smarty

La lezione frontale? Roba da vecchie aule polverose, una noia mortale… Lo studio sistematico della storia o della letteratura? E a che pro? I programmi non esistono più, nella scuola delle competenze. Qui si impara dall’esperienza, lavorando in gruppo, per via induttiva e affrontando compiti di realtà, ovvero problemi quotidiani. Basta con le lezioni dalla cattedra, in cui parla solo il docente! La scuola deve mettere gli studenti al centro!

Sofia

Ma guarda un po’… Sei appena arrivato, e parli come se avessi scoperto l’acqua calda. I pedagogisti discutono da decenni se sia meglio la didattica frontale, in cui il docente tiene la sua conferenza quotidiana, o quella attiva, con la quale sono gli studenti a lavorare in autonomia, guidati dal docente. È una questione vecchia come la pedagogia. In un certo senso, l’hanno pure risolta. Per fortuna, esistono le ricerche scientifiche. Ed hanno constatato che entrambi i metodi hanno pregi e difetti. Con il metodo frontale, si riesce a trasmettere una quantità molto maggiore di conoscenze, ordinate e di ottima qualità, ma se il docente non riesce a coinvolgere gli allievi e a stimolarne l’interesse, può risultare noioso, come dici tu, e libresco. Con il metodo attivo, gli studenti sono più coinvolti e memorizzano meglio ciò che hanno imparato attraverso la propria esperienza personale, ma si impara complessivamente molto meno, in modo più frammentario e meno solido dal punto di vista teorico. L’insegnamento migliore è quello che li usa entrambi, a seconda del contesto e degli argomenti. Ma ricorda che una lezione frontale ben fatta, fondata su domande stimolanti e vitali, può dare più soddisfazione agli studenti di un dispersivo lavoro di gruppo.

Smarty

Quello che dici tu andava bene per le generazioni passate. Oggi a scuola abbiamo i Millennials, i ragazzi che sono nati con lo smartphone in mano… Come si fa a catturare la loro attenzione con la vecchia lezione dalla cattedra? E poi con i new media si impara moltissimo… A che servono tutte ‘ste nozioni, se hai tutto a portata di click? Bisogna svecchiarsi, dài. Non si può fare lezione come nell’Ottocento!

Sofia

Hai ragione sui Millennials. Infatti i neuropsichiatri seri, come il tedesco Manfred Spitzer, sulla scorta di centinaia di studi scientifici condotti nelle migliori Università, sostengono che l’uso precoce di smartphone e PC sia causa di demenza digitale. Fra i tanti danni dei tuoi benedetti aggeggi digitali, infatti, ci sono la riduzione progressiva della capacità di attenzione, la mancata formazione delle vie neurali per lo sviluppo delle abilità linguistiche e matematiche, la dipendenza, il tempo sottratto alla lettura e alle amicizie, la sensazione di sapere, mentre si è ignoranti, per il semplice fatto di essere sempre connessi. Se diamo in mano agli studenti lo smartphone in classe, li faremo senz’altro smanettoni e magari pure divertiti, ma stupidi. E comunque informazioni e conoscenze non sono la stessa cosa. C’è la stessa differenza che c’è fra i mattoni accatastati alla rinfusa e l’edificio terminato, conforme ad un progetto.

Smarty

Si vede proprio che vivi in un altro mondo… In ogni caso, che ti piaccia o no, ce lo chiede l’Europa. Non hai letto i documenti europei che negli ultimi vent’anni hanno ribadito in ogni modo il ruolo delle competenze? E come lo trovi il lavoro, studiando Raffaello o Boccaccio? Carmina non dant panem…  Come fai ad essere competitivo, se non vai oltre le conoscenze e non impari ad essere autonomo, a sviluppare la capacità di lavorare in gruppo, se non sai usare le tecnologie digitali, se non hai le tue belle certificazioni linguistiche e non ti prepari per la formazione permanente? Non dico che un po’ di conoscenze non servano, ma senza le competenze i ragazzi saranno tagliati fuori dal mondo del lavoro.

Sofia

Ma da quando in qua il mondo del lavoro è il fine della scuola? E la competizione, poi? Dove l’hai vista nella Costituzione? Hai mai sentito parlare degli “inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2)? O del “pieno sviluppo della persona umana” e dell’ “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3)? Mi spieghi come faranno questi sventurati ragazzi, specie se non vengono da una famiglia ricca e istruita, a migliorare il proprio status senza un bagaglio di conoscenze ampie e ben strutturate? Non crederai mica che si possano acquisire le competenze vere, come il senso critico, la capacità di argomentare, di comprendere il senso di un’opera d’arte o di un testo letterario in autonomia, di difendere i propri diritti e di svolgere con coscienza i propri doveri di uomini e di cittadini solo sulla base della classe flippata*? Diceva don Milani che ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani. Quanto aveva ragione! Pensi davvero che con il lavoro di gruppo e procedure induttive si possano imparare tante parole quante ne fa apprendere la lezione frontale?

* [N. d. A: flipped classroom è la classe rovesciata, nella quale sono protagonisti gli allievi]

Smarty

Ma allora proprio non capisci. Qui nessuno ha detto che le conoscenze devono sparire. Devono soltanto essere subordinate alle competenze. Sono le competenze il nuovo scopo della didattica. Solo così avremo finalmente una didattica inclusiva, capace di accogliere tutti, anche gli studenti svantaggiati a cui sembri tenere tanto. La scuola delle competenze è innovativa perché permette di superare la demotivazione e l’estraneità della lezione frontale e il disamore per lo studio. Gli studenti verranno a scuola più volentieri e impareranno di più, perché saranno coinvolti in ciò che imparano. Ma hai letto l’elenco delle competenze definito dalla Raccomandazione del Parlamento europeo del 7 settembre 2006? Guarda che sono previste anche le conoscenze:

comunicazione nella madre lingua, comunicazione nelle lingue straniere, competenza matematica, competenze di base in scienza e tecnologia, competenza digitale, imparare ad imparare, competenze sociali e civiche, spirito di iniziativa e imprenditorialità, consapevolezza ed espressione culturale.

Sofia

Guarda che sei tu quello che non ha le idee chiare. Chiariamo subito una cosa: che un conto è il fine e un conto è il metodo. Il fine di sviluppare le competenze è sempre stato presente nella scuola. Conoscenze, abilità e competenze, o se preferisci sapere, saper fare e sapere essere sono da sempre il fine dell’istruzione. Quando frequentavo il mio austero liceo classico d’altri tempi, anche senza le classi flippate ho sviluppato competenze di valore inestimabile, che mi hanno permesso di formarmi una cultura ampia e solida anche se i miei genitori avevano la terza elementare e di essere qui adesso a discutere con te. Ma senza le conoscenze, senza le mie versioni dal greco e dal latino, non stringerei nulla. Pensa che perfino negli studi sull’intelligenza si è compreso che sono le conoscenze a renderci intelligenti e non le capacità grezze. Ma tu confondi il fine con il metodo: sembra che solo con il metodo attivo si possano conseguire le competenze, ed io te lo contesto fermamente. Ti assicuro che in 35 anni di insegnamento ho visto coorti di allievi altamente motivati e coinvolti anche nella lezione frontale. Non è il metodo che fa la differenza, ma l’energia coinvolgente dell’insegnante, se crede in quello che fa e trasmette passione per il sapere. E ho visto tante volte nei loro occhi la soddisfazione di aver espugnato un concetto difficile che mai avrebbero formulato da soli o di aver imparato a studiare molto in poco tempo.

In secondo luogo, chiedo io a te se quelle elencate sono le uniche competenze che la scuola deve fornire. Ma ti pare che non ce ne siano di più adatte al “pieno sviluppo della persona umana”? Per esempio, essere cittadini critici e consapevoli, conoscere se stessi e gli altri, avere sensibilità per la bellezza, saper essere mente, corpo e spirito, individui creativi e fruitori di cultura, saper essere membri attivi e responsabili di una comunità sociale, saper cooperare con altri in vista di un fine condiviso, sviluppando il senso del bene comune, la competenza emotiva e dialogica, la tolleranza delle opinioni che non si condividono, la disponibilità ad ascoltare e a difendere le proprie tesi in modo razionale e argomentato? Non vorrai dirmi che la deduzione trascendentale di Kant rientra da qualche parte nel tuo elenco? Con quelle competenze si allevano al più dei Monsù Travet, dei lavoratori non troppo critici.

E poi, sii onesto: al di là delle parole, come si fa a conservare le conoscenze in una didattica per competenze intesa come la intendi tu? Ti faccio un esempio concreto. Prendi un insegnante liceale di storia. Sviluppare il senso del divenire dei fenomeni umani e saperli collocare nello spazio e nel tempo non è una competenza fondamentale? Bene. Nel biennio, l’insegnante suddetto ha un’ora in meno di storia rispetto a 11 anni fa (dalla Riforma Gelmini del 2008) e deve condividere le ore con Geografia, che prima era materia a sé (ha anche un’ora in meno di Italiano, ma questa è un’altra faccenda). I suoi allievi sono molto più numerosi (intorno ai 30, di cui almeno 4 o 5 con BES o DSA) e arrivano da otto anni di scuola in cui la storia si è studiata poco o nulla, visto che si è abbandonato lo schema ciclico di Bruner, che prevedeva di riprendere l’intero percorso storico ad ogni nuovo ciclo didattico. Con le sue 66 ore annuali a disposizione, il nostro docente deve trattare in due anni tutta la storia antica e la geografia (le quattro nozioni che riesce a trasmettere) a studenti pressoché privi di nozioni di base. Il suo collega del triennio, che ha sempre due ore settimanali, 66 all’anno, deve arrivare in tre anni al Novecento…

Smarty

E vabbè, ma allora insisti… ti ho detto che non ci sono più i “programmi”. Parli tanto di libertà di insegnamento e poi non ti rendi conto che puoi scegliere tu che cosa insegnare. Mica sei obbligata a fare tutto… Sulla storia, poi, non hai nemmeno più il problema della prova scritta all’Esame di Stato. L’hanno tolta, tanto non la svolgeva nessuno.

Sofia

Ci stavo arrivando, appunto, se mi lasci finire il discorso. Supponi che il nostro bravo collega di Storia, con le sue 66 ore annue, decida di programmare, con ore e ore di lavoro extra non retribuito, un bel percorso interdisciplinare con i colleghi di Italiano e Storia dell’arte e una serie di moduli (pardon, di UDA, come si chiamano adesso) che prevedono alcune visite ai musei, l’analisi di documenti, la visione di un paio di film e qualche lezione in Inglese in modalità CLIL. Delle sue 66 ore, almeno un quarto circa se ne andrà fra assemblee studentesche, gite, progetti, alternanza scuola-lavoro, esperti esterni e altre interessanti attività consimili. Nelle 50 ore rimanenti, deve valutare i suoi 25-30 studenti almeno due volte al quadrimestre, altrimenti è fuori dalla legalità. Vorrà vedere come espongono la lezione? Se è molto esperto, se la cava con un quarto d’ora a studente. Moltiplicato 30 studenti per due volte al quadrimestre sono 60 quarti d’ora, 15 ore in tutto. Sempre che non si distragga un attimo e non si ammali. Poi però ci sono le prove di recupero, che sono tante, visto che gli studenti non studiano. Facciamo altre 5 ore? E sono 20. Da 50 siamo arrivati a 30…

Smarty

E chi ti dice che devi interrogarli? Anche quella è roba vecchia. Puoi valutarli molto più in fretta con un bel test! Così hai anche il vantaggio di monitorare tutti gli apprendimenti in modo strutturato.

Sofia

E tu credi che la capacità di esporre o di argomentare e l’attitudine al ragionamento storiografico si misurino con un test? Ma lasciami finire. Nelle sue 30 ore, il povero docente deve tentare la quadratura del cerchio: o trasmette le nozioni minime (in quinta, la storia dell’Ottocento e del Novecento) o fa i suoi lavori di gruppo. Ma per fare i lavori di gruppo deve rinunciare a trattare buona parte dell’Ottocento e del Novecento (in verità, al Novecento ci si arriva di striscio e solo fino alla seconda guerra mondiale, se si è proprio bravi). Un lavoro in modalità attiva, infatti, richiede molto più tempo e soffre delle continue interruzioni a fine ora di lezione. Per realizzarlo, occorrerebbe modificare l’organizzazione didattica e assegnare molte più ore alle lezioni. Perciò finirà come già verificato in altri Paesi: gli studenti sapranno tutto di un paio di argomenti (magari anche 5 o 6, non di più in 30 ore) e niente di tutto il resto. E secondo te questo è meglio?

Smarty

Meglio poche cose, ma fatte bene, almeno si impara ad imparare. Così almeno studieranno volentieri e saranno pronti per il mondo del lavoro.

Sofia

E qui ti sbagli di grosso. Negli Stati Uniti la didattica per competenze è stata introdotta nel 2001 con enfasi da una legge votata in maniera bipartisan dal Congresso, e con essa i test di verifica delle competenze in lettura e scrittura, ai quali erano subordinati i fondi alle scuole. Risultato: un disastro totale. Sono aumentate le disuguaglianze fra ricchi e poveri e peggiorate le abilità di comprensione dei testi. Leggere non è come andare in bicicletta. Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze. Inoltre, il sistema dei test ha introdotto la pratica perversa del teaching for testing. Si studia solo ciò che serve per superare il test, alla faccia delle sbandierate conoscenze, che finiscono nella spazzatura. La moneta cattiva scaccia quella buona e nella scuola sta avvenendo lo stesso.

Smarty

Come sei disfattista… Noi non siamo gli Stati Uniti. Da noi le conoscenze sono ancora ben presenti nei curricoli della scuola pubblica.

Sofia

Come sei ingenuo tu, invece! Quello che io vedo è che questa faccenda della didattica per competenze è l’ultima spallata neoliberista alla scuola della Costituzione. Non potendola eliminare del tutto, dopo averla strangolata economicamente, aver umiliato i suoi docenti, averla privata di tempo, risorse, edifici sicuri e di un numero ragionevole di alunni per classe, e dopo il tentativo di regionalizzarla per indebolirla ulteriormente, ora le danno la mazzata finale, sfilandole da sotto le conoscenze. Non ci sarà semplicemente più il tempo di trasmetterle! E chi lo farà sarà un vecchio arnese da rottamare quanto prima. Ma gli studenti, sicuramente saranno più sereni e felici a scuola e i genitori avranno meno crucci per i brutti voti degli insegnanti cattivoni. Felici e ignoranti. Ma competenti, e molto, molto smart.

Smarty

Sai che ti dico? Sei proprio una lagna. Sei troppo attaccata alle tue polverose Conoscenze. Non riesci proprio ad accettare il cambiamento…

Sofia

Avrei invece molto da insegnarti, caro collega sprovveduto. Ma continuerò a modo mio finché sarò nella scuola. La libertà di insegnamento me la tengo ben stretta e la difenderò con le unghie e con i denti. A differenza di molti esponenti della classe politica, sono ancora fedele alla Costituzione e non prenderò in giro i miei allievi con uno specchietto per le allodole. A proposito: dato che sulla pagina Facebook Dillo a Fioramonti, creata da La Tecnica della Scuola, sono arrivati moltissimi suggerimenti per il nuovo Ministro dell’Istruzione, mi aggiungo al coro con quattro richieste: Che cosa aspetta, egregio Ministro, a dare alla scuola le risorse economiche necessarie? Sarebbe più urgente che non ci cadessero gli edifici sulla testa e che avessimo uno stipendio dignitoso. Perché poi non ridare all’insegnamento della Storia lo spazio che merita? I nostri studenti sanno poco di tutto e niente del Novecento. Perché non fermarsi un momento a ripensare la didattica per competenze, dati i risultati degli USA e data la libertà di insegnamento? Anche Lei ha giurato fedeltà alla Costituzione. E soprattutto: perché non mi manda in pensione? Ne ho abbastanza di vedere l’istruzione pubblica svilita in questo modo. Grazie, Ministro. Chissà se almeno a Lei importa davvero della cultura nel nostro splendido e martoriato Paese. Si ricordi che è la scuola ad avere il compito di trasmetterla alle generazioni future, ma per poterlo fare non deve perderla per strada.

Articolo pubblicato il 16 ottobre 2019 sul sito di Sovranità Popolare.

La vita sulla Terra è una trappola per la nostra essenza divina. Intervista a Fiorella Rustici

Intervista di Simona Valesi a Fiorella Rustici

Viviamo in una struttura artificiale creata apposta per intrappolare le parti divine sopravvissute al declassamento energetico della Terra e della razza precedente alla nostra, successi molto tempo fa. Questo è il risultato degli studi approfonditi che porta avanti la ricercatrice spirituale Fiorella Rustici da oltre quarant’anni.

La sua specialità è comprendere come funziona la mente in relazione alla coscienza, cioè capire perché, di fronte a delle possibili scelte, ci ritroviamo sempre a scoprire, col senno di poi, che abbiamo preso quella sbagliata, con le sue conseguenze negative nella vita. Quindi se avete mai pensato che fosse difficile agire per ottenere dei cambiamenti positivi nella vita e nella società, ora sapete che avete un nemico da combattere che da qualche eone vi lavora contro.

“Io ho avuto la mia prima crisi esistenziale a un anno e mezzo”, ci racconta la Rustici, “quando mia mamma mi ha fatto vedere allo specchio dopo avermi vestita da Pierrot. Come tutti i bambini piccoli il mio spirito era lontano dal corpo, ma era già consapevole perché veniva da altre vite dove avevo fatto percorsi spirituali in cui avevo acquisito conoscenze e saggezza. In quel momento, vedendo il mio corpo allo specchio, ho avuto un’intuizione che mi ha reso palese il livello di degrado dell’umanità e le difficoltà che avrebbero incontrato gli esseri spirituali che erano rimasti qui, per aiutare a recuperare l’essenza divina superstite e ancora recuperabile dall’ultimo declassamento della Terra e dei suoi abitanti, prima che subisse un altro declassamento dimensionale ed energetico”.

La Rustici vede questa progressiva caduta verso il basso del livello spirituale della razza umana e della Terra, e comprende allora che i percorsi spirituali precedenti non erano stati sufficienti per recuperare le parti divine che erano rimaste intrappolate su questo pianeta, e che uno studio che andasse più in profondità rispetto alle conoscenze già acquisite era necessario.

Infatti, dice, non tutti si erano evoluti, ed era indispensabile affinare la ricerca andando a uno strato più profondo dove poter risvegliare le consapevolezze e ridar loro quella dignità divina che ogni parte spirituale dovrebbe avere e si merita. Scopre così che l’energia mentale, tramite cui tutto si muove e esiste, è regolamentata da delle leggi che erano ancora sconosciute, e le ha chiamate Meccaniche Mentali.

“Le ho chiamate meccaniche mentali”, si ricorda la Rustici, “perché studiando le leggi dell’energia mentale ho scoperto che viviamo in una struttura creata artificialmente, quindi in una mente artificiale meccanica e tecnologica. Meccanica mentale deriva quindi proprio dalla conoscenza di questa mente meccanica tecnologica artificiale. A questo proposito sono molto contenta che recentemente le ricerche di molti scienziati quantistici e tradizionali stanno ipotizzando e verificando coi loro esperimenti che questa è la realtà in cui viviamo”.

La Rustici spiega che come ci sono tante leggi nell’ambito della fisica, chimica o biologia, anche le leggi dell’energia mentale sono numerose e si ripetono continuamente perché sono sempre attive, esattamente come la forza di gravità che ci tiene attaccati alla terra e la legge di Bernoulli che fa volare gli aerei.

Una di queste, ci porta ad esempio, è la legge, o meccanica mentale, del copiare. Nel 1978 quando la Rustici ha iniziato la sua ricerca a uno strato più profondo, ha scoperto che una delle principali meccaniche mentali presenti sul nostro pianeta è la capacità dell’energia mentale del nostro cervello di copiare non solo l’ambiente che ci circonda ma anche tutto ciò con cui veniamo in contatto.

“Questa meccanica diventa molto negativa nel momento in cui la nostra mente cerebrale non fa nessuna differenziazione fra ciò che siamo noi con le esperienze che noi viviamo come pensieri, emozioni, paure, desideri, e ciò che vivono gli altri e che noi copiamo. È ciò che la scienza tradizionale ha cominciato da diversi anni a studiare come il fenomeno dei neuroni-specchio, anche se non sono ancora riusciti a comprendere tutte le complicazioni ad esso collegate e le motivazioni per cui è stata creata questa legge mentale”.

Molte altre meccaniche mentali importanti, ci spiega Fiorella, derivano dalla mente genetica, cioè dalle memorie dei nostri avi materni e paterni che abbiamo registrato dentro la nostra mente, parzialmente riconosciuta anche dalla più nota legge dell’ereditarietà. Oltre a godere di tanta creatività e talenti che arrivano da queste memorie, dobbiamo però fare anche i conti con le loro coscienze che influiscono nella nostra vita creandoci sensi di colpa e auto-punizioni. Noi, infatti, ripetiamo quello che i nostri avi hanno vissuto nella loro premorte e morte perché il vissuto di quei momenti rimane registrato nella nostra mente, insieme ai contenuti della parte animale che ognuno di loro si porta dietro, essendo noi una specie animale umana.

Le meccaniche mentali sono uguali per tutti”, spiega Fiorella, “perché sono alla base della struttura artificiale che fa vivere a tutti le stesse cose. Noi possiamo credere di essere unici e diversi dagli altri, ma è un ‘illusione. La diversità viene percepita dalle esperienze che uno può fare, ma i pensieri, le sensazioni, le emozioni, i conflitti, le paure che viviamo sono sempre uguali per tutti”.

L’unicità si trova invece nella scintilla divina che ancora molti di noi hanno dentro e che, come ci rivela Fiorella, “quelli come me, sono venuti qui per recuperare. È una decisione presa da quelle parti che amano la vita, quella di rimanere ad aiutare le coscienze rimaste intrappolate. Siamo Esseri venuti al recupero delle varie scintille divine superstiti e ancora recuperabili. Secondo le mie ricerche, il degrado spirituale parte dalla mancanza di conoscenza della mente e delle varie trappole che contiene. In assenza di questa conoscenza l’individuo non può che ritrovarsi a vivere solo la sua umanità come specie animale umana, senza potersi riappropriare e vivere nelle sue qualità e poteri spirituali”.

Vale quindi la pena conoscere il funzionamento delle meccaniche mentali, ci dice la Rustici, “per comprenderle, osservarle, non caderne effetto e soprattutto non identificarcisi, perché la mente con le sue meccaniche mentali non ha consapevolezza e coscienza di sé. Solo una coscienza che ha sviluppato la propria spiritualità, comprendendo anche le meccaniche mentali, può uscire dalle identificazioni della mente stessa e collegarsi alle realtà non artificiali con le sue caratteristiche di amore, luce, gioia e vita puri, tipiche della propria parte divina”.

Quando la persona comprende le meccaniche mentali, sviluppa una coscienza con una propria scala di valori positiva, e diventerà una persona che rimedia ai propri errori, ricrea giustizia dove l’ha tolta, lotta per avere un mondo migliore dove ci sia amore, rispetto, etica e valori spirituali da inserire in tutte le aree della sua vita”.

Si sa che l’evoluzione spirituale individuale è intrinsecamente collegata a quella sociale. “Comprendere è vita!”, afferma Fiorella. “Essendo tutti collegati, siamo soggetti alla legge della massa critica. Quindi se tante persone lavorano sulla comprensione della struttura mentale artificiale in cui sono intrappolate e riescono a uscirne, aiutano anche gli altri a loro collegati. Questa comprensione passerà nella coscienza collettiva. Anche se non tutti intraprenderanno un percorso specifico, si troveranno comunque questa saggezza dentro di loro in modo naturale, come se fosse una loro caratteristica, ottenendo così contemporaneamente un’evoluzione spirituale individuale e sociale”.

Solo così, raggiungendo questo risultato desiderato, il nostro Pierrot potrà asciugarsi la sua eterna lacrima e ritrovare il sorriso della gioia spirituale.

Simona Valesi

EVOLUTION DAY by FIORELLA RUSTICI

Con questa aspettativa e speranza Fiorella Rustici ha istituito l’Evolution Day: un giorno l’anno in cui i suoi corsi, nei quali spiega il funzionamento delle meccaniche mentali e il conseguente comportamento della coscienza, sono accessibili a tutti.

Per avere informazioni sul prossimo Evolution Day chiamate il cell. 335-233018 o scrivete a corsi@fiorellarustici.com .

Rebis: il risveglio del Femminile spirituale

Articolo pubblicato l’8 ottobre 2019 su Olistic News.

Il Rebis (dal latino Res bina, cosa doppia), è il simbolo alchemico dell’unione degli opposti. Gruppo di studio informale, nato da un’idea di Patrizia Scanu, psicologa, Gestalt Counsellor e docente al liceo delle Scienze Umane di Alba in Piemonte, si propone di dare spazio alla riflessione sulla profonda crisi globale che sta attraversando questo mondo prodotto da decenni di ideologia neoliberista. Se ne ricercano le cause nel secolare squilibrio fra maschile e femminile, che ha prodotto una frattura nell’integrità della persona umana, fatta di corpo, mente e spirito, e ridotto al lumicino la componente spirituale.

Il gruppo di lavoro, assolutamente laico e dialogico, si propone di dare vita ad un vasto movimento di opinione che stimoli la presa di coscienza collettiva dei valori e delle qualità femminili, schiacciati e silenziati da secoli di repressione, soprattutto religiosa.

Rebis è un gruppo di persone, uomini e donne, che intendono riflettere sul modo in cui lo sviluppo di una spiritualità di qualità femminile possa contribuire ad elevare il livello delle coscienze e di conseguenza della vita civile. Il Femminile qui è da intendersi in senso energetico, come femminile interiore, presente sia nelle donne sia negli uomini.

“Siamo convinti che non si potrà cambiare nulla a livello politico finché le persone non matureranno una consapevolezza profonda della propria natura spirituale, intesa nel senso più alto e laico del termine. E dell’essenza spirituale, che in sé non è né maschile né femminile, una componente essenziale, quella femminile, è stata a lungo soffocata e repressa. Pensiamo ci sia bisogno di recuperare l’equilibrio perduto per ricostituire l’integrità dell’essere umano. Senza un riequilibrio fra le due energie, il maschile e il femminile spirituale, questo mondo è condannato. Solo ritrovando l’integrità della propria essenza si può pensare di costruire un mondo più evoluto, superando le bassezze dell’attuale contesto politico e le dolorose lacerazioni di una società costruita sulla competizione e sul possesso”.

Il gruppo di studio non ha niente a che fare con il movimento femminista né si propone di creare una “riserva” per sole donne. Qui le donne e gli uomini hanno un ruolo assolutamente paritario. Rebis dovrebbe essere la casa degli uomini che hanno fatto pace con il femminile e delle donne che, valorizzando il femminile, hanno fatto pace con il maschile. Tutti – uomini e donne – nel rispetto delle innegabili differenze, hanno da guadagnare dallo sviluppo integrale della propria coscienza spirituale.

Lo scopo del gruppo di studio è proporre modelli alternativi di comportamento personale, di gestione delle relazioni fra persone, di azione civile e politica che aiutino le persone a uscire dall’isolamento e dalla competizione neoliberista e a costruire una società migliore ed evoluta. Non si tratta solo di discutere, ma anche e soprattutto di agire e di imparare. Le attività si declinano in organizzazione di eventi, corsi, seminari e momenti d’incontro. Si prevede la promozione di iniziative sociali e politiche, intendendo per “politico” ciò che riguarda la polis, ovvero al vita della comunità dei cittadini. Si occuperà di formazione e informazione. Solo dallo sviluppo della consapevolezza dell’intero potenziale umano può nascere, infatti, una visione del futuro fondata sui valori autenticamente spirituali che ispirarono la Costituzione italiana del 1948.

A quei valori di uguaglianza sostanziale, solidarietà, partecipazione, cooperazione, bellezza, responsabilità, giustizia, traditi da decenni di politiche asservite all’interesse di pochi e subordinate al dogma dei mercati, Rebis s’ispira per dare sostanza civile agli argomenti scelti per la riflessione. Dimensione spirituale e dimensione politica sono interdipendenti, sebbene Rebis non sia né un movimento politico né un gruppo d’ispirazione religiosa.

È un gruppo aperto alla collaborazione di uomini e donne altamente motivati a compiere questo percorso personale e collettivo di trasformazione delle coscienze, che condividano questa visione di fondo e siano disponibili a dare un contributo di idee e di azione al lavoro del gruppo. Persone belle e validissime si stanno impegnando con entusiasmo a produrre idee e progetti per questo gruppo. Ne puoi far parte anche tu. Puoi iscriverti al Gruppo Rebis su fb oppure scrivere una mail a grupporebis chiocciola gmail.com.

Patrizia Scanu

Condizione femminile o condizione del femminile? Un cambiamento di prospettiva

Quando si parla di condizione femminile, sembra naturale pensare alle donne e alle loro battaglie secolari per ottenere pari dignità e diritti rispetto agli uomini. Senza scomodare le notizie a volte tremende che arrivano da Paesi lontani, nei quali l’integrità, la libertà, la salute e i diritti civili, politici e sociali delle donne vengono clamorosamente ignorati tuttora, è istruttivo ricordare come secoli di supremazia maschile abbiano costantemente relegato le donne in posizione subalterna anche qui in Europa. L’emancipazione femminile, faticosa, tardiva e mai completata, permise alle donne, prima equiparate ai bambini e ai deboli di mente, considerate emotive, volubili e inaffidabili ed escluse dai luoghi del potere, dai gradi più elevati dell’istruzione e dalle professioni “maschili”, di occupare nella società un posto meno marginale e ruoli più autonomi e significativi.

Gli infiniti abusi subiti dalle donne per millenni, il trattamento degradante a cui esse furono spesso sottoposte anche nei luoghi di lavoro, la privazione della libertà di scelta, la svalutazione del loro ruolo sociale e della loro intelligenza, le disuguaglianze di cui furono vittime, spesso vissute con senso di ingiustizia e di risentimento, la repressione delle loro qualità interiori, le umiliazioni continue, la costrizione all’obbedienza, al sacrificio e alla sottomissione in famiglia sono eredità pesanti e dannose, conservate e tramandate dalla memoria collettiva. Ce le portiamo dentro di noi, nessuno escluso, come memoria genetica, familiare, sociale. Tutti abbiamo alle spalle nonne, prozie, bisavole, antenate di innumerevoli generazioni dietro di noi che hanno vissuto stupri, violenze, soprusi di ogni tipo, che si sono sacrificate per i figli, che hanno rinunciato a se stesse, che hanno dovuto sottomettersi, adeguarsi, arrendersi, sopportare l’ingiustizia, lo svilimento, la sopraffazione, l’assenza di diritti.

E poiché, anche e soprattutto quando è inconsapevole, la memoria genetica agisce nel profondo di noi stessi e costituisce il patrimonio inconscio di esperienze con il quale veniamo al mondo e dal quale attingiamo ogni giorno per affrontare il quotidiano, delimitando il repertorio delle nostre azioni libere e volontarie, ad uno sguardo più attento la condizione femminile ci porta a riflettere sulla condizione del femminile. Non si tratta della stessa cosa: la condizione del femminile non coincide con la condizione delle donne, ma con lo stato di dolorosa repressione del principio spirituale femminile che affligge tutti, uomini e donne, anche emancipate e liberate, in quanto tutti discendenti da una linea genetica materna e membri di una cultura, dunque portatori dell’eredità del vissuto delle generazioni precedenti. Un’eredità gravosa ed opprimente, che ci rende deboli, squilibrati e ignari delle enormi potenzialità della nostra natura e ci fa perpetuare lo schema della scissione interiore, della contrapposizione fra maschio e femmina che è frattura fra le due parti della nostra Coscienza spirituale.

Anche se non vogliamo e non sappiamo, infatti, conserviamo in noi il senso di ingiustizia, di fallimento, di impotenza, di frustrazione, di rancore, di paura, di rabbia, di colpa e di sacrificio delle nostre antenate e sabotiamo in questo modo le nostre vite, impedendoci di realizzare la pienezza del nostro essere. Non importa se siamo maschi o femmine, perché tutti abbiamo una madre e ce la portiamo dentro. Anche se umiliato e schiacciato, il Femminile rimane dentro di noi e aspetta di essere liberato. La degradazione delle donne ha avuto come risultato la repressione del Femminile in ciascuno di noi e un enorme danno alla nostra integrità. Umiliando la donna, l’uomo ha assurdamente umiliato metà di se stesso. Umiliando il proprio femminile interiore, ha ulteriormente svalutato il femminile delle donne e creato un mondo invivibile. Molti uomini disprezzano nelle donne ciò che rinnegano in se stessi. Subendo questa umiliazione, le donne hanno perso il contatto con il loro Maschile spirituale e spento il loro Femminile interiore. La supremazia dell’uno sull’altro è un’inutile vittoria contro se stessi.

Abbiamo tutti bisogno di integrità, di essere interi, ciascuno a modo suo. Certamente le donne hanno un più facile accesso al Femminile (sempre che non sia stato completamente schiacciato) e gli uomini al Maschile, ma hanno bisogno dell’altra metà per essere se stessi, ovvero esseri divini, e non deboli e passivi epigoni del passato della stirpe. Ma poiché la condizione del Femminile spirituale è ora penosa per entrambi, da lì bisogna incominciare. Rebis nasce proprio con questa finalità: risvegliare e rigenerare il Femminile spirituale per rendere possibile a tutti noi il recupero di tutte le energie e le potenzialità smarrite in un assurdo e devastante conflitto, che ci degrada e ci consegna ai meccanismi della nostra mente animale. Dove non c’è Coscienza spirituale, infatti, resta attiva solo la nostra parte animale umana e vengono meno libertà e consapevolezza.

Che il risveglio del Femminile (spirituale, non animale) sia necessario per trasformare questo mondo in qualcosa di meglio, è palese in ogni ambito della vita associata: nella politica, dove vigono incontrastate le leggi della forza, della violenza e della sopraffazione, proprie del maschile animale; nell’economia, dove la diffusione dell’ideologia neoliberista, finalizzata alla lotta di classe dei ricchi e dei potenti, anziché al bene comune, ha infettato le menti con i germi dell’individualismo, della competizione, della legge del più forte, anch’essi propri del maschile animale; nella società, nei mass media, perfino nella scuola, dove ogni cura viene posta nel farcire le menti addormentate di un sapere standardizzato, funzionale al mantenimento di un basso livello di coscienza e a stili di comportamento opposti ai principi di etica, responsabilità e giustizia, propri della Coscienza spirituale.

In una società che dà valore al femminile spirituale, si dà spazio alla cooperazione, all’equità, all’integrità, al rispetto, alla consapevolezza, alla partecipazione, alla cultura, all’ambiente, al bene comune, alla bellezza, ai valori più elevati. Non è una prospettiva spiacevole né astratta, perché ciò che facciamo agli altri, lo facciamo a noi stessi, che ci piaccia o no. Si tratta solo di rendersene conto e di diventare esseri completi e cittadini sovrani e consapevoli. Tanto non ci salveremo altrimenti, né come individui né come umanità. Continuare a sabotare noi stessi ci porterà all’autodistruzione. Vale perciò la pena di darci da fare a ripulire le lordure del passato e a lasciarcelo definitivamente alle spalle. Rivitalizzare il Femminile vorrà dire allora ritrovare finalmente noi stessi e il sentiero smarrito del nostro ritorno a casa.