S.O.S. adolescenti. Il naufragio silenzioso

“Ho 18 anni: mi avete tolto tutto, rivoglio la mia vita”, titolava una lettera pubblicata pochi giorni fa sul Corriere della Sera. Come molti suoi coetanei, l’anonimo estensore del grido di aiuto appartiene ad una categoria di persone particolarmente colpita dalle misure sanitarie di questi mesi. Certo, gli adolescenti non sono i soli a pagare un prezzo elevato per la sistematica violazione dei diritti fondamentali durante l’emergenza infinita: tocca anche agli anziani lasciati morire soli nelle RSA e negli ospedali; ai bambini costretti a regole da carcere sanitario e indottrinati ad obbedire, a sentirsi in colpa, a non fare i bambini; ai piccoli imprenditori, agli artisti e alle altre categorie di lavoratori disperati e impotenti. Sono aumentati in misura preoccupante i suicidi per ragioni economiche, le violenze domestiche sui bambini (decuplicati i casi di trauma da abuso), i disturbi psichici di ogni genere, specie ansia e depressione, in tutte le fasce di età. Ma sugli adolescenti si sono accanite con particolare violenza la comunicazione mediatica e la furia coercitiva delle norme liberticide: niente scuola, niente svago, niente sport, nessuna relazione sociale o di coppia, niente viaggi, uscite, cene, feste, attività di gruppo, nessun contatto con gli amici, i nonni e con i familiari fragili. In compenso, colpevolizzazione continua dei loro comportamenti naturali, del loro bisogno di fare gruppo, di fare esperienze, di stare fuori casa. Vengono additati come untori, ma sono le vittime principali di questa follia collettiva.

Per gli adolescenti, dai 12-13 ai 19-20 anni, ma anche oltre, il compito evolutivo fondamentale è conquistarsi l’identità (personale e sociale) attraverso la progressiva emancipazione dalla famiglia. Uscire di casa e conquistarsi l’autonomia è un’esigenza primaria a questa età. Frequentare gli amici, stipulare alleanze, misurarsi con gli altri, esplorare la sessualità e le identità possibili, scoprire vocazioni e talenti, imparare dal passato e progettare il futuro, sperimentare la costruzione di piccoli mondi sociali, mettersi alla prova, sentirsi adulti sono bisogni di crescita essenziali e vitali almeno quanto l’aria che è loro tolta con le mascherine. E le conseguenze di queste smisurate privazioni si vedono, gravi, allarmanti, potenzialmente irrimediabili.

Dopo otto mesi senza scuola, a parte una breve parentesi a inizio anno scolastico, questi ragazzi – i nostri figli, gli adulti di domani – non ce la fanno più. Stanno male, nell’indifferenza degli adulti. Basta ascoltarli un momento, chiedere loro come stanno, che cosa provano, ed ecco che cosa si raccoglie: “Non possiamo stare insieme come classe. Mi sento PRIVATA di un’esperienza”; “Ci hanno SOTTRATTO la vita un po’ alla volta”; “Non abbiamo nessun tipo di interazione sociale”; “A volte stai bene, poi ti svegli la mattina dopo e non hai voglia di niente”; “È come essere un po’ in una GABBIA”; “Come se mi mancasse il RESPIRO”; “Dove mettiamo tutte le energie che abbiamo?”; “Mi manca il sociale”; “La BOTTA più difficile è stata la seconda chiusura”; “Ritorno a fare le cose di sempre a vedere gli amici a uscire e poi… Arriva il secondo blocco, CROLLO, lì si fatica a recuperare”; “Manca qualcosa, le domande che noi ci facciamo non hanno nemmeno più un TERRENO da cui partire”; “Fatichiamo a dare un SENSO alle cose”; “La seconda volta è PESANTE”; “C’è il bisogno di non sentirsi soli”; “Rabbia, tristezza, disperazione: manca l’energia davanti al PC, l’energia è calata molto”; “Siamo in un momento in cui cerchiamo di capire i nostri COLORI, ma come possiamo capirlo in questo modo?”; “Si AMPLIFICANO le emozioni, soprattutto quelle negative”; “Mi sento PRIVATA della mia libertà, è la cosa più importante che abbiamo”; “Io ero una persona sempre allegra ora mi sento molto più insicura come se fossi in STANDBY”; “A volte mi domando: quella che gli altri VEDONO davanti al PC sono veramente io?”; “Mi manca la MOTIVAZIONE”; “NESSUNO ci chiede come stiamo”; “Sento INGIUSTO l’aver interrotto il LEGAME con i miei nonni ed i miei amici”.

Demotivazione, perdita della gioia di vivere, privazione, senso di prigionia, perdita di riferimenti sicuri, pesantezza, disorientamento, impossibilità di dare direzione e senso al proprio agire e di fare esperienza sono i sentimenti più comuni, insieme a rabbia, tristezza, senso di ingiustizia, stress, solitudine, ansia, senso di colpa. Alcuni ragazzi non escono più di casa, non si presentano alle lezioni a distanza, tagliano tutti i legami sociali con i coetanei. Questo naufragio silenzioso avviene sotto i nostri occhi e ha proporzioni enormi. Un’indagine condotta dal CENSIS a fine giugno 2020 mediante un questionario somministrato ai dirigenti scolastici (oltre il 35% del totale) ha constatato che l’89% delle scuole considerate aveva perso per strada almeno qualche allievo durante l’interruzione scolastica; il 40% circa dei dirigenti segnalava, a fine aprile, una “dispersione” nella DaD superiore al 5% degli studenti delle proprie scuole, con punte che raggiungevano più del 10% per quasi un quinto dei dirigenti coinvolti nello studio. Al Sud la quota maggiore di dispersi: il 23% dei rispondenti segnalava che, nelle scuole da loro dirette, non era stato raggiunto dall’offerta didattica più del 10% del totale degli studenti.

Una ricerca italiana condotta durante il lockdown mostra come il 62,2% degli studenti complessivamente ha affermato di percepire che la distanza fisica dai compagni ha influito negativamente sugli apprendimenti[1]. Per gli esseri umani, anzi, per tutti i mammiferi il contatto fisico è una necessità fondamentale e insopprimibile, come ha spiegato magnificamente l’etologo Frans De Waal nel suo libro L’ultimo abbraccio. Ma per bambini e adolescenti è addirittura strutturante, come un’impalcatura che sorregga un edificio in costruzione. La socialità plasma letteralmente il cervello. La scarsità di relazioni sociali e la solitudine possono avere effetti deleteri sui sistemi cognitivi e di memoria. Sappiamo dalla ricerca che avere solide relazioni interpersonali è fondamentale per la sopravvivenza ad ogni età [3], che gli esseri umani traggono beneficio psicologico e fisico dall’interazione sociale, che l’isolamento sociale è fattore predittivo significativo del rischio di morte, che un’insufficiente stimolazione sociale influenza negativamente il ragionamento, la memoria, l’omeostasi ormonale, la connettività e funzionalità della sostanza grigia e bianca del cervello, la resilienza alle malattie fisiche e mentali. Sappiamo poi che la solitudine danneggia direttamente il sistema immunitario aprendo le porte a malattie e infezioni ed è infatti dimostrato che far parte di gruppi, come società sportive, chiese, associazioni, riduce il rischio di sviluppare depressione quasi del 25%.

Di questa catastrofe non sembra interessarsi nessuno. La didattica a distanza non è scuola nemmeno lontanamente e consegna dei ragazzi soli, tristi e privati di tutto alla dipendenza dal digitale, alla perdita di occasioni irripetibili di crescita umana ed intellettuale, alla depressione e alla mancanza di senso, per l’asserita, ma non dimostrata esigenza di proteggerli da una malattia che li tocca solo marginalmente e di cui di conseguenza non sembrano essere nemmeno portatori. In compenso, il malessere psicologico è notoriamente associato a vulnerabilità alle malattie e al peggioramento della salute generale. Negli USA, già a giugno i suicidi e le morti per overdose avevano superato quelle per Covid fra gli studenti delle superiori. Da un’indagine [3]sulla salute mentale svolta a giugno dai CDC statunitensi è infatti venuto fuori, in conseguenza delle misure sanitarie, che i sintomi di ansia e depressione “aumentavano notevolmente”: l’11% degli intervistati dichiarò di aver “preso seriamente in considerazione” il suicidio negli ultimi 30 giorni; tra i 18 ei 34 anni, il numero era più che raddoppiato, raggiungendo il 25%.

Continuare così significa spezzare in modo irreparabile la loro integrità, specie per i più fragili, i più svantaggiati, i disabili. Certo, non per tutti, per fortuna, ma nemmeno per pochi. Dobbiamo fare qualcosa, e subito, se abbiamo a cuore davvero la loro salute. Non possiamo fare finta di nulla; noi siamo i custodi del loro benessere. Gli adolescenti hanno bisogno di condividere i loro vissuti, di incontrare gli amici, di sentirsi parte attiva della società, di andare a scuola. L’attività fisica è per loro fondamentale e costituisce un potente antidoto alla depressione. Per questo, dopo aver lanciato in più occasioni un allarme (con il Comunicato degli psicologi e degli psichiatri, con una conferenza stampa alla Camera dei Deputati a settembre, con report periodici sui risultati delle ricerche scientifiche in corso), un gruppo di psicologi firmatari del Comunicato psi, riuniti sotto il nome di SinergEtica, sta pensando a come sostenere le risorse di resilienza dei ragazzi e aiutarli a incanalare le loro energie verso se stessi, verso gli altri, verso il futuro. Solidarietà, condivisione e gratuità sono ciò che ci serve per non lasciarci portare via la dignità umana e la capacità di aiutarci a vicenda. Chi vorrà partecipare al progetto (psicologi, studenti, educatori, giovani disposti a collaborare), potrà trovarne notizia nel sito http://sinergeticapsi.org

Articolo pubblicato su Sovranità popolare, anno 2, n° 9, dicembre 2020.


[1] Di Palma, D., Belfiore, P. (2020). Tecnologia e innovazione didattica nella scuola ai tempi del Covid-19: un’indagine valutativa dell’efficacia didattica nella prospettiva dello studente. Formazione e insegnamento, 18(2):169-179.

[2] Bzdok, D., Dunbar, R. I. M., (2020). The neurobiology of social distance. Trends in Cognitive Sciences, 24(9): 717-733.

[3] Czeisler, M. É., Lane, R. I., Petrosky, E. et al. (2020). Mental health, substance use, and suicidal ideation during the COVID-19 pandemic — United States, June 24–30. MMWR – Morbidity and Mortality Weekly Report 2020, 69:1049–1057.

Dott.sa Patrizia Scanu at | Website | + posts

Sono docente liceale di Scienze umane, psicologa, Gestalt Counsellor, formatrice e mediatrice familiare; sono anche blogger.
Ho fondato Rebis, un gruppo di studio sul risveglio del femminile come via d’uscita dal neoliberismo (pagina FB dedicata: Rebis – Il risveglio del femminile per un popolo sovrano e consapevole).
Scrivo per Sovranità popolare (giornale e blog).

Autore: Patrizia

Sono docente liceale di Scienze umane, psicologa, Gestalt Counsellor, formatrice e mediatrice familiare; sono anche blogger. Ho fondato Rebis, un gruppo di studio sul risveglio del femminile come via d'uscita dal neoliberismo (pagina FB dedicata: Rebis - Il risveglio del femminile per un popolo sovrano e consapevole). Scrivo per Sovranità popolare (giornale e blog).

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