Articoli Blog

In evidenza

Le regole del dialogo in democrazia

”…la democrazia non è soltanto un abito esteriore di regole, ma è anche un atteggiamento interiore che dà corpo alle istituzioni; … non c’è democrazia senza un ethos conforme e diffuso; … lo scheletro, fatto di regole, è importante ma non sufficiente; … la più democratica delle costituzioni è destinata a morire, se non è animata dall’energia che è compito dei cittadini trasmetterle”. A. Zagrebelsky

Gli ingredienti della democrazia sono tanti, ma il metodo con cui viene realizzata concretamente è costituito dal dialogo. Senza dialogo, anche di fronte all’apparenza della democrazia, viene meno la sostanza di essa. Una persona autenticamente democratica sa dialogare, perché nutre la fiducia profonda che la verità non sia patrimonio di qualcuno in particolare, ma sia raggiungibile attraverso la ricerca associata. Tuttavia, non è affatto scontato saperlo fare. I mass media e i politici ci danno ogni giorno pessimi esempi al riguardo.

Una delle strategie più utilizzate nella comunicazione pubblica è quella dell’avvelenamento del pozzo, che consiste nel delegittimare in anticipo qualunque cosa l’avversario possa dire, insinuando che sia scorretto, in cattiva fede o poco credibile dal punto di vista scientifico, morale, politico ecc. Qualunque cosa la persona dirà, verrà pubblicamente ignorata, considerata irrilevante o accolta come falsità (F. D’Agostini, Verità avvelenata, p. 11). Come una piccola quantità di veleno versato in un pozzo può avvelenare un’intera comunità, così questa strategia retorica distrugge il dialogo e di conseguenza la democrazia.

Il ventennio berlusconiano ci ha abituati alla distruzione delle regole del dialogo sui media e all’avvelenamento sistematico del dibattito pubblico. Oggi è perfino difficile accorgersi del livello di nichilismo argomentativo a cui siamo giunti. Non che prima mancassero usi fallaci e manipolativi della comunicazione politica, ma ora basta affacciarsi a qualche discussione su Facebook per accorgersi di quanto pervasivo e disastroso sia stato l’avvelenamento collettivo.

Un movimento politico che proponga un progetto democratico-progressista, deve secondo me interrogarsi a fondo sulle regole del dialogo democratico e applicarle in modo sistematico al proprio dibattito interno, a cominciare dalle discussioni su Facebook. La democrazia è un modo di essere, prima ancora che un modo di pensare.

Pur rendendomi conto dell’incompletezza del discorso, provo ad elencare le strategie secondo me più utili allo scopo di far progredire la discussione e a condurla a risultati costruttivi. Contribuiscono a questa proposta la riflessione sul metodo socratico e sulla teoria dell’argomentazione, le pagine di Zagrebelsky sulla democrazia, l’esperienza di anni di lavoro con i gruppi e di mediazione dei conflitti e la fiducia profonda che la verità abbia una forza persuasiva peculiare, quando la si cerchi con onestà intellettuale.

Come prima regola, occorre scoprire la felicità dell’errore. Quando siamo colti in errore, spesso ci risentiamo e ci inalberiamo, feriti nel nostro narcisismo. Eppure, Socrate insegna che occorre rallegrarsi quando qualcuno ci mette di fronte al nostro errore, perché così la nostra conoscenza progredisce. C’è un’intera pedagogia dell’errore da rivalutare a questo proposito, anche a scuola.

La seconda regola è diretta conseguenza della prima: la verità è l’oggetto della discussione e il fine di essa, non la sua premessa. Nessuno può vantare dogmaticamente il possesso preliminare della verità. Il dogmatismo uccide il dialogo in culla. Il punto di partenza di una discussione è una tesi, sempre parziale e unilaterale. Occorre qui distinguere fra dialogo persuasivo, in cui A sostiene p per convincere B, mentre B non sostiene nulla, e dialogo euristico, in cui A sostiene p e B sostiene non-p. In questo secondo caso, il fine della discussione non è avere ragione, ma sapere chi ha ragione e qual è la ragione migliore (F. D’Agostini, p. 181). In caso contrario, è una disputa, che non porta da nessuna parte. Il dialogo persuasivo è utilizzato per esempio dal politico per farsi eleggere o dall’avvocato per difendere il suo cliente, il dialogo euristico è quello che invece ci interessa più direttamente.

La terza regola è il rispetto dell’interlocutore: poiché l’avvelenamento si scatena proprio quando delegittimiamo l’interlocutore, questa è una vera e propria strategia disintossicante. Non si criticano mai la persona o le sue qualifiche, ma sempre e solo il contenuto delle sue affermazioni. A volte si sente affermare che su un certo argomento (scientifico, economico, politico) devono parlare solo gli esperti, e quindi si nega valore a quanto dice l’interlocutore, giudicato incompetente, ma si tratta di una fallacia argomentativa (fallacia ad verecundiam o ad auctoritatem): è evidente infatti sia che a volte un’autorità può sbagliare sia che la verità può venire anche da una persona inesperta (mi ricordo come rimasi a bocca aperta quando dissi a mia figlia di 6 anni che, secondo alcuni scienziati, lo spazio è curvo e lei mi rispose subito: “Ma se lo spazio è curvo, allora l’universo è finito!”). Avere certezze preliminari rappresenta un ostacolo al raggiungimento della verità. Mai sottovalutare l’interlocutore e valutare unicamente la validità e la correttezza degli argomenti. Tutti possono parlare di tutto, se lo fanno rispettando le regole dell’argomentazione e se sono disposti al confronto e al riconoscimento dell’errore.

La quarta regola completa quella precedente: il dialogo deve accertare se la divergenza riguarda la descrizione dei fatti o degli eventi in questione o l’interpretazione di essi. In ogni caso, il dialogo deve fare riferimento ai fatti, senza accordo sui quali non c’è progresso nella discussione. Occorre costruire un terreno comune. Spesso occorre ricostruire i fatti mettendo insieme e confrontando diverse descrizioni di essi, per arrivare ad una ricostruzione condivisa. Questo però richiede che entrambi gli interlocutori prendano in considerazione i dati di fatto presentati dall’altro. Rifiutarsi di farlo a prescindere chiude subito il dialogo. Rifiutarsi di accogliere la ricostruzione dell’altro, quando è la più credibile, pure.

La quinta regola è la pertinenza: il dialogo procede se l’obiezione di B è pertinente all’affermazione di A. Riuscire a non divagare e a non introdurre nel discorso argomenti estranei consente di avanzare, altrimenti crea confusione.

La sesta regola è il rispetto delle regole logiche e argomentative. Qui l’esempio che viene dai media è disastrosamente negativo. Ma anche nel dibattito scientifico ricorrono spesso delle fallacie logiche o argomentative. Una delle più ricorrenti è la fallacia ad ignorantiam. A sostiene p dicendo che non ci sono le prove di non-p. Per esempio: non ci sono prove che il diserbante x o il farmaco y provochino il cancro o altra patologia, di conseguenza si possono usare tranquillamente. Si tratta di un errore: l’assenza di una prova non equivale affatto alla prova di un’assenza. Non trovare il cadavere di una persona scomparsa non implica affatto che non sia morta. Non avere le prove della colpevolezza di qualcuno non vuole dire affatto che quella persona sia innocente. Questo errore logico grave (dogmatismo ad ignorantiam) deriva da un particolare modo di intendere la verità, che si chiama epistemicismo (una proposizione è vera se e solo se è giustificata), combinato con il realismo (una proposizione che non è vera è falsa): il piano logico e quello fattuale vengono arbitrariamente considerati intercambiabili, per cui non vero = falso e non falso = vero (F. D’Agostini, cit.. pp. 120-121). In realtà, dall’assenza di prove possiamo correttamente ricavare al più una dichiarazione di ignoranza. La conoscenza delle fallacie argomentative, che sono numerose e talvolta sottili, rende il dialogo molto più produttivo, perché consente di ridurre gli errori di ragionamento, soprattutto in ambito politico, e di affrontare intrepidamente la ricerca della verità. Consente inoltre di non farsi abbindolare da falsi argomenti e di saper controbattere alle fallacie altrui. Se a qualcuno interessa, possiamo approfondire in ulteriori articoli e condividere conoscenze. Una buona introduzione è quella di Franca D’Agostini, citata in fondo.

La settima e ultima regola che propongo è la curiosità: non c’è modo di arrivare da nessuna parte in una discussione senza la curiosità di conoscere e il piacere di ascoltare. Il dialogo, in fondo, è ciò che ci contraddistingue come esseri umani e sociali. Fare domande, chiedere chiarimenti, interessarsi genuinamente della prospettiva del nostro interlocutore rende il dialogo un’attività piacevole e umanamente arricchente e realizza una delle qualità più felici della democrazia, che è la partecipazione.

E’ stato detto con ragione che “nessuno, da solo e senza compagni, può comprendere adeguatamente e nella sua piena realtà tutto ciò che è obbiettivo, in quanto gli si mostra e gli si rivela sempre in un’unica prospettiva, conforme e intrinseca alla sua posizione nel mondo. Se si vuole vedere ed esperire il mondo così com’è ‘realmente’, si può farlo solo considerando una cosa che è comune a molti, che sta tra loro, che li separa e unisce, che si mostra a ognuno in modo diverso, e dunque diviene comprensibile solo se molti ne parlano insieme e si scambiano e confrontano le loro opinioni e prospettive. Soltanto nella libertà di dialogare il mondo appare quello di cui si parla, nella sua obiettività visibile da ogni lato” (H. Arendt, in Zagrebelsky, cit., p. 29).

Franca D’Agostini, Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, Torino 2010.

Gustavo Zagrebelsky, Lezione di democrazia alla Biennale Democrazia, Torino 2009 (http://paigrain.debatpublic.net/wp-content/uploads/lezione_zagrebelsky.pdf); anche in Imparare democrazia, Einaudi, Torino, 2007.

Articolo pubblicato nel Blog del Movimento Roosevelt il 23/08/2017

Quando il privato governa il pubblico (parte seconda). La GAVI Alliance e i bond vaccinali

Nel numero precedente di SP abbiamo approfondito il fenomeno della privatizzazione della governance globale, parlando dell’OMS e del fatto che riceveva nel 2017 l’87% dei fondi dai privati, risultandone così di fatto controllata, nonché del ruolo di Bill Gates e della sua fondazione, la Bill and Melinda Gates Foundation (patrimonio stimato di 40 miliardi di dollari), coinvolta attivamente in una miriade di GPPP o partnership globali pubblico-privato, fra cui la GAVI Alliance, ovvero l’Alleanza globale per i vaccini nei Paesi poveri, una fondazione privata che coinvolge governi, case farmaceutiche, organizzazioni filantropiche, enti sovranazionali come l’OMS e la Banca Mondiale e soprattutto l’onnipresente fondazione di Bill Gates.

GAVI è il secondo contributore non istituzionale dell’OMS dopo la Bill and Melinda Gates Foundation (insieme versavano nel 2017 il 22% circa dei fondi, più degli USA, per intenderci), nonché suo primo beneficiario. Perciò, quello che Bill Gates decide, ha la potenzialità di influire sulle iniziative dell’OMS, benché non coincida necessariamente con il bene pubblico. Come affermava in un’intervista al New York Times (4/09/2014) la direttrice generale dell’OMS Margaret Chan, “il mio budget è altamente vincolato da ciò che io chiamo gli interessi dei donatori”. Che non devono essere solo umanitari,  se lo stesso Bill Gates dichiarava alla CNBC il 23/01/2019 dal forum di Davos che “investire nelle organizzazioni per la salute globale finalizzate ad incrementare l’accesso ai vaccini ha prodotto un ritorno economico di oltre 20 ad 1”, ovvero che “i poco più di 10 miliardi di dollari” investiti negli ultimi 20 anni hanno reso 20 volte tanto dal punto di vista economico, oltre a salvare vite umane, naturalmente. Un ritorno di oltre 200 miliardi di dollari, quindi.

Per il GAVI, che, ricordiamolo, è una fondazione privata di diritto svizzero, sono stati istituiti strumenti finanziari particolari. Interessante capire come funzionano. Troviamo nel sito ufficiale della rappresentanza italiana all’ONU:

“Oltre alle donazioni dirette degli stati membri, l’Alleanza utilizza meccanismi di finanziamento innovativi che contribuiscono a garantire la sostenibilità delle sue attività, quali l’AMC (Advance Market Commitment) e l’IFFIm (International Finance Facility for Immunization)”.

Non è argomento di cui si parli alla TV. La trasparenza democratica qui non è di casa, anche perché alcune di queste voci di spesa, stando a quanto dice l’opuscolo di Action Aid citato in fondo, sono messe in penombra nel Bilancio dello Stato, nel senso che gli oneri derivanti all’Italia dall’IFFIm compaiono nel bilancio 2008 al capitolo “L’Italia in Europa e nel mondo (4)”, ma vengono poi omessi nella legge di stabilità degli anni successivi, in quanto impegni internazionali e pluriennali, mentre quelli relativi all’AMC sono inseriti nella legge finanziaria per il 2008, all’art. 2 comma 373, ma senza essere espressamente menzionati, e collocati nel capitolo 7182, nel paragrafo “Incentivi alle imprese per interventi di sostegno”, che non sembra granché pertinente. I cittadini, insomma, possono capirci ben poco.

L’AMC e l’IFFIm, ai quali si aggiunge il Gavi Matching Fund, sono strumenti finanziari con i quali GAVI raccoglie donazioni pubbliche, garantiti dagli Stati, per pagare alle aziende farmaceutiche a prezzi calmierati, ma solo per pochi anni, prima di passare il debito ai Paesi beneficiari, i vaccini che vuole distribuire nei Paesi in via di sviluppo, seguendo priorità decise dall’alto dagli stessi finanziatori. Gli AMC sono impegni a lungo termine presi dai Paesi donatori per l’acquisto di prodotti (nel caso specifico un vaccino anti-pneumococco) con limitata domanda sul mercato. Gli IFFIm sono bond vaccinali ideati nel 2003 da Goldman Sachs per il governo britannico (come spiega il sito della banca d’affari) che vengono venduti sui mercati finanziari internazionali e generano interessi cospicui agli investitori finanziari (pagati, si suppone, dai Paesi aderenti).

L’Italia è fra i fondatori dell’IFFIm e si è impegnata per 635 milioni di dollari in 20 anni, mentre per l’AMC, di cui è il principale donatore, ha impegnato altri 635 milioni di dollari da erogarsi in 12 anni (2008-2019)[1]. Inoltre, l’Italia ha contribuito direttamente al GAVI per 120 milioni di dollari nel quinquennio 2016-2020[2]. Si tratta di somme ingenti, per un Paese in difficoltà come il nostro, che taglia da anni su sanità e istruzione. In base ai dati presenti sul sito di GAVI, abbiamo versato 1 miliardo 150 milioni di dollari circa fra il 2000 e il 2020, il 5,5% del totale.

In totale, dalla sua creazione fino al 2034 sono stati impegnati dai sostenitori del GAVI 23,5 miliardi di dollari.[3]  […] In questo modo il GAVI è divenuto il terzo maggior finanziatore multilaterale in sanità, dopo il Fondo Globale per la lotta contro l’AIDS, la Malaria e la Tubercolosi e la Banca Mondiale.

Come venga spesa questa montagna di denaro, oltre che in lucrosissime commesse di lungo termine alle multinazionali del farmaco e in interessi agli investitori internazionali, è oggetto di serrate critiche sulla stampa internazionale. I manager di GAVI, che gestiscono la salute mondiale senza rendere conto a nessuno e pretendendo di dettare legge al di fuori di ogni investitura democratica, dopo aver ricevuti i fondi per i poveri dalle nostre tasse tramite i finanziamenti governativi, guadagnano infatti cifre favolose. Nel 2017 il direttore del GAVI, Seth Berkley, epidemiologo prima al CDC e poi presso la Rockefeller Foundation, chiedeva a gran voce che gli “antivaccinisti” fossero esclusi dai social media, intendendo proprio chiunque fosse critico del programma vaccinale sotto qualsiasi aspetto. Il vibrante appello non è risultato inascoltato, come sappiamo. Berkley però fu definito dal Daily Mail (31/12/2016) come “il più grasso tra i grassi gatti della carità” per il fatto di aver intascato, come CEO del GAVI, due milioni di sterline di stipendio nei quattro anni precedenti, un contributo per la casa in aggiunta alle 623.370 sterline del suo stipendio, più un sussidio per le spese scolastiche, più l’esenzione fiscale sui redditi in Svizzera, per un accordo fatto dall’organizzazione. Sarà autentica filantropia?

Somme esorbitanti ed altrettanto oltraggiose per i contribuenti e per i destinatari degli aiuti vengono elargite anche ad altri dirigenti del GAVI e delle maggiori fondazioni filantropiche dedite al soccorso dei Paesi poveri. “Certamente non c’è rischio di povertà fra i suoi personaggi di vertice. Secondo i dati più recenti del Modello 990 USA [dichiarazione dei redditi delle organizzazioni non-profit], il GAVI ha passato ai 12 dipendenti di vertice più di 188mila sterline nel pacchetto retributivo nel 2014”, scrive il Daily Mail. Certo una bella notizia per i tartassati contribuenti italiani.

***

IFFIm è formalmente una società di diritto inglese particolare (che ha benefici fiscali): una charity company con sede in Gran Bretagna. Le sei persone che compongono il consiglio di amministrazione vantano una profonda esperienza nel settore bancario, finanziario, della salute e della “finanza sovranazionale di sviluppo”. Ha la forma di una partnership fra GAVI, gli Stati donatori (Regno Unito, Italia, Francia, Spagna, Svezia, Norvegia, Australia, Paesi Bassi e Sudafrica), gli investitori privati, la Banca Mondiale.

Ha lo scopo di rendere disponibili immediatamente per GAVI i soldi che gli stati sovrani si sono impegnati a donare a favore di GAVI nei prossimi anni, con lo scopo preciso di finanziare programmi di vaccinazioni nei paesi “poveri”. In parole povere, IFFIm trasforma i soldi futuri promessi dagli stati in soldi presenti, attraverso i “vaccine bonds”, emessi in collaborazione con la Banca Mondiale.

I vaccine bonds sono titoli obbligazionari che vengono venduti agli investitori privati internazionali, i quali ci guadagnano “an attractive rate of return”, come dice il sito (ovvero succosi interessi). La filantropia ha i suoi vantaggi, come abbiamo visto, fiscali e finanziari.

Gli AMC, introdotti nel 2007, servono a finanziare l’acquisto del costosissimo vaccino anti-pneumococco, che costituisce da solo il 44% della spesa di GAVI, data la diffusione delle malattie da pneumococco, come la polmonite, nei Paesi in via di sviluppo e dato il prezzo elevato del prodotto.

Medici senza Frontiere ha accusato più volte negli ultimi anni la Pfizer e la Glaxo, che vendono il vaccino antipneumococco in regime di duopolio mondiale, di imporre ai Paesi destinatari degli aiuti prezzi opachi, perché diversi per ogni Paese, ed artificiosamente gonfiati, addirittura più alti che nei Paesi occidentali, in ciò favoriti dal GAVI, che elargisce i fondi alle due multinazionali senza contrattare prezzi più ragionevoli. Il problema è serio, scriveva MSF nel 2015, perché, una volta cessato il finanziamento di GAVI, questi Paesi dovranno pagare cifre esorbitanti per quei vaccini, sottraendoli ai loro magri bilanci per la salute: 6 volte tanto in Tunisia e Marocco, dove il vaccino costa più che in Francia, per esempio, e 15 volte tanto in Angola e Indonesia. Ancora a fine 2019, nonostante le ingenti somme anticipate per lo sviluppo del vaccino antipneumococco (1,2 miliardi di dollari, oltre i 50 miliardi fruttati da questo solo vaccino), GSK e Pfizer ne tenevano alto il prezzo per il GAVI.[4] Come c’è da aspettarsi, le multinazionali perseguono il profitto, senza altre considerazioni. E qui i profitti sono da capogiro.

Nella seconda edizione (2016) del suo rapporto sui prezzi dei vaccini The right shot, MSF mostra come nei paesi più poveri vaccinare un bambino oggi sia 68 volte più costoso rispetto al 2001. Che la forsennata campagna mondiale per le vaccinazioni, di cui GAVI è paladina, abbia avuto un ruolo nel fare lievitare i prezzi? In Italia, per esempio, con l’entrata in vigore del decreto Lorenzin (2017), i prezzi dei vaccini era lievitato fra 2016 e 2017 del 62%, come osservava il quotidiano “La Verità” (17/01/2019), aumentando in un solo anno di 130 milioni di euro, ad esclusivo vantaggio delle aziende produttrici, che detengono i brevetti dei vaccini polivalenti, e a svantaggio della spesa sanitaria ed assistenziale per i cittadini, che viene sbilanciata da questa voce.

Ma perché tanto improvviso accanimento sui vaccini? Più in generale, quali sono le criticità di questo trasferimento di potere dal pubblico al privato? Quali conseguenze concrete ha per la nostra vita? Ne parleremo nel prossimo articolo. Il quadro comincerà a farsi interessante.

Ringrazio Guido Grossi per il suo contributo tecnico a questo articolo.

Per approfondire, si può leggere il documento online di V. Boggini e D. Sabuzi Giuliani, L’Italia e l’Alleanza Globale per le Vaccinazioni. Verso un nuovo approccio per la partecipazione italiana al GAVI, la partnership pubblico privata per l’immunizzazione, scritto per Action Aid, Aprile 2016.


[1] Fonte: Action Aid, L’Italia e l’Alleanza Globale per le Vaccinazioni. Verso un nuovo approccio per la partecipazione italiana al GAVI, la partnership pubblico privata per l’immunizzazione, Aprile 2016 (disponibile online al link https://www.actionaid.it/app/uploads/2016/04/AA_GAVI.pdf).

[2] Action Aid, L’Italia e l’Alleanza Globale, cit., p. 15.

[3] Action Aid, L’Italia e l’Alleanza Globale, cit., p. 8.

[4] https://www.medicisenzafrontiere.it/news-e-storie/news/polmonite-il-nostro-appello-per-i-20-anni-del-gavi/

http://www.vita.it/it/article/2019/12/03/polmonite-msf-lalleanza-globale-per-i-vaccini-smetta-di-finanziare-pfi/153486/


Articolo pubblicato sul numero 11 (marzo 2020) di Sovranità popolare.

 

 

Quando il privato governa il pubblico: OMS e dintorni

Infografica pubblicata sul quotidiano La Verità del 10/12/2018.

Nell’enorme complessità del fenomeno mondiale che chiamiamo “globalizzazione”, un filo rosso sembra collegare fra loro eventi e processi diversissimi: la crescente e sempre più pervasiva commistione fra pubblico e privato. Palesemente guidata da un’ideologia neoliberista, orientata al ripristino del potere di classe delle élite, che nel secondo dopoguerra veniva eroso dall’avvento di democrazie partecipative e dalla crescita della consapevolezza dei diritti da parte dei popoli, la globalizzazione economica, dagli anni ’80, ha seguito la via delle privatizzazioni, della deregolamentazione, delle liberalizzazioni selvagge, al fine di tutelare la libertà di impresa delle multinazionali e il libero movimento dei capitali finanziari. Lo Stato, visto come intralcio alla ”libertà” dei mercati, anziché come espressione suprema della sovranità popolare e istituzione mediatrice fra i diversi interessi presenti nella società civile, diventa il bersaglio delle politiche mondialiste, che mirano a spostare la sovranità dai cittadini ai “mercati”, espressione degli interessi di pochi grandi gruppi familiari, bancari e finanziari.

Le partnership globali pubblico/privato. Uno degli strumenti più utilizzati a questo fine sono le cosiddette “partnership globali pubblico/privato” (GPPP), ovvero degli enti ibridi, dall’incerta natura giuridica e privi di qualsivoglia legittimazione popolare, che vedono alleati soggetti pubblici (i governi, spesso all’insaputa dei loro rappresentati) e soggetti privati, costituiti da multinazionali, banche, operatori finanziari (pressappoco gli stessi dovunque). Al di là delle intenzioni dichiarate, sempre filantropiche, benefiche e illuminate, in questo tipo di partnership spesso il pubblico mette il denaro e i privati godono dei vantaggi.

John Kenneth Galbraith, in  L’economia della truffa (RCS, 2004), descrive il fenomeno a proposito delle spese militari, per le quali pubblico è il denaro, ma privati i beneficiari, e  che influenzano pesantemente la spesa pubblica, spingendo all’acquisto di costosissimi armamenti dalle aziende private (il famigerato “complesso militare-industriale” di cui parlava il presidente Dwight D. Eisenhower nel 1961). Peter Buffett, figlio del più noto Warren, che nel 2017 era il secondo uomo più ricco al mondo, ne parla con cognizione di causa sul Washington Post (26 luglio 2013) a proposito del “complesso caritativo-industriale”, ovvero quel gigantesco intreccio di interessi che governa le politiche mondiali della salute e degli aiuti ai Paesi poveri, da lui definito anche “colonialismo filantropico”.

Sempre di colossale business si tratta, con aspetti perfino più inquietanti, perché i mercanti di morte sono identificati come tali, mentre qui i membri dell’élite si presentano con il volto angelico dei salvatori dell’umanità. Da anni, essi investono somme da capogiro nel settore non-profit: Buffett indicava per il 2012 un giro d’affari di 316 miliardi di dollari solo negli USA, con 9,4 milioni di addetti. Con il peso di somme così ingenti, i ricchi finanziatori, che incontrano nei meeting filantropici i capi di Stato e i dirigenti delle multinazionali, “cercano con la loro mano destra risposte ai problemi che altri nella stessa stanza hanno creato con la sinistra”. Ovvero, decidono soluzioni dall’alto per i problemi dell’umanità causati da quello smisurato travaso di ricchezza dai poveri ai ricchi in cui consiste la globalizzazione neoliberista. Donare lava la coscienza, ma non elimina la disuguaglianza, conclude Peter Buffett. Le soluzioni proposte, infatti, arricchiscono molte tasche, ma non modificano i rapporti di forza e le cause strutturali dei problemi globali. In questa ansia dirigistica, i grandi gruppi privati e i filantropi globali di fatto controllano le politiche di enti istituzionali come l’OMS, facendo perdere loro ogni terzietà.

L’OMS. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), organo delle Nazioni Unite, ha come scopo istituzionale la tutela della salute, intesa non come assenza di malattia, ma come “condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale”. È governata da 194 stati membri attraverso l’Assemblea mondiale della sanità ed è un soggetto di diritto internazionale, verso il quale gli Stati hanno l’obbligo di cooperare. Ha la fondamentale funzione di coordinare le politiche sanitarie dei Paesi membri, specie in presenza di gravi epidemie. Dovrebbe farlo in modo trasparente, dato il suo status di agenzia imparziale, che agisce nell’interesse pubblico.

Come per la Difesa, però, a fronte di un progressivo disinvestimento degli Stati, si sta verificando una progressiva occupazione dell’ente da parte delle aziende private, che hanno finanziato l’87% dei 4 miliardi e mezzo di dollari delle entrate OMS per il biennio 2016-17. Una fetta consistente dei 3 miliardi 900 milioni di dollari di provenienza privata è stata versata dalla Bill & Melinda Gates Foundation, seconda in classifica dopo gli USA[1]: ben 901 milioni di dollari, di cui quasi 434 vincolati a programmi specifici (earnmarked): il che vuol dire che le politiche sanitarie le decidono i finanziatori, sulla base di criteri diversi da quelli dell’interesse pubblico. Non certo per amore disinteressato. Si tratta infatti di un modello organizzativo intenzionalmente commerciale (business-like).

Il quotidiano “La Verità” (10/12/2018) cita i dati del British Medical Journal: “nel 2017 l’80% dei fondi ricevuti dall’ agenzia Onu era earmarked“. Come scrive il quotidiano Repubblica,

“Ormai l’OMS è costretta a tenere conto di quello che Gates ritiene prioritario, come nel caso della polio”, obietta il professor Flahault [direttore dell’Istituto di Sanità Globale della facoltà di medicina dell’Università di Ginevra.] […] Da sottolineare, pure, che mentre nel 1970 l’80% del bilancio dell’Oms era costituito dai contributi degli Stati membri e il 20% da quelli di privati, oggi il rapporto è l’esatto contrario. Con il risultato che interi dipartimenti dell’organizzazione sono finanziati, per intero, dalla fondazione Bill & Melinda Gates. “Questo ha, inevitabilmente, un impatto. Non tanto su quello che l’OMS dice ma, piuttosto, su quello che omette di dire”, ha dichiarato, alla TV pubblica elvetica, Nicoletta Dentico, direttrice della ONG di Ginevra, Health innovation in practice.

Fra le cose che l’OMS non dice si possono trovare, per esempio, i dati sui morti a causa dei farmaci, che secondo Peter Gøtzsche, Professore di Clinical Research Design and Analysis all’Università di Copenhagen e a lungo responsabile del Cochrane Institut (finché non l’ha comprato Bill Gates), è la terza causa di morte, dopo le patologie cardiovascolari e l’ictus, con una stima per difetto di 200mila morti all’anno sia negli USA che nell’UE (P. Gøtzsche, Medicine letali e crimine organizzato, G. Fioriti ed., p. 363-364), mentre sul sito OMS non vengono considerati nelle statistiche. Oppure i dati completi sui danni da vaccino o sul fenomeno del disease mongering [2] , cioè l’invenzione di malattie nuove per vendere farmaci a persone sane o informazioni sulle pressioni da parte delle aziende private per l’impiego  di farmaci, per la definizione dei valori soglia di diverse patologie, per le campagne di prevenzione da parte dell’OMS, che si trova nella posizione di controllore e controllato insieme. Soprattutto, sono dati per scontati gli obiettivi da raggiungere e gli strumenti da utilizzare, entrambi in gran parte decisi dai finanziatori, come insegna il caso delle campagne di vaccinazione antipolio in India, dove la malattia è quasi estinta e dovuta ormai solo ai vaccini, ma a cui Gates ha voluto destinare ben 894,5 milioni di dollari, 10 volte di più che alla prevenzione dell’Aids, la quarta causa di mortalità nei paesi poveri.

E chi sono i finanziatori privati? Oltre alla Bill & Melinda Gates Foundation (che vanta un patrimonio da 40 miliardi di dollari), soprattutto le multinazionali del farmaco (in testa Sanofi, Gilead Sciences, GlaxoSmithKline e Hoffmann-LaRoche, Bayer, Merck) e la GAVI Alliance (Alleanza globale per le vaccinazioni), a loro volta finanziata da un ventaglio di soggetti privati e pubblici.

La GAVI Alliance. La GAVI Alliance è una partnership pubblico-privato, emanazione anch’essa della Bill & Melinda Gates Foundation, che ha come finalità la diffusione delle campagne vaccinali, specie nei Paesi in via di sviluppo. Dal punto di vista giuridico, è una fondazione privata di diritto svizzero, non costituita in base ad un trattato internazionale. L’Italia è un Paese finanziatore del GAVI dal 2006, il terzo per entità delle donazioni, avendo promesso un contributo diretto al GAVI di 120 milioni di dollari per il periodo 2016-2020. Fanno parte della GAVI Alliance, come recita il sito della rappresentanza italiana all’ONU, “paesi e settore privato, come ad esempio la Fondazione Bill & Melinda Gates, produttori di vaccini sia dei paesi sviluppati che in via di sviluppo, istituti specializzati di ricerca, società civile e organizzazioni internazionali come OMS, UNICEF e Banca Mondiale”. A sua volta, GAVI Alliance è partner del GHSA (Global Health Security Agenda, che è un altro ente sovranazionale di natura incerta, nato negli USA nel 2009 per direttiva presidenziale al fine di contrastare le minacce di bioterrorismo, grazie al quale l’Italia ha introdotto nel 2017 l’obbligo vaccinale per 10 vaccini in assenza di epidemie) a cui concorrono governi e soggetti privati (sempre gli stessi).

I membri del GAVI, dal sito omonimo.

Quindi, GAVI finanzia l’OMS, che ha compiti di coordinamento, vigilanza e controllo, in quanto istituzione pubblica, ed è finanziata a sua volta anche dagli Stati, che versano denaro per le campagne vaccinali, che viene speso pagando le ditte produttrici (private). Le aziende farmaceutiche sono le destinatarie finali dei fondi. Verrebbe da pensare che, poiché le aziende farmaceutiche incassano il costo dei vaccini e contemporaneamente  finanziano l’OMS, l’OMS sia di fatto al loro servizio. Controllori e controllati, decisori e beneficiari coincidono, e la completa commistione è rafforzata dal fenomeno ormai fuori controllo delle sliding doors, delle porte girevoli fra sanità pubblica e industria farmaceutica che caratterizza le carriere di molti esperti in ambito medico, aziendale e politico.

E come funziona? Troviamo sempre nel sito ufficiale della rappresentanza italiana all’ONU:

“Oltre alle donazioni dirette degli stati membri, l’Alleanza utilizza meccanismi di finanziamento innovativi che contribuiscono a garantire la sostenibilità delle sue attività, quali l’AMC (Advance Market Commitment) e l’IFFIm (International Finance Facility for Immunization)”.

Approfondiremo il funzionamento di questi strumenti finanziari, nei quali l’Italia gioca un ruolo di primo piano per entità degli stanziamenti, e in generale la complessa galassia di enti di varia natura che si occupano della salute a livello globale in successivi articoli, sia nella rivista cartacea sia online. Non mancheranno le sorprese.

Articolo pubblicato sul numero 1/2020 della rivista Sovranità popolare.

[1] “Nel 2017 l’Italia è stata il 12esimo Paese donatore con un totale di contributi obbligatori e volontari pari a USD 27.153.812”. (https://italiarappginevra.esteri.it/rappginevra/it/italia_e_onu/san/san.html)

[2] Sul fenomeno del disease mongering è illuminante il documentario della RAI Inventori di malattie.

Via maschile e via femminile al potere

English Version

Esistono una via maschile e una femminile al potere? O il potere è neutro rispetto al genere?

Non è facile distinguere, in una società nella quale potere è spesso sinonimo di dominio, prevaricazione, esercizio della forza, quando non di abuso e violenza. Uomini e donne, quasi in egual misura, siamo tutti influenzati da questa modalità di rapporto con i nostri simili. Secoli di guerre, di trame politiche machiavelliche, di oppressione e di ingiustizia non hanno certo favorito la crescita di una visione più nobile del potere.

Anche se associamo facilmente il potere a chi occupa posizioni preminenti nella società, non dobbiamo dimenticare che, a diversi livelli e in diverse modalità, tutti esercitiamo un potere. Un genitore che sgrida il figlio, un automobilista che si prende la precedenza che non gli spetta, un commerciante che fissa un prezzo eccessivo per un bene poco disponibile, perfino una bimbetta che fa i capricci per un giocattolo esercitano un potere. Quando invece subiamo un torto o un’ingiustizia, spesso rinunciamo ad esercitare il nostro potere. Ci dimentichiamo di averlo ed entriamo nel ruolo della vittima.

Vittima e carnefice sono gli attori di un dramma archetipico, perché scritto nei nostri geni. Sono due facce della stessa medaglia, prodotta dall’esperienza della specie. Rappresentano le due modalità complementari con le quali si manifestano rispettivamente il femminile e il maschile interiore degli umani al livello della mente animale. Il carnefice esercita un potere arbitrario per trarre un vantaggio egoistico dalla vittima; la vittima a volte è realmente impotente e costretta a subire, a volte crede soltanto di essere impotente e si autocommisera, rinunciando a difendersi. Le credenze sono spesso profezie che si autoadempiono. Poiché ha il potere, ma non sa di averlo, capita che la vittima lo eserciti sotto forma di manipolazione, di colpevolizzazione, di risentimento, di vendetta o di rimprovero. Alzi la mano chi di noi non ha esercitato sia il potere maschile del carnefice sia quello femminile della vittima. Entrambi i ruoli di questo gioco ci sono molto familiari, in tutte le loro perverse declinazioni, e si richiamano a vicenda. Chi è stato vittima tende a diventare carnefice e chi ha avuto facile vittoria contro una vittima inerme può ritrovarsi vittima dei suoi stessi impulsi fuori controllo o della vendetta altrui.

Il grande sociologo Max Weber, che vedeva molto bene la natura violenta del potere politico, attribuiva allo Stato il monopolio della violenza legittima: pur sempre violenza, ma regolata da norme scritte e perciò meno arbitraria. Nello Stato moderno è infatti evidente la sproporzione di forza fra Stato e cittadini, che genera tensione e conflitto, perché di solito esso è governato da élites che mantengono il potere con ogni mezzo e si riformano ciclicamente come le teste mozzate dell’Idra di Lerna. Il campo della politica, nelle società statali, è il campo dell’astuzia e della forza, della golpe e del lione di cui parlava Machiavelli ne Il Principe. Ma anche quando regolato dalla legge e quindi legittimato, il potere a questo livello resta per lo più un potere basso, proprio della mente animale, e ripropone l’eterno schema carnefice/vittima.

Il neoliberismo ha sviluppato questo gioco fino al parossismo. Ci ha abituati alla legge della giungla, rendendoci familiari e pressoché “naturali” la competizione e la supremazia del più forte. Mors tua, vita mea. L’egoismo, l’assenza di empatia, l’ingiustizia e la disuguaglianza sono state elette a virtù sorelle della “libertà”, intesa come assenza di vincoli, regole e limiti alla smisurata ingordigia di ricchezza e soprattutto di potere da parte di pochi. La ricchezza ha valore in quanto dà potere. Ai soggetti antisociali dà un senso di ebbrezza la sensazione di avere in pugno la vita degli altri.

Ma una delle fonti culturali di questa attitudine rapace verso la natura e verso i propri simili va cercata nella mentalità razionalizzante e strumentale della scienza moderna, nata dall’idea del dominio sulla natura (“sapere è potere”, diceva Francesco Bacone, paragonando la Natura ad una donna da possedere con la forza) e sfociata nell’attuale predominio della tecnologia su ogni altra capacità umana. Si tratta di una micidiale fusione di due tendenze convergenti verso la disintegrazione e la disgregazione dell’unità fondamentale dell’essere umano e delle società umane, che porta la guerra non solo fra gli individui, ma anche negli individui, fra la loro parte animale e la loro sempre meno percettibile parte spirituale. Questo tipo di visione strumentale dell’uomo non potrà portare ad altro che al controllo totale e dispotico di pochi sugli altri, realizzato mediante la tecnologia e con l’ausilio delle vittime (noi tutti), inconsapevoli della propria forza di resistenza e di difesa, perché lontane dal contatto con la propria essenza spirituale, potente e creativa, l’unica in grado di frapporsi fra la nostra vita semilibera e l’imminente avvento dell’ibrido uomo/macchina, privo di consapevolezza e schiavo impotente di chi lo controlla. Il vero potere oscuro, quello assoluto e supremo, non è il denaro, ma il potere di annientare nell’altro la sua scintilla divina.

Anche al livello della mente animale, c’è comunque un potere costruttivo, finalizzato alla sopravvivenza, che nel suo lato maschile è capacità di difesa, orientamento al compito e spirito di iniziativa, mentre nel suo lato femminile è capacità di tenere insieme il gruppo, di prendersi cura della prole e placare le tensioni. Anche se le distinzioni sono sempre un po’ forzate, ci aiutano a comprendere che, a questo livello, non siamo particolarmente diversi da altri mammiferi sociali, se non per grado di complessità dei comportamenti.

Noi non siamo però solo degli animali, seppure di specie umana. Siamo molto di più e tutto congiura per farcelo dimenticare. Considerato dal punto di vista della coscienza spirituale, il potere è un’influenza che si esercita su se stessi e sugli altri al fine di accrescere la consapevolezza e le possibilità di agire. Questo potere si nutre di responsabilità e di rispetto, nel senso che è vigile, attento, accogliente, disposto a rimediare agli errori e a riparare ciò che si è guastato. Responsabilità è consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Rispetto è profondo riconoscimento della scintilla divina nell’altro. Questo tipo di potere non conosce manipolazione, prevaricazione, ingiustizia, egoismo, invidia e azioni scorrette. Nel suo lato maschile, è forza e armonia interiore, capacità di prendersi cura proteggendo, giustizia, chiarezza delle intenzioni e del volere, determinazione; nel suo lato femminile è Amore spirituale (scritto con la maiuscola per distinguerlo dall’amore umano, fatto di sentimenti e di attaccamenti), che prova gioia nel veder crescere gli altri; è creatività, equità (ovvero giustizia adattata alle circostanze), capacità di generare armonia sociale, di accogliere.

Se il potere a livello animale è controllo degli altri e dell’ambiente e strumento di sopravvivenza, a livello spirituale è servizio e strumento di crescita – individuale e sociale – e di elevazione della coscienza. Il fatto che ci sembri normale il potere del primo tipo non deve farci svalutare l’enorme potenziale del secondo. Il potere come servizio ha un impatto molto più grande ad ogni livello, perché è trasformativo, costruttivo, capace di creare connessioni e di concentrare e moltiplicare le forze. Richiede grande forza interiore e produce straordinari cambiamenti. Soprattutto, ci fa stare bene, perché questo sarebbe il livello di dignità al quale dovremmo stabilmente collocarci per essere felici.

Allora perché sottolineare il lato femminile del potere come servizio, se entrambe le energie che lo costituiscono sono necessarie per esprimerlo? Direi per una ragione squisitamente storica: perché in Occidente (e non solo) le vicende della storia hanno sviluppato negli umani il lato violento e maschile della mente animale e hanno costantemente avvilito l’aspetto creativo, generativo e armonioso della coscienza spirituale. Ce ne rendiamo conto guardando ai risultati: la distruzione dell’ambiente, la scienza senz’anima e asservita al denaro, l’economia che ignora bisogni e diritti della gente, enormi risorse finalizzate alla guerra e alla distruzione, gli infiniti regimi dispotici e violenti che hanno governato e governano questo sfortunato pianeta, la costante manipolazione della pubblica opinione mediante i media, la vita sociale improntata all’egoismo e alla competizione, anziché alla solidarietà e alla cooperazione, la millenaria svalutazione della donna e del femminile in generale.

Abbiamo bisogno di sviluppare la nostra parte migliore, di sperimentare un lato maschile costruttivo, anziché distruttivo e un lato femminile empatico e amorevole. Dobbiamo guarire le enormi ferite inferte al nostro Femminile interiore per risvegliare la forza potente del maschile autorevole e consapevole.

Non è un programma astratto né utopico, ma concretissimo, benché qui esposto in modo sintetico e solo teorico. Possiamo cominciare oggi stesso, lavorando sodo su noi stessi e insieme ad altri che ci sostengano. Nel gruppo Rebis ci stiamo dedicando con entusiasmo e con tutte le nostre risorse di conoscenza e di esperienza a questo fine. I primi risultati cominciano a vedersi. Aspettiamo anche voi. Ci trovate su www.grupporebis.org

Articolo pubblicato su Sovranità popolare, n° 9, dicembre 2019.

L’articolo si può ascoltare in podcast sul sito www.grupporebis.org

English Version

Risvegliare il Femminile per un popolo sovrano e consapevole

A guardarsi intorno e a leggere i giornali ogni giorno c’è da morire di rabbia e di sconforto. Il sistema neofeudale fondato sul liberismo economico si regge sull’ingiustizia, sul controllo e sulla menzogna sistematica. Solo così è stato possibile svuotare di contenuto la nostra Costituzione, impoverire i cittadini, svendere le imprese pubbliche, disattivare la sovranità monetaria (che continua ad esistere, benché deliberatamente ignorata dalla classe politica), inculcare a reti unificate e per decenni l’idea che lo stallo economico dell’Italia sia il colpevole risultato della spesa pubblica, anziché l’effetto voluto e perverso del tradimento di una classe politica asservita ad interessi privati e incompatibili con la Costituzione.

Lo sconforto viene dal vedere ogni giorno come le decisioni più importanti vengano prese al di fuori di ogni trasparenza o addirittura al di fuori delle sedi istituzionali, a cominciare dalla famosa lettera privata di Andreatta a Ciampi del 1981, con la quale è iniziata la rinuncia dello Stato alla sovranità monetaria, per arrivare fino alla catena cortissima del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), discusso al di fuori del Parlamento, mentre i media si occupano d’altro. Ma potremmo riferirci, per esempio, all’Eurogendfor, la polizia europea svincolata dalla legge, al patto con Obama e le multinazionali del farmaco per i vaccini nel 2014 (il GHSA, di cui nessuno conosce le clausole), all’imposizione del 5G, nonostante i pericoli accertati per la salute. A chi li osserva con sguardo critico, i mass-media (con pochissime e marginali eccezioni) appaiono niente più che casse di risonanza di poteri non istituzionali e di interessi privati, più forti di qualunque maggioranza politica, che regolarmente se ne fa interprete a danno dei cittadini.

Non credo che se ne esca semplicemente dando vita ad altri partiti o movimenti politici. La parabola del M5S è abbastanza istruttiva al riguardo. Nonostante le buone intenzioni, il meccanismo violento del potere schiaccia, espelle o ricatta chi accetta la sfida di portare istanze etiche nella politica. Siamo esseri piuttosto primitivi, da questo punto di vista. Il nostro mondo capitalista (che non è certo l’unico possibile, se si guarda ad altri tempi e ad altri luoghi), a parte la parentesi keynesiana, a cui è ispirata la nostra Costituzione del ’48, ha trasferito nei rapporti umani la legge della giungla, legittimandola come benefica e naturale. Non che prima del capitalismo in Occidente vigessero la giustizia e l’armonia (bisogna risalire al Neolitico, cioè a 8000 anni fa, per trovare una società fondata sul femminile, pacifica ed egualitaria, come sostiene Marija Gimbutas), però l’ideologia neoliberista è riuscita nell’impresa di portare la guerra, la divisione e la competizione dentro ciascuno di noi e di renderci schiavi a nostra insaputa.

La politica è così marcia e corrotta perché è nutrita da una visione animalesca dei rapporti umani. Noi umani siamo anche, benché non solo, animali – animali umani, appunto. In quanto animali, eredi delle esperienze spesso tragiche e violente dei nostri antenati, codificate nei nostri geni, abbiamo sviluppato una mente genetica, adatta alla sopravvivenza. E poiché ciascuno di noi ha dentro di sé una parte maschile e una femminile, in quanto discendente di un padre e di una madre, portiamo in noi un maschile e un femminile animale: il primo, orientato alla supremazia, alla lotta, alla competizione e al dominio; il secondo, alla cooperazione, alla cura della prole, alla relazione e alla pace. Questo almeno ci ha insegnato la nostra storia passata; non si tratta necessariamente di un destino scritto nel libro della natura.

Tuttavia, è presente in noi anche una coscienza spirituale, creativa e più elevata. Siamo esseri fatti di corpo, mente e spirito. Come uno schiacciasassi, il capitalismo neoliberista ha asfaltato la dimensione spirituale e ci ha ridotti a materia, a puri e semplici consumatori, quando non ad anonimi e smemorati sudditi, asserviti ad un sistema creato per drenare ricchezza dai poveri ai ricchi. Finché restiamo nel paradigma della mente animale e ignoriamo la nostra parte spirituale, non ne verremo fuori. Questo gioco non ammette outsiders e non lo si cambia rimanendoci dentro.

Dobbiamo ripristinare la nostra integrità perduta. Dobbiamo farlo per noi stessi, per ritrovare l’armonia interiore, e per il mondo in cui viviamo, prima che sia troppo tardi. Occorre uscire dallo schema predatorio, dal gioco a somma zero – mors tua, vita mea – e riscoprire in noi il senso della connessione con gli altri e con l’universo. Il trionfo del maschile animale, violento e predatorio, che ha comportato storicamente la repressione e la sottomissione dei valori femminili, ha danneggiato la nostra coscienza, la nostra vita associata e l’ambiente in cui viviamo. Come tutti i modelli unilaterali, ha prodotto squilibrio, dolore e morte. Dobbiamo rendercene conto e cambiare rotta.

L’unica strada percorribile, secondo me, è il risveglio del Femminile spirituale. L’essenza spirituale è unica, di per sé, e non ha genere. Comporta però caratteristiche complementari e nel nostro mondo quelle femminili (senso della connessione, amore spirituale, intuizione, creatività, bellezza eccetera) sono state particolarmente schiacciate, nell’uomo e nella donna. Non saremmo a questo punto se la nostra storia non avesse cancellato la presenza del femminile con sistematica ferocia. Maschile e femminile spirituali non sono opposti; lo sono il femminile spirituale e il maschile animale. Per questo occorre concentrarsi sul femminile spirituale, come sul naturale antidoto al male che ci affligge.

Abbiamo bisogno di un’economia al femminile (spirituale, non animale), di una politica al femminile, di una scienza al femminile, di una cultura al femminile, di mass-media al femminile. Non possiamo continuare a vivere per accumulare o per lasciarci sfruttare. Non basta far entrare le donne nella stanza dei bottoni. Non tutte le donne, come non tutti gli uomini, hanno sviluppato un femminile spirituale. Occorre molto di più. Occorre cambiare se stessi, tutti quanti, attraverso un percorso di consapevolezza, fatto di impegno, responsabilità, rispetto, etica e giustizia. Trasformare se stessi e la propria mente animale è l’impresa più difficile, ma anche la più necessaria ed entusiasmante. E non si fa da soli. Non è un semplice processo di conoscenza, ma un concretissimo lavoro quotidiano su noi stessi, sulle nostre emozioni, credenze ed eredità genetiche, per il quale serve l’aiuto di una rete di persone che apprendono insieme. Dobbiamo smettere di delegare a qualcun altro i nostri interessi e il nostro futuro e assumerci la responsabilità di risvegliarci alla nostra integrità e completezza.

Per questo è nato Rebis, un gruppo indipendente di confronto, di studio e di formazione senza scopo di lucro nel quale si può crescere insieme giorno per giorno nella consapevolezza della parte più elevata di noi stessi. Rebis è un gruppo pluralista, non confessionale, apolitico nel senso che non è schierato e non partecipa alla lotta politica, ma sommamente politico nel senso dell’impegno civile e della solidarietà sociale. Possono collaborare tutte le persone – uomini e donne, di ogni nazionalità, credo o fede politica – che ne condividono gli scopi, che intendono contribuire in qualche modo e che vogliono impegnarsi nella trasformazione della propria mente animale per risvegliare la coscienza spirituale e diventare cittadini sovrani e consapevoli. La sovranità, infatti, ci è stata tolta da un pezzo e solo con un duro lavoro su di noi saremo in grado di riprendercela.

Rebis ha un blog (www.grupporebis.org), con sezione in Inglese e Spagnolo, e una Pagina Facebook (Rebis – Il risveglio del Femminile per un popolo sovrano e consapevole), con relativo Gruppo di discussione. Nel sito di Sovranità popolare c’è uno spazio dedicato. Sabato 8 febbraio, a Milano, si svolgerà il primo seminario di Rebis aperto al pubblico e sarà possibile partecipare alla cena di gruppo. Chi vuole conoscerci o partecipare può scrivere a grupporebis@gmail.com

Articolo pubblicato su Sovranità popolare n° 7, novembre 2019

Scuola, ultimo atto: quando la competenza scaccia la conoscenza

Dialogo (d)istruttivo fra Smarty, il Nuovo Docente Formato alla Didattica per Competenze, e Sofia, la Vecchia Docente da Rottamare, ancora ostinatamente attaccata alle sue polverose Conoscenze.

Smarty

La lezione frontale? Roba da vecchie aule polverose, una noia mortale… Lo studio sistematico della storia o della letteratura? E a che pro? I programmi non esistono più, nella scuola delle competenze. Qui si impara dall’esperienza, lavorando in gruppo, per via induttiva e affrontando compiti di realtà, ovvero problemi quotidiani. Basta con le lezioni dalla cattedra, in cui parla solo il docente! La scuola deve mettere gli studenti al centro!

Sofia

Ma guarda un po’… Sei appena arrivato, e parli come se avessi scoperto l’acqua calda. I pedagogisti discutono da decenni se sia meglio la didattica frontale, in cui il docente tiene la sua conferenza quotidiana, o quella attiva, con la quale sono gli studenti a lavorare in autonomia, guidati dal docente. È una questione vecchia come la pedagogia. In un certo senso, l’hanno pure risolta. Per fortuna, esistono le ricerche scientifiche. Ed hanno constatato che entrambi i metodi hanno pregi e difetti. Con il metodo frontale, si riesce a trasmettere una quantità molto maggiore di conoscenze, ordinate e di ottima qualità, ma se il docente non riesce a coinvolgere gli allievi e a stimolarne l’interesse, può risultare noioso, come dici tu, e libresco. Con il metodo attivo, gli studenti sono più coinvolti e memorizzano meglio ciò che hanno imparato attraverso la propria esperienza personale, ma si impara complessivamente molto meno, in modo più frammentario e meno solido dal punto di vista teorico. L’insegnamento migliore è quello che li usa entrambi, a seconda del contesto e degli argomenti. Ma ricorda che una lezione frontale ben fatta, fondata su domande stimolanti e vitali, può dare più soddisfazione agli studenti di un dispersivo lavoro di gruppo.

Smarty

Quello che dici tu andava bene per le generazioni passate. Oggi a scuola abbiamo i Millennials, i ragazzi che sono nati con lo smartphone in mano… Come si fa a catturare la loro attenzione con la vecchia lezione dalla cattedra? E poi con i new media si impara moltissimo… A che servono tutte ‘ste nozioni, se hai tutto a portata di click? Bisogna svecchiarsi, dài. Non si può fare lezione come nell’Ottocento!

Sofia

Hai ragione sui Millennials. Infatti i neuropsichiatri seri, come il tedesco Manfred Spitzer, sulla scorta di centinaia di studi scientifici condotti nelle migliori Università, sostengono che l’uso precoce di smartphone e PC sia causa di demenza digitale. Fra i tanti danni dei tuoi benedetti aggeggi digitali, infatti, ci sono la riduzione progressiva della capacità di attenzione, la mancata formazione delle vie neurali per lo sviluppo delle abilità linguistiche e matematiche, la dipendenza, il tempo sottratto alla lettura e alle amicizie, la sensazione di sapere, mentre si è ignoranti, per il semplice fatto di essere sempre connessi. Se diamo in mano agli studenti lo smartphone in classe, li faremo senz’altro smanettoni e magari pure divertiti, ma stupidi. E comunque informazioni e conoscenze non sono la stessa cosa. C’è la stessa differenza che c’è fra i mattoni accatastati alla rinfusa e l’edificio terminato, conforme ad un progetto.

Smarty

Si vede proprio che vivi in un altro mondo… In ogni caso, che ti piaccia o no, ce lo chiede l’Europa. Non hai letto i documenti europei che negli ultimi vent’anni hanno ribadito in ogni modo il ruolo delle competenze? E come lo trovi il lavoro, studiando Raffaello o Boccaccio? Carmina non dant panem…  Come fai ad essere competitivo, se non vai oltre le conoscenze e non impari ad essere autonomo, a sviluppare la capacità di lavorare in gruppo, se non sai usare le tecnologie digitali, se non hai le tue belle certificazioni linguistiche e non ti prepari per la formazione permanente? Non dico che un po’ di conoscenze non servano, ma senza le competenze i ragazzi saranno tagliati fuori dal mondo del lavoro.

Sofia

Ma da quando in qua il mondo del lavoro è il fine della scuola? E la competizione, poi? Dove l’hai vista nella Costituzione? Hai mai sentito parlare degli “inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2)? O del “pieno sviluppo della persona umana” e dell’ “effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3)? Mi spieghi come faranno questi sventurati ragazzi, specie se non vengono da una famiglia ricca e istruita, a migliorare il proprio status senza un bagaglio di conoscenze ampie e ben strutturate? Non crederai mica che si possano acquisire le competenze vere, come il senso critico, la capacità di argomentare, di comprendere il senso di un’opera d’arte o di un testo letterario in autonomia, di difendere i propri diritti e di svolgere con coscienza i propri doveri di uomini e di cittadini solo sulla base della classe flippata*? Diceva don Milani che ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani. Quanto aveva ragione! Pensi davvero che con il lavoro di gruppo e procedure induttive si possano imparare tante parole quante ne fa apprendere la lezione frontale?

* [N. d. A: flipped classroom è la classe rovesciata, nella quale sono protagonisti gli allievi]

Smarty

Ma allora proprio non capisci. Qui nessuno ha detto che le conoscenze devono sparire. Devono soltanto essere subordinate alle competenze. Sono le competenze il nuovo scopo della didattica. Solo così avremo finalmente una didattica inclusiva, capace di accogliere tutti, anche gli studenti svantaggiati a cui sembri tenere tanto. La scuola delle competenze è innovativa perché permette di superare la demotivazione e l’estraneità della lezione frontale e il disamore per lo studio. Gli studenti verranno a scuola più volentieri e impareranno di più, perché saranno coinvolti in ciò che imparano. Ma hai letto l’elenco delle competenze definito dalla Raccomandazione del Parlamento europeo del 7 settembre 2006? Guarda che sono previste anche le conoscenze:

comunicazione nella madre lingua, comunicazione nelle lingue straniere, competenza matematica, competenze di base in scienza e tecnologia, competenza digitale, imparare ad imparare, competenze sociali e civiche, spirito di iniziativa e imprenditorialità, consapevolezza ed espressione culturale.

Sofia

Guarda che sei tu quello che non ha le idee chiare. Chiariamo subito una cosa: che un conto è il fine e un conto è il metodo. Il fine di sviluppare le competenze è sempre stato presente nella scuola. Conoscenze, abilità e competenze, o se preferisci sapere, saper fare e sapere essere sono da sempre il fine dell’istruzione. Quando frequentavo il mio austero liceo classico d’altri tempi, anche senza le classi flippate ho sviluppato competenze di valore inestimabile, che mi hanno permesso di formarmi una cultura ampia e solida anche se i miei genitori avevano la terza elementare e di essere qui adesso a discutere con te. Ma senza le conoscenze, senza le mie versioni dal greco e dal latino, non stringerei nulla. Pensa che perfino negli studi sull’intelligenza si è compreso che sono le conoscenze a renderci intelligenti e non le capacità grezze. Ma tu confondi il fine con il metodo: sembra che solo con il metodo attivo si possano conseguire le competenze, ed io te lo contesto fermamente. Ti assicuro che in 35 anni di insegnamento ho visto coorti di allievi altamente motivati e coinvolti anche nella lezione frontale. Non è il metodo che fa la differenza, ma l’energia coinvolgente dell’insegnante, se crede in quello che fa e trasmette passione per il sapere. E ho visto tante volte nei loro occhi la soddisfazione di aver espugnato un concetto difficile che mai avrebbero formulato da soli o di aver imparato a studiare molto in poco tempo.

In secondo luogo, chiedo io a te se quelle elencate sono le uniche competenze che la scuola deve fornire. Ma ti pare che non ce ne siano di più adatte al “pieno sviluppo della persona umana”? Per esempio, essere cittadini critici e consapevoli, conoscere se stessi e gli altri, avere sensibilità per la bellezza, saper essere mente, corpo e spirito, individui creativi e fruitori di cultura, saper essere membri attivi e responsabili di una comunità sociale, saper cooperare con altri in vista di un fine condiviso, sviluppando il senso del bene comune, la competenza emotiva e dialogica, la tolleranza delle opinioni che non si condividono, la disponibilità ad ascoltare e a difendere le proprie tesi in modo razionale e argomentato? Non vorrai dirmi che la deduzione trascendentale di Kant rientra da qualche parte nel tuo elenco? Con quelle competenze si allevano al più dei Monsù Travet, dei lavoratori non troppo critici.

E poi, sii onesto: al di là delle parole, come si fa a conservare le conoscenze in una didattica per competenze intesa come la intendi tu? Ti faccio un esempio concreto. Prendi un insegnante liceale di storia. Sviluppare il senso del divenire dei fenomeni umani e saperli collocare nello spazio e nel tempo non è una competenza fondamentale? Bene. Nel biennio, l’insegnante suddetto ha un’ora in meno di storia rispetto a 11 anni fa (dalla Riforma Gelmini del 2008) e deve condividere le ore con Geografia, che prima era materia a sé (ha anche un’ora in meno di Italiano, ma questa è un’altra faccenda). I suoi allievi sono molto più numerosi (intorno ai 30, di cui almeno 4 o 5 con BES o DSA) e arrivano da otto anni di scuola in cui la storia si è studiata poco o nulla, visto che si è abbandonato lo schema ciclico di Bruner, che prevedeva di riprendere l’intero percorso storico ad ogni nuovo ciclo didattico. Con le sue 66 ore annuali a disposizione, il nostro docente deve trattare in due anni tutta la storia antica e la geografia (le quattro nozioni che riesce a trasmettere) a studenti pressoché privi di nozioni di base. Il suo collega del triennio, che ha sempre due ore settimanali, 66 all’anno, deve arrivare in tre anni al Novecento…

Smarty

E vabbè, ma allora insisti… ti ho detto che non ci sono più i “programmi”. Parli tanto di libertà di insegnamento e poi non ti rendi conto che puoi scegliere tu che cosa insegnare. Mica sei obbligata a fare tutto… Sulla storia, poi, non hai nemmeno più il problema della prova scritta all’Esame di Stato. L’hanno tolta, tanto non la svolgeva nessuno.

Sofia

Ci stavo arrivando, appunto, se mi lasci finire il discorso. Supponi che il nostro bravo collega di Storia, con le sue 66 ore annue, decida di programmare, con ore e ore di lavoro extra non retribuito, un bel percorso interdisciplinare con i colleghi di Italiano e Storia dell’arte e una serie di moduli (pardon, di UDA, come si chiamano adesso) che prevedono alcune visite ai musei, l’analisi di documenti, la visione di un paio di film e qualche lezione in Inglese in modalità CLIL. Delle sue 66 ore, almeno un quarto circa se ne andrà fra assemblee studentesche, gite, progetti, alternanza scuola-lavoro, esperti esterni e altre interessanti attività consimili. Nelle 50 ore rimanenti, deve valutare i suoi 25-30 studenti almeno due volte al quadrimestre, altrimenti è fuori dalla legalità. Vorrà vedere come espongono la lezione? Se è molto esperto, se la cava con un quarto d’ora a studente. Moltiplicato 30 studenti per due volte al quadrimestre sono 60 quarti d’ora, 15 ore in tutto. Sempre che non si distragga un attimo e non si ammali. Poi però ci sono le prove di recupero, che sono tante, visto che gli studenti non studiano. Facciamo altre 5 ore? E sono 20. Da 50 siamo arrivati a 30…

Smarty

E chi ti dice che devi interrogarli? Anche quella è roba vecchia. Puoi valutarli molto più in fretta con un bel test! Così hai anche il vantaggio di monitorare tutti gli apprendimenti in modo strutturato.

Sofia

E tu credi che la capacità di esporre o di argomentare e l’attitudine al ragionamento storiografico si misurino con un test? Ma lasciami finire. Nelle sue 30 ore, il povero docente deve tentare la quadratura del cerchio: o trasmette le nozioni minime (in quinta, la storia dell’Ottocento e del Novecento) o fa i suoi lavori di gruppo. Ma per fare i lavori di gruppo deve rinunciare a trattare buona parte dell’Ottocento e del Novecento (in verità, al Novecento ci si arriva di striscio e solo fino alla seconda guerra mondiale, se si è proprio bravi). Un lavoro in modalità attiva, infatti, richiede molto più tempo e soffre delle continue interruzioni a fine ora di lezione. Per realizzarlo, occorrerebbe modificare l’organizzazione didattica e assegnare molte più ore alle lezioni. Perciò finirà come già verificato in altri Paesi: gli studenti sapranno tutto di un paio di argomenti (magari anche 5 o 6, non di più in 30 ore) e niente di tutto il resto. E secondo te questo è meglio?

Smarty

Meglio poche cose, ma fatte bene, almeno si impara ad imparare. Così almeno studieranno volentieri e saranno pronti per il mondo del lavoro.

Sofia

E qui ti sbagli di grosso. Negli Stati Uniti la didattica per competenze è stata introdotta nel 2001 con enfasi da una legge votata in maniera bipartisan dal Congresso, e con essa i test di verifica delle competenze in lettura e scrittura, ai quali erano subordinati i fondi alle scuole. Risultato: un disastro totale. Sono aumentate le disuguaglianze fra ricchi e poveri e peggiorate le abilità di comprensione dei testi. Leggere non è come andare in bicicletta. Non basta saper pedalare: per capire un testo bisogna poter contare su un solido bagaglio di conoscenze. Inoltre, il sistema dei test ha introdotto la pratica perversa del teaching for testing. Si studia solo ciò che serve per superare il test, alla faccia delle sbandierate conoscenze, che finiscono nella spazzatura. La moneta cattiva scaccia quella buona e nella scuola sta avvenendo lo stesso.

Smarty

Come sei disfattista… Noi non siamo gli Stati Uniti. Da noi le conoscenze sono ancora ben presenti nei curricoli della scuola pubblica.

Sofia

Come sei ingenuo tu, invece! Quello che io vedo è che questa faccenda della didattica per competenze è l’ultima spallata neoliberista alla scuola della Costituzione. Non potendola eliminare del tutto, dopo averla strangolata economicamente, aver umiliato i suoi docenti, averla privata di tempo, risorse, edifici sicuri e di un numero ragionevole di alunni per classe, e dopo il tentativo di regionalizzarla per indebolirla ulteriormente, ora le danno la mazzata finale, sfilandole da sotto le conoscenze. Non ci sarà semplicemente più il tempo di trasmetterle! E chi lo farà sarà un vecchio arnese da rottamare quanto prima. Ma gli studenti, sicuramente saranno più sereni e felici a scuola e i genitori avranno meno crucci per i brutti voti degli insegnanti cattivoni. Felici e ignoranti. Ma competenti, e molto, molto smart.

Smarty

Sai che ti dico? Sei proprio una lagna. Sei troppo attaccata alle tue polverose Conoscenze. Non riesci proprio ad accettare il cambiamento…

Sofia

Avrei invece molto da insegnarti, caro collega sprovveduto. Ma continuerò a modo mio finché sarò nella scuola. La libertà di insegnamento me la tengo ben stretta e la difenderò con le unghie e con i denti. A differenza di molti esponenti della classe politica, sono ancora fedele alla Costituzione e non prenderò in giro i miei allievi con uno specchietto per le allodole. A proposito: dato che sulla pagina Facebook Dillo a Fioramonti, creata da La Tecnica della Scuola, sono arrivati moltissimi suggerimenti per il nuovo Ministro dell’Istruzione, mi aggiungo al coro con quattro richieste: Che cosa aspetta, egregio Ministro, a dare alla scuola le risorse economiche necessarie? Sarebbe più urgente che non ci cadessero gli edifici sulla testa e che avessimo uno stipendio dignitoso. Perché poi non ridare all’insegnamento della Storia lo spazio che merita? I nostri studenti sanno poco di tutto e niente del Novecento. Perché non fermarsi un momento a ripensare la didattica per competenze, dati i risultati degli USA e data la libertà di insegnamento? Anche Lei ha giurato fedeltà alla Costituzione. E soprattutto: perché non mi manda in pensione? Ne ho abbastanza di vedere l’istruzione pubblica svilita in questo modo. Grazie, Ministro. Chissà se almeno a Lei importa davvero della cultura nel nostro splendido e martoriato Paese. Si ricordi che è la scuola ad avere il compito di trasmetterla alle generazioni future, ma per poterlo fare non deve perderla per strada.

Articolo pubblicato il 16 ottobre 2019 sul sito di Sovranità Popolare.

La vita sulla Terra è una trappola per la nostra essenza divina. Intervista a Fiorella Rustici

Intervista di Simona Valesi a Fiorella Rustici

Viviamo in una struttura artificiale creata apposta per intrappolare le parti divine sopravvissute al declassamento energetico della Terra e della razza precedente alla nostra, successi molto tempo fa. Questo è il risultato degli studi approfonditi che porta avanti la ricercatrice spirituale Fiorella Rustici da oltre quarant’anni.

La sua specialità è comprendere come funziona la mente in relazione alla coscienza, cioè capire perché, di fronte a delle possibili scelte, ci ritroviamo sempre a scoprire, col senno di poi, che abbiamo preso quella sbagliata, con le sue conseguenze negative nella vita. Quindi se avete mai pensato che fosse difficile agire per ottenere dei cambiamenti positivi nella vita e nella società, ora sapete che avete un nemico da combattere che da qualche eone vi lavora contro.

“Io ho avuto la mia prima crisi esistenziale a un anno e mezzo”, ci racconta la Rustici, “quando mia mamma mi ha fatto vedere allo specchio dopo avermi vestita da Pierrot. Come tutti i bambini piccoli il mio spirito era lontano dal corpo, ma era già consapevole perché veniva da altre vite dove avevo fatto percorsi spirituali in cui avevo acquisito conoscenze e saggezza. In quel momento, vedendo il mio corpo allo specchio, ho avuto un’intuizione che mi ha reso palese il livello di degrado dell’umanità e le difficoltà che avrebbero incontrato gli esseri spirituali che erano rimasti qui, per aiutare a recuperare l’essenza divina superstite e ancora recuperabile dall’ultimo declassamento della Terra e dei suoi abitanti, prima che subisse un altro declassamento dimensionale ed energetico”.

La Rustici vede questa progressiva caduta verso il basso del livello spirituale della razza umana e della Terra, e comprende allora che i percorsi spirituali precedenti non erano stati sufficienti per recuperare le parti divine che erano rimaste intrappolate su questo pianeta, e che uno studio che andasse più in profondità rispetto alle conoscenze già acquisite era necessario.

Infatti, dice, non tutti si erano evoluti, ed era indispensabile affinare la ricerca andando a uno strato più profondo dove poter risvegliare le consapevolezze e ridar loro quella dignità divina che ogni parte spirituale dovrebbe avere e si merita. Scopre così che l’energia mentale, tramite cui tutto si muove e esiste, è regolamentata da delle leggi che erano ancora sconosciute, e le ha chiamate Meccaniche Mentali.

“Le ho chiamate meccaniche mentali”, si ricorda la Rustici, “perché studiando le leggi dell’energia mentale ho scoperto che viviamo in una struttura creata artificialmente, quindi in una mente artificiale meccanica e tecnologica. Meccanica mentale deriva quindi proprio dalla conoscenza di questa mente meccanica tecnologica artificiale. A questo proposito sono molto contenta che recentemente le ricerche di molti scienziati quantistici e tradizionali stanno ipotizzando e verificando coi loro esperimenti che questa è la realtà in cui viviamo”.

La Rustici spiega che come ci sono tante leggi nell’ambito della fisica, chimica o biologia, anche le leggi dell’energia mentale sono numerose e si ripetono continuamente perché sono sempre attive, esattamente come la forza di gravità che ci tiene attaccati alla terra e la legge di Bernoulli che fa volare gli aerei.

Una di queste, ci porta ad esempio, è la legge, o meccanica mentale, del copiare. Nel 1978 quando la Rustici ha iniziato la sua ricerca a uno strato più profondo, ha scoperto che una delle principali meccaniche mentali presenti sul nostro pianeta è la capacità dell’energia mentale del nostro cervello di copiare non solo l’ambiente che ci circonda ma anche tutto ciò con cui veniamo in contatto.

“Questa meccanica diventa molto negativa nel momento in cui la nostra mente cerebrale non fa nessuna differenziazione fra ciò che siamo noi con le esperienze che noi viviamo come pensieri, emozioni, paure, desideri, e ciò che vivono gli altri e che noi copiamo. È ciò che la scienza tradizionale ha cominciato da diversi anni a studiare come il fenomeno dei neuroni-specchio, anche se non sono ancora riusciti a comprendere tutte le complicazioni ad esso collegate e le motivazioni per cui è stata creata questa legge mentale”.

Molte altre meccaniche mentali importanti, ci spiega Fiorella, derivano dalla mente genetica, cioè dalle memorie dei nostri avi materni e paterni che abbiamo registrato dentro la nostra mente, parzialmente riconosciuta anche dalla più nota legge dell’ereditarietà. Oltre a godere di tanta creatività e talenti che arrivano da queste memorie, dobbiamo però fare anche i conti con le loro coscienze che influiscono nella nostra vita creandoci sensi di colpa e auto-punizioni. Noi, infatti, ripetiamo quello che i nostri avi hanno vissuto nella loro premorte e morte perché il vissuto di quei momenti rimane registrato nella nostra mente, insieme ai contenuti della parte animale che ognuno di loro si porta dietro, essendo noi una specie animale umana.

Le meccaniche mentali sono uguali per tutti”, spiega Fiorella, “perché sono alla base della struttura artificiale che fa vivere a tutti le stesse cose. Noi possiamo credere di essere unici e diversi dagli altri, ma è un ‘illusione. La diversità viene percepita dalle esperienze che uno può fare, ma i pensieri, le sensazioni, le emozioni, i conflitti, le paure che viviamo sono sempre uguali per tutti”.

L’unicità si trova invece nella scintilla divina che ancora molti di noi hanno dentro e che, come ci rivela Fiorella, “quelli come me, sono venuti qui per recuperare. È una decisione presa da quelle parti che amano la vita, quella di rimanere ad aiutare le coscienze rimaste intrappolate. Siamo Esseri venuti al recupero delle varie scintille divine superstiti e ancora recuperabili. Secondo le mie ricerche, il degrado spirituale parte dalla mancanza di conoscenza della mente e delle varie trappole che contiene. In assenza di questa conoscenza l’individuo non può che ritrovarsi a vivere solo la sua umanità come specie animale umana, senza potersi riappropriare e vivere nelle sue qualità e poteri spirituali”.

Vale quindi la pena conoscere il funzionamento delle meccaniche mentali, ci dice la Rustici, “per comprenderle, osservarle, non caderne effetto e soprattutto non identificarcisi, perché la mente con le sue meccaniche mentali non ha consapevolezza e coscienza di sé. Solo una coscienza che ha sviluppato la propria spiritualità, comprendendo anche le meccaniche mentali, può uscire dalle identificazioni della mente stessa e collegarsi alle realtà non artificiali con le sue caratteristiche di amore, luce, gioia e vita puri, tipiche della propria parte divina”.

Quando la persona comprende le meccaniche mentali, sviluppa una coscienza con una propria scala di valori positiva, e diventerà una persona che rimedia ai propri errori, ricrea giustizia dove l’ha tolta, lotta per avere un mondo migliore dove ci sia amore, rispetto, etica e valori spirituali da inserire in tutte le aree della sua vita”.

Si sa che l’evoluzione spirituale individuale è intrinsecamente collegata a quella sociale. “Comprendere è vita!”, afferma Fiorella. “Essendo tutti collegati, siamo soggetti alla legge della massa critica. Quindi se tante persone lavorano sulla comprensione della struttura mentale artificiale in cui sono intrappolate e riescono a uscirne, aiutano anche gli altri a loro collegati. Questa comprensione passerà nella coscienza collettiva. Anche se non tutti intraprenderanno un percorso specifico, si troveranno comunque questa saggezza dentro di loro in modo naturale, come se fosse una loro caratteristica, ottenendo così contemporaneamente un’evoluzione spirituale individuale e sociale”.

Solo così, raggiungendo questo risultato desiderato, il nostro Pierrot potrà asciugarsi la sua eterna lacrima e ritrovare il sorriso della gioia spirituale.

Simona Valesi

EVOLUTION DAY by FIORELLA RUSTICI

Con questa aspettativa e speranza Fiorella Rustici ha istituito l’Evolution Day: un giorno l’anno in cui i suoi corsi, nei quali spiega il funzionamento delle meccaniche mentali e il conseguente comportamento della coscienza, sono accessibili a tutti.

Per avere informazioni sul prossimo Evolution Day chiamate il cell. 335-233018 o scrivete a corsi@fiorellarustici.com .

Rebis: il risveglio del Femminile spirituale

Articolo pubblicato l’8 ottobre 2019 su Olistic News.

Il Rebis (dal latino Res bina, cosa doppia), è il simbolo alchemico dell’unione degli opposti. Gruppo di studio informale, nato da un’idea di Patrizia Scanu, psicologa, Gestalt Counsellor e docente al liceo delle Scienze Umane di Alba in Piemonte, si propone di dare spazio alla riflessione sulla profonda crisi globale che sta attraversando questo mondo prodotto da decenni di ideologia neoliberista. Se ne ricercano le cause nel secolare squilibrio fra maschile e femminile, che ha prodotto una frattura nell’integrità della persona umana, fatta di corpo, mente e spirito, e ridotto al lumicino la componente spirituale.

Il gruppo di lavoro, assolutamente laico e dialogico, si propone di dare vita ad un vasto movimento di opinione che stimoli la presa di coscienza collettiva dei valori e delle qualità femminili, schiacciati e silenziati da secoli di repressione, soprattutto religiosa.

Rebis è un gruppo di persone, uomini e donne, che intendono riflettere sul modo in cui lo sviluppo di una spiritualità di qualità femminile possa contribuire ad elevare il livello delle coscienze e di conseguenza della vita civile. Il Femminile qui è da intendersi in senso energetico, come femminile interiore, presente sia nelle donne sia negli uomini.

“Siamo convinti che non si potrà cambiare nulla a livello politico finché le persone non matureranno una consapevolezza profonda della propria natura spirituale, intesa nel senso più alto e laico del termine. E dell’essenza spirituale, che in sé non è né maschile né femminile, una componente essenziale, quella femminile, è stata a lungo soffocata e repressa. Pensiamo ci sia bisogno di recuperare l’equilibrio perduto per ricostituire l’integrità dell’essere umano. Senza un riequilibrio fra le due energie, il maschile e il femminile spirituale, questo mondo è condannato. Solo ritrovando l’integrità della propria essenza si può pensare di costruire un mondo più evoluto, superando le bassezze dell’attuale contesto politico e le dolorose lacerazioni di una società costruita sulla competizione e sul possesso”.

Il gruppo di studio non ha niente a che fare con il movimento femminista né si propone di creare una “riserva” per sole donne. Qui le donne e gli uomini hanno un ruolo assolutamente paritario. Rebis dovrebbe essere la casa degli uomini che hanno fatto pace con il femminile e delle donne che, valorizzando il femminile, hanno fatto pace con il maschile. Tutti – uomini e donne – nel rispetto delle innegabili differenze, hanno da guadagnare dallo sviluppo integrale della propria coscienza spirituale.

Lo scopo del gruppo di studio è proporre modelli alternativi di comportamento personale, di gestione delle relazioni fra persone, di azione civile e politica che aiutino le persone a uscire dall’isolamento e dalla competizione neoliberista e a costruire una società migliore ed evoluta. Non si tratta solo di discutere, ma anche e soprattutto di agire e di imparare. Le attività si declinano in organizzazione di eventi, corsi, seminari e momenti d’incontro. Si prevede la promozione di iniziative sociali e politiche, intendendo per “politico” ciò che riguarda la polis, ovvero al vita della comunità dei cittadini. Si occuperà di formazione e informazione. Solo dallo sviluppo della consapevolezza dell’intero potenziale umano può nascere, infatti, una visione del futuro fondata sui valori autenticamente spirituali che ispirarono la Costituzione italiana del 1948.

A quei valori di uguaglianza sostanziale, solidarietà, partecipazione, cooperazione, bellezza, responsabilità, giustizia, traditi da decenni di politiche asservite all’interesse di pochi e subordinate al dogma dei mercati, Rebis s’ispira per dare sostanza civile agli argomenti scelti per la riflessione. Dimensione spirituale e dimensione politica sono interdipendenti, sebbene Rebis non sia né un movimento politico né un gruppo d’ispirazione religiosa.

È un gruppo aperto alla collaborazione di uomini e donne altamente motivati a compiere questo percorso personale e collettivo di trasformazione delle coscienze, che condividano questa visione di fondo e siano disponibili a dare un contributo di idee e di azione al lavoro del gruppo. Persone belle e validissime si stanno impegnando con entusiasmo a produrre idee e progetti per questo gruppo. Ne puoi far parte anche tu. Puoi iscriverti al Gruppo Rebis su fb oppure scrivere una mail a grupporebis chiocciola gmail.com.

Patrizia Scanu

Condizione femminile o condizione del femminile? Un cambiamento di prospettiva

Quando si parla di condizione femminile, sembra naturale pensare alle donne e alle loro battaglie secolari per ottenere pari dignità e diritti rispetto agli uomini. Senza scomodare le notizie a volte tremende che arrivano da Paesi lontani, nei quali l’integrità, la libertà, la salute e i diritti civili, politici e sociali delle donne vengono clamorosamente ignorati tuttora, è istruttivo ricordare come secoli di supremazia maschile abbiano costantemente relegato le donne in posizione subalterna anche qui in Europa. L’emancipazione femminile, faticosa, tardiva e mai completata, permise alle donne, prima equiparate ai bambini e ai deboli di mente, considerate emotive, volubili e inaffidabili ed escluse dai luoghi del potere, dai gradi più elevati dell’istruzione e dalle professioni “maschili”, di occupare nella società un posto meno marginale e ruoli più autonomi e significativi.

Gli infiniti abusi subiti dalle donne per millenni, il trattamento degradante a cui esse furono spesso sottoposte anche nei luoghi di lavoro, la privazione della libertà di scelta, la svalutazione del loro ruolo sociale e della loro intelligenza, le disuguaglianze di cui furono vittime, spesso vissute con senso di ingiustizia e di risentimento, la repressione delle loro qualità interiori, le umiliazioni continue, la costrizione all’obbedienza, al sacrificio e alla sottomissione in famiglia sono eredità pesanti e dannose, conservate e tramandate dalla memoria collettiva. Ce le portiamo dentro di noi, nessuno escluso, come memoria genetica, familiare, sociale. Tutti abbiamo alle spalle nonne, prozie, bisavole, antenate di innumerevoli generazioni dietro di noi che hanno vissuto stupri, violenze, soprusi di ogni tipo, che si sono sacrificate per i figli, che hanno rinunciato a se stesse, che hanno dovuto sottomettersi, adeguarsi, arrendersi, sopportare l’ingiustizia, lo svilimento, la sopraffazione, l’assenza di diritti.

E poiché, anche e soprattutto quando è inconsapevole, la memoria genetica agisce nel profondo di noi stessi e costituisce il patrimonio inconscio di esperienze con il quale veniamo al mondo e dal quale attingiamo ogni giorno per affrontare il quotidiano, delimitando il repertorio delle nostre azioni libere e volontarie, ad uno sguardo più attento la condizione femminile ci porta a riflettere sulla condizione del femminile. Non si tratta della stessa cosa: la condizione del femminile non coincide con la condizione delle donne, ma con lo stato di dolorosa repressione del principio spirituale femminile che affligge tutti, uomini e donne, anche emancipate e liberate, in quanto tutti discendenti da una linea genetica materna e membri di una cultura, dunque portatori dell’eredità del vissuto delle generazioni precedenti. Un’eredità gravosa ed opprimente, che ci rende deboli, squilibrati e ignari delle enormi potenzialità della nostra natura e ci fa perpetuare lo schema della scissione interiore, della contrapposizione fra maschio e femmina che è frattura fra le due parti della nostra Coscienza spirituale.

Anche se non vogliamo e non sappiamo, infatti, conserviamo in noi il senso di ingiustizia, di fallimento, di impotenza, di frustrazione, di rancore, di paura, di rabbia, di colpa e di sacrificio delle nostre antenate e sabotiamo in questo modo le nostre vite, impedendoci di realizzare la pienezza del nostro essere. Non importa se siamo maschi o femmine, perché tutti abbiamo una madre e ce la portiamo dentro. Anche se umiliato e schiacciato, il Femminile rimane dentro di noi e aspetta di essere liberato. La degradazione delle donne ha avuto come risultato la repressione del Femminile in ciascuno di noi e un enorme danno alla nostra integrità. Umiliando la donna, l’uomo ha assurdamente umiliato metà di se stesso. Umiliando il proprio femminile interiore, ha ulteriormente svalutato il femminile delle donne e creato un mondo invivibile. Molti uomini disprezzano nelle donne ciò che rinnegano in se stessi. Subendo questa umiliazione, le donne hanno perso il contatto con il loro Maschile spirituale e spento il loro Femminile interiore. La supremazia dell’uno sull’altro è un’inutile vittoria contro se stessi.

Abbiamo tutti bisogno di integrità, di essere interi, ciascuno a modo suo. Certamente le donne hanno un più facile accesso al Femminile (sempre che non sia stato completamente schiacciato) e gli uomini al Maschile, ma hanno bisogno dell’altra metà per essere se stessi, ovvero esseri divini, e non deboli e passivi epigoni del passato della stirpe. Ma poiché la condizione del Femminile spirituale è ora penosa per entrambi, da lì bisogna incominciare. Rebis nasce proprio con questa finalità: risvegliare e rigenerare il Femminile spirituale per rendere possibile a tutti noi il recupero di tutte le energie e le potenzialità smarrite in un assurdo e devastante conflitto, che ci degrada e ci consegna ai meccanismi della nostra mente animale. Dove non c’è Coscienza spirituale, infatti, resta attiva solo la nostra parte animale umana e vengono meno libertà e consapevolezza.

Che il risveglio del Femminile (spirituale, non animale) sia necessario per trasformare questo mondo in qualcosa di meglio, è palese in ogni ambito della vita associata: nella politica, dove vigono incontrastate le leggi della forza, della violenza e della sopraffazione, proprie del maschile animale; nell’economia, dove la diffusione dell’ideologia neoliberista, finalizzata alla lotta di classe dei ricchi e dei potenti, anziché al bene comune, ha infettato le menti con i germi dell’individualismo, della competizione, della legge del più forte, anch’essi propri del maschile animale; nella società, nei mass media, perfino nella scuola, dove ogni cura viene posta nel farcire le menti addormentate di un sapere standardizzato, funzionale al mantenimento di un basso livello di coscienza e a stili di comportamento opposti ai principi di etica, responsabilità e giustizia, propri della Coscienza spirituale.

In una società che dà valore al femminile spirituale, si dà spazio alla cooperazione, all’equità, all’integrità, al rispetto, alla consapevolezza, alla partecipazione, alla cultura, all’ambiente, al bene comune, alla bellezza, ai valori più elevati. Non è una prospettiva spiacevole né astratta, perché ciò che facciamo agli altri, lo facciamo a noi stessi, che ci piaccia o no. Si tratta solo di rendersene conto e di diventare esseri completi e cittadini sovrani e consapevoli. Tanto non ci salveremo altrimenti, né come individui né come umanità. Continuare a sabotare noi stessi ci porterà all’autodistruzione. Vale perciò la pena di darci da fare a ripulire le lordure del passato e a lasciarcelo definitivamente alle spalle. Rivitalizzare il Femminile vorrà dire allora ritrovare finalmente noi stessi e il sentiero smarrito del nostro ritorno a casa.

L’autonomia differenziata: come dare un altro colpo alla scuola della Costituzione

Quando il Padre Costituente Piero Calamandrei definiva la scuola pubblica come “organo costituzionale” intendeva dire che essa è un’istituzione dello Stato alla pari con il Parlamento, il Governo o la Magistratura. Nell’architettura della Costituzione italiana del ’48 la scuola assume un ruolo fondamentale: quello di realizzare l’uguaglianza sostanziale fra i cittadini e di formare la classe dirigente, permettendo a tutti di accedere ai gradi più alti dell’istruzione.

Secondo Calamandrei, paragonando lo Stato al corpo umano, il ruolo della scuola è quello degli organi che producono il sangue. L’immagine è chiarissima: la democrazia senza la scuola pubblica è dissanguata. Il sangue si può perdere goccia dopo goccia, ma se non si ricostituisce alla fine si muore.

Le oligarchie sovranazionali che fra gli anni ’70 e ’80 del ‘900 decisero di porre termine all’eccesso di democrazia nel nostro Paese e al suo tumultuoso sviluppo economico e sociale lo avevano compreso benissimo. Con la complicità di una classe politica nostrana collaborazionista e infedele alla Costituzione che a parole difendeva, decisero che ad un colpo di stato violento fosse preferibile un colpo di Stato strisciante. Invece di abolire la Costituzione, bastava ignorarla, modificarla, ritoccarne qua e là i contenuti e svuotarla dall’interno. Un pezzetto alla volta, con paziente metodicità. Così il popolo sovrano non si accorge che la sovranità dell’articolo 1 gli viene sottratta sotto il naso giorno dopo giorno.

La scuola è fastidiosamente l’unica istituzione che mantiene unita la Nazione intorno ai valori fondanti della Costituzione. Il Parlamento già da tempo ha perso centralità e potere, grazie all’abuso dei decreti-legge e alle leggi elettorali cooptative che assegnano la scelta degli eletti ai dirigenti di soggetti privati, quali sono i partiti. Dopo le grandi svendite di aziende e beni pubblici negli anni ’90 e i trattati europei, i Governi formati e disfatti senza passaggio parlamentare o elettorale sono stati sempre più frequenti, mentre quelli che mantengono le promesse elettorali sono estinti da tempo. Siamo ormai assuefatti ad essere eterodiretti. La Magistratura, spesso delegittimata, ha perso una parte di credibilità per i suoi legami con la politica.

Perciò sulla scuola bisognava accanirsi. In vent’anni, ci hanno tolto tutto: fondi, prestigio, qualità, docenti, serietà, contenuti, ore di lezione. In apparenza, nulla è cambiato; nella sostanza, niente è come prima. Come ho spiegato ampiamente altrove, non c’è stato Governo negli ultimi decenni che non abbia dato il suo colpo di piccone in un’unica direzione: smantellare la scuola come organo costituzionale al servizio della democrazia e della mobilità sociale e produrre la scuola-azienda neoliberista, che parla il linguaggio dell’economia e compete sul mercato alla pari con una ditta qualunque o al più come un servizio a domanda, che sopravvive con finanziamenti privati (la Buona Scuola di Renzi).

L’ultimo passaggio era abolire l’unitarietà del sistema scolastico. Un Paese senza un sistema scolastico forte è debole e privo di coesione, specie se storicamente è già afflitto da disuguaglianze e disomogeneità territoriali come il nostro. Ci stanno provando con grande accanimento in questi mesi, con la proposta assurda e incostituzionale dell’autonomia differenziata. Concepita nelle stanze di un Ministero senza alcuna trasparenza fin dal Governo Gentiloni (tanto per dire come sia unanime l’intento), il progetto avanza a singhiozzo con il solito teatrino fra favorevoli (Lega) e contrari (M5S). Ovviamente una modifica così radicale dell’ordinamento dello Stato (ripeto: la scuola pubblica è ORGANO COSTITUZIONALE) richiederebbe prima di tutto una motivazione evidente e poi una procedura complessa, come avviene per le norme di rango costituzionale, che definiscono le regole democratiche, poi un’ampia e onesta discussione pubblica e una pianificazione politica ed economica.

Invece, si discute come se fosse una questione contingente, da sbrigar su due piedi con qualche firmetta fra un Ministro e qualche governatore regionale e ignorando del tutto la contrarietà della stragrande maggioranza dei docenti. Del resto, chi non ricorda che il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia avvenne mediante una lettera privata di Andreatta a Ciampi? Non c’è nemmeno più la finzione che il popolo sovrano conti qualche cosa.

Non si prova nemmeno a spiegare che cosa significhi una scuola regionalizzata secondo le intenzioni fin qui espresse: gabbie salariali sugli stipendi, possibilità per le Regioni di definire i contratti secondo regole autonome e di decidere quanti soldi dare alle scuole private (immagino quanto questo sia allettante per i politici regionali), influenza sui contenuti dell’insegnamento, impossibilità di trasferirsi da una regione all’altra per i docenti. Soprattutto, sarebbe la fine della libertà di insegnamento prevista dalla Costituzione, del prestigio del docente come pubblico ufficiale e rappresentante dello Stato, della scuola delle pari opportunità per tutti i cittadini e dell’uniformità dell’istruzione sul territorio nazionale. Insomma, la fine dell’articolo 3 della Costituzione, il più fastidioso di tutti. Vantaggi: nessuno, almeno per i cittadini e per la democrazia, a parte le generiche promesse sui miracoli dell’autonomia, che ricordano le altrettanto generiche previsioni sui miracoli delle privatizzazioni negli anni ’90, espresse con le stesse parole (Salvini: «Autonomia significa incentivare a migliorare, tagliare, crescere, offrire servizi migliori…»). Ma questo non lo dicono. I mali della scuola si risolvono con altre ricette. A patto che della scuola importi davvero qualcosa alla classe politica.

Articolo pubblicato nel miniblog di Sovranità popolare a luglio 2019

Oltre il neoliberismo. Dal darwinismo sociale alla società evoluta

Parlare di crisi della democrazia a livello globale significa parlare di neoliberismo. Come già avvertiva il sociologo ungherese Karl Polanyi negli anni ’40 (La grande trasformazione, 1944), infatti, il neoliberismo, con i suoi miti di libertà d’impresa, competizione, privatizzazione, deregolamentazione, non è compatibile con la democrazia in generale e, aggiungo io, con la Costituzione italiana in particolare, fondata com’è sui principi di sovranità popolare, di diritto al lavoro, di uguaglianza sostanziale, di partecipazione e di solidarietà.

Il neoliberismo ha fatto fortuna, anche nelle masse, equivocando sulla parola “libertà”. Chi non è sensibile alle infinite promesse di una parola tanto pregnante? Chi non vorrebbe essere libero? Il problema è però è duplice: quale libertà? E la libertà di chi? La visione liberale dello Stato si fonda sulla difesa delle libertà civili e politiche: libertà di coscienza, di riunione, di associazione, di espressione eccetera. Esistono, però, osserva Polanyi, anche le libertà negative: la libertà di sfruttare i propri simili, di sottrarre all’utilizzo comune scoperte tecnico-scientifiche per proteggere interessi privati, di trarre profitti da calamità collettive, di inquinare l’ambiente. Nell’economia capitalista, queste due forme di libertà sono i due lati della stessa medaglia.

Si potrebbe ipotizzare, continua Polanyi, una società futura nella quale le libertà “positive”, accompagnate da una regolamentazione adeguata, possano essere estese a tutti i cittadini. “Regolamentare” vuol dire porre limiti ai privilegi di una minoranza, proteggere i più deboli dal potere soverchiante di chi detiene la proprietà, correggere gli squilibri economici e sociali, controllare e sanzionare i comportamenti dannosi alla collettività, permettere a tutti i cittadini, anche a quelli svantaggiati, di esercitare le libertà “positive”. Questa società futura sarebbe libera e giusta insieme. Precisamente quello che intendeva Carlo Rosselli con la sua idea di “socialismo liberale”.

Ma ad impedire questo esito (la diffusione della libertà) è proprio l’”ostacolo morale” dell’utopismo liberale (quello che chiamiamo “neoliberismo”, appunto), di cui lui riconosceva il massimo esponente nell’economista Von Hayek. La visione neoliberista è utopica perché predica l’assenza del controllo e dell’intervento dello Stato in ambito economico e sociale, proprio mentre invoca l’esercizio della forza e anche della violenza dello Stato a difesa della proprietà. Detto in parole povere, per il neoliberismo lo Stato è al servizio della proprietà individuale e della libera impresa, cioè di quei pochi che non hanno bisogno di incrementare il proprio reddito, il proprio tempo libero e la propria sicurezza e agisce a svantaggio delle libertà di tutti gli altri. La libertà neoliberista è solo prerogativa dei ricchi (anche se a parole è disponibile a tutti) e non può essere estesa a tutti, perché questo minaccerebbe la proprietà. Chi è povero lo è per colpa sua ed è solo un perdente nella competizione per la ricchezza. La libertà è in sostanza la libertà di arricchirsi senza vincoli né regole.

Il neoliberismo (l’utopismo liberale), concludeva Polanyi, è intrinsecamente e incorreggibilmente antidemocratico e autoritario, perché piega lo Stato a difendere gli interessi di una minoranza a danno della maggioranza. Non per nulla il primo esperimento di Stato neoliberista fu il Cile di Augusto Pinochet, dove “libertà” significava azzeramento dei sindacati e dei diritti delle comunità, privatizzazioni selvagge, liberalizzazioni finanziarie e repressione delle libertà civili. Qui il neoliberismo si sposa con l’autoritarismo. 

Ma c’è anche un modo meno cruento per effettuare un colpo di Stato: corrodere un giorno dopo l’altro, per decenni, i diritti e i redditi dei cittadini, asservirli al potere finanziario, vincolarli a norme-capestro che li rendano schiavi di interessi estranei, modificare la Costituzione a danno della sovranità popolare, indebolire i lavoratori e i sindacati, assecondare gli interessi dei più forti, non intervenire a ridurre le disuguaglianze, privatizzare i beni pubblici, ridurre la spesa sociale, distrarre continuamente l’attenzione pubblica con falsi problemi e individuare sempre nuovi bersagli per la rabbia popolare, colpevolizzare i cittadini per la loro condizione e controllare i mass-media, in modo che veicolino continuamente la visione che più fa comodo ai manovratori (quella che Marcello Foa ha chiamato “il frame”, la cornice), martellare per anni e decenni i cittadini con un linguaggio economicista pieno di concetti come libertà d’impresa, debiti e crediti, competizione, flessibilità eccetera – insomma costruendo un’ideologia che giustifichi e renda accettabile la progressiva riduzione in schiavitù di interi popoli, tenendone a bada l’inevitabile scontento con il senso di colpa, la paura e la menzogna.

Questo è ciò che è successo da noi in questi ultimi decenni. Questo è l’imperdonabile tradimento della Costituzione e dei suoi valori realizzato da una classe politica avida e asservita a gruppi di potere nazionali e sovranazionali che l’hanno telecomandata a danno nostro. Il neoliberismo non è solo una teoria economica, ma un modello complessivo di società, sorretto da un poderoso e contraddittorio apparato ideologico, incompatibile con la democrazia, come sono incompatibili con la democrazia i monopoli privati di beni collettivi, la subordinazione degli Stati sovrani ai potentati economico-finanziari e al mercato, la distruzione dei diritti sociali, il gigantesco travaso di ricchezza dai poveri ai ricchi del pianeta in cui consiste di fatto questo modello di globalizzazione. Il filosofo John Rawls sosteneva che una disuguaglianza è accettabile solo se migliora anche le condizioni di chi ha di meno. La ricchezza non è un male, ma lo è l’ingiusta distribuzione di essa. La libertà senza giustizia sociale è solo un guscio vuoto e uno specchio per le allodole. Questo dice in sostanza la nostra Costituzione.

A questa ideologia competitiva, oligarchica, autoritaria e neofeudale costruita in gran parte a tavolino nel back office del potere, bisogna necessariamente contrapporre una visione del mondo e dell’uomo diversa e opposta, una nuova antropologia. L’ideologia neoliberista ha avvelenato le coscienze. Ci ha rappresentato un modello di uomo egoista, competitivo, materialista, cinico, aggressivo, prevaricatore, individualista e soprattutto isolato. Ci ha fatto perdere il senso dell’interconnessione e dell’interdipendenza fra di noi e con l’Universo e ci ha fatto credere che il denaro fosse il fine e il metro di giudizio di ogni attività umana. Ci ha colonizzato l’anima con un linguaggio arido e insensato, che sotto l’apparenza del rigore scientifico ha inquinato tutto ciò che di più sacro e sano abbia prodotto la coscienza umana. Sul piano politico, ci ha regalato questa Europa delle élites, anziché dei popoli, nella quale le decisioni più importanti sono prese da organi non elettivi e il Parlamento non ha potere di iniziativa legislativa; sul piano economico, ci ha costretti alle privatizzazioni, all’austerity e alla schiavitù di una moneta straniera sempre razionata, detenuta da enti sottratti al controllo democratico e legibus soluti quali la BCE; sul piano sociale ha compresso il Welfare e calpestato i diritti, prodotto un numero enorme di disoccupati e sottooccupati, impoverito e umiliato la scuola, subordinando l’istruzione all’impresa, aumentato ovunque la povertà, la fuga dei cervelli, la disgregazione del tessuto sociale.

L’ideologia neoliberista è la versione attuale del darwinismo sociale ottocentesco, cinico e reazionario, che trasferisce indebitamente all’ambito sociale la teoria biologica della selezione naturale, ovvero della sopravvivenza del più forte. Nella prospettiva del darwinismo sociale, le differenze sociali sono naturali e corrispondono a differenze di capacità e di qualità umana. Chi è ricco, lo è per suo merito e chi è povero lo è per suo demerito, perciò è giusto che chi è migliore abbia la meglio, nella lotta per la sopravvivenza, e che lo Stato si astenga dall’intervenire a correggere le disuguaglianze, anch’esse “naturali”. La società appare dunque il teatro di una competizione senza regole, nella quale vince il più adatto, abbandonando al proprio destino quelli che lo scrittore Giovanni Verga chiamava “i vinti”. Come ogni ideologia, il darwinismo sociale ha la funzione di legittimare interessi particolari e di mascherare una palese ingiustizia.

Per guardare oltre questa deriva antidemocratica, il cui prezzo altissimo è pagato dai poveri di tutto il mondo, bisogna guardare non solo a mezzi opportuni, come scelte economiche ispirate a teorie post-keynesiane, l’esercizio della sovranità monetaria, l’abolizione dell’equilibrio di bilancio in Costituzione, la creazione di banche pubbliche, ma anche e soprattutto a fini e a valori diversi.

Bisogna innanzitutto ricostituire un equilibrio fra energia maschile e femminile, dentro ciascuno di noi e nella società intera. Parlo del maschile e del femminile interiori, presenti in ogni individuo umano, a prescindere dal sesso. La logica della competizione spinta e del gioco a somma zero è l’esasperazione estrema dell’approccio maschile al mondo, fondato sul predominio, sulla logica del branco, sulla lotta per la supremazia e per il possesso, sulla violenza. Questa prospettiva unilaterale impoverisce l’essere umano, maschio o femmina che sia, e ne limita le potenzialità evolutive. Se c’è qualcosa di cui il nostro mondo attuale soffre, soprattutto in Occidente, ma non certo solo qui, data la millenaria repressione del femminile condotta con tutti i mezzi, cominciando dalla religione, è proprio la svalutazione dei valori femminili e la loro espunzione dall’orizzonte della politica e della cultura. Appartengono alla visione femminile del mondo l’empatia, i sentimenti profondi, la cura, la riparazione, la costruzione dell’armonia sociale, la sensibilità, la cooperazione, l’intuizione, la connessione con la natura, con il mistero della vita e con la trasformazione, la pace. Le ricchezze di un mondo che riscopre il femminile sono assai più preziose del denaro: sono le ricchezze delle relazioni umane autentiche e profonde, della salute come completo benessere psico-fisico, della bellezza dei tesori artistici e naturali, della condivisione e della cooperazione, della nostra crescita umana e spirituale, dell’agire costruttivo nel lavoro, nella famiglia e nelle attività sociali, dell’armonia di una società meno lacerata da disuguaglianze, egoismi e sopraffazione, di un ambiente naturale pulito e rispettato.

Per una società evoluta, che ci permetta di superare il darwinismo sociale e di evitare la distruzione del pianeta e della nostra specie, ci serve sviluppare una coscienza più ampia e integrata, aperta ai valori di libertà (di tutti, non solo di alcuni), solidarietà sociale, giustizia, bene comune, bellezza, felicità, conoscenza, saggezza, diritti, rispetto, consapevolezza, responsabilità, elevazione, cooperazione, creatività. Finché la politica li ignorerà, finché la dimensione spirituale, laicamente intesa, sarà esclusa dalle stanze del potere e la politica sarà solo “sangue e merda”, secondo le parole del socialista Rino Formica, continueremo a trovarci in fondo al sacco. Ma perché riescano ad arrivare nelle stanze del potere occorre un salto evolutivo della coscienza ed una pedagogia civile che lo renda possibile. Ci servono maestri, esempi e modelli coraggiosi e determinati. La rinascita del femminile non esclude affatto le qualità maschili di forza, coraggio, determinazione e lotta. Abbiamo davanti una fortezza che appare inespugnabile, fatta di controllo pressoché completo dei media, dell’economia, dell’istruzione, dell’università e della ricerca scientifica, ma che sente il bisogno di difendersi con la propaganda, la censura e il controllo autoritario. Questo è un segno di debolezza. Nessun regime è eterno, nemmeno il neoliberismo. Ma spesso ciò che appare un esercizio di forza si mostra anche come un punto debole. La legge del più forte è drammaticamente insufficiente per governare esseri multidimensionali che aspirano alla felicità. Perciò non bisogna mollare. Le vere rivoluzioni sono quelle che avvengono nelle coscienze e sono fatte di libero pensiero, di senso critico, di ostinata difesa dei valori più alti, di intelligenza e di tenacia.

A tutti i presenti, ai politici di ogni provenienza, ai cittadini desiderosi di un cambiamento radicale, rivolgo quindi l’invito a riflettere e poi a schierarsi, prendendosi la responsabilità di agire in prima persona. Non ci servono più le vecchie ideologie, gli “ismi” che hanno fatto il loro tempo. Ci servono invece una visione del futuro ed una profonda consapevolezza dei bisogni dell’essere umano. Non c’è azione politica senza dei fini chiari e meritevoli. E soprattutto, ci serve ancora quel miracolo di equilibrio democratico che è la nostra Costituzione del ’48, prima delle modifiche posticce che l’hanno sfigurata. Se Margaret Thatcher diceva che l’economia è il mezzo e che lo scopo è cambiare il cuore e l’anima, è dal cuore e dall’anima che dobbiamo cominciare per riprenderci, con l’espressione di Carlo Rosselli, giustizia e libertà.

Intervento presentato il 3 maggio 2019 al Convegno Nel segno di Olof Palme, Carlo Rosselli, Thomas Sankara e contro la crisi globale della democrazia, organizzato dal Movimento Roosevelt, di cui ero allora Segretaria Generale.

Link all’intervento videoregistrato da Radio Radicale: Oltre il neoliberismo. Dal darwinismo sociale alla società evoluta