La persecuzione dei sani e i nuovi paria nella scuola di regime

La categoria di “sano” è scomparsa dal nostro linguaggio. La psicopandemia, quale mezzo diabolico per frantumare la coesione sociale e i diritti costituzionali attraverso la paura e l’arbitrio, ha riprogrammato le menti a percepire soltanto le categorie di “contagiato” e di “asintomatico”, il secondo come sottoinsieme del primo. Non è più permesso definirsi “sani”, ma solo come “asintomatici”, cioè potenzialmente infettivi e untori per qualcun altro. In questo psicodramma collettivo, i ruoli si sono capovolti: non sono più i malati che contagiano (potenzialmente) i sani, ma sono i sani ad essere potenzialmente contagiosi, al punto che perfino i più osservanti sostenitori del siero miracoloso ne hanno una tremenda paura (dei sani), nonostante, appunto, la fede assoluta in quella che chiamano “scienza” e nei suoi ritrovati salvifici. Non c’è modo di far rilevare la contraddizione. Che minaccia potrebbe mai costituire un sano ad un soggetto protetto dal morbo pestifero grazie alla magica pozione? Se non ci crede lui, alla protezione, perché dovrebbe crederci il rinnegato della religione scientista? Ma la fede incrollabile non ammette dubbi di sorta e chi prova ad usare il punto interrogativo è in tutta evidenza un miscredente traditore e ignorante. Amen.

Per questo è cominciata la Grande Persecuzione contro i sani. Come il dottor Knock, personaggio di finzione che fa credere ai sani di essere ammalati per curarli, i sani devono essere stanati con un tampone a cicli di amplificazione esagerati per essere definiti “contagiati asintomatici”, sottoposti a quarantena, privati dei diritti costituzionali se, essendo sani e volendo mantenersi tali, preferiscono non sottoporsi alla sperimentazione del siero genico, data la probabilità molto alta di non ammalarsi di Covid in modo grave (oltre il 99,9%). Intanto, AIFA riporta 2 morti al giorno dopo l’inoculo e i dati EUDRA Vigilance e VAERS fanno venire brividi di orrore per l’enormità del disastro, naturalmente ignorati dalla TV, che descrive invece con toni drammatici e compiaciuti la terribile fine dei no-vax in ospedale.

Poiché non si piegano ed osano perfino farsi domande di buon senso, per esempio che senso abbia il lasciapassare verde, se anche gli inoculati possono ammalarsi e contagiare esattamente come chi ha ricevuto la sacra unzione e forse perfino di più, come testimoniato abbondantemente dai dati ufficiali israeliani e britannici, da tutti, a cominciare dalle cariche più alte dello Stato, e poi a seguire da giornalisti di regime, nani, ballerine e testimonial pubblicitari in camice bianco, vengono ingiuriati, vilipesi, additati come pericolosi delinquenti, da chiudere in casa come sorci, sterminare, internare, sottoporre a TSO, torturare in corsia, riempire di piombo come le folle di Bava Beccaris, privare dell’assistenza sanitaria, bullizzare senza pietà.

Ovviamente, tutto questo odio si giustifica con il fatto che la loro insopportabile rivendicazione di libertà personale costituisce una minaccia gravissima per la salute pubblica. Nella società dei servi, la libertà è un delitto. In un certo senso, dicono la verità. I sistemi totalitari non hanno mai trattato con benevolenza i dissidenti, specie se libertari. Li hanno definiti “pazzi”, “nemici del popolo”, “parassiti”, “terroristi” per dirigere su di essi la frustrazione delle folle schiavizzate dall’élite al potere. La criminalizzazione delle minoranze ha un nome in psicologia. Si chiama “esclusione morale” e consiste nel deumanizzare l’altro, nel considerarlo meno degno di essere trattato come umano, con il risultato di indebolire i freni morali di chi lo perseguita. Tutto diventa lecito nei confronti dei “sorci” subumani (Burioni dixit). Così nascono i pogrom e così il nazismo ha indotto l’odio verso gli ebrei. Questo per chi si ostina a dire che il nazismo era un’altra cosa: nei contenuti, certo, non nei meccanismi psicologici indotti dalla propaganda, che sono identici.

Come ci ha insegnato George Orwell, il linguaggio crea la realtà. Attraverso la definizione linguistica di un contenuto ideativo, se ne modifica la percezione collettiva. Se poi i media veicolano in modo martellante e con voce univoca gli slogan di regime, benché palesemente falsi e volutamente ingannevoli, la gente finisce con il credere che quella sia la realtà. Ora, nella narrazione di regime, i perseguitati diventano gli odiatori e i criminali, nemici del bene comune. In questo modo, si prepara la massa al minuto d’odio di cui ci racconta il romanzo 1984. La libertà è schiavitù, il sano è malato, chi dissente ti impedisce di essere libero, la vittima è il carnefice. La neolingua colpisce sempre le menti deboli e le priva di ogni difesa.

La persecuzione dei sani ancora liberi, chiamati con disprezzo e in blocco “no-vax”, produce violenza sociale, degrado morale e civile, distruzione economica e infinita quanto inutile sofferenza. Infine, genera nuovi paria, nuovi intoccabili, nuovi reietti. La scuola e l’Università, quest’anno, riaprono all’insegna dell’esclusione morale e della discriminazione più bieca. Buttati fuori come delinquenti i docenti che non si piegano al decreto liberticida, con il plauso dei sindacati. Se in classe c’è un no-vax (e come si fa a saperlo? Alla faccia della privacy), tutti gli studenti sono costretti a tenere la mascherina. Se non accettano di fare da cavie ad un farmaco che non migliora la loro salute, quando non la danneggia, i ragazzi non possono fare sport, mangiare la pizza con gli amici, frequentare una biblioteca o un museo, andare all’Università. Il ricatto è più che giustificato agli occhi dei padroni per ottenere lo scopo di piazzare una fiala; il danno psicologico appare irrilevante al loro sguardo algido. La pressione al conformismo del gruppo dei pari farà il resto. Non mancheranno la delazione, il bullismo, l’aggressione e l’induzione al suicidio. E questo incitamento all’odio sarebbe per la salute pubblica. Tutto normale agli occhi dei ciechi.

Non siamo nel 1938, è anche peggio. Stanno distruggendo la vita a migliaia di giovani e riducendo sul lastrico migliaia di famiglie per un bieco programma politico di controllo sociale che con la salute non c’entra palesemente nulla. Se lo accetterete, ne sarete complici e vittime subito dopo. Perciò reagite e togliete i vostri figli dall’orrore. Salvateli in qualunque modo. Fateli vivere sereni e integri. Ma non coltivate rabbia, paura, odio, senso di ingiustizia. Questo fa il gioco degli psicopatici che vogliono cibarsi della sofferenza dell’umanità e godono della divisione. Per quanto si accaniscano, infatti, la cattiveria ha l’effetto del secchio di acqua gelata sulla coscienza della gente che dorme. Vivete nell’amore, nella giustizia e nella gioia e guardate oltre: il male richiama sempre il suo contrario. Ai responsabili di questo scempio ci penserà il karma, insieme all’elevazione della coscienza collettiva. Ogni azione ha un biglietto di ritorno. E questo è a breve scadenza, non temete.

Post Scriptum: Un punto interrogativo io ce l’avrei, purtroppo. Quale è il vero Sergio Mattarella? Quello che il 5 settembre ha detto: “Non si invochi la libertà per sottrarsi alla #vaccinazione, perché quell’invocazione equivale alla licenza di mettere a rischio la salute altrui e in qualche caso di mettere in pericolo la vita altrui”? Oppure quello che il 25 aprile diceva: “La storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva”? Così, per capire…

Articolo pubblicato su Sovranità popolare, n° 5/2021.

La DAD in teoria e in pratica. Risposta a Paola Mastrocola e a Chiara Saraceno

Paola Mastrocola e Chiara Saraceno hanno espresso su La Stampa la convinzione che l’interruzione della scuola e il ricorso alla DAD o didattica digitale possa presentare alcuni lati positivi, come il recupero di spazi di solitudine e di riflessione, la possibilità di dare spazio alla creatività svuotando la giornata da impegni frenetici, l’occasione per ripensare la didattica e innovare il modo di fare lezione.

Sulla carta, potrebbero sembrare argomenti stimolanti. Perché non vedere il lato positivo di una situazione difficile? Perché ostinarsi a volere il ritorno alla scuola in presenza? Non sarà per ragioni che non hanno a che fare con la sacra missione di studiare e imparare?

Nella realtà, invece, ragionamenti di questo tipo, che rimangono su un piano astratto, tendono ad ignorare alcuni dati di fatto di cui si sta parlando assai poco nei media. Provo a farne una sintesi parziale, basata sull’esperienza diretta e su alcuni dati della ricerca.

  1. La scuola non è il luogo dove si travasano informazioni, ma quello in cui si accendono fiamme di conoscenza, attraverso il dialogo, il confronto, la relazione, la condivisione, l’emozione della scoperta. Gli esseri umani sono intimamente sociali, hanno un corpo e l’assoluta necessità del contatto fisico, dei legami, della gioia e della serenità dell’apprendere insieme, attraverso l’azione, la parola e la comunicazione non verbale. Noi impariamo meglio ciò che associamo ad esperienze vitali e positive. Nella DAD tutto questo è mortificato o assente. Per quanto ci si sforzi, aspetti fondamentali dell’educazione scolastica, come l’educazione affettiva ed emotiva, l’inclusione, l’accoglienza, la solidarietà, il rispetto e l’empatia sono pressoché esclusi, con danni tanto più gravi quanto più giovani sono gli scolari. Ma sono escluse anche tutte le attività che si possono svolgere solo in presenza, come le attività di laboratorio, le verifiche scritte serie, i viaggi e le visite di istruzione.
  2. La DAD non è un’attività didattica liberamente scelta dal docente né richiesta dagli studenti. Se lo fosse, sarebbe certamente utile e stimolante, almeno come modalità aggiuntiva e non sostitutiva della didattica in presenza. Ma dove c’è costrizione, non ci può essere motivazione. Questo vale per i docenti e per gli studenti, i quali dicono in modo pressoché unanime che la DAD è demotivante, faticosa, triste.
  3. Ai ragazzi è stato tolto tutto: oltre alla scuola, le amicizie, le relazioni sentimentali, lo sport, il gruppo dei pari, lo svago, i viaggi, il divertimento, le feste, i nonni. Sono stati colpevolizzati come untori, proprio loro che sembrano ben poco toccati dal virus. Con uno sforzo di empatia, possiamo provare a metterci nei loro panni? Noi lo avremmo accettato? Gli adolescenti stanno male e nessuno sembra accorgersene. Basta chiedere loro come si sentono, per sentire risposte inequivocabili: si sentono in prigione, soffocati, privati del diritto di fare le esperienze necessarie alla loro crescita. Parlano di vita rubata, di tristezza, di peso, di mancanza di energia e di senso. Molti di loro scompaiono nel silenzio delle loro caselline sullo schermo, finché non si presentano più. Non di rado, sono i più bravi, quelli che investono di più sulla scuola e che amano leggere.
  4. Sono aumentati in misura preoccupante la dispersione scolastica, con punte drammatiche del 10% e più, come testimonia una ricerca del CENSIS di giugno 2020, le violenze domestiche (i traumi cranici da abuso si sono decuplicati durante la quarantena, secondo quanto emerso a ottobre al 32° Congresso dell’Associazione Culturale Pediatri), la dipendenza dal digitale, a cui sono condannati anche se non vogliono, l’ansia, lo stress post-traumatico, la depressione, i suicidi, i disturbi dell’alimentazione, l’isolamento sociale completo, la regressione delle competenze cognitive e sociali, drammatica nei ragazzi autistici. Secondo uno studio dell’ospedale Gaslini, l’86% dei minori aveva mostrato segni di disagio la scorsa primavera, stando a quanto riferito dai loro genitori. Basta leggere quanto riassunto nel Report di settembre 2020 Le conseguenze psicologiche del periodo pandemico su bambini e adolescenti ed azioni necessarie del Comunicato degli psicologi (www.comunicatopsi.org). Inoltre, il 42% degli alunni vive in abitazioni sovraffollate e non ha uno spazio tranquillo per studiare. Non dimentichiamoci che anche i loro genitori sono spesso stressati dalla perdita del lavoro o dell’attività. Quale Cultura sarà mai accessibile per loro attraverso la loro traballante connessione a Internet, in condizioni simili, nonostante lo sforzo ingegnoso dei loro insegnanti per intrattenerli? Quale beata solitudo potranno mai apprezzare?
  5. Stiamo assistendo ad una massiccia desocializzazione delle giovani generazioni, dagli esiti incerti, benché non imprevedibili e di cui non si conosce la scadenza. Certo, anche nella prigionia si può trovare qualcosa di buono. Tommaso Campanella scrisse La Città del Sole in una buia cella. Non è però una buona ragione per giustificare la reclusione di massa di milioni di scolari. A furia di giustificare tutto, finiremo con il considerare ineluttabili queste misure estreme, dimenticandoci che siamo l’unico Paese europeo a non aver riaperto le scuole in primavera e che in Svezia non le hanno mai chiuse, riportando solo lo 0,05% di casi COVID-19 nella popolazione fra 0 e 19 anni. La stessa percentuale della Finlandia, che ha interrotto la scuola e attuato il lockdown. Nessuna domanda, ovviamente, sul perché di questa interessante identità di risultati. Ma l’essere umano è così adattabile, che finisce per mettere le tendine anche alla finestra della sua cella. Quando non c’è più libertà, però, la scuola non è vita, ma morto indottrinamento, per non dire rieducazione ad una nuova e sinistra “normalità”.

https://www.bambinonaturale.it/2020/12/la-didattica-a-distanza-in-teoria-e-in-pratica/

Oltre il neoliberismo. Dal darwinismo sociale alla società evoluta

Parlare di crisi della democrazia a livello globale significa parlare di neoliberismo. Come già avvertiva il sociologo ungherese Karl Polanyi negli anni ’40 (La grande trasformazione, 1944), infatti, il neoliberismo, con i suoi miti di libertà d’impresa, competizione, privatizzazione, deregolamentazione, non è compatibile con la democrazia in generale e, aggiungo io, con la Costituzione italiana in particolare, fondata com’è sui principi di sovranità popolare, di diritto al lavoro, di uguaglianza sostanziale, di partecipazione e di solidarietà.

Il neoliberismo ha fatto fortuna, anche nelle masse, equivocando sulla parola “libertà”. Chi non è sensibile alle infinite promesse di una parola tanto pregnante? Chi non vorrebbe essere libero? Il problema è però è duplice: quale libertà? E la libertà di chi? La visione liberale dello Stato si fonda sulla difesa delle libertà civili e politiche: libertà di coscienza, di riunione, di associazione, di espressione eccetera. Esistono, però, osserva Polanyi, anche le libertà negative: la libertà di sfruttare i propri simili, di sottrarre all’utilizzo comune scoperte tecnico-scientifiche per proteggere interessi privati, di trarre profitti da calamità collettive, di inquinare l’ambiente. Nell’economia capitalista, queste due forme di libertà sono i due lati della stessa medaglia.

Si potrebbe ipotizzare, continua Polanyi, una società futura nella quale le libertà “positive”, accompagnate da una regolamentazione adeguata, possano essere estese a tutti i cittadini. “Regolamentare” vuol dire porre limiti ai privilegi di una minoranza, proteggere i più deboli dal potere soverchiante di chi detiene la proprietà, correggere gli squilibri economici e sociali, controllare e sanzionare i comportamenti dannosi alla collettività, permettere a tutti i cittadini, anche a quelli svantaggiati, di esercitare le libertà “positive”. Questa società futura sarebbe libera e giusta insieme. Precisamente quello che intendeva Carlo Rosselli con la sua idea di “socialismo liberale”.

Ma ad impedire questo esito (la diffusione della libertà) è proprio l’”ostacolo morale” dell’utopismo liberale (quello che chiamiamo “neoliberismo”, appunto), di cui lui riconosceva il massimo esponente nell’economista Von Hayek. La visione neoliberista è utopica perché predica l’assenza del controllo e dell’intervento dello Stato in ambito economico e sociale, proprio mentre invoca l’esercizio della forza e anche della violenza dello Stato a difesa della proprietà. Detto in parole povere, per il neoliberismo lo Stato è al servizio della proprietà individuale e della libera impresa, cioè di quei pochi che non hanno bisogno di incrementare il proprio reddito, il proprio tempo libero e la propria sicurezza e agisce a svantaggio delle libertà di tutti gli altri. La libertà neoliberista è solo prerogativa dei ricchi (anche se a parole è disponibile a tutti) e non può essere estesa a tutti, perché questo minaccerebbe la proprietà. Chi è povero lo è per colpa sua ed è solo un perdente nella competizione per la ricchezza. La libertà è in sostanza la libertà di arricchirsi senza vincoli né regole.

Il neoliberismo (l’utopismo liberale), concludeva Polanyi, è intrinsecamente e incorreggibilmente antidemocratico e autoritario, perché piega lo Stato a difendere gli interessi di una minoranza a danno della maggioranza. Non per nulla il primo esperimento di Stato neoliberista fu il Cile di Augusto Pinochet, dove “libertà” significava azzeramento dei sindacati e dei diritti delle comunità, privatizzazioni selvagge, liberalizzazioni finanziarie e repressione delle libertà civili. Qui il neoliberismo si sposa con l’autoritarismo. 

Ma c’è anche un modo meno cruento per effettuare un colpo di Stato: corrodere un giorno dopo l’altro, per decenni, i diritti e i redditi dei cittadini, asservirli al potere finanziario, vincolarli a norme-capestro che li rendano schiavi di interessi estranei, modificare la Costituzione a danno della sovranità popolare, indebolire i lavoratori e i sindacati, assecondare gli interessi dei più forti, non intervenire a ridurre le disuguaglianze, privatizzare i beni pubblici, ridurre la spesa sociale, distrarre continuamente l’attenzione pubblica con falsi problemi e individuare sempre nuovi bersagli per la rabbia popolare, colpevolizzare i cittadini per la loro condizione e controllare i mass-media, in modo che veicolino continuamente la visione che più fa comodo ai manovratori (quella che Marcello Foa ha chiamato “il frame”, la cornice), martellare per anni e decenni i cittadini con un linguaggio economicista pieno di concetti come libertà d’impresa, debiti e crediti, competizione, flessibilità eccetera – insomma costruendo un’ideologia che giustifichi e renda accettabile la progressiva riduzione in schiavitù di interi popoli, tenendone a bada l’inevitabile scontento con il senso di colpa, la paura e la menzogna.

Questo è ciò che è successo da noi in questi ultimi decenni. Questo è l’imperdonabile tradimento della Costituzione e dei suoi valori realizzato da una classe politica avida e asservita a gruppi di potere nazionali e sovranazionali che l’hanno telecomandata a danno nostro. Il neoliberismo non è solo una teoria economica, ma un modello complessivo di società, sorretto da un poderoso e contraddittorio apparato ideologico, incompatibile con la democrazia, come sono incompatibili con la democrazia i monopoli privati di beni collettivi, la subordinazione degli Stati sovrani ai potentati economico-finanziari e al mercato, la distruzione dei diritti sociali, il gigantesco travaso di ricchezza dai poveri ai ricchi del pianeta in cui consiste di fatto questo modello di globalizzazione. Il filosofo John Rawls sosteneva che una disuguaglianza è accettabile solo se migliora anche le condizioni di chi ha di meno. La ricchezza non è un male, ma lo è l’ingiusta distribuzione di essa. La libertà senza giustizia sociale è solo un guscio vuoto e uno specchio per le allodole. Questo dice in sostanza la nostra Costituzione.

A questa ideologia competitiva, oligarchica, autoritaria e neofeudale costruita in gran parte a tavolino nel back office del potere, bisogna necessariamente contrapporre una visione del mondo e dell’uomo diversa e opposta, una nuova antropologia. L’ideologia neoliberista ha avvelenato le coscienze. Ci ha rappresentato un modello di uomo egoista, competitivo, materialista, cinico, aggressivo, prevaricatore, individualista e soprattutto isolato. Ci ha fatto perdere il senso dell’interconnessione e dell’interdipendenza fra di noi e con l’Universo e ci ha fatto credere che il denaro fosse il fine e il metro di giudizio di ogni attività umana. Ci ha colonizzato l’anima con un linguaggio arido e insensato, che sotto l’apparenza del rigore scientifico ha inquinato tutto ciò che di più sacro e sano abbia prodotto la coscienza umana. Sul piano politico, ci ha regalato questa Europa delle élites, anziché dei popoli, nella quale le decisioni più importanti sono prese da organi non elettivi e il Parlamento non ha potere di iniziativa legislativa; sul piano economico, ci ha costretti alle privatizzazioni, all’austerity e alla schiavitù di una moneta straniera sempre razionata, detenuta da enti sottratti al controllo democratico e legibus soluti quali la BCE; sul piano sociale ha compresso il Welfare e calpestato i diritti, prodotto un numero enorme di disoccupati e sottooccupati, impoverito e umiliato la scuola, subordinando l’istruzione all’impresa, aumentato ovunque la povertà, la fuga dei cervelli, la disgregazione del tessuto sociale.

L’ideologia neoliberista è la versione attuale del darwinismo sociale ottocentesco, cinico e reazionario, che trasferisce indebitamente all’ambito sociale la teoria biologica della selezione naturale, ovvero della sopravvivenza del più forte. Nella prospettiva del darwinismo sociale, le differenze sociali sono naturali e corrispondono a differenze di capacità e di qualità umana. Chi è ricco, lo è per suo merito e chi è povero lo è per suo demerito, perciò è giusto che chi è migliore abbia la meglio, nella lotta per la sopravvivenza, e che lo Stato si astenga dall’intervenire a correggere le disuguaglianze, anch’esse “naturali”. La società appare dunque il teatro di una competizione senza regole, nella quale vince il più adatto, abbandonando al proprio destino quelli che lo scrittore Giovanni Verga chiamava “i vinti”. Come ogni ideologia, il darwinismo sociale ha la funzione di legittimare interessi particolari e di mascherare una palese ingiustizia.

Per guardare oltre questa deriva antidemocratica, il cui prezzo altissimo è pagato dai poveri di tutto il mondo, bisogna guardare non solo a mezzi opportuni, come scelte economiche ispirate a teorie post-keynesiane, l’esercizio della sovranità monetaria, l’abolizione dell’equilibrio di bilancio in Costituzione, la creazione di banche pubbliche, ma anche e soprattutto a fini e a valori diversi.

Bisogna innanzitutto ricostituire un equilibrio fra energia maschile e femminile, dentro ciascuno di noi e nella società intera. Parlo del maschile e del femminile interiori, presenti in ogni individuo umano, a prescindere dal sesso. La logica della competizione spinta e del gioco a somma zero è l’esasperazione estrema dell’approccio maschile al mondo, fondato sul predominio, sulla logica del branco, sulla lotta per la supremazia e per il possesso, sulla violenza. Questa prospettiva unilaterale impoverisce l’essere umano, maschio o femmina che sia, e ne limita le potenzialità evolutive. Se c’è qualcosa di cui il nostro mondo attuale soffre, soprattutto in Occidente, ma non certo solo qui, data la millenaria repressione del femminile condotta con tutti i mezzi, cominciando dalla religione, è proprio la svalutazione dei valori femminili e la loro espunzione dall’orizzonte della politica e della cultura. Appartengono alla visione femminile del mondo l’empatia, i sentimenti profondi, la cura, la riparazione, la costruzione dell’armonia sociale, la sensibilità, la cooperazione, l’intuizione, la connessione con la natura, con il mistero della vita e con la trasformazione, la pace. Le ricchezze di un mondo che riscopre il femminile sono assai più preziose del denaro: sono le ricchezze delle relazioni umane autentiche e profonde, della salute come completo benessere psico-fisico, della bellezza dei tesori artistici e naturali, della condivisione e della cooperazione, della nostra crescita umana e spirituale, dell’agire costruttivo nel lavoro, nella famiglia e nelle attività sociali, dell’armonia di una società meno lacerata da disuguaglianze, egoismi e sopraffazione, di un ambiente naturale pulito e rispettato.

Per una società evoluta, che ci permetta di superare il darwinismo sociale e di evitare la distruzione del pianeta e della nostra specie, ci serve sviluppare una coscienza più ampia e integrata, aperta ai valori di libertà (di tutti, non solo di alcuni), solidarietà sociale, giustizia, bene comune, bellezza, felicità, conoscenza, saggezza, diritti, rispetto, consapevolezza, responsabilità, elevazione, cooperazione, creatività. Finché la politica li ignorerà, finché la dimensione spirituale, laicamente intesa, sarà esclusa dalle stanze del potere e la politica sarà solo “sangue e merda”, secondo le parole del socialista Rino Formica, continueremo a trovarci in fondo al sacco. Ma perché riescano ad arrivare nelle stanze del potere occorre un salto evolutivo della coscienza ed una pedagogia civile che lo renda possibile. Ci servono maestri, esempi e modelli coraggiosi e determinati. La rinascita del femminile non esclude affatto le qualità maschili di forza, coraggio, determinazione e lotta. Abbiamo davanti una fortezza che appare inespugnabile, fatta di controllo pressoché completo dei media, dell’economia, dell’istruzione, dell’università e della ricerca scientifica, ma che sente il bisogno di difendersi con la propaganda, la censura e il controllo autoritario. Questo è un segno di debolezza. Nessun regime è eterno, nemmeno il neoliberismo. Ma spesso ciò che appare un esercizio di forza si mostra anche come un punto debole. La legge del più forte è drammaticamente insufficiente per governare esseri multidimensionali che aspirano alla felicità. Perciò non bisogna mollare. Le vere rivoluzioni sono quelle che avvengono nelle coscienze e sono fatte di libero pensiero, di senso critico, di ostinata difesa dei valori più alti, di intelligenza e di tenacia.

A tutti i presenti, ai politici di ogni provenienza, ai cittadini desiderosi di un cambiamento radicale, rivolgo quindi l’invito a riflettere e poi a schierarsi, prendendosi la responsabilità di agire in prima persona. Non ci servono più le vecchie ideologie, gli “ismi” che hanno fatto il loro tempo. Ci servono invece una visione del futuro ed una profonda consapevolezza dei bisogni dell’essere umano. Non c’è azione politica senza dei fini chiari e meritevoli. E soprattutto, ci serve ancora quel miracolo di equilibrio democratico che è la nostra Costituzione del ’48, prima delle modifiche posticce che l’hanno sfigurata. Se Margaret Thatcher diceva che l’economia è il mezzo e che lo scopo è cambiare il cuore e l’anima, è dal cuore e dall’anima che dobbiamo cominciare per riprenderci, con l’espressione di Carlo Rosselli, giustizia e libertà.

Link all’intervento videoregistrato da Radio Radicale: Oltre il neoliberismo. Dal darwinismo sociale alla società evoluta