Il Piano Scuola 4.0: a chi giova? [parte seconda]

Nella prima parte di questa analisi del Piano Scuola 4.0, dicevo che il documento è sconcertante per diversi aspetti: per ciò che dice, per ciò che tace e per ciò che dà per scontato. Abbiamo visto a grandi linee che cosa dice: si parla di didattica digitale, ambienti digitali di apprendimento, scuola digitale, innovazione digitale, competenze digitali, spazi virtuali di apprendimento, formazione dei docenti alle tecnologie digitali, potenziamento delle discipline STEM e del pensiero computazionale. Ma che cosa tace?

  1. Sono completamente assenti i bisogni educativi di bambini e ragazzi. Un progetto così radicale presuppone la conoscenza approfondita delle ragioni del declino dell’istruzione pubblica e delle esigenze reali degli alunni. La devastazione psicologica prodotta dall’interruzione scolastica, dall’isolamento, dalla DAD, dalle misure coercitive, dalla mancanza di empatia per i loro bisogni irrinunciabili di movimento, di contatto fisico, di gioco, di socialità, di natura non viene mai menzionata nel documento. Addirittura, si considera “esperienza” l’immersione nel metaverso, che è negazione dell’esperienza reale.

  • Non si fa alcun cenno ai rischi di esposizione ai CEM (campi elettromagnetici) né ai danni ai processi di apprendimento. Una corposa letteratura scientifica indipendente mette in allarme sui possibili effetti biologici dannosi dell’esposizione prolungata ai CEM, e in una scuola di media grandezza si trovano router wireless e centinaia, se non migliaia di dispositivi elettronici, soprattutto smartphone. Parliamo di ragazzi in fase di crescita e quindi più sensibili, ma anche dei docenti, per non parlare dei soggetti elettrosensibili. Chi se ne preoccupa?

I danni ai processi di apprendimento sono certificati da una vastissima letteratura internazionale, come riassume il documento citato della VII Commissione del Senato:

Ci sono i danni fisici: miopia, obesità, ipertensione, disturbi muscoloscheletrici, diabete. E ci sono i danni psicologici: dipendenza, alienazione, depressione, irascibilità, aggressività, insonnia, insoddisfazione, diminuzione dell’empatia. Ma a preoccupare di più è la progressiva perdita di facoltà mentali essenziali, le facoltà che per millenni hanno rappresentato quella che sommariamente chiamiamo intelligenza: la capacità di concentrazione, la memoria, lo spirito critico, l’adattabilità, la capacità dialettica… Sono gli effetti che l’uso, che nella maggior parte dei casi non può che degenerare in abuso, di smartphone e videogiochi produce sui più giovani. Niente di diverso dalla cocaina. Stesse, identiche, implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche e psicologiche.

  • Manca completamente un dibattito pedagogico sull’argomento. Non c’è stato un coinvolgimento dell’opinione pubblica, dei pedagogisti, degli insegnanti sull’opportunità di stravolgere così profondamente la didattica, visti i risultati sconfortanti della DAD e la diffusione dei fenomeni di dipendenza da digitale, soprattutto nei primi gradi dell’istruzione. Né si fa alcun cenno al fatto che i Paesi nordici, Svezia e Finlandia in testa, dopo aver constatato il fallimento della didattica digitale, stanno ritornando a carta e penna e guardano all’Italia come a un modello da imitare. L’UNESCO, in un rapporto recente parla di “tragedia ed-tech mondiale”: è aumentata la disparità fra studenti e sono peggiorati gli apprendimenti.

  • Manca ogni riferimento alla letteratura scientifica e ai dati internazionali consolidati. Nella propaganda mediatica ormai senza pudore in cui viviamo immersi, la “scienza” viene tirata in ballo solo come giustificazione di scelte politiche o economiche predeterminate, ma ignorata completamente quando afferma verità scomode o mette in discussione dogmi superstiziosi. Il documento non presenta alcuna bibliografia a sostegno di quanto afferma, a parte qualche generico riferimento non argomentato.

  • Mancano le reali esigenze della scuola. Nella ormai cronica carenza di mezzi in cui versano le scuole da decenni per incuria o per precisa volontà politica, la pioggia di denaro del PNRR appare come un acquazzone nel deserto. Ma i fondi sono vincolati in gran parte all’acquisto di tecnologia digitale, mentre ad una didattica dignitosa manca spesso l’essenziale: aule ampie e salubri, edifici sicuri, palestre attrezzate e in numero adeguato, classi meno numerose, docenti adeguatamente formati e selezionati, dirigenti più educatori e meno burocrati, continuità didattica, fondi adeguati per le attività di progettazione educativa, spazi aperti, materiali di consumo, laboratori aggiornati eccetera.

  • Manca qualunque confronto democratico nel processo decisionale e viene violata la libertà di insegnamento. Il Piano Scuola 4.0 può essere solo accettato dalle scuole, pena il commissariamento, in spregio a qualunque principio democratico, nonostante sia dichiaratamente volto a modificare in modo radicale tutta la didattica in funzione della tecnologia, anziché sostenere i docenti nel progettare un uso della tecnologia funzionale alle esigenze didattiche, come sarebbe ovvio in ossequio al principio della libertà di insegnamento, che “è diretta a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni”(art. 1 del d. lgs. 16 aprile 1994 n. 297). Si profila un’evidente lesione delle libertà costituzionali, che sono la principale garanzia di un insegnamento non orientato all’indottrinamento ideologico. Addirittura, si prospetta un avanzamento di carriera unicamente fondato sull’adesione completa alla digitalizzazione forzata.

  • Manca la base giuridica e costituzionale. Come abbiamo già osservato, questa trasformazione radicale della didattica a targa WEF (World Economic Forum, citato a pagina 31 del Piano Scuola 4.0) è passata senza un voto parlamentare e senza una legge, solo come allegato ad un decreto ministeriale, che avrebbe facoltà al più di dare indirizzi all’organizzazione del Ministero dell’Istruzione. Rimando alla puntuale disamina giuridica del prof. Giuliano Scarselli.

  • Mancano l’educazione, la cultura umanistica, la formazione della persona umana, che sono il patrimonio più prezioso della tradizione culturale italiana e il contenuto del dettato costituzionale. Poiché è chiaro che alla scuola non si daranno fondi per aumentare le ore di lezione, l’inserimento forzato delle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, nominate sempre in inglese) toglierà spazio alle materie umanistiche (storia, filosofia, geografia, italiano eccetera), rendendo la scuola non più un luogo di produzione di cultura e di formazione di menti pensanti, ma una ludoteca permanente o al più – anche nei licei – un luogo di specializzazione precoce di tecnici dalle ristrette competenze e ignoranti su tutto ciò che conta per un’esistenza non appiattita su lavoro e svago. La scuola della Costituzione non ha come fine il lavoro, ma la crescita di cittadini critici e consapevoli, che avranno le basi per affrontare qualunque sfida professionale con un retroterra di conoscenza solida e nutrita dalla nostra gloriosa tradizione umanistica e artistica. Del nostro immenso patrimonio culturale non c’è traccia nel documento.

  • Manca ogni riferimento all’obsolescenza delle tecnologie. Nel giro di pochi anni, tutta la tecnologia ora acquistata diventerà obsoleta e occorreranno ingenti risorse per rinnovarla. Verranno così stornati ulteriori fondi dalla scuola a favore delle aziende produttrici, come è avvenuto nella sanità con i profarmaci genici. Del resto, privatizzare le risorse pubbliche per arricchirsi e condizionare le politiche degli Stati è un obiettivo delle multinazionali.

Infine, che cosa dà per scontato questo bizzarro (e pericoloso) documento? Che il digitale sia l’unica via per migliorare la scuola; che i docenti siano tutti d’accordo e siano obbligati ad applicarlo (un’offerta che non si può rifiutare!); che gli obiettivi indicati nel Piano Scuola 4.0 (innovazione, sicurezza, inclusione, sostenibilità) si realizzino con l’imposizione del digitale; che gli insegnanti debbano rinunciare alla libertà di insegnamento e gli studenti al diritto ad un’istruzione libera e democratica; che sia necessaria la gerarchizzazione dei docenti in base alla fedeltà al Piano Scuola 4.0; che il digitale porterà alla riduzione della dispersione scolastica e ad un futuro radioso per i giovani; che la scuola debba essere finalizzata all’inserimento lavorativo; che l’inserimento precoce nell’ambiente aziendale sia un vantaggio formativo per gli studenti; che i privati debbano avere accesso al mondo della scuola e trarne profitto; che si possa trasformare radicalmente la scuola con un semplice decreto ministeriale, senza passare per il Parlamento e ignorando le regole.

Ciascuna di queste convinzioni appare priva di fondamento logico, giuridico e pedagogico, quando non è completamente falsa; soprattutto, l’idea di scuola che veicola appare eversiva rispetto al dettato costituzionale, che vuole la scuola come il luogo dove si formano le persone umane alla libertà, alla dignità, al rispetto di sé e degli altri, alla ricerca della verità e al dialogo democratico, vissuti quotidianamente nella relazione educativa e alimentati da un contesto sociale che mette al centro i valori umani e l’educazione.

Non si può perciò accantonare il sospetto che proprio l’attacco al principale organo costituzionale (come lo definiva Piero Calamandrei) e alla crescita sana dei più giovani, dopo le misure carcerarie devastanti della pandemia e insieme all’ingresso forzato della sessualità precoce a scuola, abbia il fine preciso di distruggere l’identità culturale, sociale e individuale di un popolo unico al mondo per creatività e amore della bellezza, che ha smarrito il senso profondo e spirituale della sua inestimabile ricchezza. Sulle macerie di questa guerra asimmetrica non dichiarata bisognerà ricostruire tutto daccapo.

Pubblicato l’8 settembre 2023 sul blog Tra terra e cielo https://wordpress.com/post/traterraecieloblog.wordpress.com/52012

Il Piano Scuola 4.0: a chi giova? [parte prima]

“Dove comanda il denaro, le leggi non valgono niente.”

Petronio Arbitro

Esaltato come una straordinaria occasione di rinnovamento della scuola pubblica, il Piano Scuola 4.0, adottato il 14 giugno 2022 come allegato del Decreto Ministeriale 16 aprile 2022 n. 161, presenta in realtà parecchi aspetti sconcertanti: per ciò che dice, per ciò che tace e per ciò che dà per scontato. Anche la modalità è anomala: come rilevato da alcuni giuristi, fra i quali il prof. Giuliano Scarselli dell’Università di Siena, il documento suscita non pochi dubbi di legittimità costituzionale, perché modifica radicalmente contenuti e funzionamento della scuola senza passare attraverso un vaglio del Parlamento.

“Se […] si provvede ad una digitalizzazione della scuola nella dimensione estesa e massiva sopra richiamata, allora par chiaro che una simile trasformazione non può assimilarsi ad una mera operazione pratica di investimenti, in quanto travolge la scuola nei suoi valori e principi primi, e dunque l’attuazione del PNRR[1] andava data con una fonte normativa primaria, e non con un regolamento ministeriale”.

Un Decreto Ministeriale, di natura amministrativa, non ha e non dovrebbe avere infatti valenza di legge.

Ma andiamo con ordine. Che cosa dice il Piano Scuola 4.0? Che il problema della scuola sono gli spazi di apprendimento (non i locali malsani e fatiscenti, le classi-pollaio, gli insegnanti precari, mal selezionati e mal pagati, la burocratizzazione del sistema, il progettificio prodotto dall’autonomia scolastica, la cronica e intollerabile carenza di fondi o l’incuria della politica), che occorrono “ambienti di apprendimento innovativi”, che l’”ecosistema di apprendimento” adatto a questa generazione di studenti richiede non solo spazio e tecnologia, ma anche formazione, organizzazione del tempo e metodologie didattiche. Con un salto logico carpiato, si conclude che tutta la comunità scolastica deve impegnarsi “per rendere sostenibile il processo di transizione verso un più efficace modello formativo ed educativo”, quello digitale. Tradotto in parole povere: bisogna digitalizzare la scuola, adattare le aule alla didattica digitale (next generation classrooms), formare obbligatoriamente gli insegnanti a utilizzarla (in tutti i gradi di istruzione), modificare i tempi e l’organizzazione scolastica in funzione delle tecnologie digitali e usare metodi adatti al contesto digitale, ovvero avvalersi “delle pedagogie innovative quali apprendimento ibrido, pensiero computazionale, apprendimento esperienziale, insegnamento delle multiliteracies e debate, gamification” (se non capite, non preoccupatevi. Non siete i soli. La lingua coloniale non dovrebbe essere presente in un testo legislativo). Per le superiori, i next generation labs dovranno insegnare “robotica e automazione; intelligenza artificiale; cloud computing; cybersicurezza; internet delle cose; making e modellazione e stampa 3D/4D; creazione di prodotti e servizi digitali; creazione e fruizione di servizi in realtà virtuale; comunicazione digitale; elaborazione, analisi e studio dei big data; economia digitale, e-commerce e blockchain.

E perché non impiegare il tempo-scuola in attività noiose come leggere, scrivere, analizzare testi, potenziare il lessico o la capacità di argomentare studiando latino, greco, storia e filosofia, visto che le ore di lezione non aumenteranno? Perché – dice il testo senza alcuna argomentazione – questo modello formativo, fondato sulle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics: tutto rigorosamente in inglese) – sarebbe più efficace: utilizza infatti ampiamente l’apprendimento ibrido, che mescola realtà fisica e realtà virtuale. Paradossalmente, il metaverso, emblema stesso dell’autismo percettivo volontario che aliena da ogni forma di contatto sociale reale, dovrebbe ampliare gli spazi di comunicazione sociale. Come se la tragedia della DAD, dell’isolamento, della dispersione scolastica conseguente, della perdita di identità e di senso di milioni di ragazzi non fosse stata abbastanza distruttiva per questa sfortunata generazione.

Così leggiamo che l’Europa, anzi, in primis la Commissione europea non eletta, febbrilmente concentrata a realizzare gli obiettivi dell’Agenda 2030 (innovazione, inclusione, sicurezza, equità, sostenibilità: la retorica è la stessa, vuota e ingannevole; poi spiegherò perché), da quasi due decenni promuove la digitalizzazione della scuola, affinché “i cittadini europei possiedano le competenze necessarie per prosperare nell’economia verde del futuro, come le competenze digitali e lo spirito imprenditoriale”.

“Gli ambienti fisici di apprendimento non possono essere oggi progettati senza tener conto anche degli ambienti digitali (ambienti on line tramite piattaforme cloud di e-learning e ambienti immersivi in realtà virtuale) per configurare nuove dimensioni di apprendimento ibrido. L’utilizzo del metaverso in ambito educativo costituisce un recente campo di esplorazione, l’eduverso, che offre la possibilità di ottenere nuovi “spazi” di comunicazione sociale, maggiore libertà di creare e condividere, offerta di nuove esperienze didattiche immersive attraverso la virtualizzazione, creando un continuum educativo e scolastico fra lo spazio fisico e lo spazio virtuale per l’apprendimento, ovvero un ambiente di apprendimento onlife”.

Nel mondo fantasmagorico dell’onlife (nel quale il reale è risucchiato nel virtuale), del metaverso e dell’immersione nel mondo parallelo virtuale, nel quale i pargoli verranno allevati fin dall’asilo nido, sollevati dal peso insostenibile dello studio e della fatica intellettuale, gli studenti italiani dovrebbero miracolosamente sviluppare competenze sociali, empatia, creatività, pensiero critico (!), benessere emotivo, abilità cognitive e metacognitive, responsabilità, collaborazione, abilità di problem solving[2] e via sognando. Non piuttosto distacco completo dalla realtà, dipendenza dal digitale, narcisismo, ignoranza o incapacità di relazione. Il mondo dell’esperienza reale è assente nel documento. Nessun dubbio, nessuna incertezza. Si tratta di parole inconsistenti, vaghe e luccicanti come quelle della pubblicità dei profumi. Servono ad impressionare, a suscitare un’emozione, a creare un’atmosfera, a intortare le persone, per farla breve. Come scriveva George Orwell, “Se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero”. E qui il pensiero è completamente sciolto e nebulizzato dal linguaggio suggestivo.

Il filosofo Harry Frankfurt definirebbe questo linguaggio “bullshit”, stronzata, ovvero un linguaggio che mira a persuadere senza alcun riguardo per la verità. Non è menzogna, perché chi mente si preoccupa della verità e cerca di nasconderla, mentre al “bullshitter” non interessa se quello che dice è vero o falso[3]. Perché il suo scopo non è la verità, ma la creazione di una cortina fumogena ammaliante come il canto delle Sirene. In questo caso, il fine sembra essere la concretizzazione di un’agenda economica e ideologica insieme. 2,1 miliardi di euro non sono noccioline, e andranno in buona parte a Big Tech, alle aziende (per lo più straniere) del digitale, palesemente galvanizzate da tanta manna. Lo illustra bene, per esempio, l’articolo sponsorizzato da Vodafone sul Corriere della Sera, che un lettore sprovveduto potrebbe prendere per una notizia seria. Così la scuola verrà piegata ad interessi economici privati, secondo il modello neoliberista classico (privatizzare i profitti e socializzare le perdite), e la gente sarà contenta che finalmente la scuola italiana si svecchi e deponga i suoi abiti logori e polverosi, fatti di libri, matite e gessetti. Del resto, abbiamo ingoiato tutto, anche 40 anni di documenti e slogan che spingono verso l’aziendalizzazione della scuola e la sua subordinazione al mondo del lavoro, con la retorica della “didattica per competenze”[4].

Nel 2020, mentre i nostri ragazzi (in Italia, non dappertutto) erano agli arresti domiciliari e in DAD, il Consiglio dell’Unione europea invitava gli Stati membri a “compiere ulteriori sforzi per accelerare la trasformazione digitale dei sistemi di istruzione e formazione”, vista l’esperienza della pandemia. In direzione completamente opposta, la VII Commissione Istruzione del Senato, all’unanimità, dopo aver audito decine di esperti, licenziava nel giugno 2021 un documento breve, ma folgorante nella sua chiarezza (leggetelo!) sugli effetti delle tecnologie digitali sui processi di apprendimento. Ci spiega così quello che la ricerca scientifica seria e indipendente sa da anni: “Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli studenti sia i loro redditi futuri”. Non poteva essere detto in modo più incisivo. E allora? Allora si va avanti con la rivoluzione digitale e l’”eduverso”, naturalmente. Ce lo chiede l’Europa, e noi obbediamo, spesso senza neppure cogliere la contraddizione. Del resto, le istituzioni che, come il liceo Albertelli di Roma, rifiutano di applicare il Piano sono esposte al commissariamento. L’offerta non si può rifiutare. È per il nostro bene, come dubitarne?

[continua]

Pubblicato sul sito https://www.traterraecielo.live


[1] Il Piano Scuola 4.0 fa parte del più ampio piano di investimenti del PNRR, Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La Missione 4 del PNRR – Istruzione e ricerca, componente 1 – Potenziamento dell’offerta dei servizi di istruzione dagli asili nido alle università, “prevede complessivamente 5 linee di intervento che avranno un impatto diretto e indiretto sui processi di digitalizzazione scolastica.

  • L’investimento 2.1 “Didattica digitale integrata e formazione sulla transizione digitale del personale scolastico” stanzia 800 milioni di euro per la realizzazione di un sistema, multidimensionale e strategico, di formazione continua degli insegnanti e del personale scolastico con un’offerta formativa di oltre 20.000 corsi per la formazione di 650.000 fra dirigenti scolastici, docenti, personale scolastico, tecnico e amministrativo, e l’adozione di un quadro di riferimento nazionale per l’insegnamento digitale integrato, per promuovere l’adozione di curricoli sulle competenze digitali in tutte le scuole.
  •  L’investimento 3.1 “Nuove competenze e nuovi linguaggi” (1,1 miliardi di euro) si concentra sullo sviluppo delle competenze informatiche necessarie al sistema scolastico per svolgere un ruolo attivo nella transizione verso i lavori del futuro e di percorsi didattici e di orientamento alle discipline scientifiche (STEM – scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), anche per superare i divari di genere.
  • L’investimento 3.2 “Scuola 4.0 – Scuole innovative, nuove aule didattiche e laboratori” prevede un finanziamento di 2,1 milioni di euro per la trasformazione di 100.000 classi in ambienti di apprendimento innovativi e la creazione di laboratori per le professioni digitali del futuro, in sinergia con i 900 milioni di euro di fondi strutturali REACT EU, attualmente in corso di attuazione, per il cablaggio degli edifici scolastici e la digitalizzazione didattica e amministrativa delle scuole.
  • L’investimento 1.4 “Sviluppo del sistema di formazione professionale terziaria (ITS)”, con un finanziamento di 1,5 miliardi, è finalizzato alla valorizzazione della filiera formativa specialistica legata all’ Impresa 4.0, Energia 4.0 e Ambiente 4.0 e al potenziamento dei laboratori con tecnologie digitali.
  • Fra le misure relative all’edilizia scolastica particolari sinergie verranno attivate con riferimento alla Missione 2, Componente 3, linea di investimento 1.1 “Piano di sostituzione di edifici scolastici e di riqualificazione energetica”, che interviene su oltre 200 edifici scolastici innovativi, promuovendo la progressiva sostituzione di parte del patrimonio edilizio scolastico obsoleto con l’obiettivo di creare strutture moderne e sostenibili e ambienti scolastici in grado di rendere efficace l’insegnamento e l’apprendimento. Grazie all’adozione di linee guida comuni, tale iniziativa potrà essere replicabile sui territori”.

[2]Le Next Generation Classrooms favoriscono l’apprendimento attivo di studentesse e studenti con una pluralità di percorsi e approcci, l’apprendimento collaborativo, l’interazione sociale fra studenti e docenti, la motivazione ad apprendere e il benessere emotivo, il peer learning, il problem solving, la co-progettazione, l’inclusione e la personalizzazione della didattica, il prendersi cura dello spazio della propria classe. Contribuiscono a consolidare le abilità cognitive e metacognitive (pensiero critico, pensiero creativo, imparare ad imparare e autoregolazione), le abilità sociali ed emotive (empatia, autoefficacia, responsabilità e collaborazione), le abilità pratiche e fisiche (uso di nuove informazioni e dispositivi di comunicazione digitale)”.

[3] Harry Frankfurt, On Bullshit, Princeton University Press, 2005, p. 61.

[4] Come ho spiegato in questo dialogo: Scuola, ultimo atto: quando la competenza scaccia la conoscenza. Altro che inclusione!